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Il Brasile e l'ascesa del fascismo: la responsabilità della presunta sinistra

Alberto Cruz * | nodo50.org/ceprid
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/11/2018

Il fascismo è in crescita in tutto il mondo. La credulità "progressista", fa immancabilmente il gioco del sistema, le costanti rinunce, il contendersi le briciole..., la teoria della conciliazione di classe (Chavez dixit) è il brodo di coltura del fascismo.

C'è stato un tempo in cui l'oligarchia latino-americana venne quantomeno colpita, specialmente quando fu sconfitto – per reazione popolare – il colpo di Stato contro Chavez (2002), che, invece di affondarla definitivamente, decise di tenderle una mano con la sua "politica di conciliazione di classe". Con la sconfitta del colpo di Stato, Chavez aveva rafforzato il suo governo dopo aver vinto il referendum revocatorio nel 2004, dando inizio alla riorganizzazione statale e accrescendo la propria influenza politica in ambito internazionale. A quel tempo, il governo bolivariano aveva tutto a sua disposizione e l'oligarchia era così sconfitta e screditata che sarebbe bastato un ultimo colpo per non farle alzare più la testa. Chavez tuttavia optò per quella che chiamò "politica di conciliazione di classe" presentando come grande risultato di tale approccio "l'Accordo Cha-Az" (Chavez-Aizpurua, un grande proprietario terriero di Barinas) con cui ai contadini sarebbero state concesse delle "terre inutilizzate", cioè non lavorate dai proprietari terrieri e, generalmente, della peggior qualità. I contadini si misero le mani nei capelli. Non era possibile! Non poteva andare peggio, dato che molte di quelle terre appartenevano allo Stato e i proprietari terrieri se ne erano impadroniti illegalmente! Con l'accordo le appropriazioni indebite venivano legalizzate dallo Stato poiché i latifondisti erano riconosciuti quali proprietari. I contadini protestarono e molti dei loro leader furono assassinati da sicari assoldati dai latifondisti senza che i mandanti siano mai stati disturbati.

In questo terreno di coltura, in buona sintonia con l'oligarchia, il Partito del Lavoro (PT) trionfa in Brasile e sceglie come Chavez di placare l'oligarchia. Il PT metterà in moto alcune misure sociali, sì, ma caritatevoli, assistenziali, senza toccare un solo privilegio degli oligarchi.

Neoliberalismo dal volto umano

Gli indios brasiliani, le popolazioni originarie, non tardarono a rendersi conto di cos'era il PT e la sua politica, che subito qualificarono come di "belle parole" ma priva di sostanza reale. Sono stati i primi, quasi da soli mentre altri movimenti sociali esultavano per il fumo, senza vedere cosa nascondeva questa cortina. La fitta foresta dei privilegi non solo non era intaccata, ma rafforzata da misure come quelle immediatamente adottate da Lula, il nuovo presidente, che piazzava al governo della Banca centrale un uomo del FMI. E' stato, nei fatti, l'architetto di tutta la politica macroeconomica del PT di Lula, mentre a livello micro, il PT si accontentava di una politica assistenziale e caritatevole esemplificata dal programma "Fame Zero" che affascinò molti, dentro e fuori il Brasile.

L'elezione di Lula venne salutata dal movimento anti-globalizzazione e fu allora che si coniò la famosa frase "un altro mondo è possibile". Curiosamente, lo stesso diceva l'allora direttore del FMI Heinrich Koeller: "Sono entusiasta di Lula, impressionato... vedo che la riforma delle pensioni, la riforma fiscale sono una priorità in agenda, e questo è corretto... lavorare duramente per unire la crescita e la politica orientata all'equità sociale". Bene, questo era il 2003. Nel 2007, insisteva ancora sul fatto che il governo del PT "aveva calmato i mercati finanziari" (1) e pertanto non si annunciavano pericoli né presenti né futuri. Non c'è da stupirsi quindi che, qualche anno più tardi, lo stesso FMI tagliasse la gola al governo di Dilma Rousseff per fare lo stesso, anche molto meno, con Lula.

Il trionfo del PT non è stata una vittoria contro il neoliberalismo, come pensano - per l'ignoranza e pigrizia mentale - i "progressisti", ma un adattamento del neoliberalismo alla nuova realtà: mantenere la stessa politica economica, mantenendo le stesse strutture economiche dando una patina dal "volto umano". Chavez spaventava (e per questo gli fecero un colpo di Stato, che sconfisse, ma che non ebbe il coraggio di schiacciare) per cui esso ha dovuto riadattarsi alla nuova realtà che si stava preparando in America Latina. Da qui gli elogi del FMI al trionfo di Lula, specialmente quando si constatò che Lula aveva messo a capo della politica economica un tizio del FMI e di Wall Street.

Il FMI era soddisfatto di Lula perché il PT dimostrava di poter giocare più o meno da "sinistra", ma sempre entro i limiti stabiliti dal capitale. Si contrapponeva, con entusiasmo, all'esempio di Lula quello di Chavez. Uno era "ragionevole", l'altro era pericoloso e imprevedibile. Nel caso aveste qualche dubbio, Lula è stato invitato a Davos in due occasioni, l'ultima nel 2010, dove si trasformò nel personaggio centrale e lì fece una dichiarazione di intenti: adempiere a tutti gli impegni finanziari internazionali del Brasile "e non come l'Argentina" (sic) - era l'epoca di Kirchner e del suo scontro con il FMI. Uno battagliava, l'altro assumeva, il primo era criticato e il secondo elogiato. Lula ricevette a Davos il premio di "statista mondiale".

Lula servì fedelmente il capitale. Ma Lula, Dilma e l'intero PT brasiliano sono l'esempio più chiaro del vecchio detto "Roma non paga i traditori". Hanno svolto il loro ruolo, lo hanno fatto con coscienza e la ricompensa è stata un colpo di Stato (Dilma) e la prigione (Lula). Allora erano necessari per calmare le ansie emancipatorie e incanalarle, ora sono totalmente superflui.

Il tanto lodato "Programma fame zero" era un programma assistenziale, di beneficenza, sulla stessa linea delle missioni bolivariane di Chavez. E questo deve essere inquadrato all'interno della strategia del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, che sono favorevoli alla riduzione della povertà estrema, cioè rendere "redditizia" la povertà nella misura in cui evita l'esplosione sociale. I "progressisti" sono i principali sostenitori del concetto deteriore di pace come "assenza di conflitto". E' sempre questo l'obiettivo dell'oligarchia se ci si vede costretta. Il portato positivo di pace è invece "risolvere le cause che originano il conflitto". Ma questo è sempre respinto dall'oligarchia perché mette in discussione le ragioni dello sfruttamento e della povertà. Se ti chiedi dove si posizionano i "progressisti", la risposta è più che evidente: nel primo ordine interpretativo di fatto (e di diritto), nel secondo in modo falso. Dal PT brasiliano alla Syriza greca c'è tutta una serie di esempi che lo mostrano.

Nel Brasile di Lula, e fino a un certo punto in quello di Dilma, c'era la "pace sociale" garantita dall'assistenzialismo caritatevole, che ha permesso all'oligarchia di rifiatare tranquillamente per molti anni, di ricostruirsi e rafforzarsi e ora guardate dov'è. Tutto ciò non è più necessario, come non è più necessario il PT: da qui l'esito elettorale. Lo ripeto: "Roma non paga i traditori". Il suo atteggiamento è servito da terreno fertile del fascismo, da anticamera dove i mostri sono stati allevati evitando tutto ciò che poteva disturbare il capitale, fuggendo dalla lotta di classe e oggi la lotta di classe è tanto violenta quanto cento anni fa, solo che oggi è incanalata verso il fascismo e già sappiamo dove conduce, ma i "progressisti" seguono, comodamente, ben piazzati sulle poltrone che il capitale concede loro.

Non dobbiamo far caso alle loro lacrime di coccodrillo per l'ascesa del fascismo. Ne sono corresponsabili. Il cubano José Martí lo disse molto tempo fa: "Poiché commettiamo errori di nostra spontanea volontà, paghiamo per i nostri errori".

Solo per una cosa al governo del PT è stato dato credito: l'unione ai BRICS. La borghesia industriale (sottolineo industriale, dove anche il PT ha degli appoggi) brasiliana sa cosa si sta giocando nel mondo e non vuole perdere il suo spazio. Lo ha capito anche Temer (che ha fatto il golpe contro Dilma), che ha mantenuto il Brasile all'interno dei BRICS. E suppongo che Bolsonaro farà lo stesso se vincerà. Potrebbe protestare, sollevare dubbi... però, proprio come sta facendo Modi in India (un altro che oscilla), stringere legami con la Russia nonostante la pressione degli Stati Uniti. Devi sapere dove soffia il vento e questo non è favorevole agli Stati Uniti.

Il Brasile è in America Latina e non in Asia, è più influenzato dagli Stati Uniti che dall'India, ma il denaro è denaro e gli interessi brasiliani nei BRICS sono piuttosto alti e sarei sorpreso se Bolsonaro si sbarazzasse di loro. Siamo di fronte ad una situazione ipotetica, perché non ha ancora vinto del tutto, simile a quella di Italia o Austria dove governi neofascisti mantengono una politica estera diversa, cercando alleanze con la Russia, per esempio, senza rompere con gli Stati Uniti, ma lontano in qualche modo dalla tradizionale sottomissione. Nel frattempo, i "progressisti" (si veda il caso di Syriza come il più emblematico) seguono docilmente gli ordini tanto degli Stati Uniti che di Bruxelles.

Note

1. https://www.imf.org/external/np/exr/articles/2007/112107.htm

*) Alberto Cruz è un giornalista e scrittore


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