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- osservatorio - mondo - politica e società - 16-01-12 - n. 392
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Vertice di Durban: "capitalismo sempre più verde"
11/01/2012
Si salveranno i mercati e non il clima. Così possiamo riassumere le nostre constatazioni sulla 17° Conferenza delle Parti (COP17) della Convenzione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) che si è svolta a Durban, in Sudafrica, dal 28 novembre al 10 dicembre.
C'è un forte contrasto tra la risposta rapida che i governi e le istituzioni internazionali hanno dato al momento della comparsa della crisi economica e finanziaria del 2007-08, salvando le banche private col denaro pubblico e l'immobilismo di cui gli stessi governi ed istituzioni internazionali danno prova di fronte al cambiamento climatico. Ciò non deve tuttavia sorprenderci poiché in un caso come nell'altro, sono gli stessi mercati ed i loro governi complici che ne escono vincenti.
Al vertice di Durban c'erano due temi centrali: da un lato il futuro del protocollo di Kyoto che scade nel 2012 con la capacità di predisporre meccanismi per ridurre le emissioni di gas serra e, dall'altro, il lancio del Fondo verde per il clima approvato in occasione del precedente vertice a Cancun (Messico) con l'obiettivo teorico di sostenere i paesi più poveri di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico attraverso progetti chiamati di attenuazione e di adattamento.
Dopo Durban possiamo affermare che la seconda fase del Protocollo di Kyoto è rimasta vuota di contenuto: si è rinviata qualsiasi azione reale fino al 2020 ed è stato rifiutato ogni strumento vincolante per ridurre le emissioni di gas serra. Così hanno voluto i rappresentanti dei paesi più inquinanti della terra, alla testa dei quali si trovano gli Stati Uniti che hanno sostenuto l'accordo di riduzione volontaria e che si sono opposti ad ogni meccanismo vincolante. Il protocollo di Kyoto era già inadeguato e la sua applicazione rigorosa avrebbe condotto soltanto ad un rallentamento trascurabile del riscaldamento globale. Ma ora, siamo su una strada che può soltanto peggiorare la situazione.
Per quanto riguarda il Fondo verde per il clima, inizialmente i paesi ricchi si sono impegnati a contribuire fino a 30 miliardi di dollari nel 2012 e con 100 miliardi l'anno fino al 2020. In ogni caso, queste somme sono da considerarsi insufficienti. Ma l'origine di questi fondi pubblici non è stata determinata, di conseguenza le porte sono aperte agli investimenti privati e ad una gestione da parte della Banca Mondiale. Come già fatto osservare dalle organizzazioni sociali, si tratta di una strategia "per trasformare il Green Fund Climate Fund in un Fondo padronale vorace". Ancora una volta si pretende di fare profitti con il clima e con l'inquinamento ambientale (le banche d'investimento hanno già messo a punto tutta una serie di strumenti finanziari per intervenire su ciò che è chiamato il mercato del carbonio, delle emissioni, ecc.). Un altro esempio di questa mercificazione del clima è rappresentato dall'avallo dato dall'ONU alla cattura e stoccaggio di CO2 come meccanismo per uno sviluppo pulito, mentre questa procedura non mira a ridurre le emissioni, ma contribuirà ad approfondire la crisi ambientale soprattutto nei paesi del Sud che sono candidati a diventare i futuri cimiteri di CO2.
I risultati del vertice hanno come conseguenza un incremento del capitalismo verde. Come denuncia il militante ed intellettuale sudafricano Patrick Bond: "La tendenza alla mercificazione della natura è diventata il punto di vista filosofico dominante nella gestione mondiale ambientale". A Durban, si è ripetuto lo scenario dei vertici precedenti, come quelli di Cancun nel 2010 e di Copenaghen nel 2009, dove gli interessi delle grandi multinazionali, degli istituti finanziari internazionali e dell'elite del mondo finanziario sia del Nord che del Sud, hanno priorità sulle necessità collettive dei popoli e sul futuro del pianeta. A Durban non era solo in gioco il nostro futuro, ma anche il nostro presente. Le devastazioni del cambiamento climatico fanno già sentire i loro effetti oggi: tra questi l'emissione di milioni di tonnellate di metano dall'Artico, un gas 20 volte più potente della CO2 dal punto di vista del riscaldamento atmosferico e causa dello scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari che alzano il livello del mare. Questi effetti aumentano l'ampiezza delle migrazioni forzate. Se nel 1995 c'erano circa 25 milioni di migranti climatici, questa cifra oggi è raddoppiata a 50 milioni. Nel 2050, questo numero potrebbe attestarsi tra i 200 milioni e il miliardo di persone che si spostano.
Tutti gli indicatori mostrano che andiamo verso un riscaldamento globale incontrollato superiore di 2 gradi, che potrebbe raggiungere circa i 4 gradi alla fine del secolo, cosa che provocherà molto probabilmente secondo gli scienziati, conseguenze ingestibili, come un aumento molto importante del livello del mare. Non possiamo attendere l'anno 2020 per iniziare ad adottare misure concrete.
Tuttavia di fronte alla mancanza di volontà politica di affrontare il cambiamento climatico, le resistenze non desistono. Parallelamente al movimento Occupy Wall Street e all'onda d'indignazione che percorre l'Europa ed il mondo, un numero di attivisti e di movimenti sociali si sono incontrati quotidianamente in un forum vicino al centro dove si teneva la conferenza ufficiale. Hanno chiamato la loro iniziativa "Occupy COP17". Questi incontri hanno raccolto numerosi partecipanti: dalle contadine che lottano per i loro diritti fino ai rappresentanti dei piccoli stati insulari come le Seychelles, Granada o la Repubblica di Nauru (Oceania-Micronesia) che sono minacciati da un aumento imminente del livello del mare e anche dai militanti contro il debito estero che rivendicano il riconoscimento e la restituzione da parte del Nord di un debito ecologico al Sud.
Il movimento per la giustizia climatica mostra la necessità di privilegiare le nostre vite ed il pianeta rispetto alla commercializzazione della natura e dei beni comuni. Il capitalismo e le sue elite si mostrano incapaci di fornire una risposta globale alla crisi socio-climatica, alla quale ci ha condotto la logica produttiva e predatrice del sistema. Se non vogliamo l'esacerbazione di questa crisi climatica, con tutte le sue conseguenze, occorre cambiare questo sistema alla radice. Il militante ecologista Nnimmo Bassey lo ha detto molto chiaramente: "Il vertice ha amplificato la segregazione climatica, dove l'1% più ricco del mondo ha deciso che era accettabile sacrificare il restante 99%".
Questo articolo è stato pubblicato sul sito Viento Sur e scritto da Josep Maria Antentas, professore di sociologia dell'università autonoma di Barcellona e Esther Vivas membro del centro di studi sui Movimenti Sociali dell'Università Pompeu Fabra
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