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Mare loro, guai nostri

Critica Proletaria | criticaproletaria.it

21/02/2015

Il problema dell'immigrazione nei paesi capitalisti pone uno di quei nodi contraddittori e inestricabili nel sistema borghese, che possono essere risolti solo con il totale ribaltamento di prospettiva offerto dalla società socialista.

Prabhat Patnaik (http://www.resistenze.org/sito/os/ec/osecef16-014665.htm) nota che fino a pochi decenni fa il capitalismo aveva imposto flussi migratori tra zone omogenee.

Il primo era all'interno dell'Europa o dall'Europa in America o in Australia, costituito da popolazioni che, anche se abbastanza disomogenee dal punto di vista culturale, venivano a ingrossare il proletariato di quelle fabbriche che richiedevano grandi masse di manodopera qualificata. Queste popolazioni andavano a trovare una sistemazione relativamente di buon livello ("facevano fortuna") e non ingrossavano, ma tendevano a tenere sotto controllo l'esercito salariato di riserva.

Il secondo era dalla Cina o dall'India ad altri paesi coloniali o semi-coloniali, quali il Sudafrica.

Quindi, sintetizza Patnaik, "da alti salari ad alti salari o da bassi salari a bassi salari".

Naturalmente il tutto, aggiungiamo noi, va visto in modo relativo, perché il salto che faceva per esempio un immigrato meridionale italiano, che andava in Svizzera o nel New Jersey, non era da poco. Tuttavia questi immigrati si andavano a collocare nelle fasce medio-basse della piramide sociale, ma spesso riuscivano anche a salire la scala sociale e comunque si integravano in una società che era in espansione.

Questo era conforme con la divisione che le leggi dello sviluppo del capitalismo avevano imposto fino ad allora: la manifattura di alto livello nel Nord del mondo caratterizzata da grandi masse di lavoratori istruiti con un piccolo esercito di riserva, masse di lavoratori non istruiti per i lavori a minore contenuto tecnologico nel Sud (nelle miniere, nelle piantagioni e nelle costruzioni). Naturalmente ci sono le eccezioni, per esempio la gran mole di lavoratori cinesi impiegata nella costruzione delle ferrovie americane.

A tenere rigidamente separate queste due aree capitaliste era una struttura protezionistica che impediva ai prodotti del Sud di invadere il Nord, protezionismo che invece era stato distrutto al Sud a cannonate (vedi per esempio la guerra dell'oppio) e quindi aveva consentito al Nord di invadere il Sud coi propri prodotti. Da questo punto di vista il Sud Italia dovrebbe collocarsi per entrambe le caratteristiche tra i paesi "colonizzati".

«In altre parole, il capitalismo mondiale ha avuto due eserciti del lavoro di riserva: uno relativamente piccolo nel "Nord" che, pur contenendo i salari, non ne ha impedito la loro ascesa, attraverso l'azione sindacale, con aumenti della produttività del lavoro; c'era poi un enorme esercito di riserva nel "Sud" che ha impedito ai salari di lì di elevarsi sopra ad uno scarso livello di sussistenza (e che quindi ha aiutato a raggiungere la stabilità dei prezzi nelle metropoli impedendo qualsiasi pressione autonoma sui costi delle materie prime), ma senza frenare i salari "del Nord" proprio a causa di questa segmentazione. Il significato di questa segmentazione dunque fu che, mentre i salari reali nel "Nord" crescevano con la produttività del lavoro, i salari reali nel "Sud" continuarono a ristagnare ad un livello di stretta sussistenza sotto la pressione delle sue enormi riserve di lavoro… La globalizzazione attuale ha fatto collassare questa segmentazione dell'economia capitalista mondiale. Anche se il lavoro dal "Sud" non è ancora libero di muoversi verso "Nord", il capitale dal "Nord" si sta ora spostando a "Sud", per localizzarvi gli impianti per le esportazioni verso il mercato mondiale complessivo, compresi i mercati del "Nord" che ora sono aperti a tali esportazioni dal "Sud". Questo tuttavia significa anche che i lavoratori nel "Nord" sono ora esposti alle conseguenze funeste delle enormi riserve di lavoro del "Sud".» (Ibidem)

La cosiddetta "globalizzazione", ossia la distruzione del protezionismo che il capitalismo ha attuato negli ultimi decenni, è stata dettata dalla irrecuperabile crisi economica di sovrapproduzione di capitale, che ha cercato soluzione espandendo l'orizzonte in tutto il mondo. Ciò è stato reso possibile anche da un salto tecnologico e culturale dei due giganti asiatici, India e Cina. Questi due Paesi hanno aumentato di gran lunga la produttività del proprio proletariato, ma non conseguentemente il suo costo.

Contemporaneamente la struttura della società borghese nei paesi occidentali è cambiata profondamente a causa della deindustrializzazione, meglio dovremmo dire della demanufatturizzazione, in quanto non è che sia venuta meno la produzione in generale, ma essa si è spostata dal manifatturiero ai servizi alla persona (badanti) e alle aziende (call-center) [vedi a questo proposito anche "Dove sono i nostri" di Clash City Workers, Ed. la casa Usher].

Come si sforzano di dire tutti gli economisti borghesi, la globalizzazione è un grande fatto che "ha aumentato la ricchezza globale del mondo intero". Ciò è vero dal punto di vista globale, soprattutto per tre motivi. Il primo è legato a un fatto contabile: la globalizzazione ha trasformato un contadino asiatico, che prima non produceva PIL perché prevalentemente autoconsumava essendo al di fuori del mercato, in un salariato e quindi in un produttore di PIL (non è necessario ricorrere al celebre discorso di Robert Kennedy per criticare il PIL come misura del benessere). Il secondo è legato a un fatto demografico che ha interessato l'economia più popolosa del Pianeta, la Cina: la politica del figlio unico ha fatto sì che in quel paese diminuissero radicalmente i cittadini non produttori di reddito (i minori) rispetto ai produttori (i maggiorenni); quanto ciò sarà sostenibile nel prossimo futuro è oggetto di dibattito tra i demografi. Il terzo è un fatto statistico e si chiama "correlazione spuria", ossia l'incremento della ricchezza a livello globale è un fatto strutturale delle economie tecnologiche; si tratterebbe di stimare quanto di questo incremento è dovuto alla globalizzazione e quanto invece ci sarebbe stato comunque. E soprattutto ciò oscura completamente la domanda: ma quest'aumento della ricchezza l'ha prodotto la globalizzazione, o i milioni di operai e lavoratori che sono stati aggiogati a essa? Forse suonerebbe diversamente la frase, detta come: "La globalizzazione ha aumentato lo sfruttamento globale del mondo intero".

La verità è che la globalizzazione ha fatto aumentare vertiginosamente soprattutto i profitti grazie al fatto che ora i capitali si possono muovere su scala globale. Il risultato "locale" e non "globale" qual è? Il proletariato dei paesi occidentali ora è esposto a una concorrenza di un esercito salariato di riserva che non è più limitato al proprio territorio, ma è esteso a tutto il mondo. Del resto il calo dei profitti, che il crollo della domanda interna induce nei paesi sviluppati, è più che compensato dai profitti che le aziende riescono a fare "delocalizzando". Le recenti controtendenze di rilocazione (ossia del ritorno della produzione nei paesi che prima avevano delocalizzato, e ci riferiamo principalmente a USA e Germania) confermano solo che i flussi sono generati solo dalle immediate convenienze del Capitale, che ritorna sui propri passi quando diritti e salari dei lavoratori di casa sono stati abbassati e distrutti. In Germania la riforma del socialdemocratico Schröder ha finora prodotto 8 milioni di mini-jobbers, pari a circa un quarto della forza lavoro tedesca. Recentemente il Dipartimento del Lavoro riferisce che la durata della settimana lavorativa in USA nel 2013 supera di poco in media le 34 ore, contro le 44 ore massime di legge, altro sintomo della precarizzazione e parcellizzazione del lavoro.

Conseguenza culturale di questa tendenza è la fine della necessità di avere una classe lavoratrice vasta e istruita. Da qui il cambiamento di ruolo che scuola e università hanno avuto negli ultimi decenni, venendo svuotati delle finalità di acculturazione di classe, per diventare sempre più semplici ammortizzatori di massa, fino al progressivo smantellamento perché non più utili al sistema borghese.

Che questa tendenza storica possa essere contrastata o anche solo ostacolata da "aggiustamenti" è impensabile. Il potere contrattuale della classe operaia occidentale è caduto anche e soprattutto a causa di questo movimento e non è più in grado di strappare le condizioni contrattuali che erano possibili fino agli anni Settanta. Il capitalismo globalizzato non ha più motivo di mercanteggiare con la classe operaia alcunché. Pertanto sono semplicemente ridicole le rivendicazioni dei riformisti e opportunisti che costituiscono lo schieramento di opposizione non marxista o anti-marxista: non c'è niente da aspettarsi dalla borghesia monopolista se non quello che stiamo vedendo.

In questa epoca di sconvolgimenti si crea nei paesi occidentali un forte squilibrio che prende la forma della guerra tra poveri tra cittadini italiani colpiti dalla crisi e cittadini stranieri.

Ma vediamo da vicino quali sono le cause di questa guerra. I dati che prendiamo in considerazione sono del 2013, perché i più aggiornati.

Secondo il Dossier Immigrazione 2014 (Unar del Centro Idos riferito all'anno 2013), il numero di stranieri regolari in territorio italiano sono 5.364.000 (residenti secondo ISTAT 4.922.085) di cui 2.4 milioni lavoratori e l'87.1% di loro sono dipendenti. Rappresentano l'8.1% della popolazione totale. Il 52.8% proviene da altri paesi dell'Europa, il 20.9% dall'Africa, il 18.3% dall'Asia e il 7.9% dal continente Americano. 933 mila sono i rumeni, 525 mila i marocchini, 503 mila gli albanesi, 321 mila i cinesi, 234 mila gli ucraini, 166 mila i filippini, 89 mila i polacchi, 48 mila i bulgari. Il 60.1% degli stranieri risiede al Nord, il 25.4% al Centro, 14.6% al Sud. La proporzione rispetto a quella dei cittadini italiani non è perfettamente equilibrata: per esempio al Nord c'è una maggiore proporzione rispetto al Sud, indice che i cittadini stranieri si concentrano dove c'è più lavoro.

Se raffrontiamo queste cifre a quelle dell'incremento demografico, vediamo che nel 2014 (qui si hanno dati più aggiornati) sono 509 mila le nascite, il livello minimo dall'Unità d'Italia. I morti invece sono 597 mila unità. Quindi in Italia mancano circa 100 mila individui l'anno. Il numero medio di figli per donna è pari a 1,39, come nel 2013 (nel 2010 era 1,46) a fronte di una media Ue di 1,58 (2012); per le straniere 1,91 (a queste è attribuito il 19% delle nascite totali), nel 2013 era il 2,1. I residenti stranieri sono cresciuti in un anno di 151 mila unità. Nel 2013 i visti rilasciati per soggiorni superiori a 90 giorni sono stati 169.055, di cui solo 25.683 per lavoro subordinato e 1.810 per lavoro autonomo. Attualmente a determinare la crescita della popolazione straniera sono soprattutto gli ingressi per ricongiungimento familiare (76.164 visti) e le nuove nascite (77.705). Un dato in crescita nel 2013 sono le 100.712 acquisizioni di cittadinanza italiana, quasi raddoppiate rispetto al 2012.

Ricordiamo che il numero di figli per donna che dovrebbe mantenere la popolazione in pareggio nel lungo periodo è pari ovviamente a 2. Finora i vuoti nella popolazione in Italia si sentono poco, sia a causa della diminuzione dei morti, cosa che però provoca il fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, che a causa dell'immigrazione.

Il saldo migratorio netto con l'estero è pari a +142 mila unità, valore minimo degli ultimi cinque anni, in quanto bisogna considerare anche la forte emigrazione di giovani altamente istruiti che vanno all'estero (la famosa "fuga dei cervelli"). La situazione è preoccupante perché "regaliamo" giovani altamente istruiti, che sono costati molto all'erario italiano, e "recuperiamo" con giovani meno istruiti che ci vengono dagli altri paesi. Ciò però non dipende né da quelli che partono, né da quelli che arrivano. In Italia c'è il minor numero di laureati dell'Europa avanzata e il numero maggiore di laureati disoccupati, testimonianza di un tessuto produttivo culturalmente e tecnologicamente in media arretrato.

È cresciuto anche il divario della retribuzione netta mensile percepita in media dagli stranieri (959 euro, -27% rispetto ai 1.313 euro dei lavoratori italiani), così come tra i primi risulta più elevata l'incidenza dei sottoccupati. Diventa sempre più forte il fenomeno del 'demansionamento' dei lavoratori stranieri, il 35,3% svolge professioni non qualificate (in particolare nei servizi domestici e alberghieri) e quasi altrettanti sono impiegati come operai (32,6%), mentre il 26% lavora da impiegato e solo il 6,1% svolge professioni qualificate. Il superamento di questa posizione subalterna non avviene neanche dopo una lunga permanenza in Italia, né a fronte di un livello di formazione avanzato, infatti 1 milione di stranieri, pari al 41,1% degli occupati, possiede un grado di istruzione più elevato rispetto alle mansioni che svolge, a dimostrazione che il livello di studi degli immigrati è generalmente medio-alto (il 10,3% ha una laurea e il 32,4% un diploma: dati del Censimento 2011).

Si potrebbe pensare che uno "sfoltimento" della popolazione sia un fatto positivo, soprattutto per le classi meno abbienti, perché dovrebbe diminuire l'esercito salariato di riserva, i disoccupati, lasciando più spazio a coloro che cercano lavoro, come se fossimo su una nave sul punto di naufragare e ci fossero meno persone in fila alle scialuppe di salvataggio. Ma ciò è completamente falso, vediamo perché. Se diminuiscono i cittadini, e quindi fatalmente i consumatori, semplicemente l'economia, almeno quella capitalista, si restringe (con buona pace dei decrescisti), ossia: meno consumatori, meno prodotto, meno produttori necessari. Paradossalmente l'incremento di cittadini stranieri – mediamente di fascia di età produttiva e non di età scolare o addirittura non più lavorativa, pagati peggio come abbiamo visto – apporta più ricchezza al Paese di quanto non ne sottragga. Ossia questi cittadini portano più scialuppe di salvataggio di quante persone le vogliano occupare. Il problema però, dal punto di vista della classe lavoratrice italiana, è: ma su queste scialuppe chi ci salirà? Ossia questa debolezza del lavoro degli immigrati fatalmente indebolisce il lavoro dei cittadini italiani, ponendosi, come abbiamo osservato all'inizio, come sostegno dell'esercito salariato di riserva, aumentando i profitti e schiacciando i lavoratori tutti, immigrati e non. Quindi siamo tra Scilla e Cariddi: se diminuisce l'immigrazione, diminuiscono le scialuppe, se aumentano le scialuppe, ci salgono altri.

Vediamo, soprattutto nelle regioni più deboli del Paese, quali sono infatti le attività in cui i lavoratori stranieri sono impiegati. Molti sono addetti alla cura personale, ossia badanti e collaboratori domestici. Questi ovviamente non "rubano il lavoro" a nessuno, proprio perché per la maggior parte sono assunti in regola (contribuendo anzi ai bilanci dell'INPS) e anzi si inseriscono bene nel tessuto familiare. Se non ci fossero, semplicemente l'economia di tante famiglie non potrebbe andare avanti, perché verrebbero sostituiti dagli stessi componenti della famiglia che assistono, con diminuzione netta del reddito nazionale prodotto (la citata distruzione delle scialuppe). I casi di maggiore sfruttamento, come quelli che avvengono nelle campagne e nelle città meridionali e non solo, si verificano invece a causa della diffusa illegalità in cui questi settori produttivi sono tenuti con la precisa volontà del potere borghese. Non è credibile che le autorità di polizia (trascuriamo gli ispettori del lavoro, che sono stati depotenziati anno dopo anno) non vedano i battaglioni di lavoratori nelle campagne raccolti dai caporali, non sappiano dei sottoscala brulicanti di un'umanità sofferente, dei cantieri edili senza alcun controllo. Lo Stato è il primo responsabile diretto di questa situazione, quando anche negli appalti pubblici promuove gare al massimo ribasso, che possono essere vinte solo schiacciando sotto il minimo il costo del lavoro e le norme di sicurezza.

Accanto a queste cifre che parlano di centinaia di migliaia di persone, il Dossier raccoglie anche i dati relativi alle persone non autorizzate all'ingresso e alla permanenza in Italia: nel 2013 sono state 7.713 quelle intercettate alle frontiera italiane, 8.769 i rimpatriati e 13.529 quelle intimate di espulsione ma non ottemperanti a tale obbligo. Mentre i cittadini stranieri trattenuti all'interno dei 10 CIE (Centri di identificazione ed espulsione) italiani sono stati 6.016. Quindi il cosiddetto fenomeno dei clandestini è di entità numerica assolutamente non paragonabile ai dati precedentemente esposti.

Poi vi è il doloroso capitolo dei richiedenti asilo. Nel 2013 sono state presentate 26.620 richieste di protezione internazionale, ne sono state esaminate 23.565, il 61,1% di queste è stato accolto. Anche queste cifre non possono certo spostare alcunché in un paese di 60 milioni di abitanti.

Qui va aperta una parentesi doverosa, anche a causa degli avvenimenti che si susseguono nei nostri mari. Andiamo a vedere anche qui le cifre coinvolte.

L'operazione Mare Nostrum (nome dalle reminiscenze Romane e mussoliniane) appena chiusa, era dotata di grandi navi attrezzate al soccorso in alto mare, aerei da ricognizione, droni che si spingevano fin dentro il territorio libico, ed estendeva il proprio raggio d'azione in piena zona internazionale. Essa ha soccorso in un anno centomila persone. Tuttavia si contano ancora, dichiarazione del Ministro Alfano, «499 morti durante le operazioni, 1.446 presunti dispersi, 192 cadaveri da identificare». Questa operazione è costata, ancora Alfano, «in un anno 114 milioni di euro: 9,5 milioni al mese. Mentre da domani la nuova operazione di pattugliamento delle frontiere, Triton, costerà 3 milioni di euro al mese e sarà pagata da Frontex [l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere], quindi all'Italia costerà zero euro». Un bel risparmio, no?

Ma vediamo meglio alcuni particolari. Premesso che chi si avventura in mare in quelle condizioni è davvero disperato ed è moralmente inaccettabile che si speri di fermare o ridurre il flusso degli arrivi grazie al fatto che la maggior parte di costoro anneghi, è il capitalismo "Occidentale" l'assoluto colpevole di questa situazione, a causa delle guerre imperialiste che ha innescato in quelle regioni che hanno provocato i disastri umanitari che vediamo, dalla Libia alla Siria.

Tuttavia:

Primo. L'operazione Mare Nostrum ha consentito almeno di quantificare con precisione l'entità del fenomeno in circa centomila l'anno, quindi al di sotto delle cifre relative all'immigrazione legale. Inoltre consideriamo che i profughi in minima misura si vogliono fermare in Italia e quindi il nostro Paese è coinvolto solo marginalmente dalla necessità di assorbire queste persone, forse per non oltre un decimo. Quindi l'allarme invasione per l'Italia e per l'Europa non c'è (sottolineiamo che, anche se ci fosse, dovremmo farcene carico).

Secondo. I costi dell'operazione Mare Nostrum sono del tutto compatibili con un'economia avanzata, considerando i profitti che a essa derivano proprio da quei Paesi che abbiamo contribuito a distruggere. Andare a risparmiare sei milioni al mese, avendo la certezza che ci saranno migliaia e migliaia di morti al mese, è inaccettabile. Ma soprattutto:

Terzo. Occorre ribaltare completamente la logica borghese e imperialista che sta dietro queste considerazioni. Se, come diceva recentemente un operatore sanitario mostrando così quanto è nudo il re, questi profughi si andassero semplicemente a prendere non sulle coste libiche, non in mare, ma nei porti, con traghetti attrezzati, quanti soldi si risparmierebbero? Si eviterebbero i morti, si taglierebbero i costi e si eliminerebbe alla radice il traffico illecito gestito dalle mafie locali e internazionali. Pensare che tra questi disperati ci siano infiltrati i "terroristi" è semplicemente ridicolo: i "terroristi", ben pagati e ben pasciuti dai servizi segreti occidentali e delle petro-monarchie, figuriamoci se tentano di entrare in Italia rischiando la pelle su un barcone! Anche questo fa parte del vero terrorismo, quello mediatico, che ci impone questo regime borghese per giustificare la sua politica imperialista.

In realtà queste "operazioni" dai nomi stravaganti non fanno altro che militarizzare il Mediterraneo, scaricando la responsabilità dei relativi costi proprio su coloro, i disperati che tentano il mare, che invece sono le vittime di questa attività bellicista dell'imperialismo NATO. Attraverso queste operazioni si giustificano i droni in Libia, il pattugliamento nel Mediterraneo, le attività spionistiche e persino il funzionamento del MUOS, il sistema di comunicazioni satellitare che la popolazione siciliana avversa fieramente e che recentemente è stato "bocciato" dal TAR della Sicilia.

Ben sappiamo noi comunisti che l'unica soluzione è la fuoriuscita dal capitalismo e la riproposizione del problema della convivenza tra i popoli e delle varie etnie dei lavoratori all'interno di un sistema socialista che garantisca a tutti e a tutte eguali condizioni di vita e di cultura.

Altro è invece fissare delle rivendicazioni di lotta popolare. Rivendicazioni che saranno, come abbiamo detto, necessariamente incompatibili col sistema capitalista, ma tali che facciano elevare la coscienza di classe del proletariato e svelino a tutto il popolo la insanabile contraddizione di quel sistema coi propri interessi elementari.

No alla guerra tra i poveri.

Non sono i proletari stranieri a rubarci il lavoro, il lavoro ce lo ruba il capitalista quando delocalizza. Nazionalizzazione delle aziende che delocalizzano

Non sono i proletari stranieri a farci concorrenza e abbassarci il salario ma il capitalista. Salario minimo fissato per legge per tutti

Non sono i proletari stranieri a farci la guerra, ma sono i nostri capitalisti imperialisti che portano la guerra e la distruzione ai popoli del resto del mondo. Fuori l'Italia dalla NATO e fine della partecipazione a tutte le guerre imperialiste, basta con le spese miliari

Non sono i proletari stranieri a restringere le possibilità di sostegno al lavoro e ai servizi pubblici, ma i trattati europei che strangolano i popoli d'Europa. Fuori dalla UE

Queste semplici parole d'ordine sono appunto la base su cui misurare anche il grado di sincerità e coerenza nella lotta anticapitalista e antimperialista.


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