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- osservatorio - mondo - politica e società - 22-01-13 - n. 437
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Far progredire l'agenda socialista includendo cibo e terra
Tom Whitney
Durante gli anni della sua formazione, la pratica marxista leninista è stata messa in atto dentro e fuori le città del Nord del mondo. Operai senza proprietà sono entrati in competizione con i proprietari delle fabbriche e delle miniere, i magnati delle ferrovie e la repressione del governo.
Le istanze per la terra dei piccoli contadini danneggiati, fondamentali per le vittorie delle rivoluzioni russa e cinese, non hanno mai dato forma a gran parte dell'ideologia rivoluzionaria tramandata nel corso degli anni dai socialisti europei e statunitensi.
In quanto supposti socialisti "scientifici", tuttavia, essi possono essere chiamati a studiare le nuove realtà. Infatti, nuove forme di sfruttamento sono apparse all'orizzonte. Esse consentono l'estrazione di plusvalore in un modo non più confinato all'imbroglio sul lavoro degli individui o gruppi di persone.
Ora tutta l'umanità è sotto tiro. I ricchi e potenti mantengono una presa pericolosa sui cambiamenti climatici, l'integrità ambientale, il cibo e la terra. Il campo di battaglia si sposta fino a comprendere le zone rurali scarsamente popolate del mondo. Si muove al di là della fabbrica, dei suoi lavoratori, e delle strade delle città.
Le catastrofi che incombono su questi fronti sono collegate tra loro. I capitalisti, sempre più preoccupati per la loro sopravvivenza, intendono controllare la terra e trarre profitto dalla produzione e dalla vendita di prodotti alimentari.
L'articolo di Vicent Boix, che appare qui di seguito tradotto, si concentra sulla acquisizione monopolista della produzione e distribuzione alimentare. Si conclude scherzosamente facendo riferimento alla loro stessa brama di terra.
Il lettore è quindi invitato ad esplorare il fenomeno del "furto della terra", fenomeno per il quale i paesi ricchi, le grandi corporation dell'agro-alimentare, le società finanziarie e gli individui privati comprano o affittano a lungo termine enormi porzioni di terra nel Sud del mondo. Nel febbraio 2012 l'organizzazione GRAIN documentava l'acquisizione straniera di 87 milioni di acri di terra [oltre 35 milioni di ettari] in 66 paesi a partire dal 2006. Gli investitori mirano a trarre profitto dalla produzione di alimenti e/o biocarburanti.
La relazione di Boix è utile per comprendere le nuove direzioni che i gestori dello status quo - i funzionari delle grandi aziende e le forze imperialiste - stanno prendendo per proteggere i loro interessi. Gli sviluppi in America Latina mostrano come le questioni della terra e della produzione alimentare siano storia politica recente.
Il Paraguay, per esempio, è il quarto produttore mondiale di soia, la maggior parte destinata all' Europa per l'utilizzo di biodiesel. Un colpo di stato nel giugno del 2012 ha deposto il governo di Fernando Lugo. La vittoriosa campagna presidenziale di Lugo nel 2008 si era basata sulla riforma agraria. Ha dovuto lasciare l'incarico a seguito di un assalto omicida della polizia contro gli attivisti della riforma agraria. Al momento della sua elezione, la disuguaglianza di terra in Paraguay - il 2% della popolazione controlla il 77% della terra fertile - era il più alto dell'America Latina.
Un colpo di stato militare in Honduras nel 2009, permesso dagli Stati Uniti, ha rimosso il presidente e patrocinatore della riforma agraria Mel Zelaya. Da allora, l'agricoltura su scala industriale si è ampliata in maniera aggressiva, in particolare nella regione di Baja Aguan. Lì, il cospiratore del colpo di stato Miguel Facussé Barjum e gli agrari della controparte processano l'olio di palma africana per uso bio-combustibile. Ciò comporta la repressione violenta dei piccoli agricoltori affamati di terra.
I decennali tumulti in Colombia derivano fondamentalmente da una pervasiva divisione città-campagna sulla base della classe sociale. Risultano anche dalla capacità di resistenza della guerriglia di sinistra delle FARC indirizzata alla riforma agraria. Questo è il primo punto all'ordine del giorno per i negoziatori del governo colombiano e delle FARC attualmente in corso a Cuba.
In Colombia, lo 0,4% dei proprietari terrieri possiede il 61% dei terreni rurali, la povertà contadina supera il 60%, quasi cinque milioni di piccoli agricoltori sono sfollati dalle loro terre, e dal 2010 i diritti del sottosuolo per oltre il 40% del territorio della Colombia sono stati assegnati o sollecitati da società minerarie e petrolifere.
Il messaggio che se ne trae è che chiunque sia alleato alla causa della rivoluzione socialista dovrebbe occuparsi dei conflitti sulla terra, sulla produzione e distribuzione alimentare. Vicent Boix descrive l'incalzare di un nuovo modo di sfruttamento di classe pianificato negli uffici delle grandi corportation, realizzato nelle campagne e che è disastroso per la sicurezza alimentare del pianeta.
La produzione e la trasformazione degli alimenti è un grande affare
Vicent Boix - CEPRID
La catena agroalimentare è un grande e succulento affare. Lo dimostrano i bilanci di alcune multinazionali e chiaramente anche dopo aver analizzato l'inpennata vertiginosa del capitale finanziario nei mercati delle materie prime. Per gli investitori il futuro è molto promettente. Si è normalizzato, istituzionalizzato ed è stato accettato senza recriminazioni, un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (e la sua volatilità), creato artificialmente dai mercati. Da organismi come la FAO è annunciato e si assume senza dubbio, che l'umanità dovrà affrontare un periodo di alti prezzi del cibo, anche se questo significa accettare uno status quo in cui milioni di persone soffrono la fame.
Tradizionalmente, i contadini si sono caratterizzati per la coltivazione di alimenti destinati al proprio consumo e a quello dei mercati locali, mettendo in pratica un tipo di agricoltura che rispetta l'ambiente e le conoscenze agricole che sono state tramandate di generazione, in generazione. In molti luoghi il contadino o il piccolo agricoltore, col tempo si è aperto al mercato. L'obiettivo non era più coltivare per mangiare, ma per vendere sementi comprare cibo e altre necessità. La cosiddetta "rivoluzione verde", che si è verificata nella metà del XX secolo, ha favorito questo processo, in quanto è riuscita ad aumentare la produttività grazie alla meccanizzazione e l'utilizzo di sementi migliorate e di prodotti chimici. Il contadino, una volta libero, è diventato dipendente da "pacchetti tecnologici" e dalle esigenze del mercato.
Inizialmente molti piccoli agricoltori sono riusciti a sopravvivere e persino progredire, ma con l'espansione delle politiche neoliberiste l'agricoltura contadina tradizionale è entrata in chiara recessione. Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Agricoltura e per l'Alimentazione (FAO il suo acronimo in inglese), l'agricoltura occupava il 52% della popolazione economicamente attiva in tutto il mondo tra il 1979 e il 1981, percentuale che è scesa al 40% nel 2010. Allo stesso modo, la popolazione mondiale rurale che nel 1979-1981 era pari al 61% del totale, nel 2010 è scesa al 49%.[1] Al contrario, nello stesso intervallo di tempo esportazioni ed importazioni agricole sono quintuplicate, il che indica che il modello agricolo esportatore ed intensivo sta espellendo gli agricoltori dai campi.
Ed è il principale problema che affronta l'agricoltura agroesportatrice intesa come una merce al supermercato globale, è che le diverse fasi della catena agroalimentare (semi, commercio, distribuzione, trasformazione, vendita, ecc.) si concentrano in poche mani e questa situazione di oligopolio, rafforza queste "mani" che determinano ogni tipo di condizione.
Secondo la Rural Advancement Foundation International (conosciuta come "Gruppo ETC"), nel 2007 il 67% del commercio mondiale di sementi è stato gestito da 10 grandi aziende (DuPont, Syngenta, Limagrain, Bayer, ecc.). Monsanto da sola possedeva circa il 25%. Secondo la stessa fonte, 10 società controllano l'89% del commercio di prodotti chimici (Bayer, Syngenta, Dow, Monsanto, ecc.). Di queste, le sei più potenti sono coinvolte nel commercio delle sementi.[2]
Nel 2008, l'anno che ha visto la prima delle crisi alimentari di questo secolo, le imprese trasformatrici hanno raggiunto importanti profitti, secondo Genetic Resources Action (GRAIN): "... gli utili 2008 di Nestlé sono saliti ad un impressionante 59% e l'incremento di Unilever si avvicina al 38%" [3]. In questi mesi si è verificato anche l'aumento dei prezzi di prodotti agrochimici, così molti agricoltori non hanno potuto comprarli e le colture intensive hanno subito perdite. Ma la Monsanto ha aumentato i suoi profitti del 120% rispetto al 2007, il 40% la Bayer, Syngenta il 19% e Dow 63%.
Questi anelli della catena alimentare (prodotti agrochimici e sementi) non sono gli unici ad aver aumentato le loro entrate. Un altro elemento molto importante, che ha causato la disperazione di milioni di agricoltori, è l'intermediazione, cioè il collegamento che porta il cibo dai campi al supermercato. La situazione in questo caso è simile alla precedente. Poche aziende, sia a livello nazionale che internazionale, rappresentano il collegamento tra milioni di agricoltori che producono alimenti e milioni di consumatori che li acquistano. Alcuni di loro li trasformano e secondo ETC, il 26% del mercato mondiale è pieno di generi alimentari confezionati da 10 multinazionali (Nestlè, Pepsico, Kraft, Coca-Cola, Unilever, Danone, ecc.) [4]. Nella frutta e verdura non trasformate, l'intermediazione è tra grossisti e dettaglianti e in altri casi è la distribuzione moderna (i supermercati) ad acquistare i prodotti direttamente dal contadino o dal grossista.
In ognuno di questi tre casi menzionati, la tendenza generale è che l'intermediazione, la trasformazione o la distribuzione moderna mostrano il loro predominio sulla catena alimentare, imponendo ridicoli prezzi di acquisto al contadino e aumentandoli al consumatore, raggiungendo così un plusvalore che in alcuni casi è un insulto.
Le materie prime nel XXI secolo, un grande investimento.
Negli ultimi decenni, la deregolamentazione del mercato ha determinato che gli investimenti produttivi nell'economia reale perdessero peso in favore di quelli finanziari che si sono piazzati sui mercati per mungerli e dopo, scappare dalla crisi che creavano alla ricerca di nuovi altri mercati. Agli investimenti finanziari si attribuisce, tra l'altro, la "bolla delle dot-com [new economy]" e la "crisi dei mutui subprime".
Nella ricerca di investimenti sicuri, il capitale finanziario è sbarcato nei mercati dei futures, dove alimenti e materie prime agricole sono una parte molto importante degli stessi (tant'è che si negozia anche con petrolio, metalli, ecc.). Per fare un esempio possiamo esporre il seguente caso: una cooperativa di agricoltori accorre ad uno di questi mercati e, dopo aver negoziato con una società di farina, vende 30 tonnellate di grano, da consegnare nel gennaio 2014 al prezzo di $ 225 a tonnellata. Firma un "contratto futures", vale a dire, un titolo coi dettagli della transazione. Importante sottolineare che nei mercati dei futures non sono negoziate materie prime fisiche (grano), ma contratti per vendere/comprare futuri beni fisici (grano nel mese di gennaio 2014).
Questi mercati non sono stati esenti da speculazioni e altre pratiche lontane dal commercio reale di materie prime, poiché i contratti future su materie prime danno molto margine alla variazione dei prezzi prima della data di consegna effettiva. Ma, come si è detto, diverse misure di liberalizzazione con le varie crisi in altri mercati, hanno originato il capitale finanziario (fondi di copertura, pensione, ecc.) investendo su larga scala nei mercati dei futures. Le attività finanziarie delle materie prime sono cresciute da 5.000 milioni nel 2000 a 450.000 milioni nel 2011. [5]
Da allora il mondo vive in tensione a causa dei prezzi dei prodotti alimentari che hanno già causato una crisi alimentare nel 2008 e un'altra non ancora terminata nel 2010 che sta devastando il Corno d'Africa e il Sahel. Fin dall'inizio si è cercato di nascondere il vero motivo della crisi sostenendo che la causa era uno squilibrio tra domanda e offerta di alimenti, ma con il tempo e coi fatti, la realtà è diventata visibile a tutti. Vi è una connessione tangibile tra l'attività di investimento e l'aumento dei prezzi. E la realtà è che, mentre nell'Africa sub-sahariana si muore di fame, il gruppo di investimento Goldman Sachs ha guadagnato più di 5.000 milioni di dollari nel 2009 speculando in materie prime, il che rappresenta un terzo dei suoi utili netti. [6]
La terra, l'ultimo anello di controllo.
La catena agroalimentare è un grande e succulento affare. Lo dimostrano i bilanci di alcune multinazionali come è chiaro anche dopo aver analizzato l'inpennata vertiginosa del capitale finanziario nei mercati delle materie prime. Per gli investitori il futuro è molto promettente. Sanno che le persone possono smettere di pagare la loro ipoteca, ma dovranno pur sempre mangiare. Inoltre si è normalizzato, è stato istituzionalizzato ed è accettato incondizionatamente l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (e la loro volatilità), che è stata creata artificialmente nei mercati. A partire da organismi come la FAO è annunciato e si assume senza dubbio, che l'umanità dovrà affrontare un periodo di alti prezzi del cibo, anche se questo significa accettare uno status quo in cui milioni di persone soffrono la fame.
Sebbene sia scarsa, l'equazione tra l'offerta e la domanda di prodotti alimentari e materie prime agricole tenderà a comprimersi se non si interviene, perché la popolazione è in crescita esponenziale in tutto il mondo e soprattutto perché il futuro energetico dei paesi ricchi dipende dagli agrocarburanti, il tutto in un mondo minacciato dal cambiamento climatico che sta compromettendo la capacità idrica di molte nazioni, degradando il suolo, alterando la produttività e il rendimento in diverse aree tipiche per la coltivazione. L'idea essenziale è che, in tempi di crisi economica e recessione, l'agricoltura si presenta come un mercato appetitoso e un futuro promettente. La domanda è più garantita, tanto più crescerà rapidamente. La stessa FAO ha stimato che la produzione alimentare mondiale dovrà raddoppiare entro il 2050.
L'offerta, al contrario, è la grande torta da dividere e perciò nazioni, investitori e multinazionali iniziano a giocare le proprie carte per garantirsi la propria porzione. Tenendo conto che certi anelli della catena alimentare esportatrice sono accaparrati dalle multinazionali (semi, intermediazione, ecc) e tenendo conto del fatto che i mercati dei futures sono pieni di investitori e speculatori, rimane solo un anello da conquistare: la terra.
Questa è imprescindibile e finora una risorsa naturale che, a seconda dei paesi, può essere più o meno accessibile alle persone. Il contadino e il piccolo agricoltore possono evitare i semi brevettati, i prodotti agrochimici e i canali di distribuzione tradizionali, mentre i consumatori possono evitare l'acquisto nei supermercati e alimentari comprando alimenti sani e di stagione direttamente dal produttore. Per seguire attivamente questa via c'è bisogno della terra, che ora, è nel mirino del capitale. Questa è la grande minaccia alla sovranità alimentare, soprattutto nei paesi e nelle comunità impoverite, che solitamente si riforniscono attraverso l'auto-produzione e i mercati locali.
Note:
1. Anuarios estadísticos de la FAO 2004 y 2010.
2. ETC: "¿De quién es la naturaleza?", noviembre de 2008.
3. GRAIN: "Las corporaciones siguen especulando con el hambre", abril de 2009.
4. ETC: "¿De quién es la naturaleza?", noviembre de 2008.
5. GRAIN: "El negocio de matar de hambre", 28 de abril de 2008 y LA CAIXA: "Especulación en los mercados de materias primas: ¿culpable o inocente?", Informe Mensual octubre 2011.
6. KNAUP, H., SCHIESSL y M., SEITH Y.A.: "El hambre cotiza en bolsa", en El País, Madrid, España, 4 de septiembre de 2011.
7. LA CAIXA: "Especulación en los mercados de materias primas: ¿culpable o inocente?", Informe Mensual núm 350, Octubre 2011..
Fonte: http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article1558
CEPRID Centro di Studi Politici per le Relazioni Internazionali e lo Sviluppo
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