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I bambini di Balolé

Higinio Polo | elviejotopo
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

02/06/2019

Balolé è un enorme buco a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. Un documentario, Il Lupo dorato di Balolé presentato di recente, lo mostra al mondo: è opera di Chloe Aïcha Boro, scrittrice e regista che ha dovuto lottare duramente per realizzare le sue pellicole e che ha scoperto nel centro di Ouagadougou quell'enorme cava di granito dove duemilacinquecento persone, uomini, donne e bambini, lavorano in condizioni disumane per sopravvivere. Lì, lasciando l'anima, un uomo riesce a guadagnare seicento franchi CFA al giorno, meno di un euro; una donna o un vecchio guadagnano la metà; e un bambino appena duecento franchi, trenta centesimi di euro. Essi costituiscono una popolazione di schiavi, sfruttati da intermediari e venditori di granito senza scrupoli, emarginati, condannati alle tenebre, alla schiavitù della povertà.

Chloe ha intitolato il documentario Il Lupo dorato di Balolé in onore di Ablassé, l'operaio che ha organizzato i lavoratori della cava in lotta contro gli abusi degli intermediari. Ablassé lavora lì con sua madre, sua moglie e i suoi figli. Vi hanno partecipato anche Alassane e Ousseny, due bambini di tredici anni che sognano di poter andare alla scuola serale, dopo il lavoro. Chloe dice che gli operai di Balolé ricordano gli schiavi dell'Egitto dei faraoni. Ha trovato lì persone ridotte in schiavitù dal bisogno e dalla povertà, ma dignitose, con una profonda umanità, disposte a lottare al punto di partecipare alle rivolte, come l'insurrezione del 2014 che ha deposto il miserabile Blaise Compaoré, un tiranno, salito al potere con il colpo di stato del 1987 dopo il rovesciamento del leader comunista Thomas Sankara (chiamato il Che Guevara africano) dalla presidenza del paese. Sankara aveva diviso la terra tra i contadini poveri e aveva concordato con Fidel Castro che i medici cubani avrebbero organizzato l'assistenza sanitaria: un esempio che né Parigi, né Washington potevano tollerare. Il colpo di Stato fu sostenuto dal governo francese di Jacques Chirac e i massacratori uccisero Sankara, la speranza del paese.

Balolé è un enorme buco nella terra, nascosto da edifici, mura di cinta ed enormi cumuli di ciottoli. Non c'è nessun macchinario: gli operai rompono il granito con le mani; per ammorbidire la pietra bruciano vecchi pneumatici che sollevano fumo nero come se uscissero dall'inferno. Donne e bambini rompono la roccia e la portano in cesti che mettono sulla testa, rischiando la vita se scivolano sui ripidi pendii della cava, tra ondate di polvere, come se quel gigantesco pozzo dove uomini, donne e bambini lavorano come minatori schiavi in condizioni inimmaginabili, fosse un miraggio, perché non esiste né la cava, né chi vi lavora. Sono reali, sì, ma non esistono ufficialmente, anche se orfani, vedove, donne ripudiate lavorano lì con i loro bambini, picchiando ciottoli con un cilindro di metallo o una mazza sotto una tenda precaria per resistere al calore infernale.

Le mani dei bambini di Balolé ricordano quelle di Munna, un piccolo bengalese che quando il fotografo bengalese GMB Akash vide nel 2014 aveva solo otto anni e le mani di un vecchio: lavorava dieci ore al giorno in una fabbrica di Dacca di pezzi di ricambio per risciò, guadagnando 12 euro al mese. I ragazzi come loro sono innumerevoli nel mondo. Solo in Bangladesh lavorano quasi cinque milioni di bambini tra i cinque e i tredici anni. Molti lavorano per dieci dollari al mese; altri rovistano nelle discariche di Dacca: è il loro lavoro. A volte i padroni hanno apprendisti che lavorano solo in cambio di cibo. Tali situazioni si verificano in molti altri paesi, in Messico o in Brasile, in India o in Sudan.

Il buco di Balolé, le discariche di Nairobi o di Bombay, le fabbriche nel mondo povero dove i piccoli operai come Munna lavorano, divorano la vita di migliaia di bambini schiavi, ma che insieme ai loro genitori al tempo stesso lottano e ci insegnano la dignità e il coraggio dei poveri: a Balolé hanno partecipato alla rivolta contro il tiranno Compaoré e Alassane e Ousseny sono riusciti ad andare a scuola, anche se devono percorrere chilometri ogni giorno.



 


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