www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 14-03-10 - n. 310

da www.rebelion.org 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Il velo sul capo e la benda sugli occhi
 
Agustín Villoso
 
02/03/2010
 
Un’importante problema spagnolo: l'abbigliamento delle donne nei paesi musulmani
 
La stampa nazionale continua ad offrire spesso articoli di opinione e lettere al direttore, sull'argomento "velo".
 
Sembra che questo capo d'abbigliamento si sia trasformato, per la società occidentale dove il suo uso è appena percettibile, in un problema nonostante, curiosamente, non lo sia dove è invece molto usato. La cosa certa è che questo capo d'abbigliamento tanto insignificante, oltre a coprire la testa delle donne musulmane serve ad occultare la situazione delle donne spagnole. 
Ma possibile che tutti i giornalisti e gli scrittori abbiano meno di cinquanta anni? Perché se non è così, non costerà loro niente riconoscere le proprie madri nella fotografia:
 
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Questa fotografia e quelle che seguono (prese da http://www.alicantevivo.org/ e da http://castropol.blogia.com/temas/fiestas-y-procesiones.php) rappresentano atti quotidiani della Spagna del 1950 e 1960, benché a guardarle oggi, sembri passata un’eternità.
Sulle pareti non affiggiamo più la foto della famiglia del paese, ma il poster di New York o dei Simpsons, così ci siamo dimenticati chi era e come vestiva nostra madre.
 
(…)
 
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Che cosa si vede qui? Solo donne e tutte con velo. Chissà cosa si sarebbe inventato allora l'ISAF (International Security Assistance Force) per liberarle con le bombe e restituir loro i propri diritti con i missili lanciati dagli aerei senza pilota. Non si rendevano conto che una religione integralista le separava dagli uomini e le riduceva ad automi che ripetono un rituale insensato?
Ora tutte in piedi, ora in ginocchio, ora sedute, ora dicono quello che vien detto loro di dire, ora devono tacere.
 
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Nelle processioni il velo nero era sempre al suo posto e anche le tenere creature sfilavano caricate del peso, coperte dalla testa ai piedi, con l'unica differenza nel colore del velo, bianco. Poverette!
Senza la necessità di crociate conservatrici né operazioni di pace della sinistra, i veli hanno continuato a diminuire nella loro quantità e nel loro essere indossati sempre, come il resto dei vestiti, fino ai nostri giorni.
Tuttavia, nei paesi, rimane un gruppo di irriducibili in grave pericolo di estinzione: le anziane il cui nero dell’abbigliamento afferma la loro sfortuna e proclama senza parole che sono vedove.
Impressionante tradizione.
 
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L'uso del velo in Spagna: tradizione e religione
 
Sono solamente alcune poche efferate estremiste della tradizione che usano ancora il velo nero in Spagna?
No, ci sono anche quelle che coprono tutto il corpo salvo il viso e le mani ma, a differenza delle altre, neanche escono di casa, non si interfacciano con gli uomini e non ricevono visite senza il permesso di un superiore.
Secondo i dati dell'Università di Navarra, il numero di suore contemplative in Spagna supera le 13.000 unità.
Queste non si nascondono al mondo dietro un velo di stoffa, bensì dietro un muro di ferro e pietra.
È uno stile di vita che adottano volontariamente per l'ideale religioso e ciò basta a che gli altri rispettino questa decisione, per strana che sembri.
 
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Ma allora perché quello che vale per la religione cattolica, non vale per quella musulmana?
Perché ci sono sempre di più donne nate nella seconda metà del XX secolo nei paesi occidentali, che portano il velo?
Perché a quanto pare aumenta il numero di donne che entrano in questi ordini, mentre diminuisce altrove?
Nell'edizione della domenica del 21 febbraio, la rubrica di opinione de El País, ha pubblicato un articolo a favore della legge del burqa francese, firmato da Bernard-Henri Lévy.
Egli sostiene in primo luogo che la "servitù volontaria non è un buon argomento; lo schiavo, la schiava, felice non giustifica l'infamia inerente, essenziale, ontologica, della schiavitù".
 
Oltre al fatto che l'autore omette la non piccola differenza tra lo schiavo obbligato e quello "felice" (che ha già esercitato la propria libertà, scegliendo), non sembra percepire che la sua opinione sullo schiavitú femminile sia una lama a doppio taglio: deve proibirsi legalmente la schiavitú delle donne che vivono prigioniere dietro il burqa in sottomissione ad un uomo, dimenticando quella per la quale altre donne vivono prigioniere dietro il muro del convento, per sottomissione a Dio?
 
Se quello che conta è non avere contatti con gli uomini e mettere la propria volontà nelle mani di un altro essere, le suore superano di molto quelle col velo.
 
Le donne che usano volontariamente un capo d'abbigliamento che copre loro il viso, saranno liete del fatto che il giornalista fornisca loro una ragione per cui non dovrebbero farlo, mentre le suore dominicane di clausura affermano la loro regola in questo modo:
"con la nostra vita di preghiera, di silenzio e di penitenza, testimoniamo che Dio esiste. Scegliamo in piena libertà uno stile di vita nel quale ci dedichiamo in modo esclusivo a Gesù Cristo ed alle cose celesti." (dal sito delle suore domenicane di Segovia).
Che cosa significa quella dedizione esclusiva? Che cosa fanno le suore contemplative nella loro vita quotidiana senza nessun contatto con il sesso opposto?
"Studiamo la parola di Dio, preghiamo, lavoriamo e viviamo in comunità con le nostre sorelle. Viviamo dentro il Monastero, unanimi nel Signore".
 
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Lodato sia il Signore!
 
Bene per le suore e male per i bar, i giovani da marito e forse anche per i loro parenti.
Ogni persona adulta sceglie ciò che gli sembra bene e se lo desidera, può dedicargli liberamente 24 ore al giorno per tutta la sua vita, con disprezzo per tutto il resto: famiglia, professione, amore, beni, piaceri, ciò che una volta era chiamato "il diavolo, il mondo e la carne."
 
Il giornalista sostiene quindi la rimozione forzata del burqa, malgrado ammetta che in Francia non ci sono più di alcune centinaia di donne che l'usano, si pensa che siano circa cinquecento donne in un paese di 66 milioni di abitanti:
"anche se ci fosse un'unica donna in Francia prigioniera, bisognerebbe liberarla."
 
Abramo pregò Iavé che non distruggesse Sodoma perché avrebbero potuto esserci 50 giusti in lei e nello stesso modo in cui manifestò il suo amore per i giusti, osò chiedergli clemenza per la città anche se ci fossero stati solamente dieci giusti, al che Iavè accettò.
 
Né la piuma di Bernard-Henri Lévy, né ovviamente i missili di Obama ed i suoi alleati, hanno accettato di perdonare l'Afghanistan intero pur di liberare le donne dal loro burqa.
Il fatto che Bernard-Henri Lévy faccia valere il suo affanno liberatore delle donne dal burka dalla retroguardia dell'esercito che bombarda indiscriminatamente le famiglie in Afghanistan, lo svilisce come portatore di valori umani di cui si ha alta opinione. Questo perfino se i suoi argomenti avessero sufficientemente peso da prestar loro attenzione.
 
Femminismo politicamente corretto e velo
 
Alcuni cittadini si oppongono indistintamente al velo ed al burqa.
Il 24 febbraio su El Paìs, una lettrice scrive alla rubrica lettere al direttore: La "mia esperienza di lavoro in un paese musulmano è che il velo è parte di un modo di vestire, di vivere e di capire la religione che relega la donna in secondo piano, subordinandola al mondo maschile".
 
Questo ragionamento semplice, fatto da una donna spagnola che ha raccontato la propria esperienza in un paese musulmano, è più interessante ed attraente che quello di un filosofo idealista: il velo è un elemento di una cultura, con uno stile di vita e pratica religiosa, che promuove machismo.
 
Con queste parole si può dire che questa donna sia una femminista, ma non posso condividere il suo concetto di femminismo.
Aggiunge che nei paesi musulmani "la pressione sociale (affinchè le donne lo usino) è molto forte", mentre in Europa " vi è una certa riluttanza a costumi, simboli e concetti sepolti molto tempo fa, dopo decenni di lotta per l'uguaglianza".
 
Vediamo, allora, che cosa può insegnare il paese nel quale vive la lettrice al paese dove le donne sono subordinate al mondo maschile:
nell'ambito lavorativo i dati, dell’Instituto de la Mujer (Ministero dell’Uguaglianza di Spagna) riferiti al 2009, segnalano che "il salario maschile è superiore a quello femminile in tutti i casi, indipendentemente delle caratteristiche personali, lavorative e di impresa che si considerino. La differenza salariale raggiunge i 2,11 euro per ora lavorata, un 18%".
 
Uno studio dell'Università Autònoma di Barcellona indica come causa la discriminazione per ragione di "genere" il fatto che "le donne hanno meno posizioni di comando che gli uomini nei loro impieghi e la loro presenza è più diffusa nelle aziende con meno lavoratori, dove la produttività è più bassa e di conseguenza, anche gli stipendi ".
 
Nella ripartizione dei carichi familiari, una relazione del Consiglio Economico e Sociale, CES, sottolinea le difficoltà che le donne hanno nella conciliazione della vita lavorativa e familiare e che, in Spagna, i problemi legati al lavoro di cura si risolvono a scapito del lavoro e del tempo delle donne, soprattutto quelle meno istruite, senza impiego e di bassa classe sociale.
 
Il velo musulmano preoccupa talmente tanto la nostra lettrice dal trattenerla nel riflettere che lo strumento di controllo maschile più efficace sulle donne non si trova nei vestiti, bensì nell'organizzazione sociale e familiare favorevole all'uomo.
 
Secondo l’Istituto de la Mujere, "le donne inattive che non cercano impiego lo fanno principalmente perché devono occuparsi di bambini, anziani, malati o disabili".
 
Il tasso di attività delle donne sposate si situa nel 47,80%, mentre quella degli uomini è del 68,60%. i dati mostrano una relazione diretta tra lo stato civile e l'attività nelle donne. Ma si sappia che "nell'anno 2007, il 98,44% delle donne con contratto a tempo parziale si trovano in questa situazione perché devono garantire la cura di bambini o adulti malati o inabili. Il 93,80% preferisce fare la metà della giornata lavorativa a causa degli obblighi familiari o personali".
 
E' vero, in Spagna il velo si mette solo per arrivare fino all'altare, dove ci si lega con catene che durano fino alla morte se il divorzio non le spezza prima.
 
Quello che però succede nel domicilio coniugale è questo: "secondo l’inchiesta sui tempi ed il lavoro dell'INE (Istituto Nazionale di Statistica di Spagna - dati del 2002 -2003) il 92,2% delle donne dedicano 4 ore e 45 minuti giornalieri alla cura della casa e dei propri familiari. Il 69,6% degli uomini dedica solamente 2 ore e 4 minuti giornalieri."
 
Ed il machismo spagnolo è solamente pesante o anche violento?
 
"I tribunali spagnoli hanno ricevuto 35.270 denunce per violenza di genere tra luglio e settembre 2009". Se non ci sono variazioni importanti, si prevede che nel 2010 si arrivi alle 150.000 denunce.
 
Un articolo pubblicato sulla Gazzetta Sanitaria (organo di espressione della Società Spagnola della Salute Pubblica e Amministrazione Sanitaria) dice che tali atti di violenza non sono il risultato di casi inspiegabili di devianza e patologia. Si tratta di una pratica imparata, cosciente ed orientata, prodotto di un'organizzazione sociale strutturata sulla base della disuguaglianza tra uomini e donne.
 
Se a questo si collegano i dati relativi alla prostituzione, al traffico ed alla tratta ed all'immagine delle donne come oggetti sessuali nella pubblicità e per estensione nell'ideologia sociale di buona parte della popolazione, si può giustamente supporre che la lettrice abbia un po’ idealizzato la situazione della donna in Spagna.
 
La relazione del documento sulla prostituzione nel nostro paese, Cortes 2007, afferma che "la prostituzione ha un forte differenziale di genere, poiché coloro che vi ricorrono sono in maggioranza uomini, un totale del 99,7%".
 
Probabilmente la lettrice de El Paìs che si sente tanto soddisfatta per la pubblicazione della sua lettera al direttore, non sa che anche il giornale più diffuso di quel paese ha cinque milioni di euro annui di entrate grazie agli annunci di pubblicità sessuale, sulla sua rubrica dei contatti.
 
Crede la nostra lettrice che questo panorama collochi la Spagna moderna, democratica, civilizzata, "dopo decenni di lotta per l'uguaglianza", con una buona dose di ministri di sinistra ed un presidente che sente a colazione i discorsi degli Stati Uniti, tra le nazioni più indicate per dare lezioni sulla liberazione della donna musulmana o di un'altra religione?
 
Il programma di lavoro del femminismo
  
Sarebbe ora di discutere con la nostra lettrice sulle differenti "forme di vestire, di vivere e di intendere la religione" del paese musulmano che la Spagna dice di conoscere.
 
Tuttavia, il ruolo prezioso che lei e molte altre persone, attraverso il lavoro educativo accennato all’inizio, attribuiscono ad un elemento come il velo in quanto simbolo di subordinazione delle donne verso gli uomini, inevitabilmente sposta l’attenzione sul significato che diamo in occidente ad altrettanti piccoli elementi usati dalla donna occidentale e, naturalmente, spagnola.
 
Per caso non soffre anche questa di una forte pressione sociale per portarli?
 
Non è vero che la pubblicità, la televisione, i film e la moda, i designer, hanno almeno qui la stessa forza di controllo di quella che hanno altri canali in altre società?
 
Se si crede che il velo musulmano subordina la donna all'uomo, davvero non alberga nessun dubbio nell'esibizione del tanga, l'uso del reggiseno imbottito, dei tacchi a spillo, dei vestiti attillati, delle taglie piccole, senza parlare della chirurgia estetica al seno, alle labbra, etc.?
 
Si sottomette più all'uomo la donna che usa il velo fuori di casa e se lo toglie quando sta con suo marito nella casa o quella che mostra la sua biancheria intima agli estranei che per questo l’ammirano? Quale ragione c’è da trovare, per spiegare questa fotografia?
 
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Alcuni donne spagnole si sono liberate molto. Tanto che oggi giorno si vestono come le prostitute non osavano farlo pochi decenni fa, le stesse per le quali la nostra lettrice dice che si è lottato per ottenere la loro liberazione.
 
Tuttavia, oltre alla pelle non hanno molto da insegnare sulla liberazione delle donne che, con velo o senza, stanno oggi giorno in prima linea nella resistenza contro l'imperialismo, il capitalismo ed il machismo.
 
Chi si crede sia più libera: la donna palestinese con il velo imprigionata in Israele per aver lottato contro l'occupazione o la soldatessa israeliana che posa seducente nella biancheria intima dopo avere arrestato quella palestinese?
 
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Come si può credere che si debba lottare contro la subordinazione della donna in questo anno 2010: vedendo una telenovela hard, un "reality show" sugli scandali da letto, una rivista con celebrità femminili, assistendo ad una sfilata di moda sexy?
 
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Considerando i programmi televisivi con maggior odience, le riviste rosa di grande diffusione ed i dati circa le problematiche della popolazione femminile spagnola ed occidentale, si può affermare che c’è molto più lavoro qui per togliere la benda dagli occhi, che per eliminare il velo usato in altri paesi.
 
Se si confronta il danno che causa apparentemente il velo tra le donne che vivono in Iraq, Afghanistan, Libano e Palestina, con le sofferenze che patiscono le stesse sotto l'aggressione e l'occupazione delle potenze occidentali, con la collaborazione della Spagna di sinistra e femminista, converrebbe domandare alle madri palestinesi - come questa della fotografia qui sotto che assisteste impotente all'assassinio di suo figlio dopo l'intervento dell'esercito israeliano - se quello che più desidera è ricevere una filippica sul suo tradizionale abbigliamento da parte di alcune femministe europee o se forse preferisce che continuino a mostrare le mutande nella propria terra e la lascino in pace.
 
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