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Piketty, il liberale che sogna di domare il capitalismo

Tiziano Tussi

10/11/2014

Thomas Piketty è assurto ad una notorietà internazionale da quando ha scritto il suo libro Il capitale nel XXI secolo, pubblicato in Italia da Bompiani, quasi mille pagine. L'occasione di queste note in un'intervista nel supplemento della domenica  La Lettura, di ieri, 9 novembre, del Corriere della Sera, Seguiamola!

Piketty, che insegna in Francia, a Parigi, all'Ecole d'economie, ci viene presentato come un fenomeno dirompente. Ci tiene subito a sottolineare che "è stupido chiamarlo marxista – anche se il suo  libro è stato presentato come una specie di nuovo Capitale di marxiana memoria, ndr.  " Nel 1989, quando cadde  il muro di Berlino avevo 18 anni. Poco dopo andai a Mosca. Visitai l'Europa dell'est e vidi i disastri di quel sistema. Mai tentato dal comunismo".

Una tentazione rifiutata è legittima, ma la motivazione non sta in piedi. Siccome quando c'era Garibaldi io non c'ero non so niente di Garibaldi. Figurarsi poi di Augusto o Giacobbe. Non è certo necessario esser stato adulto allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre per diventare, oramai ultra centenario, comunista. Ma andiamo avanti. Il giornalista del corriere riferisce di Piketty che dice di essere liberale e radicale. E Lui aggiunge: "credo nel capitalismo e nella proprietà privata [] credo di essere radicale su due cose: sulla proprietà privata e sulla tassazione progressiva."  Quindi nessun fraintendimento. E' un libro di un liberale e di un sognatore. Infatti crede veramente che i capitalisti pagherebbero volentieri le tasse e che dovrebbero fare così per rendere "bello e buono" il capitalismo?

Poi ci si addentra in un panegirico di una serie televisiva e Piketty alla fine ci dice: "La moderna rivoluzione industriale non ha cambiato a sufficienza la distribuzione della ricchezza. L'ineguaglianza di base non si è ridotta di molto". Questa è la parte del sognatore. Perché appunto la rivoluzione industriale avrebbe dovuto cambiare la distribuzione della ricchezza? Non è mica nata per questo!  Se possiamo accostare un parallelismo ardito, vediamo che già Carlo Pisacane nel suo testamento politico, siamo nel giugno del 1857 aveva detto in modo molto più radicale: "Io sono convinto che le strade di ferro, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell'industria, tutto ciò finalmente che sviluppa e facilita il commercio, è da una legge fatale destinato a impoverire le masse fino a che il riparto dei benefizi sia fatto dalla concorrenza".

Niente di eclatante quindi, cose già risolte a livello teorico da centocinquant'anni, ma Piketty va avanti. Il giornalista dice, mettendolo in bocca a Piketty, che i poveri sono diminuiti di molto dalle epoche passate  "Non ho problemi con qualche forma di ineguaglianza, ma sopra un certo livello diventa un ostacolo per la crescita economica. Riduce la mobilità sociale." Qui il sogno diventa illusione e non sappiamo quanto cosciente. La disuguaglianza economica diventa nociva perché può essere un limite per la crescita, non perché sia umanamente orribile. Diventa negativa solo per la crescita, non per l'uomo che gode negativamente di bassi livelli economici, e perciò inchioda il singolo là dov'è. Ma noi vediamo che la disuguaglianza non inchioda proprio nessuno, a livello geografico, mentre impianta l'uomo disuguale ad una situazione sociale voluta dal capitalismo, che deve usare lavoratori, ma ancora di più sottosalariati, ma ancora di più schiavi. Il capitalismo, ora, interagisce in modo massiccio con il lavoro schiavile, servile e semi servile.

Finalmente ci dice che tutto questo ha a che fare con la democrazia; "In Europa non siamo a questo punto, ma gli Stati Uniti ci sono vicini". Ora siamo proprio fuori dall'illusione e in piena cecità. Come non vedere le masse di persone che si spostano verso l'Europa e in Europa alla ricerca della sopravvivenza. Masse di umani abbruttiti che vogliono solo vivere. Schopenhauer indicava nella "masticazione" l'obiettivo degli uomini, i denti che triturano il cibo. Prima però bisogna averlo a disposizione e per questo lo si cerca in ogni modo, ci si sposta per trovarlo. Quanto è lontana la cultura, il bel vivere, avere coscienza di essere, oltre che bestie, umani. E negli Stati  Uniti, in questa situazione pre-umana,  non solo vi sono vicini ma immersi sino al collo. Basterebbe fare un minimo di riflessione sui flussi migratori dell'America del sud verso la prima potenza mondiale.

Risoluzione: tassazione progressiva del capitale. 1,2% sui patrimoni milionari dei capitalisti.

Finiamo qui, il resto dell'intervista è solo colore. Una risoluzione così debole per un'analisi così ponderosa - come detto, quasi mille pagine. Che le due cose siano una lo specchio dell'altra? Del resto se bastasse, anche per i capitalisti pagare queste tasse per fare funzionare meglio la macchina capitalistica, lo avrebbero già fatto. Una proposta così inutile e nello stesso tempo così avversata, anche i capitalisti lo avvertono - le tasse dobbiamo pagarle tutti, comincia tu!

Sinceramente  si capisce poco perché tutta questa notorietà per una proposta già vista e rivista. Il libro del resto non può che essere una miniera di dati. Si possono usare, potrebbe essere un libro di studio e lavoro teorico. Ma la proposta finale è veramente il solito e puzzolente topolino partorito dalla montagna. Per di più pratica inapplicabile dal potere politico succube nazionalmente ed internazionalmente di poteri finanziari che appena possono sfuggono al pagamento di qualsiasi tassa.

Guadagnare, avere profitti sempre maggiori e un must del capitalismo, alla faccia di chi crede che la bestia sia imbrigliabile. Che il capitalismo rispetti l'umanità dell'uomo.

[leggi anche: Perchè hanno paura di Thomas Piketty?]


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