www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 28-03-09 - n. 267

da http://www.redportiamerica.com/entrevista_de_la_agencia.html
traduzione Circolo Bolivariano José Carlos Mariategui – Napoli
 
Intervista della agenzia bolivariana di stampa (ABP) a Nestor Kohan
 
CRB, Cadena Radial Bolivariana riprende dalla ABP una intervista dello scrittore argentino Nestor Kohan nella quale si riprende la questione del conflitto colombiano:
 
Tornare […] a riprendere il dibattito sui modi e sulle forme della lotta e della trasformazione sociale radicale ritorna ad essere un impegno improrogabile. È giunto il momento di fare un beneficio di inventario e un bilancio critico del riformismo e del postmodernismo che ci hanno tanto richiamato a disprezzare le forme politicamente organizzate della ribellione popolare (che non si limitano alle proteste spontanee) e dare le spalle alle modalità di confronto radicale – incluse le politico militari – con i poteri costituiti.”
 
Quali sono, secondo la tua opinione, i modi e le forme della rivoluzione in America Latina?
 
Secondo la mia opinione la prima cosa che vorrei sottolineare in questa domanda è qualcosa di previo alla risposta. Mi riferisco alla pertinenza o meno della rivoluzione… Perché durante gli ultimi venticinque anni, vale a dire, un quarto di secolo, le grandi agenzie dell’imperialismo e anche delle diverse varianti del riformismo e della socialdemocrazia internazionale hanno tentato di inoculare nel movimento popolare latinoamericano l’idea peregrina che la rivoluzione non è più percorribile, né possibile, né desiderabile.
 
Interrogarsi, quindi, circa i modi e le forme presuppone mettere in discussione tale violenta campagna di disarmo ideologico. Chiarificando questo, mi pare, secondo la mia modesta opinione – perché io non sono né un guru con una palla di cristallo, né un indovino che possiede la verità rilevata da qualche oracolo – che i percorsi e le forme del processo rivoluzionario latinoamericano sono diversi e differenti. Non si possono ingabbiare in formule da lavagna o da scrivania. Le trasformazioni sociali vengono e verranno dai movimenti sociali, organizzazioni politiche ed organizzazioni insurrezionali, politico-militari. Durante l’ultimo quarto di secolo i think thank dell’imperialismo e della socialdemocrazia ipoteticamente progressista hanno tentato di tagliare questo ventaglio di forme di lotta, di distruggerlo, di segmentarlo, riducendolo la unica forma a quella dei movimenti sociali, disprezzando l’organizzazione politica e delegittimando e demonizzando, in maniera assolutamente maccartista, le forme non istituzionali, insurrezionali e politico-militari che storicamente hanno assunto e che continuano ad assumere, la ribellione e la resistenza popolare.
 
Tornare […] a riprendere il dibattito sui modi e sulle forme della lotta e della trasformazione sociale radicale ritorna ad essere un impegno improrogabile. È giunto il momento di fare un beneficio di inventario e un bilancio critico del riformismo e del postmodernismo che ci hanno tanto richiamato a disprezzare le forme politicamente organizzate della ribellione popolare (che non si limitano alle proteste spontanee) e dare le spalle alle modalità di confronto radicale – incluse le politico militari – con i poteri costituiti.
 
Ritieni vigente l’impostazione relativa alla combinazione di tutte le forme di lotta?
 
I nemici dei nostri popoli, l’imperialismo e le borghesie criolle (mal chiamate “nazionali”) non rinunciano a nessuna forma di lotta. Dalla costruzione del consenso, la conformazione dell’egemonia fino all’esercizio della forma materiale. Se loro hanno in mano questo ventaglio di forme e lo dispiegano, in nome di cosa i popoli dovrebbero rinunciare a certe forme di lotta? Di fronte alla violenza esercitata dall’alto, non da parte di un pazzo scatenato ma da parte di tutta una serie di istituzioni repressive – polizia, gendarmeria, forze armate, organismi di intelligence, ecc. – i nostri popoli dovrebbero per caso rispondere offrendo tranquillamente e servilmente “l’altra guancia”? Non credo sia giustificato. Non credo sia realista. Non credo sia desiderabile.
 
Nel caso colombiano come è la situazione?
 
In Argentina viveva uno storico e pensatore di origine comunista, in gioventù, successivamente peronista rivoluzionario, nella sua maturità, che si chiamava Rodolfo José Puiggrós. La sua opera storiografica è prolifica e molto polemica. Condivido alcuni dei suoi punti di vista, in altri casi (come è il tema del populismo) ho opinioni molto diverse rispetto a quelle che lo hanno reso famoso. Senza dubbio mi piace citare una sua idea. Diceva il vecchio Puiggrós che molte volte noi argentini siamo stati “ispettori delle rivoluzionai altrui…”. Vale a dire, poiché non abbiamo potuto fare la nostra propria rivoluzione, andiamo per il mondo con il dito in alto a fare l’ispezione delle rivoluzioni negli altri paesi… Credo che dobbiamo fare tesoro di questa lezione. Non sono colombiano. Non conosco nella profondità la realtà colombiana. Chiarito questo ritengo, senza dubbio, che come internazionalisti convinti, che portiamo nella testa però anche nel cuore la Patria Grande latinoamericana, possiamo certamente opinare sugli altri paesi fratelli. Ritengo che il popolo colombiano sia stato uno dei popoli più degni e combattivi della storia della Nostra America. Chiunque che sia minimamente informato e che non porti i paraocchi né riceva prebende dall’imperialismo sa perfettamente che la violenza in Colombia non l’ha iniziata il popolo ma le classi dominanti con l’assassinio del leader popolare Jorge Eliecer Gaitán nel 1948. Chiunque che non abbia venduto la propria penna ne la sua coscienza ai grandi monopoli della (dis)informazione né stia lì a ripetere come un pappagallo sottomesso la sua propaganda impaginata da una strategia di “guerra psicologica”, sa e conosce perfettamente che in Colombia le organizzazioni politico-militari nacquero diverse decadi fa e che non hanno mai avuto a che vedere con la mafia ed il narcotraffico. Per tanto, se in Colombia, nonostante le innumerevoli campagne militari di sterminio contro il popolo sviluppatasi da vari governi formalmente “costituzionali”, vergognosamente finanziati dagli USA continuano sviluppandosi diverse forme di protesta popolare (dalle mobilitazioni studentesche, gli scioperi operai, la protesta sindacale urbana, la ribellione indigena, le leghe agrarie e contadine, fino alla lotta guerrigliera, questo non risponde ad alcun “complotto” di alcuni mostri irrazionali o deliranti. Per comprendere la storia dell’America Latina è necessario abbandonare la deformante estetica di Hollywood e la sua eterna “cospirazione” internazionale di mostruosi maledetti che pretendono farla finita con la mite vita delle famiglie nordamericane. La Colombia è parte della Nostra America. Lì proliferano diverse forme di lotta popolare. I settori progressisti ed onesti, che non cedono al ricatto della macchina da guerra psicologica del Comando Sud dell’Esercito USA e dei suoi organismi di intelligence, non solo non debbono demonizzare queste lotte, se non che, secondo la mia modesta opinione, dovrebbero appoggiarle.
 
Come va affrontato, oggi, il terrorismo di Stato e l’interventismo imperialista?
 
In primo luogo chiamando le cose con il proprio nome. Quando i nordamericani intervengono non ci troviamo di fronte alla “difesa dei diritti umani” ma di fronte ad una aggressione imperialista. Non invadono gli altri paesi in nome della “razionalità liberale” per scontrarsi con il fondamentalismo. Lo fanno per difendere i propri interessi, imponendo con la forza il loro “american way of live” ed i loro affari. In secondo luogo quando lo Stato di qualsiasi paese utilizza le proprie istituzioni permanenti, formate da decine e centinaia di migliaia di persone professionali ed addestrate, che studiano come controllare, come colpire, come reprimere, come uccidere, come assassinare, dobbiamo chiamare le cose con il proprio nome. Questa non è “sicurezza”. Questa è repressione. Questa è la violenza degli oppressori. Questa non è “democrazia”, questo è terrorismo. Dobbiamo porre fine alla legittimazione della violenza dell’oppressione contro il popolo. Per affrontare la violenza dello Stato e le ingerenze dell’imperialismo tutte le forme di ribellione, resistenza e solidarietà popolare sono legittime. Dalle grandi campagne di ripudio, alle mobilitazioni civili alle ambasciate yankee, agli scioperi, le proteste ed anche la resistenza armata. La violenza dei popoli è una giusta risposta alla violenza sistematica utilizzata contro i popoli. Chi ha detto che la unica violenza legittima è quella che si esercita per mantenere e riprodurre il capitale?
 
Hai qualche opinione intorno al dibattito delle FARC e la lotta armata che recentemente ha avuto luogo tra il comandante Fidel Castro ed il sociologo James Petras?
 
È una domanda sommamente difficile, devo riconoscerlo. Mi risulta difficile opinare, poiché il tema è complesso e poiché inoltre mi sento molto vincolato ad entrambi i polemisti. Nel caso di Fidel, non solo ho per lui una ammirazione personale ed un affetto che non posso e non voglio dissimulare. In più lo considero un maestro. Non mio ma di diverse generazioni di rivoluzionari della nostra America. Così lo ho espresso in diversi articoli pubblicati a Cuba, in Venezuela ed in Argentina. Inoltre l’ho condensato in un libro dedicato nella biografia di Fidel (titolato Fidel para principiantes, testo per il quale ho passato anni studiando e leggendo i discorsi di Fidel e moltissima biografia sulla vita e sulla storia della rivoluzione cubana). Ebbi l’immenso onere di conoscerlo personalmente nell’anno 2001 e di conversare lungamente con lui. Una esperienza assolutamente indimenticabile che mi continua ad emozionare ogni volta che la ricordo. Provo davvero molto affetto per lui. Lo dico senza alcuna diplomazia. È ciò che sinceramente avverto e che penso. Ha sempre difeso Cuba e la sua rivoluzione socialista e continua a farlo.
 
Nel caso di James Petras, conosco personalmente anche lui da circa 15 anni, dai tempi di una sua visita in Argentina. Sono stato varie volte a La Havana ed a Caracas. James è stato sempre molto coraggioso. Negli anni ’90 quanto tutto il mondo si faceva neoliberale o socialdemocratico, Petras continuava a denunciare l’imperialismo e la addomesticazione degli intellettuali “aggiornados”. Mi consta che Petras è sempre stato un difensore sincero della rivoluzione cubana. Però non in maniera ipocrita, affinché lo invitino ad eventi ed ai grandi hotel, ma per convinzione. Petras ha uno stile uno stile molto imperniato sul confronto nelle polemiche, è acido, è ironico (maneggia l’ironia non solo in inglese, ma anche in spagnolo, cosa difficile visto che non è la sua lingua). A volte il suo stile sommamente bollente infastidisce, dispiace ed offende (cosa che non sempre è la migliore, se quello che si desidera è convincere l’altro), però molte volte, dietro questo stile discutibile, ci sono verità forti e molti buoni fondamenti. Ricordo le sue polemiche negli anni ’90 e le sue polemiche acide con coloro che pretendono smettere di denunciare l’imperialismo.
 
Ho letto alcune parti della polemica. Non sono sicuro di averla letta in forma completa, forse ci sono degli interventi che mi mancano e che non ho consultato.
 
La prima cosa che potrei dire, rimarcando una volta di più la complessità del problema affrontato e quanto sia difficile esprimere opinione al rispetto, è che è una cosa molto salutare che ci sia polemica tra i rivoluzionari. Se ci sono polemiche è perché il marxismo è vivo e la rivoluzione è viva. Se ci sono polemiche è perché il pensiero radicale – lì ci sono tanto Petras quanto Fidel – e continua dando battaglie. Benvenuta, quindi, sia la polemica fraterna tra compagni e militanti della stessa causa!
 
La seconda cosa, aggiungerei che Fidel avrebbe espresso questa opinione sopra la possibile caducità della lotta armata già prima della morte del comandante Marulanda. Negli ultimi anni Fidel è venuto due volte in Argentina, se non ricordo male. Una volta è stato a Buenos Aires, un’altra a Cordoba. Insieme a migliaia e migliaia di giovani, siamo stati presenti ai due atti. Non avrei potuto perdermelo. Ascoltare Fidel è un privilegio. Condivisi la gran parte di ciò che disse. Ma devo confessare che per essere del tutto sincero, che non mi piacque per nulla quando disse che la lotta armata era cosa del passato. Non mi parve una formulazione felice, soprattutto prendendo in considerazione che il suo pubblico non erano i vecchi nostalgici che ricordavano gli anni ’60 (anche se c’era questo tipo di pubblico) ma giovani che cominciavano a fare le proprie prime esperienze politiche dopo la ribellione popolare del 19 e 20 dicembre 2001. Giovani che oggi pensano come organizzare forze sociali e rivoluzionarie in Argentina. Molte volte, correnti riformiste o populiste, maggioritariamente istituzionaliste o anche cooptate dallo Stato e dai partiti borghesi, ci hanno sempre ripetuto in Argentina: “voi siete buoni, pero siete romantici, vecchi ed antichi, ricordatevi di ciò che disse Fidel quando venne…”. Questa formulazione sfortunata di Fidel, poco giustificata e persino e persino incomprensibile se la analizziamo dall’ottica dei movimenti popolari (no dalla logica della diplomazia e della ragione di stato) è servita per legittimare il governo di Kirchener ed inoltre per frenare qualsiasi opzione di cambio di fondo, radicali e rivoluzionarie, nel nostro continente. Anche se siamo assolutamente difensori della rivoluzione cubana, con la testa ed il cuore, con la militanza e con le idee, nei libri e nella vita quotidiana, questa formulazione di Fidel non ci ha aiutato e non ci aiuta.
 
Per caso è sparita la selvaggia politica di “sicurezza” (leggasi repressione) delle borghesie criolle (lumpenborghesie le denominava Ruy Mauro Marini e Andrè Gunder Frank) in America Latina? È per caso sparita la violenza “dall’alto” contro i nostri popoli nel nostro continente? Si può cambiare il mondo senza rivoluzione (come propone da qui John Holloway…)?Potrebbe per caso esserci rivoluzione senza una confrontazione sociale, senza esercizio della forza materiale e senza grandi scontri di classe? Può essere recuperata dal popolo quello che le borghesie e l’imperialismo storicamente hanno espropriato senza scontrarsi con tutti i mezzi possibili contro lo stato borghese e le sue istituzioni di repressione?
 
Le risposte, a mio modo di vedere, non sono affermative, ma al contrario. Senza rivoluzione non possiamo espropriare ai grandi ricconi, resistere all’imperialismo, difendere le nostre risorse naturali e sociali, far rispettare la nostra patria e nemmeno costruire il socialismo!
 
Ricordo e chiamo a testimonianza l’ambasciatore nordamericano – uomo sinistro della CIA – nel recente documentario Salvador Allende. Ricordando quello che successe in Cile, questo cinico agente della CIA a Santiago, organizzatore ed esecutore della nascita a sangue e fuoco del neoliberalismo su scala mondiale nel settembre del 1973, dichiarò davanti alle telecamere di questo conosciuto documentario il seguente (cito a memoria): “Nessuna classe sociale si uccide. Cosa dovrei inventare? Questo lo ha già dimostrato Lenin”. Come dicono gli avvocati: a confessione di parte, rilevamento di prova. Se lo riconoscono gli imperialisti…
 
Fidel lo sa meglio di tutti. Basta consultare i suoi formidabili discorsi dopo la morte del suo strettissimo amico Salvador Allende… non vogliamo apprende nulla da quella esperienza? Oggi in Bolivia, in Venezuela, in Colombia, ed in vari paesi torna a porsi urgentemente il problema. Nuovamente tornano a proliferare le illusioni sulla supposta “neutralità professionale delle Forze Armate” in Bolivia ed in altri paesi. Sicuramente non si va mai a ripetere la storia, però dobbiamo imparare da essa.
 
In terzo luogo, si accampa che “non ci sono le condizione per la lotta armata”. Siamo sicuri di questo? Forse potrebbe essere stato probabile negli anni ’90, quando proliferava e regnava il neoliberismo più furioso ed aggressivo (anche se in quegli anni – il 1994, se non ricordo male, appena cinque anni dopo la caduta del muro di Berlino – gli zapatisti ribaltarono la scacchiera, fucile in pugno, e cominciarono a smontare l’euforia neoliberale, accompagnando in questo modo la persistenza irriverente e, in quel periodo solitaria, della insorgenza colombiana). Ma nel XXI secolo è chiaro che la situazione è cambiata. Non si può occultare, oggi c’è una virata a sinistra in tutto il continente. Già non ci troviamo negli anni ’90. Dal lato rivoluzionario o dal versante riformista, i “neoliberali classici” retrocedono. Grazie al comandante Hugo Chávez e la rivoluzione bolivariana, oggi si ritorna a discutere del socialismo (parola proibita negli anni ’90…) nella agenda latinoamericana. Oggi ci sono nuove generazioni che vanno avanti, lasciando indietro il pessimismo e la rassegnazione degli anni ’90. In più oggi l’imperialismo soffre una crisi tremenda, siamo distanti dalla euforia di Francis Fukuyama che vaticinava il regno eterno ed indiscutibile degli USA.
 
Perché dire quindi che non ci sono le condizioni? Perché continuare ripetendo un luogo comune degli anni ’90 quando la situazione cambiava di forma tanto notevole? Si può spiegare solo con la logica diplomatica e la ragione di Stato. Però è stato lo stesso Fidel ad insegnarci a disprezzare quella logica dando impulso all’internazionalismo militante nelle epoche più oscure! Da lui e dal Che, lo abbiamo appreso! Perché abbandonarlo e subordinarsi alla ragione di stato e alle convenienze geopolitiche o diplomatiche?
 
Inoltre, penso, se non ci fossero le condizioni… non ci resterebbe tentare di crearle? Non fu proprio la rivoluzione cubana la grande maestra che ci insegnò che non dobbiamo inginocchiarci davanti al culto cieco e fanatico delle “condizioni obiettive” (tanto coltivate dai manuali del marxismo ortodosso della anticha Unione Sovietica, e criticata acidamente e più che giustamente da Fidel e dal Che)?
 
In quarto luogo, emerge la questione dell’egemonia. In questo punto momento della storia, è ora ben chiaro che il capitalismo non crolla da solo! Adesso è giunto il momento di farla finita con il catastrofismo determinista ed economicista! Per quanto profonde siano le crisi economiche che lo colpiscono anche di fronte ad una crisi tremenda come l’attuale, paragonabile solo con quella del 1929, il sistema capitalistico non precipita se non c’è organizzazione, costruzione di forza sociale e spinta popolare che lo atterri e lo stenda. La teoria dell’egemonia di A. Gramsci si mostra a noi con tutta la sua schiacciante attualità. Conquistare menti, cuori e spiriti, cioè dare battaglia sul terreno della soggettività popolare, è l’obiettivo principale. Fidel ben lo ha compreso, in maniera chiara e trasparente. E’ un maestro. Egli la chiama, con la terminologia di José Martí, la battaglia delle idee. E’ la lotta per l’egemonia. E ciò è ben detto. Niente è più urgente nell’epoca dell’immagine e dei grandi mezzi multimediali della (in)comunicazione. La battaglia delle idee e la lotta per l’egemonia, urgente, non più procrastinabile, insostituibile, non esclude né cancella la violenza rivoluzionaria. Antonio Gramsci è molto chiaro quando ci insegna che l’egemonia è la combinazione di consenso e violenza. Non ci può essere il solo consenso così come non è sufficiente la sola violenza. E’ sempre necessaria una combinazione di entrambi. E nemmeno il regime più dispotico (pensiamo a Pinochet o a Videla) ha mai sottovalutato la costruzione del consenso. Né i sistemi sociali più “pacifici” (pensiamo alla Svezia o alla Norvegia, paradisi agognati per tutte i socialdemocratici che si ritengono tali) eliminano del tutto la violenza. Il politico socialdemocratico e pacifista Olof Palme morì di morte naturale? Non ci sono in Francia servizi di intelligence? Non c’è polizia in Germania né unità di antisommossa? Nello stato spagnolo non si tortura e non si reprimono le manifestazioni?
 
Tutto il progetto rivoluzionario nella nostra America deve combinare la battaglia delle idee, la lotta per una nuova egemonia, la creazione del consenso con la strategia del confronto e la padronanza di tutte le forme (attuali o potenziali a seconda del paese) di lotta. Prepararsi in tutti questi terreni è il grande obiettivo che dobbiamo porci nell’attuale momento storico.
 
In quinto luogo, si parla della insurrezione colombiana e (da parte di qualcuno) si ritiene che la lotta armata nella fase attuale non sarebbe più attuale. Questa fu la prima cosa che disse Fidel. Rispondendo alle critiche che ha ricevuto, ha chiarito più tardi che non dovrebbero consegnare le armi, anche se l’idea in qualche modo girava intorno alla polemica, per questo ha avuto necessità di chiarificare, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno.
 
Domandiamoci allora: bisognerebbe consegnare le armi? In nome di che? Le guerriglie devono arrendersi? Per caso oggi ci sono garanzie democratiche, partecipazione popolare, un livello dignitoso di vita per gli umili, rispetto per la donna, difesa dell’ambiente e completa sovranità del popolo colombiano? Non esistono più i paramilitari? Non ci sono più prigionieri politici in Colombia? Tutti i torturatori, i violentatori e gli assassini con la motosega sono stati giudicati e incarcerati?
 
Perché pretendere che la guerriglia si inginocchi senza condizioni? Ci siamo dimenticati dei 5000 assassinati della Unione Patriottica, di quando le FARC tentarono una soluzione politica e furono annichiliti come mosche con il silenzio complice di gran parte di illustri progressisti e benpensanti? Qualcuno ha mai chiesto, per esempio, all’esercito colombiano che depositi tutte le sue armi in una piazza di Bogotà? Qualunque persona di buon senso lo vedrebbe come uno sproposito. Non è vero?
 
La legittimità della insurgencia colombiana non si può annullare per decreto.
 
Inoltre, il modo migliore perché gli yankee non concentrino tutta la loro energia repressiva e controrivoluzionaria contro l’eroico popolo cubano che tanto valorosamente ha resistito tanti anni al bloqueo, è che si mantengano le attuali resistenze antimperialiste (Colombia, Palestina, Iraq, Afghanistan) e che ne sorgano anche di nuove. Che l’insorgenza delle FARC non sia accerchiata dal burattino degli yankee, Uribe, e che si possa in questo modo approfondire il processo bolivariano. Che continuino ad esistere le FARC è la migliore garanzia affinché gli yankee siano costretti a distribuire le proprie forze aiutando in questo modo affinché la Cuba di Fidel si mantenga ferma senza cedere di un millimetro, così come ha sempre fatto. Questa era esattamente la strategia del Che nel suo “Messaggio ai popoli del mondo della Tricontinental”: moltiplicare le lotte per disperdere la forza del nemico. Oggi non si tratta del Vietnam ma Colombia, Palestina, Iraq, il Paese Basco e l’Afghanistan. La strategia del Che continua ad essere attuale e pertinente adattata alla congiuntura attuale. La migliore difesa di Cuba oggi passa per la continuità delle lotte sociali radicali, sindacali, contadine, studentesche e politico-militari contro il capitalismo e l’imperialismo in tutta l’America Latina, inclusa la resistenza armata dei guerriglieri e delle guerrigliere colombiane. Se le FARC abbandonassero la lotta armata renderebbero un cattivo servizio a Cuba, secondo la mia modesta opinione.
 
In sesto luogo, inoltre, considero un errore – prodotto di ogni esagerazione che è solito accompagnare qualsiasi polemica – contrapporre le virtù di Marulanda innalzandole sopra quelle del Che, come in certi momenti lascia suggerire uno degli scritti di Petras. Dobbiamo scegliere tra l’uno o l’altro? Sinceramente non lo credo. Ernesto Guevara e Manuel Marulanda sono due dei grandi simboli del meglio che ha prodotto il nostro continente. La gioventù di tutto il mondo (incluso la cubana e l’argentina) ha da apprendere da entrambi, non dall’uno piuttosto che dall’altro. Fidel è anch’egli un altro di questi maestri sebbene si possa dissentire in modo fraterno e rispettoso con lui sopra una determinata opinione.
 
Il governo colombiano vaticina la sconfitta definitiva delle FARC. E’ realista questa diagnosi?
 
Ripeto che non sono colombiano e che nemmeno aspiro ad essere un ispettore di altre realtà, tuttavia per quel poco che conosco questi vaticini trionfalistici, ora sono soliti e finanche “folclorici” in Colombia, dove diversi governi che si sono succeduti hanno annunciato la morte di Marulanda una quantità innumerevole di volte durante decenni, molto prima della sua recente morte. Questi vaticini fanno ridere e muovono ironia. Lo stesso faceva il tiranno Somoza poco prima di essere sconfitto dalla insorgenza sandinista. Somoza diceva “sono dei fuorilegge, ormai sono già sconfitti” poco prima di essere lui sconfitto. Io non comprerei “carne putrida” come sono soliti dire i giornalisti in Argentina (ossia: informazione falsa e carente di veridicità). La sconfitta terminale delle FARC e la dissoluzione della loro guerriglia ha più a che vedere con i desideri dei narcoparamilitari e tutta la politica mafiosa di un governo illegittimo (messo in discussione dalla stessa Corte Suprema della Giustizia colombiana) piuttosto che con la verità storica. In quanto alla delirante e maccartista accusa del governo colombiano e del suo padrone yankee, i quali accusano le FARC di essere un gruppo terrorista, mi limito a ricordare l’analisi contenuta nel libro del brillante intellettuale statunitense Noam Chomski “Stati canaglia”, che dimostra in forma inequivocabile e demolitrice che le FARC non sono terroriste né narcotrafficanti né niente di simile.     
 
La crisi finanziaria del capitalismo coincide con la fine delle FARC?
 
La crisi finanziaria recente è cominciata, è più che probabile che si aggraverà, finanche i giornalisti più conservatori e neoliberali lo affermano, nulla ha a che vedere questo fenomeno del capitalismo con una ipotetica sconfitta delle ribellioni e delle rivolte popolari, includendo in queste ultime, la lotta della insurrezione delle FARC. Intanto che il capitalismo è in crisi le ribellioni aumentano e crescono accompagnate da nuovi soggetti sociali che cominciano a lottare (è il caso degli indigeni colombiani è molto significativo in questo senso). Per questo, tale ipotetica coincidenza non sta in piedi dal mio punto di vista. 
 
Alcuni settori della sinistra ritengono che le FARC devono chiudere con la lotta armata e consegnare tutti i prigionieri di guerra senza alcuna condizione. Che pensi in proposito?
 
La cosa desiderabile sarebbe che tutti gli esseri umani vivessero sul pianeta terra in modo armonioso e pacifico. Chi potrebbe desiderare il contrario? Solo un pazzo perverso. Purtroppo però viviamo da alcuni millenni in società divise in classi sociali, con sfruttati e sfruttatori, con gente che esercita il potere e gente che cerca di resistere. Finché esisteranno classi sociali antagoniste ci saranno contraddizioni e confronti ovvero ci saranno lotte di classe. La modalità più alta (la punta più avanzata) di questi confronti sociali, secondo Antonio Gramsci, sono le guerre civili. Lenin - mi scuso per citare qualcuno così vigente e così demonizzato… però è venuto il momento di recuperare tutto ciò che abbiamo perso sul terreno teorico durante gli ultimi venticinque anni – riteneva che le guerre civili si sviluppano non tra alcuni pochi pazzi isolati da un lato e tutto il popolo dall’altra parte, ma tra due parti del popolo. E in verità le guerre civili, non quelle dei pizarrones o quelle dei libri di epopea delle pellicole di Hollywood, si dispiegano e hanno luogo tra due parti del popolo. In queste guerre, in questi scontri tra le classi, in queste lotte di classe si presenta il problema dei prigionieri. Non ci si può appellare a un falso e ipocrita umanitarismo sullo stile dell’ONU o del Vaticano, ponendo da un lato le “vittime innocenti e virtuose” e dall’altro lato i “disumani guerriglieri” rappresentanti dell’“asse del male”. Questa immagine maccartista e manichea che purtroppo sono riusciti a inculcare molti monopoli della (non)comunicazione risulta davvero insopportabile e sinceramente provoca nausea.
 
Inoltre, nel mio paese tutti hanno detto che quando la signora Ingrid Betancourt apparve sui mezzi di comunicazione sembrava raggiante e luminosa. Proprio niente a che vedere con quella propaganda che l’aveva descritta come una donna maltrattata e molto vicina alla morte. Pare che non la trattassero poi così male i guerriglieri perché è apparsa, dalla notte alla mattina, che quasi sembrava una modella della televisione, o non è così? Questo me lo ha detto molta gente in Argentina, incluso la gente non di sinistra né tanto meno simpatizzante con il socialismo. Si tratta di una evidenza che appartiene al senso comune.
 
Allora, il problema dei prigionieri e delle prigioniere deve essere considerato da una visuale che vede la lotta di classe del popolo contro gli sfruttatori, eludendo la falsa prospettiva della CNN e di altre simili agenzie che manipolano la verità e inventano ciò che vogliono al fine di ingannare le masse.
 
Non ho mai capito perché le FARC dovrebbero consegnare i prigionieri militari (colombiani o yanqui che ad oggi ancora partecipano in modo attivo nella guerra civile colombiana) in cambio di…niente! Di niente? Non ci sono prigionieri rivoluzionari nelle carceri colombiane? Nessuno si ricorda che ci sono più di 500 combattenti in galera nelle peggiori ed inimmaginabili condizioni? È proprio il governo di Uribe che si vanta pubblicamente di aver arrestato durante il suo primo governo niente meno che 150.000 civili, molti dei quali accusati di presunti “legami con le FARC”. Perché durante la crisi del caso Betancourt nessuno ha parlato delle prigioniere politiche del popolo violentate nei sotterranei del regime di Uribe? Ci sono state molte messe ipocrite (a una di queste, detto tra parentesi, era presente la presidente argentina Cristina Kirchner…). Messe e preghiere che chiedono la libertà solo da una parte. L’umanitarismo vede solo da un occhio? È un umanitarismo strabico? Perché non si fanno messe per i prigionieri politici torturati e violentati? Non esistono? Questo si spiega solo con l’ipocrisia della morale borghese (falsamente religiosa) che, ripeto, veramente fa venire la nausea e voglia di vomitare.
 
Molti degli attuali movimenti aspirano all’unità. Quali sono le tue opinioni sui passi concreti che occorrerebbe fare per raggiungere questo obiettivo?
 
L’unità non è rimandabile. Però non si tratta dell’unità con i potenti, non è l’unità con la borghesia, ma è l’unità dei ribelli, l’unità della sinistra sociale, della sinistra politica e della sinistra rivoluzionaria. Queste tre sono le dimensioni di una stessa battaglia antimperialista e anticapitalista. I passi concreti potrebbero essere costruire un’agenda minima di mobilitazione a livello continentale contro l’imperialismo, per la difesa delle risorse naturali, per la difesa dei prigionieri politici del popolo. Unità concreta tra i coordinamenti de la Via Campesina, della Coordinadora Continental Bolivariana, dell’Incontro Cono Sur e delle altre esperienze di articolazione a livello latinoamericano.
 
Da parte della Coordinadora Continental Bolivariana esiste una proposta di creare il Movimento Bolivariano. Come valuta questa iniziativa?
 
Credo che è una proposta interessante. Può aiutare a confluire nel gran torrente della lotta contro i potenti del nord, perché il nuovo governo di Obama continuerà a schiacciare e dominare i nostri popoli. Dobbiamo prepararci ad affrontare un impero con una faccia “multiculturale”, presidente nero, generali gay, torturatori donne… Costruire un movimento bolivariano dove convergano diverse istanze rivoluzionarie può essere un passo importante verso l’unità antimperialista continentale.
 
Cosa ne pensi di instituire il 26 di marzo come giorno universale del diritto alla ribellione armata?
 
Se non ricordo male questa data è stata scelta per la morte del comandante Manuel Marulanda Velez. Credo che sia una buona scelta. Ricordiamoci che l’8 marzo fu scelto dalla rivoluzionaria comunista Clara Zetkin come giorno universale delle donne. Auguriamoci che anche questa nuova data si trasformi nel tempo in una data emblematica…
 
Cosa ti dicono questi tre nomi: Bolivar, Marulanda e Che?
 
I tre sintetizzano la storia della nostra America. Bolivar, insieme a San Martin, Tupac Amaru, Bartolina Sisa e Toussaint de Louverture, senza dimenticarci di Artigas, Mariano Moreno né di Manuel Rodriguez tra i moltissimi altri, rappresenta il momento della prima indipendenza americana. Il Che sintetizzò il momento più alto, a livello mondiale, della rivolta per la seconda indipendenza. Manuel Marulanda, tanto demonizzato, così ingiustamente “dimenticato”, però allo stesso tempo tanto ammirato dai suoi compagni e compagne, è il nome che ha sintetizzato la continuità della lotta rivoluzionaria del Che, nelle fasi del neoliberalismo, postmodernismo, socialdemocrazia e controrivoluzione “democratica”. Tutti questi nomi sono di grandi maestri, specchi nei quali dovranno guardarsi le nuove generazioni di giovani rivoluzionari. Nessuno di loro tre è morto. Tutti sono vivi, ci accompagnano giorno per giorno nelle nuove rivoluzioni del XXI secolo per la Patria Grande, la lotta antimperialista, il nuovo uomo, la nuova donna e il socialismo.
 
[traduzione Circolo Bolivariano José Carlos Mariategui – Napoli]