www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e societÓ - 03-06-19 - n. 714

Lo spostamento globale a destra

Prabhat Patnaik | peoplesdemocracy.in
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

02/06/2019

È un aspetto che spesso non cogliamo nelle nostre discussioni, ma la rielezione di Modi rientra in uno spostamento a destra che sta avendo luogo a livello mondiale. In Israele è stato rieletto Netanyahu. In Turchia, Erdoğan è stato riconfermato con un enorme numero di voti. Il governo conservatore è tornato al potere in Australia, contro tutti i pronostici. In un Paese dell'America Latina dopo l'altro, dove sino a poco tempo fa governava la sinistra, alimentando le speranze di una ripresa della sinistra anche altrove, abbiamo ora governi di destra - il più importante e famigerato dei quali è quello del Brasile, dove il nuovo presidente Jair Bolsonaro è noto per aver difeso il precedente regime militare e perfino per aver dichiarato che esso avrebbe dovuto uccidere ancora più persone! E a coronamento di tutto ciò, le elezioni di domenica scorsa nell'Unione Europea, giunte subito dopo la conclusione dello spoglio dei voti in India il giovedì precedente, hanno segnato un rilevante spostamento a destra.

A quanto pare, dopo queste elezioni la formazione di estrema destra di Marine Le Pen sarà il maggior partito di Francia, in leggero vantaggio rispetto all'alleanza centrista del presidente Emmanuel Macron. E il partito di estrema destra del vice-primo ministro italiano Matteo Salvini sarà non soltanto il maggiore d'Italia, ma potrebbe perfino divenire il partito più grosso al Parlamento europeo, prendendo il posto di quello di Angela Merkel. Il partito della Merkel ha perso il 9% dei voti rispetto a cinque anni fa; e nella stessa Germania, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland, ha visto aumentare i suoi suffragi al 10,5%. Anche in Ungheria, il partito di Viktor Orbán appare destinato a portare a casa la vittoria.

Se è vero che la vittoria di Modi è ovviamente in buona parte legata a circostanze interne, non dobbiamo dimenticare il contesto globale, che è segnato da un forte spostamento a destra. E quando si verifica uno spostamento a destra così generalizzato, dobbiamo porci la domanda: perché? Gli analisti liberali borghesi, invece di cogliere le analogie tra questi diversi partiti e movimenti, tendono a ritrarre un quadro frammentato della realtà: suddividono i partiti in filo-UE e anti-UE, o filo-immigrazione e anti-immigrazione; analogamente, vedono la vittoria di Modi come un fenomeno puramente indiano, legato all'Hindutva, ma privo di legami con quanto sta accadendo in Europa. Perfino la prospettiva sempre più verosimile di una rielezione di Donald Trump viene analizzata senza alcun riferimento a questi sviluppi. Ma questo quadro frammentario liberale non si presta all'analisi marxista, che va alla ricerca di modelli comuni e identifica configurazioni di classe in via di formazione. Che cosa possiamo dire, come marxisti, riguardo a questo avanzamento della destra in tutto il mondo?

È chiaro che si tratta di una conseguenza della crisi economica che attanaglia l'economia mondiale dal 2008. Vi sono stati occasionali segnali di lieve ripresa, ma non appena essi si manifestano, ecco che il mondo precipita nuovamente nella crisi. Un paragone calzante dell'economia mondiale è quello di una palla che procede rimbalzando lungo il suolo: ogni qual volta la palla rimbalza in alto si inneggia alla ripresa, ma l'entusiasmo svanisce non appena la palla ricade al suolo.

A ciò si potrebbe controbattere che l'indice di disoccupazione negli USA sembra essere attualmente il più basso da decenni a questa parte; ma anche la percentuale di occupati è diminuita rispetto al 2008. Se la percentuale di occupati fosse oggi la stessa dell'inizio del 2008, l'indice di disoccupazione ammonterebbe all'8%, e non al 4% che costituisce la percentuale ufficiale.

È in questo contesto di crisi e disoccupazione che si verifica in tutto il mondo uno spostamento a destra. La tendenza generale dei partiti liberali borghesi è stata quella di negare la crisi e la conseguente disoccupazione. La destra, se non altro, ammette le difficoltà create dalla disoccupazione, anche se ne attribuisce la responsabilità non al sistema bensì agli immigrati, e per questo vuole porre freni all'immigrazione. Dal momento che all'interno dell'UE vige il libero spostamento di lavoratori tra un Paese e l'altro, molte formazioni di destra sono anche anti-UE.

In una situazione in cui i partiti liberali borghesi negano l'esistenza della crisi e la sinistra tarda a proporre un programma alternativo alla popolazione, l'iniziativa è passata alla destra e al suo programma anti-immigrazione. La sua crescita a livello mondiale si può quindi ascrivere alla sua presa d'atto della crisi e della disoccupazione - una presa d'atto che è mancata ai partiti politici espressione dell'establishment.

Ma qual è il legame tra tutto ciò e il caso indiano? Anche in India, Modi è giunto al potere nel 2014 con un programma incentrato sullo «sviluppo». La questione era che il tasso di crescita era diminuito durante il secondo mandato dell'United Progressive Alliance, per cui la promessa secondo cui il neoliberismo avrebbe migliorato le condizioni di tutti stava cominciando a venire meno. Una volta al potere, il governo Modi non ha fatto assolutamente nulla per tenere fede alle sue promesse di «sviluppo» o «vikas», ed è per questo che in occasione delle recenti elezioni non ha detto una sola parola al riguardo. Ha invece spostato la sua narrazione su temi quali «lotta al terrorismo», «garantire la sicurezza nazionale», «dare una lezione al Pakistan» e «istituire l'Hindutva», che gli hanno permesso di evitare domande spinose riguardo a che cosa avesse fatto per realizzare lo «sviluppo» durante gli anni trascorsi al potere - e la tattica ha funzionato perfettamente.

Rimane tuttavia un fatto: lo spostamento del consenso da un partito neoliberale come il Partito del Congresso a una formazione di destra come il BJP è stato reso possibile dalla crisi del neoliberismo. Il Partito del Congresso non poteva più fingere che il neoliberismo avrebbe prodotto lo «sviluppo». Il BJP non ha più parlato di «sviluppo» dopo la fase iniziale, modificando completamente la propria narrazione, con notevole soddisfazione dell'oligarchia imprenditoriale-finanziaria (al punto che l'indice borsistico SENSEX è salito nettamente quando gli exit poll hanno prefigurato una vittoria del BJP).

Questo cambiamento di narrazione, tuttavia, è destinato ad avere soltanto un effetto temporaneo. Né il Partito del Congresso né il BJP hanno la minima idea riguardo a come superare la crisi del neoliberismo e dare lavoro ai milioni di disoccupati. In effetti un settore del Partito del Congresso è consapevole della difficoltà implicata dal proseguire lungo i vecchi binari neoliberali, ed è per questo che nell'ambito del suo programma elettorale si è fatto un gran parlare del NYAYA, un progetto di stanziamenti a favore del quinto più povero della popolazione. Ma questo progetto, che in circostanze normali avrebbe suscitato grande entusiasmo - e avrebbe perfino potuto ribaltare le sorti delle elezioni per il Partito del Congresso - si è rivelato un fiasco, poiché non sono state presentate stime credibili riguardo alle modalità di reperimento del denaro necessario. La gente ha percepito istintivamente che si trattava di una mera promessa elettorale, destinata a essere tradita il giorno dopo le elezioni.

Ma se il Partito del Congresso, centrale e liberal-borghese, non ha idea di come far progredire l'economia, il BJP è altrettanto a corto di soluzioni. La sua versione di «nazionalismo» è destinata a mostrare ben presto la corda. Non si può tenere a bada la gente servendole dosi giornaliere di retorica anti-pakistana e anti-musulmana quando quella stessa gente è affamata e senza lavoro. Anche se il governo Modi non farà nulla in campo economico, l'economia non risparmierà Modi. La crisi è destinata a inasprirsi, e la recessione e le difficoltà nella bilancia dei pagamenti si faranno più acute con il trascorrere del tempo. E quando questo accadrà, il governo Modi non avrà alcuna risposta da dare (anche se nel frattempo, naturalmente, il salvataggio dell'economia sarà divenuto ancor più difficoltoso).

Dal momento che nessuna delle due formazioni neoliberali è in grado di dare una risposta agli scottanti problemi materiali della popolazione, è soltanto la sinistra, che può superare il capitalismo neoliberista, a poter offrire una via d'uscita dalla crisi, anche se questa via d'uscita è destinata infine a condurci oltre il capitalismo stesso. Ciò vale non soltanto per l'India, ma anche per il resto del mondo.

In breve, siamo di fronte a una congiuntura storica in cui, al di là del successo a breve termine che la destra può ottenere nel mobilitare la gente intorno a un programma falso o divisivo, essa è sostanzialmente incapace di riscattarla dall'attuale condizione di disoccupazione e disperazione.

Vi sono momenti nella storia di una nazione in cui il sistema esistente appare stabile e destinato a sopravvivere a lungo; ma tutto ciò può cambiare rapidamente, lasciando il posto a momenti in cui il sistema semplicemente non può più continuare come prima. Per il capitalismo questo momento è giunto, non soltanto in India ma in tutto il mondo. Per quanti successi elettorali possa ottenere qui o altrove, la destra non può modificare questo dato di fatto.


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