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- osservatorio - mondo - politica e società - 12-12-10 - n. 344
da www.contropiano.org/Documenti/2010/Dicembre10/13-12-10Cancun.htm
Cancùn: un successo transitorio per i poli egemonici del capitale
di Domenico Vasapollo
La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (più comunemente detta Conferenza delle Parti), non fa neanche più notizia. Con pochissima attenzione dei giornali e quella quasi nulla delle televisioni, si è svolta dal 29 novembre al 10 dicembre a Cancun, in Messico, la Conferenza delle Parti o COP16. Quasi come se si fosse stabilito, e forse è proprio così, di tenere tutto in sordina.
Ormai, più di quanto lo è stata in passato, è soltanto una partita a scacchi delle diplomazie.
Se qualcuno si era illuso che i governi potessero trovare reali soluzioni hai problemi ambientali del pianeta e al repentino cambio climatico evidente in questi ultimi 50 anni, non può far altro che prendere atto del suo totale fallimento. La Conferenza, dopo sedici edizioni, è stata capace soltanto di produrre, di significativamente rilevante, il protocollo di Kyoto nella sua terza edizione (la COP3 del 1997) il quale, nonostante tutti i suoi limiti e le sue storture, aveva comunque segnato un primo passo, imponendo parametri vincolanti nella riduzione di gas inquinanti responsabili dei cambi climatici.
Anche quella di Cancun come quella dello scorso anno a Copenhagen, solo per citare le più recenti, si è chiusa sostanzialmente con un nulla di fatto.
Nel cosiddetto “Accordo di Copenaghen” infatti si permette ai paesi sviluppati di essere loro stessi a poter decidere le riduzioni dei gas effetto serra ricorrendo ad impegni volontari ed individuali e non vincolanti, e anziché porre le basi per una rielaborazione del Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012, ha sancito l’inizio per la sua definitiva morte. Copenaghen aveva l’obiettivo anche di rendere più accessibili le tecnologie pulite ai Paesi in via di sviluppo, nonché come evitare gli effetti della deforestazione e ridurre la tendenza al calo delle riserve forestali in alcune zone. Su tutto questo non si è raggiunto nessun accordo vincolante, ma solo un generico intento sulla necessità di limitare l’aumento delle temperature di massimo 2 gradi centigradi.
Lo stesso identico scenario si è ripetuto a Cancun, anche se con un importante fattore rilevante di novità: il capitalismo mondiale ha imposto con maggiore forza la continuazione della sussunzione della natura e l'esclusione dei paesi in via di sviluppo da qualunque decisione, per continuare invece a considerarli terreno dell’affermazione imperialista dei poli egemonici del capitale.
Questa volta però non proprio tutto è andato liscio, come Europa e USA avrebbero voluto. A rompergli le uova nel paniere ci sono stati i cosiddetti paesi del BASIC (Brasile, Sud Africa, India, Cina), cioè quei paesi in via di sviluppo che stanno vedendo in questi ultimi anni una veloce e significativa crescita e che quindi potrebbero mettere in discussione, e anche in crisi, i poli imperialisti di Europa e USA.
La Cina infatti, durante i giorni della Conferenza, ha ribadito il proprio impegno a un taglio volontario vincolante delle emissioni purché ci sia un quadro vincolante per tutti, chiedendo agli Stati Uniti un impegno significativo nella stessa direzione. Va ricordato che gli Sati Uniti, nonostante sia il maggior responsabile al mondo dell'immissione in atmosfera dei gas inquinanti responsabile dei cambi climatici con più del 36% delle immissioni totali, è l'unico paese che tra quelli industrializzati ai quali venivano chiesti impegni vincolanti, dopo tredici anni dalla sua sottoscrizione e a due anni dalla sua scadenza, non ha ancora ratificato il Protocollo di Kyoto.
L'intero gruppo BASIC, durante la conferenza, ha fatto una dichiarazione formale unitaria, ponendo tre punti non negoziabili: un secondo periodo di impegno del protocollo di Kyoto dopo il 2012, accelerare i meccanismi finanziari a favore dei paesi in via di sviluppo, la necessita di avviare un meccanismo di trasferimento tecnologico che sia efficace. Ha dichiarato inoltre che nessun accordo potrà essere possibile senza gli USA, sottolineando che gli Sati Uniti sicuramente possono fare meglio di ciò che si sono dichiarati disponibili a fare, cioè ridurre le proprie emissioni del 17% rispetto al 2005, il che è pari a una riduzione di appena il 4% rispetto al 1990, anno base per le trattative, rilanciando così la patata bollente ad Obama.
Nello scontro tra i poli egemonici del capitale, quello nord americano e quello europeo, quest'ultimo paventa la proposta di usare anche nella "finanza climatica" la proposta fatta da Nicolas Sarkozy in altri ambiti, cioè la tassa sulle transizioni finanziarie, proposta assolutamente indigeribile per Wall Street.
L'Italia, con il suo Governo, fa la sua particina, degna della borghesia "primordiale" che rappresenta. La Ministro Prestigiacomo ha partecipato alla Conferenza di Cancun con un ruolo coerente con la dichiarazione che aveva rilasciato al termine del Major Economies Fosrum su energia e clima di Roma del luglio scorso, preannunciando così il proprio contributo per l'ottenimento del fallimento di Cancun:"tutti devono capire che i tempi non sono maturi per un accordo globale sul clima. Bisognerà avvicinare le posizioni e a Cancun si lavorerà per definire l'architettura di un futuro accordo che potrà essere concluso nella riunione successiva''.
A fronte di questo scontro tra Europa e Stati Uniti, le pressioni di Brasile, Sud Africa, India e Cina, le rivendicazioni dei propri diritti dei paesi in via di sviluppo, le istanze dei movimenti sociali, l'accordo uscito da Cancun è decisamente al ribasso, sostanzialmente non decidendo nulla di concreto e vincolante, anzi determinando una situazione di maggior dominio del Modo di Produzione Capitalista nel tentativo di uscire dalla sua crisi. Nelle sue 32 pagine infatti, l'accordo di Cancun, sostanzialmente fa una generica dichiarazione secondo cui il protocollo di Kyoto deve continuare dopo la sua scadenza del 2012. Si indica la necessità di "azioni urgenti" per evitare l'innalzamento delle temperature di due gradi Celsius, ma senza individuare obiettivi precisi e vincolanti delle riduzione di gas serra.
Il testo si limita ad esortare i paesi ad "aumentare le proprie ambizioni" e si chiede agli scienziati (quali scienziati?) di verificare se si dovrà abbassare l'obiettivo sulle temperature ad 1,5 gradi. Si parla della necessità di impegnare subito 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2013 e successivamente di mobilitare 100 miliardi di dollari l'anno, fino al 2020, in favore dei paesi in via di sviluppo che serviranno per aiutarli ad ottenere tecnologie di energia pulita per tagliare le proprie emissioni di gas serra. Questo attraverso un nuovo organismo internazionale chiamato Green Climate Fund. Necessità e non certezza, mobilitare e non stanziare, ma sopratutto senza precisare da dove si reperiranno questi fondi e chi li gestirà. La Banca Mondiale? Aumentando quindi il debito dei paesi in via di sviluppo? E da chi otterranno queste tecnologie? Dalle imprese occidentali che, oltre quindi a fare affari, otterranno crediti di immissione per i propri paesi?
La Bolivia, con un atto forte e coerente, è stato l'unico paese a ha votare contro questo accordo. Pablo Solon, il capo delegazione boliviano, ha dichiarato: “Se questo testo fosse stato un passo in avanti, anche piccolo, lo avremmo approvato. Ma in realtà è un passo indietro” e ha aggiunto "i delegati qui a Cancun non hanno minimamente idea di cosa significhi essere vittima del cambiamento del clima. Le nazioni ricche non hanno offerto niente di nuovo sul taglio delle emissioni o le finanze e cercano tutte le scappatoie possibili".
Ovviamente Europa e Stati Uniti parlano dell'esito di Cancun in termini positivi.
"L'Unione europea è venuta a Cancun con la speranza di arrivare a soluzioni equilibrate - ha detto il Commissario europeo per il clima Connie Hedegaard - ci siamo riusciti".
"Quello che abbiamo ora è un testo che, pur non essendo perfetto, è certamente una buona base per andare avanti", ha detto il capo negoziatore statunitense Todd Stern. Certo, per loro è stato senz'altro un successo.
In tutto questo i popoli del mondo non possono aspettare i giochi della diplomazia, sopratutto non possono sottostare agli esiti delle decisioni o degli scontri dei poli imperialisti che impongono ancora una volta il volere del capitale.
Il Modo di Produzione Capitalista, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dell’organizzazione sociale e politica, sta manifestando, forse come mai successo prima, le sue più acute contraddizioni all'interno della sua crisi sistemica. Tra queste, quelle generate tra il capitale e la natura sono decisamente tra le più eclatanti e caratterizzano fortemente il conflitto capitale-natura-lavoro.
Il capitalismo non solo include la natura, ma anche la subordina ai disegni della produzione del plusvalore e della valorizzazione del capitale.
La posta in gioco, nella partita tra interessi del capitale e quelli dell'Umanità, è alta.
Pere questo è importante imporre alcuni risultati politici:
- sono i paesi sviluppati e il capitalismo i responsabili storici e attuali dei disastri ambientali, spetta a loro la soluzione dei problemi;
- decolonizzazione dell’atmosfera dei paesi sviluppati e del capitalismo attraverso la riduzione e l’assorbimento delle loro emissioni;
- i paesi sviluppati e il capitalismo assumano i costi e il bisogno di trasferimento tecnologico dei paesi in via di sviluppo per la perdita delle opportunità di sviluppo, derivanti dal vivere in uno spazio atmosferico ristretto;
- i paesi sviluppati e il capitalismo si rendano responsabili delle centinaia di milioni di persone che dovranno migrare a causa del cambiamento climatico da loro provocato ed eliminino le proprie politiche restrittive in materia di migrazione, offrendo ai migranti una vita dignitosa e con tutti i diritti nei loro paesi;
- i paesi sviluppati e il capitalismo assumano il debito di adattamento legato agli impatti del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo;
- eliminazione di tutte le forme di colonialismo, imperialismo ed interventismo;
Per questo bisogna riproporre con forza le proposte emerse dalla Conferenza Mondiale dei Popoli su Clima e Diritti della Madre Terra dell'aprile scorso a Cochabamba:
- approvare la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra davanti all'Assemblea delle Nazioni Unite;
- istituire un Tribunale Internazionale per la Giustizia Climatica ed Ambientale;
- indire un Referendum mondiale sul cambiamento climatico;
- eliminare tutti i meccanismi di commercio sui cambiamenti climatici, come i crediti di emissione e i crediti forestali;
- costituire un Fondo di Adattamento per affrontare il cambiamento climatico come parte di un meccanismo finanziario amministrato e gestito in maniera sovrana, trasparente ed imparziale dai paesi in via di sviluppo.
I movimenti sociali, i paesi in via di sviluppo, i popoli del mondo a questo punto devono assumere un ruolo decisivo, indipendentemente dalla Conferenza del prossimo anno in Sud Africa.
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