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Oltre i piagnistei: combattere il razzismo

Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/07/2021

Era inevitabile che il capitalismo mercificasse anche l'antirazzismo - come fa con qualunque cosa.

L'antirazzismo era passato di moda con l'elezione di Barack Obama. Mentre la nostra piccola sinistra radicale continuava a considerare il razzismo un flagello per una popolazione storicamente oppressa, i media celebravano i successi individuali di alcuni neri come il segnale che gli ostacoli al progresso erano stati ormai in gran parte eliminati, e che stavamo entrando in quella che intendevano spacciarci come un'era post-razziale.

Gli smartphone dotati di videocamere ad alta definizione nelle mani dei testimoni hanno reintrodotto a forza l'antirazzismo nel dibattito nazionale. I filmati brutali ed espliciti di violenze perpetrate dalla polizia contro giovani neri hanno suscitato disgusto nei salotti, come avveniva oltre cinquant'anni fa con le riprese televisive degli orrori della guerra in Vietnam. L'antirazzismo ha quindi vissuto una rinascita, e milioni di persone di ogni età in tutto il Paese hanno dato voce alla loro protesta.

Alcuni, però, hanno visto in tutto ciò un'occasione da cogliere - una possibilità di carriera e di autopromozione nell'ambito della nuova industria dell'antirazzismo.

La sete di attenzione degli accademici - la fissazione per «nuovo» - ha dato vita al concetto di «micro-aggressioni», l'idea cioè che piccoli dettagli nel modo di comportarsi, nel linguaggio del corpo e nelle conversazioni occasionali contengano in sé i germi del razzismo - e anzi alimentino il razzismo stesso.

Ma le micro-aggressioni stanno alle «macro-aggressioni» subite dai neri - morti premature, carenze sanitarie, grave miseria e super-sfruttamento - come il mal di testa sta a un tumore in stadio terminale.

La paladina delle micro-aggressioni, la principale rivenditrice dell'antirazzismo ridotto a merce, è indubbiamente Robin DiAngelo. Pur non potendo vantare meriti particolari nell'ambito del movimento antirazzista, DiAngelo è balzata sulla ribalta nazionale con White Fragility («Fragilità bianca», n. d. t.), il suo bestseller al numero 1 della classifica del New York Times. Il libro le ha fruttato una serie infinita di inviti nel circuito dei talk show. E l'autrice ha prontamente monetizzato la propria fama producendosi in conferenze e consulenze. La sua truffa si basa su una variazione sul tema del «siamo tutti peccatori» caro agli evangelici americani. Se questi ultimi costringono il benpensante seduto in prima fila in chiesa a guardare in faccia la propria natura di peccatore, DiAngelo punta a obbligare il liberale o il progressista più sensibile al razzismo a riesaminare i propri trascorsi in termini di situazioni imbarazzanti, gaffe verbali ed espressioni inappropriate, con lo scopo di giungere alla conclusione che «siamo tutti razzisti». E precisa che gli esorcismi da lei praticati sulle micro-aggressioni non conducono alla redenzione - devono invece essere ripetuti più e più volte, in eterno.

Ho già scritto in passato a proposito di Robin DiAngelo qui, demolendo senza mezzi termini il suo libro, la sua supponenza e la volgare commercializzazione che fa del suo antirazzismo fasullo. Ma ora ha sfornato un nuovo libro, Nice Racism: How Progressive White People perpetuate Racial Harm («Razzismo carino: come i bianchi progressisti perpetuano l'offesa razziale», n. d. t.), e sta facendo un'altra volta il giro dei talk show. Particolarmente insopportabile è stata la recente intervista da lei rilasciata a This Morning sulla CBS, durante la quale ha parlato di etichetta sociale razziale come se questa potesse essere paragonata al linciaggio. Ha raccontato la vicenda di una cena di trent'anni fa in cui tentò goffamente di fare colpo su alcuni ospiti afro-americani sfoggiando la propria sensibilità razziale - un tentativo da lei equiparato a un grave atto di suprematismo bianco.

Secondo Matt Taibbi (Our Endless Dinner with Robin DiAngelo), il nuovo libro non è altro che una versione ricucinata di White Fragility - anche se non sono in grado di dirlo con certezza, dato che mi rifiuto di contribuire al «fenomeno DiAngelo» acquistando il libro. Taibbi sottopone il volume a un gustoso esercizio di «giornalismo gonzo», prendendosi gioco con il suo consueto acume sarcastico della supponenza e della presunzione dell'autrice.

Vi è tuttavia un problema in questo disgusto - che condivido - per le tattiche da televendita di DiAngelo.

Smascherarla non è sufficiente. Il razzismo è reale. Il popolare pseudo-antirazzismo di DiAngelo impedisce a milioni di persone di confrontarsi con la sgradevole rozzezza del razzismo; induce la gente a credere che gli ostacoli alla giustizia razziale siano stati ormai superati, salvo che nelle relazioni interpersonali; punta i riflettori su sensazioni, emozioni e sensibilità, invece che sulla realtà concreta dell'oppressione razziale. In breve, Robin DiAngelo distoglie l'attenzione dal pesante fardello materiale che il razzismo scarica concretamente sulle spalle dei neri.

Purtroppo, Taibbi e altri che a buon diritto criticano la commercializzazione dell'antirazzismo attuata da DiAngelo dimenticano spesso di riaffermare la realtà del razzismo, le conseguenze materiali della supremazia bianca.

Nelle ultime settimane sono comparsi diversi articoli che documentano le scandalose conseguenze del razzismo materiale.

Il 28 giugno, il New York Times ha pubblicato un articolo dal titolo bizzarro e provocatorio, Black Workers Stopped Making Progress on Pay. Is It Racism? («I progressi nei salari dei lavoratori neri si sono interrotti. È razzismo?», n. d. t.). La bizzarria del titolo sta nel fatto che l'articolo, in realtà, dimostra come negli ultimi cinquant'anni la differenza tra i salari dei maschi neri e quelli dei maschi bianchi sia aumentata! Quando mai ci sono stati dei «progressi»?

Secondo il New York Times, nel 2019 i maschi neri guadagnavano in media 56 centesimi per ogni dollaro guadagnato dai loro colleghi bianchi, tenuto conto dei rispettivi tassi di disoccupazione.

Le differenze salariali persistono da generazioni, malgrado gli afro-americani abbiano ridotto drasticamente il loro ritardo in termini di scolarizzazione. Da molto tempo gli ideologi liberali sostengono che le differenze di ricchezza e reddito sono legate a differenze di scolarizzazione. Ma questa giustificazione del razzismo evapora di fronte ai fatti: «Sebbene gli afro-americani siano in ritardo rispetto ai bianchi in termini di scolarizzazione, questa disparità si è notevolmente ridotta nel corso degli ultimi quarant'anni. Ma le disparità salariali non sono diminuite».

Questa apparentemente ineliminabile disparità salariale del 20% che colpisce tutti i lavoratori neri rispetto ai loro colleghi bianchi ha un nome. Si chiama «razzismo strutturale». «Razzismo» perché infligge alle sue vittime danni profondi con conseguenze a lungo termine. «Strutturale» perché sottopone i lavoratori neri a un super-sfruttamento, rendendo possibile una struttura che giustifica salari più bassi per tutti i lavoratori, a vantaggio delle imprese capitaliste.

Forse sarebbe troppo chiedere a una «progressista» bianca come Robin DiAngelo di portare questi fatti all'attenzione di un pubblico che, a quanto pare, le frutta tre quarti di milione di dollari l'anno in compensi per le sue conferenze - anche se, forse, il fatto che ai neri vengano da decenni negati i salari loro dovuti meriterebbe la stessa attenzione riservata a qualche parola maldestra pronunciata durante una cena in un bel ristorante di un quartiere elegante.

Forse a DiAngelo sono sfuggite anche le cifre relative all'aspettativa di vita rese note all'indomani della pandemia sia dal CDC sia da The BMJ (pubblicazione legata all'Associazione Medica Britannica). Prevedibilmente, i cittadini degli Stati Uniti - soggetti a un sistema sanitario fallimentare e basato sul profitto - hanno subito un calo dell'aspettativa di vita maggiore di quello verificatosi in Paesi paragonabili dotati di sistemi sanitari nazionali o pubblici (un calo "superiore di 8,5 volte rispetto al calo medio di 16 Paesi paragonabili").

Ma la vistosa differenza tra i bianchi da una parte e i neri (e i latini) dall'altra rappresenta un vero scandalo nazionale. The BMJ afferma che mentre per il cittadino statunitense bianco medio l'aspettativa di vita alla nascita si è ridotta di 1,4, quella dei neri è diminuita di ben 3,25 anni (e quella dei latini di 3,9 anni)!

NBC News ha citato la seguente dichiarazione di Steven Woolf, curatore dello studio di The BMJ e direttore emerito del Center on Society and Health della Virginia Commonwealth University: «Ciò che non mi aspettavo era quanto gli Stati Uniti avrebbero gestito male la pandemia... Queste sono cifre che non siamo affatto abituati a vedere in ricerche come questa: di norma, un calo di 0,1 anni è già sufficiente ad attirare l'attenzione in questo settore, perciò cali di 3,9 anni, 3,25 anni o anche 1,4 anni sono semplicemente terribili». «Era dalla seconda guerra mondiale che non si registrava una diminuzione di questa entità», ha aggiunto Woolf.

L'aspettativa di vita per i maschi neri è oggi inferiore a 68 anni (era di 68,3 anni secondo i dati del CDC del 2020). Ciò significa che il maschio nero medio, pur pagando i contributi alla previdenza sociale e a Medicare, ne trarrà pochi benefici o nessuno - una crudele conseguenza del razzismo incorporato in uno Stato sociale e in un sistema sanitario disfunzionali.

La differenza tra l'aspettativa di vita dei neri e quella dei bianchi è oggi di ben 5,81 anni! Che la ragione di questa disparità vada ricercata in un sistema sanitario razzializzato, nell'impoverimento o in altre forme di diseguaglianza, il risultato è uno scandalo di proporzioni nazionali.

Ma ciò che più conta è che queste cifre non fanno che evidenziare esiti che sono parte integrante delle istituzioni degli Stati Uniti e che causano danni dimostrabili agli afro-americani. Il sistema sociale, politico ed economico degli Stati Uniti produce e riproduce sistematicamente le privazioni materiali inflitte ai neri, trasformando inevitabilmente anche le generazioni future in cittadini di serie B.

Le interviste televisive, i libri di auto-aiuto, le letture da club del libro, i sermoni e i piagnistei incidono ben poco su questi ostacoli alla giustizia sociale. L'esposizione al ludibrio, la persuasione o la formazione alla sensibilità non infrangeranno mai la morsa del razzismo sulle condizioni materiali in cui vivono i neri negli Stati Uniti.

Ciò che dobbiamo fare, invece, è imporre la giustizia razziale alle nostre istituzioni. Dobbiamo insistere su forme di rappresentanza nei luoghi di lavoro che rispecchino la nostra società multinazionale e multietnica. Concetti di moda quali la riforma scolastica, il miglioramento dei modelli di ruolo, la promozione del dibattito quale fonte di ispirazione o il fare affidamento sul mercato perché faccia giustizia si sono dimostrati inefficaci.

Nel passato, ogni tentativo di correggere le diseguaglianze economiche imposte da pratiche razziste - dai «quaranta acri e un mulo» all'«azione positiva» nei luoghi di lavoro - si è scontrato con la resistenza della ricchezza e del potere. Quando il dibattito si sposta sulla giustizia riparativa, le DiAngelo e i loro promoter aziendali si fissano la punta delle scarpe. Preferiscono cianciare di razzismo piuttosto che affrontare i costi economici implicati in un cambiamento riparativo. Potrebbe costare loro caro in termini di profitti.

Meno televendite alla Robin DiAngelo, dunque, e più azione diretta!


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