www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 02-04-09 - n. 268

da Oltre Confine - Newsletter settimanale del Dipartimento Esteri del PdCI
 
Crisi e geopolitica
 
relazione di Marco Zoboli al convegno del PdCI di Modena su “Crisi di capitale, crisi di sistema: genesi, sviluppo, prospettive. La risposta dei comunisti”
 
L’attuale crisi economica che sta travolgendo l’economia mondiale, non è, come appare dai media, caduta dal cielo, e soprattutto non è nata in questo ultimo periodo, ne tanto meno è il frutto delle bolle speculative della finanza mondiale; quest’ultime sono semmai uno degli effetti dell’attuale crisi di sovrapproduzione di capitale assoluto. La crisi economica è parte integrante del sistema capitalista, dalla sua nascita ciclicamente la crisi si materializza quando l’accumulo di capitale non trova sbocchi per la sua valorizzazione, e questo processo non è iniziato oggi ma negli anni settanta. E’ a metà degli anni settanta che il capitalismo mondiale ha perso la sua spinta propulsiva iniziata nel dopoguerra e ha iniziato la sua fase discendente; a differenza delle crisi precedenti ha potuto godere di infrastrutture di controllo, nate con lo scopo di difendere gli interessi del capitale e controllarne e regolarne l’implosione, ritardandola e allontanandola per quanto possibile, stiamo parlando delle cosiddette forze antitetiche di unità sociale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale…
 
Queste sovrastrutture hanno ritardato il tracollo del sistema capitalista, che ora inevitabilmente si presenta e si presenterà più violento e più drammatico di quanto la storia ci ricordi. La crisi del 29 si manifestò sotto le vesti di una crisi di sovrapproduzione di merci, e richiese un conflitto mondiale per il suo superamento, l’attuale crisi, di sovrapproduzione di capitale assoluto, indicatore della fase senile del capitalismo, dopo aver prodotto conflitti regionali può condurre l’umanità a un conflitto su scala globale che metterà in seria discussione la sua stessa esistenza. Uno spartiacque nella storia recente lo rappresenta sicuramente l’11 settembre, che noi comunisti ricordiamo non come l’attacco del fondamentalismo islamico a zio Sam, ma come il golpe con cui i neocons hanno legittimato i brogli elettorali che hanno condotto alla presidenza degli stati Uniti d’America il presidente Bush, eletto non dalle urne ma da tre su cinque giudici della Corte Suprema che hanno interrotto il riconteggio dei voti.
 
L’11 settembre rappresenta la mobilitazione reazionaria con cui i neocons hanno aperto la fase imperialista diretta, la fase in cui l’imperialismo nordamericano scende in campo con tutta la sua violenza e arroganza nel tentativo di imporre con conflitti regionali l’idea di unipolarità verso le potenze emergenti che stanno guadagnando terreno e proprie aree di egemonia. La guerra in Afghanistan non serviva ad abbattere il regime dei talebani per portavi il proprio modello di democrazia ma rientrava in un piano di accerchiamento e di pressione politicomilitare verso la Cina e la Russia; la cui risposta non si è fatta attendere, a pochi mesi dal conflitto nasce l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS) i cui membri (Russia, Cina, Kaz, Kir. Tag. e dal 2005 Uz), danno vita a un’alleanza dichiaratamente politico militare a contro altare della NATO.
 
L’amministrazione Bush, e i poteri economici legati alla cordata neocons hanno ulteriormente impresso, con l’invasione dell’Irak, una marcia diretta alla destabilizzazione dell’area mediorientale, per arginare e controllare la crescente influenza di potenze regionali quali l’Iran e impedire l’uso dell’arma di distruzione di massa irakena che Saddam voleva utilizzare contro gli Stati Uniti, arma non chimica, ma economica; parliamo della minaccia di abbandonare il dollaro come divisa unica nelle transazioni economiche internazionali sui prodotti energetici. Va ricordato che questi conflitti, se da un lato hanno mostrato al mondo che gli Stati Uniti sono disposti ad utilizzare tutti i mezzi necessari al mantenimento della propria egemonia politico-militare, dall’altro hanno mostrato tutte le debolezze e le contraddizioni di un impero in decadentismo; impero tuttora pericoloso e aggressivo ma incapace di gestire la propria egemonia a livello globale. L’allargamento della NATO a est e la minaccia dello scudo spaziale in Polonia in chiave anti-russa, sono un altro capitolo dello sbandamento dell’egemonia politico militare statunitense, la guerra in Ossezia del Sud dell’agosto passato sancisce la reazione della Russia alle provocazioni atlantiste; la nascita delle due repubbliche dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia marcano il territorio e ridisegnano i nuovi limes nel Caucaso.
 
Nel conflitto con la Georgia gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo di non essere più in grado di difendere e tutelare i propri alleati, non a caso nei mesi successivi abbiamo assistito ad un avvicinamento a Mosca di altre Repubbliche caucasiche quali l’Armenia e l’Azerbaijan. Queste repubbliche, oltretutto, sono appena entrate nel Trattato di Difesa Collettivo che lega le ex repubbliche sovietiche in un’alleanza di difesa militare missilistica la cui punta di diamante è rappresentata dalla Repubblica ex sovietica della Bielorussia.
 
Ciò che è avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Obama a presidente non è un nuovo corso nella politica estera, non cambierà se non formalmente, la conferma di Robert Gates, repubblicano, a capo del Pentagono lo dimostra ampiamente; assistiamo con Obama alla razionalizzazione delle risorse, non più forza ostentata, ma forza finalizzata e ottimizzata.
 
Rimane centrale il posizionamento dell’Afghanistan; l’ulteriore invio di un contingente di 60.000 uomini coincide con la chiusura della base militare statunitense di Manas in Kirgighistan, membro dell’OSC, e con la nascita dela forza d’intervento rapido di 20.000 paracadutisti in seno all’OCS stesso. Nel mese di luglio a Ekaterimburgo avverrà il vertice dei paesi dell’OCS, in quel vertice verrà sancita l’entrata a pieno titolo della potenza iraniana; questa alleanza, in gestazione in verità già da molto tempo, sposterà ulteriormente gli equilibri geopolitici. E se stessimo parlando di fantapolitica , non si capirebbe perché il Ministro degli Esteri russo Lavrov si riunisce periodicamente con il suo omologo iraniano Katami prevalentemente sull’adeguamento della forza militare iraniana ai canoni stabiliti per i membri dell’OCS.
 
La nuova amministrazione degli Stati Uniti, conscia degli attuali rapporti di forza e dei nuovi equilibri che si stanno ridisegnando su scala planetaria sta lavorando verso il rilancio della NATO, che dovrebbe, seguendo un nuovo indirizzo e sulle basi di un diverso equilibrio più favorevole agli alleati europei, abbandonare la sua natura di alleanza difensiva e adottare quella di strumento offensivo in grado di operare in ogni parte del mondo, significa in soldoni che il nuovo equilibrio trovato in seno ai paesi NATO con il reintegro della Francia di Sarkozy nel Comando Generale dopo 33 anni di assenza, sarà uno strumento militare sempre più aggressivo e orientato ad assolvere il compito di esercito per conto dell’imperialismo statunitense e dell’Europa reazionaria di oggi; ovviamente i paesi occidentali nel caso in cui i rapporti di forza cambiassero ulteriormente potrebbero pensare di smarcarsi e ricercare una propria autonomia all’insegna di una politica di alleanze alternativa a quella attuale.
 
Il quadro geopolitico, per farla breve, sta mutando e velocemente, la crisi conduce a nuovi equilibri e nuovi rapporti di forza che sfocieranno inevitabilmente in conflitti regionali laddove gli anelli della catena delle alleanze risulteranno più deboli.
 
Oggi 16 marzo 2009, in Salvador è stato eletto presidente Manuel Funes, segretario del Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale (FMLN), organizzazione marxista leninista che dopo vent’anni di lotta armata e altrettanti di opposizione parlamentare a seguito del processo di pacificazione, prende le redini del paese più povero e più soggiogato storicamente ai dictat di Washington. Il Salvador oggi è la conferma che quel processo di liberazione continentale iniziato da Cuba nel 59’ oggi è più attuale che mai, è la riprova che la crisi mondiale apre spazi di mobilitazione rivoluzionaria e che stanno avvenendo concretamente. Un’intero continente oggi parla di socialismo e lo pratica, un’intero continente parla del Socialismo del XXI secolo, e sta avviando un processo d’integrazione regionale a velocità diversificata che abbraccia non solo gli aspetti dell’economia ma della politica e del sociale. La nazionalizzazione delle imprese private non è più tabù. I diritti civili e sociali vengono estesi a fasce sempre più vaste della popolazione latinoamericana a differenza della contrazione in materia di welfare e di diritto al lavoro cui assistiamo quotidianamente nel nostro paese. Ciò che sta avvenendo in America Latina, non è un qualcosa di unico, anche in molti paesi asiatici sta avvenendo un qualcosa di analogo, una forte ripresa della lotta di classe e la rinascita di movimenti socialisti e comunisti.
 
Nel Nepal oggi i comunisti, per la prima volta nella storia del paese, sono alla direzione di un processo di socialismo nuovo, endogeno. Dobbiamo essere coscienti che il mondo sta reagendo all’attuale crisi capitalista, il decadentismo della sinistra nei paesi occidentali ha ragioni storiche, precise responsabilità che vanno ricercate nell’accetazione e nell’omologazione al sistema capitalista. La crisi non lascia spazi di agibilità alla socialdemocrazia. O l’annulla o la conduce su posizioni reazionarie. Oggi, noi, per quanto piccoli rappresentiamo lo zoccolo dal quale ripartire, l’unità dei comunisti rappresenta un processo strategico per un rilancio dell’altrettanto strategica unità della sinistra. Ma l’unità la dobbiamo conquistare unendo per prima il filo rosso che lega i comunisti nel nostro paese, e l’unità della sinistra non deve essere una sommatoria di ceti politici, ma quel valore aggiunto cui solo l’unità delle lotte conduce.
 
La mobilitazione rivoluzionaria non è frutto delle analisi dei problemi e della crisi, ma dall’attendibilità delle risposte, nella loro concretezza, cui i comunisti, come avanguardia organizzata sono tenuti dare. La fiducia delle masse popolari va guadagnata, e noi dobbiamo essere all’altezza di meritarla.