www.resistenze.org
- osservatorio - mondo - politica e società - 16-01-13 - n. 436
La "proprietà intellettuale"
Alberto Lombardo
16/01/2013
Già l'accostamento di queste due parole dovrebbe far accapponare la pelle, come se si dicesse la proprietà dell'aria o dei sentimenti. Eppure un gravissimo episodio, avvenuto l'11 gennaio 2013, ci impone una riflessione: il suicidio di Aaron Swartz, geniale ricercatore di 26 anni, in seguito- secondo quanto accusa la famiglia - alla causa legale che vedeva contrapposti il giovane e il Massachusetts Institute of Technology, la prestigiosa università USA.
Swartz, noto nel mondo del web in quanto collaboratore già all'età di 14 anni alla creazione del protocollo RSS, negli ultimi mesi è divenuto famoso soprattutto per essersi appropriato di milioni di documenti accademici che ha pubblicamente condiviso in rete seguendo il suo codice morale "della libera conoscenza". Nel luglio 2011 Aaron fu incriminato dalle autorità federali USA per aver scaricato, partendo dai server del MIT - il servizio a pagamento JSTOR - 4,8 milioni di documenti. Nel 2012 Aaron si era dichiarato non colpevole, restituendo gli hard drive contenenti i documenti rubati e JSTOR aveva deciso di non procedere oltre con l'accusa. Invece il procuratore federale ha perseverato nell'accusa - citando nuovamente in tribunale il ragazzo per il prossimo 4 febbraio 2013 - sostenendo che ''Rubare è rubare, sia che lo fai con un computer o con una spranga, sia che prendi documenti, dati o dollari''. Nel complesso, Aaron aveva 13 capi di imputazione tra cui frode informatica.
La proprietà intellettuale è il distillato di quanto malefica possa essere l'ideologia capitalista.
La conoscenza ha una cosa di straordinario che la distingue da tutti gli altri beni: può essere condivisa accrescendone la dimensione e non diminuendola. Se io ho un pesce e lo divido con un amico, ora abbiamo mezzo pesce l'uno; può darsi che, se esso era appena sufficiente a sfamare una persona, ora esso sarà insufficiente a sfamare entrambi. Quindi la divisione di un bene materiale può essere addirittura controproducente. Ma se io so pescare e te lo insegno, ora siamo più ricchi tutti e due, e anzi, se collaboriamo, potremmo pescare molto di più di quanto non potremmo fare individualmente.
La condivisione della conoscenza moltiplica le opportunità.
Questo principio, in punto di diritto borghese, può essere contrastato solo dalla necessità di dare uno stimolo alla ricerca che altrimenti languirebbe se non fosse opportunamente protetta. Quindi la protezione della "proprietà intellettuale" nasce per proteggere il piccolo ricercatore dalla multinazionale che potrebbe rubargli l'idea, proteggere il piccolo centro di ricerca dove giovani talenti riescono con i loro sforzi ad avere successo laddove le grandi compagnie falliscono.
Che tutto ciò esista solo nel paese dei sogni è sotto gli occhi di tutti.
A stare sul mercato e a farsi fare leggi liberticide dai singoli paesi sono le grandi major dell'intrattenimento (cinema e musica) che impongono la "protezione" dei loro prodotti scadenti, che anzi uccidono con la loro potenza commerciale le libere creazioni dei piccoli produttori. È vero che "danno lavoro" a tanti, ma qualcuno è mai riuscito a calcolare quanto lavoro sottraggono concentrando la produzione a livello globale? E poi, se io sono ben disposto a pagare la visione di un film o di un concerto dal vivo in una sala attrezzata, cosa dovrei pagare quando volessi vedere a casa mia musica o film? Null'altro che il gigantesco super profitto di un prodotto che è già stato strapagato.
Lo stesso dicasi per prodotti che non hanno nessuna qualità se non la marca commerciale. Se una borsetta o un paio di occhiali possono essere facilmente riprodotti in un sottoscala - e anzi anche quelli originali sono frutto di un lavoro di bassa qualità - ovviamente sono poco più che immondizia, però firmata.
Il discorso è ancora più stridente quando parliamo di ricerca scientifica. Se una società di ricerca vuole proteggere il proprio prodotto, dovrebbe essere costretta a stipulare un contratto con lo Stato, che è l'unico detentore del diritto, e limitare il copyright di ogni singola scoperta al raggiungimento di un equo profitto prestabilito, che tenga anche conto degli ammortamenti degli eventuali fallimenti. Ovviamente la ricerca non funziona così, il tempo di protezione del copyright (ossia di sospensione del diritto naturale da parte dell'umanità di impossessarsi di una scoperta importante) è fissato, indipendentemente da quanto sia importante la scoperta e quanto profitto abbia arrecato.
In particolare nella produzione di testi scientifici vige una sorta di «cupola» (gli amici siciliani che leggono capiranno a cosa alludo), come il JSTOR citato, che sfrutta la consulenza gratuita di manipoli di scienziati, per vendere a caro prezzo la propria rivista che non paga un centesimo il lavoro di chi pubblica. Ciò che tiene in piedi «'o sistema» (ora sono gli amici napoletani che capiranno l'allusione) è il fatto che le carriere accademiche sono scandite da quanto sei capace di «affiliarti» (ora mi capiranno in tutta Italia) alle cordate che fanno sì che si possa pubblicare su tali riviste e arricchire il proprio curriculum accademico. I fisici disertano da alcuni anni questo «clan», pubblicando su una rete libera dove ognuno scrive e legge quello che vuole.
La faccenda raggiunge vertici di propria criminalità contro l'umanità nella ricerca scientifica medica. Oltre a tutti i guasti precedentemente descritti vi è una cosa ancora più grave. «La sottrazione di importanti conoscenze all'umanità?», «il profitto sulla salute della gente?», si dirà. No, molto peggio.
Ormai è di dominio pubblico che la ricerca scientifica medica è drogata dalla spasmodica necessità di trovare sempre nuove scoperte che alimentino il gigantesco giro di affari del settore. Tanti seri ricercatori, anche tra coloro che accettano il sistema attualmente vigente, ormai si interrogano sul ruolo dei soldi[i] e denunciano un costante conflitto di interesse[ii] nella ricerca medica. Tale ricerca si basa su dati che sono spesso manipolati o volgarmente falsificati. Il sistema più facile è quello di commissionare da parte delle case farmaceutiche a decine di ricercatori la stessa ricerca e poi, grazie alla clausola di riservatezza che impongono agli stessi, pubblicare solo i risultati favorevoli o troncare il periodo di osservazione. Chi si oppone o trasgredisce viene assaltato da battaglioni di avvocati e perseguito in tutti i modi. Se associamo a questo lo strapotere informativo che hanno le case farmaceutiche sui medici, possiamo renderci conto in che gabbia il sistema capitalistico ha imprigionato il mondo della medicina.
La ricerca, come ogni aspetto della cultura, deve essere effettuata solo con il sostegno pubblico statale e finalizzata e controllata per il bene del popolo. L'arte, la cultura, la ricerca non possono essere uno strumento di profitto, né tanto meno un mezzo per il controllo dell'umanità. In Italia gli unici risultati davvero positivi delle ricerche scientifiche e tecnologiche sono stati ottenuti nelle strutture di ricerca pubbliche e statali.
L'unico che può garantire a un artista la propria indipendenza è il sostegno pubblico.
Solo una società in cui la produzione è finalizzata al benessere di tutti e non al profitto di pochi può realizzare ciò: il SOCIALISMO-COMUNISMO
[i] The Influence of Money on Medical Science D. DeAngelis, JAMA. 2006;296:996-998. http://www.remedyspot.com/showthread.php/3831281-The-Influence-of-Money-on-Medical-Science
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|