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I principi guida sulle imprese e i diritti umani: Garanzia dell'impunità del potere economico transnazionale

Alejandro Teitelbaum | nodo50.org/ceprid
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/10/2013

Nel 2013, una serie di incidenti drammatici nelle fabbriche tessili in Bangladesh, hanno causato la morte di migliaia di operaie e operaie che si trovavano in questi luoghi, scatenando un'ondata di protesta globale. Qualche tempo dopo, è stato firmato l'Accordo sugli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh tra diverse società, comprese le società coinvolte e alcune organizzazioni sindacali. Questo è stato ampiamente diffuso e celebrato come un esempio di responsabilità sociale da parte delle imprese. D'altra parte, questo accordo, in gran parte ispirato dai Principi Guida su imprese e diritti umani (denominato Principio Ruggie) che si suppone debbano prevenire le violazioni dei diritti umani, si rivela essere ancora una volta un fuoco d'artificio e un ennesimo tentativo per le società multinazionali di curare la loro immagine di fronte al pubblico, senza un vero e proprio impegno a rispettare i diritti umani.

Consiglio per i diritti umani - 24° periodo sessione 2013

Tema 3: Promozione e tutela di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo

Riferimento ONU: A/HRC/24/NGO/37

Nel giugno 2011, il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato per consenso i Principi Guida per le imprese elaborato da John Ruggie.

Nel marzo 2012, John Ruggie ha ricevuto la giusta ricompensa per il suo lavoro: la società mineraria Barrick Gold, con un tremendo curriculum sulla violazione dei diritti umani, compresi i diritti ambientali, lo nominò membro del suo Consiglio di Consulenti in materia di Responsabilità Sociale d'Impresa.

Nel luglio 2012 è stato pubblicato un Rapporto della Segreteria Generale dell'ONU che venne presentato al Consiglio dei Diritti Umani nella sua sessione del settembre 2012, con il titolo: "Contributo del sistema delle Nazioni Unite nel suo insieme per la promozione del programma relativo alle imprese e i diritti umani e alla diffusione e applicazione dei Principi Guida sulle imprese e i diritti umani (A/HRC/21/21)".

Nel paragrafo "Antecedente" del Rapporto si omette di menzionare l'intento di stabilire un Codice di Condotta per le imprese transnazionali negli anni '70 e il Progetto di Norme del 2003 della scomparsa Sottocommissione per la Protezione e Promozione dei Diritti Umani. Probabilmente perché questi precedenti sono in aperto contrasto con l'attuale politica dell'ONU sulle imprese transnazionali, che si riflette nei Principi Guida e in questo Rapporto.

Tutto il Rapporto si riferisce ai Principi Guida, sui quale il paragrafo 11 ribadisce ciò che già sappiamo: che da essi "non deriva alcun nuovo obbligo giuridico". Detto in altro modo: sono di VOLONTARIA applicazione. Proprio come alcune altre linee guida di altri organismi menzionati nel medesimo rapporto: le linee guida volontarie sulla gestione responsabile della terra, della pesca e boschi nel contesto della sicurezza alimentare nazionale; il Quadro Revisionato sulla Sostenibilità della International Finance Corporation; i Principi per le imprese sulla protezione dei bambini, elaborati dalla Global Compact con il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF) e l'organizzazione Save the Children, sulla base dei Principi Guida, ecc. Si noti che, in quest'ultimo caso, non si sono prese come base né la Convenzione sui Diritti del Bambino, né i suoi protocolli opzionali.

Non vi è dubbio che le società transnazionali, come tutti gli individui, sono tenute al rispetto della legge e se non lo fanno devono subire sanzioni civili e penali, anche a livello internazionale, vediamo ciò che emerge chiaramente da un esame un poco più attento degli strumenti internazionali esistenti. Il riconoscimento degli obblighi dei privati ​​individui - tra cui le persone giuridiche - nel campo dei diritti umani e delle loro responsabilità in caso di incorrere in violazioni alle stesse è stato sancito nell'articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ed è divenuta dottrina, in numerose convenzioni internazionali, in particolare in materia di protezione ambientale (1).

Il Rapporto della Segreteria Generale sancisce la pratica (che inizia a diffondersi, come osservato in precedenza) di sostituire le norme obbligatorie del diritto internazionale in materia di diritti umani fondamentali con Principi Guida di volontaria applicazione e formalizza la rinuncia del sistema delle Nazioni Unite a legiferare specificatamente sulle imprese transnazionali, nonostante la necessità assoluta di farlo.

È interessante constatare che tutto il Rapporto si riferisce ai Principi Guida e non menziona nemmeno una volta gli strumenti giuridici fondamentali dei diritti umani internazionali: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta delle Nazioni Unite e i Patti Internazionali sui Diritti Umani. Questa omissione non si può nascondere con il paragrafo 34 del Rapporto, che dice: "Dato che i Principi Guida non costituiscono un insieme di norme statiche, è possibile che appaiono lacune normative. In tal caso, il sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, con il sostegno di processi aperti dei molteplici interessati, sarà responsabile dell'elaborazione delle norme che siano necessarie".

Va ribadito che i Principi Guida non sono, come rilevato al punto 34, un "insieme di regole", né statiche né dinamiche, poiché non soddisfa le caratteristiche di base di una norma giuridica: obbligatorietà e sanzione in caso di disconoscimento o violazione. Così non si tratta - come dice il Rapporto della Segreteria Generale in riferimento ai Principi Guida - che sia ... "possibile che appaiono lacune normative", ma che, di fatto, in un quadro giuridico per le imprese transnazionali non si tratta di lacune, ma di un vero e proprio vuoto normativo nel diritto internazionale.

Secondo quanto si apprende dal Rapporto, uno dei principali meccanismi di promozione dei Principi Guida è il Global Compact (il Patto Mondiale) dove svolgono un importante ruolo le società transnazionali.

Il Gruppo di Lavoro istituito dalla Risoluzione 17/4 del Consiglio dei Diritti Umani, menzionato nel paragrafo 3 del Rapporto, ha solo il compito di promuovere i Principi Guida. Non è previsto che riceva denunce (ossia si escludono meccanismi di vigilanza e controllo, come esistono in altri Gruppi di Lavoro) né il suo mandato comprende lo sviluppo di progetti di codificazione di norme obbligatorie per le società transnazionali.

E' significativo che nella risoluzione 17/4 vengano menzionati solo i Principi Guida e neanche una volta gli strumenti fondamentali delle Nazioni Unite: Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta delle Nazioni Unite e i Patti Internazionali sui Diritti Umani.

I principi guida nella pratica

Il crollo, il 24 aprile 2013, di un edificio di otto piani in Bangladesh totalmente insicuro, che ospitava diversi laboratori di confezioni d'abiti dove lavoravano 3.500 persone, ha causato più di mille morti. Pochi giorni dopo, un incendio in un altro stabilimento tessile ha causato 8 morti ed a novembre 2012 un altro incendio in un laboratorio d'abbigliamento, sempre in Bangladesh, provocò 111 morti. Negli ultimi anni in Bangladesh ci sono stati 1.700 morti a causa di incidenti simili.

Qualche tempo dopo si è celebrato l'Accordo sugli incendi e la sicurezza edilizia in Bangladesh (AISEB) (2) tra diverse di queste aziende e alcuni sindacati, che è stato ampiamente pubblicizzato e celebrato come un esempio di responsabilità sociale delle imprese.

In realtà, l'accordo impegna unicamente le grandi multinazionali a partecipare con somme irrisorie per loro - 500.000 $ all'anno per i cinque anni di vigenza dell'accordo - per mettere in condizioni di sicurezza ed evitare gli incendi e il crollo degli edifici in cui sono presenti laboratori di abbigliamento dei loro fornitori.

1) L'Accordo non prevede nemmeno gli indennizzi per le vittime del crollo del 24 aprile a Plaza Rana. Il principio della responsabilità solidale delle imprese multinazionali con i fornitori è stato ignorato ancora una volta.

Si noti che questo principio giuridico fondamentale non si applica a livello internazionale perché le proposte ripetute per più di 20 anni, da alcune organizzazioni non governative agli organi competenti delle Nazioni Unite per adottare una norma vincolante di diritto internazionale non sono mai state affrontate.

A seguito di un incendio in un laboratorio di cucito a Tazreen Fashion in Bangladesh nel novembre 2012 morirono 111 lavoratori, C&A annunciò che avrebbe risarcito le vittime: i bambini che persero un familiare nel fuoco, 50 $ al mese fino ai 18 anni, il parente superstite 15 $ al mese per l'educazione del bambino e 1.200 $ a ogni famiglia degli uccisi nell'incendio. Finora le vittime non hanno ricevuto il modesto compenso promesso da C&A.

2) Nemmeno figura nell'Accordo che le imprese acquirenti si impegnano a migliorare i prezzi corrisposti ai fornitori, come mezzo per facilitare l'aumento dei salari dei lavoratori.

3) Nell'Accordo non si menziona in assoluto alcuna forma per promuovere e/o garantire i diritti fondamentali dei lavoratori a costituire sindacati, a esercitare liberamente i propri diritti e alla contrattazione collettiva. Ovviamente, il miglioramento delle condizioni di lavoro in Bangladesh dipende in primo luogo dall'organizzazione e dalla lotta dei lavoratori di questo Paese. Ma gli ostacoli (la repressione e le leggi restrittive) che si oppongono sono notevoli. "Quando visitai il Bangladesh a febbraio mi sono reso conto che di 5.000 fabbriche solo in un paio di dozzine esiste il sindacato locale registrato e che funziona. Come risultato dell'intimidazione e dei problemi di riconoscimento ufficiale, meno dell'1 per cento della forza lavoro è sindacalizzata". (Jyrki Raina, Segretario Generale della IndustriALL Global sul sito di questo organismo, 19 marzo 2013). Aminul Islam, sindacalista della Federazione dei Lavoratori dell'Abbigliamento e dell'industria del Bangladesh (BGIWF per il suo acronimo in inglese) e membro del Centro di Solidarietà con i Lavoratori del Bangladesh (BCWS), è stato trovato morto il 5 aprile 2012. Foto della polizia del suo corpo suggeriscono che Islam sia stato torturato prima di essere assassinato (3).

4) L'Accordo prevede obblighi soprattutto per i fornitori. Per esempio, se l'edificio non soddisfa le condizioni di sicurezza e finché si procede alle necessarie riparazioni, il personale deve sospendere il lavoro e il proprietario del laboratorio deve preservargli il posto e pagargli i salari. L'Accordo non stabilisce alcun apporto delle multinazionali per il compimento di tale obbligo, contrariamente a qualche errore di interpretazione di alcuni dirigenti sindacali.

5) Per quanto riguarda l'obbligatorietà dell'Accordo e la possibilità di esigere il suo rispetto davanti a un Tribunale competente per imporre le sue decisioni alle parti, è valida solo per i fornitori.

Dice l'Accordo che gli obiettivi del protocollo sono: sostenere e motivare il datore di lavoro nello sforzo di risanamento nell'interesse della forza lavoro e del settore e accelerare l'azione legale nel caso in cui il fornitore si rifiuti di intraprendere le misure correttive richieste conformi al diritto nazionale.

È falso sostenere che l'Accordo sia obbligatorio o vincolante, poiché prevede solo, in caso di conflitto tra le parti, l'eventuale formazione di un tribunale arbitrale, senza stabilire con precisione come costituirlo.

L'unico impegno assunto dalle imprese transnazionali nell'Accordo è quello di finanziare i lavori necessari per la sicurezza degli edifici con 500 mila dollari l'anno per cinque anni, ciò è puro guadagno per queste imprese.

Infatti, da un lato, al minimo costo e in comode rate, lavano la propria immagine pubblica. Dall'altro lato, prevenendo gli incidenti, le società transnazionali si assicurano la continuità della produzione nei laboratori e la sopravvivenza della manodopera più economica del mondo.

Le note carenze dell'Accordo sugli incendi e la sicurezza edilizia in Bangladesh, sono alcuni esempi, tra molti altri, che dimostrano che i Principi Guida non servono a obbligare le multinazionali a rispettare i diritti umani. Le multinazionali si sono sempre opposte all'adozione di norme obbligatorie, che come dimostra ancora una volta l'Accordo del Bangladesh, sarebbero gli unici strumenti efficaci che possono consentire maggiore giustizia sociale.

Note:

1) Ci sono strumenti internazionali obbligatori per le persone private, che si riferiscono in gran parte alla tutela dell'ambiente, come il principio 21 della Dichiarazione di Stoccolma sull'Ambiente Umano del 1972, ribadito dalle risoluzioni dell'Assemblea Generale 2995 (XXVII), 3129 (XXVIII), 3281 (XXIX) (Carta dei diritti e dei doveri economici degli Stati), la Dichiarazione di Rio sull'Ambiente e lo Sviluppo, nel 1992, che è attribuito valore di ius cogens, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay, 1982), la Convenzione sulla protezione e l'utilizzazione dei corsi d'acqua transfrontalieri e dei laghi internazionali (Helsinki, marzo 1992), gli Accordi di Basilea del 1989 e di Bamako 1991, relativa ai rifiuti pericolosi e il loro trasporto transfrontaliero e lo smaltimento, di Helsinki del 1992 sugli effetti transfrontalieri degli incidenti industriali, di Lugano 1993 sulla responsabilità civile derivanti da attività pericolose per l'ambiente, la Convenzione di Rotterdam 1998 sui pesticidi e altri prodotti chimici pericolosi, ecc., che stabiliscono la responsabilità del danno causato e, in generale, la responsabilità dello Stato, se non adottare misure preventive per evitare gli effetti nocivi di tali attività. Nel dicembre 1999 gli Stati facenti parte della Convenzione di Basilea del 1989 hanno adottato un protocollo sulla responsabilità e il risarcimento dei danni derivanti dal trasporto e smaltimento di rifiuti pericolosi (www.basel.int). L'art. 16 del Protocollo dice: "Il Protocollo non colpisce i diritti e gli obblighi delle Parti Contraenti secondo le norme del diritto internazionale generale in materia di responsabilità degli Stati". Nel maggio 2001 venne approvata la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POP) che è entrata in vigore nel maggio 2004.

2) http://www.industriall-union.org/sites/default/files/uploads/documents/2013-05-13_-_accord_on_fire_and_building_safety_in_bangladesh.pdf#overlay-context

3) Cfr. http://www.ethique-sur-etiquette.org/Aminul-Islam-assassine , 120


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