Oggi per opera dell'imperialismo statunitense che agisce in violazione di tutti i canoni del diritto internazionale, è in via di abolizione il concetto stesso di sovranità delle nazioni del Terzo Mondo come dimostra il bombardamento dell'Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele con l'obiettivo esplicito di attuare un "cambio di regime". Fino ad ora, anche quando l'obiettivo evidente era quello di provocare un avvicendamento di regime che era diventato sgradito all'imperialismo, la motivazione ufficiale indicata per l'intervento militare veniva camuffata con qualche pretesto, come il possesso di "armi di distruzione di massa" da parte del regime, il suo coinvolgimento nel traffico di stupefacenti, o altro. Il caso dell'Iran dimostra come qualsiasi foglia di fico sia stata abbandonata: il bombardamento è stato intrapreso proprio mentre erano in corso i colloqui sul programma nucleare iraniano, la questione apparentemente più controversa che stava registrando, secondo quanto riferito, persino dei progressi. Con la sua azione, quindi, gli Stati Uniti si sono arrogati, per la prima volta dalla fine dell'era coloniale, il diritto di effettuare un "cambio di regime" ovunque vogliano nel Terzo Mondo.
Il punto qui non è se la Repubblica Islamica godesse del sostegno di massa del popolo iraniano o se fosse repressiva, se consentisse la libertà di parola o se tollerasse l'opposizione: il punto è che solo il popolo iraniano ha il diritto di decidere su qualsiasi "cambio di regime" nel proprio paese e di lavorare per ottenerlo. Non è compito dell'imperialismo statunitense, che non ha alcun diritto di intervenire militarmente negli affari di un altro Paese. Questo è ciò che implicherebbe la sovranità di un Paese, e tale sovranità è il frutto delle lotte anticoloniali nei rispettivi Paesi in tutto il Terzo Mondo all'indomani della Seconda guerra mondiale. L'imperialismo, che fino ad ora aveva minato tale sovranità attraverso diverse manovre dietro le quinte, ora ricorre a un intervento militare aperto; ciò costituisce un attacco diretto alla sovranità nazionale e quindi inizia un capitolo completamente nuovo nella storia, aprendo la strada a un'effettiva inversione del processo di decolonizzazione.
Sorgono immediatamente due domande: come mai l'imperialismo statunitense si sente incoraggiato a intraprendere un simile attacco? E perché sente il bisogno di farlo proprio in questo momento? La risposta alla prima domanda è semplice: il crollo dell'Unione Sovietica e la fine della guerra fredda lo hanno lasciato in una posizione in cui non si sente più così limitato come in passato. A Cuba, per esempio, dove l'imperialismo parla ora di "cambio di regime", la differenza con la situazione al tempo della crisi dei missili cubani del 1962 è eclatante. All'epoca, l'Unione Sovietica aveva chiesto alle sue navi dirette a Cuba di farsi strada attraverso il blocco statunitense dell'isola, rischiando così una possibile guerra nucleare: gli Stati Uniti erano stati costretti a scendere a compromessi per evitare tale eventualità. Da allora non è stato tentato alcun nuovo intervento militare imperialista diretto su Cuba, ma oggi quel tipo di vincolo sull'imperialismo non esiste più. Naturalmente non esiste più da parecchio tempo, ma l'imperialismo, come argomenterò più avanti, sta attualmente pattinando su uno strato di ghiaccio sempre più sottile, il che lo spinge a tentare di ricolonizzare il Terzo Mondo. E questa è la risposta alla seconda domanda sollevata sopra.
La natura della sua crisi attuale può essere compresa correttamente se teniamo presente che essa ha due componenti distinte. La prima è che negli ultimi tre o quattro decenni la quota del reddito nazionale dei lavoratori nei paesi capitalisti avanzati e dei lavoratori nei paesi del Terzo Mondo ha subito un drastico calo: si origina una tendenza alla sovrapproduzione rispetto alla domanda aggregata e quindi a un aumento della disoccupazione (che può naturalmente essere occultata, come nel caso degli Stati Uniti, dietro un calo del tasso di partecipazione al lavoro). Ciò comporta un forte aumento delle difficoltà delle classi lavoratrici.
La seconda componente che contribuisce all'attuale crisi dell'imperialismo è che, a differenza del periodo di massimo splendore del colonialismo prima della Prima guerra mondiale, la principale potenza imperialista di oggi non ha la capacità di colmare il proprio deficit della bilancia dei pagamenti attraverso l'imposizione di un "drenaggio delle eccedenze dalle colonie" o una loro "deindustrializzazione" [a favore della potenza imperialista]. Va ricordato che il paese imperialista dominante ha sempre un deficit della bilancia dei pagamenti; nel caso attuale, una ragione importante del deficit è che gli Stati Uniti gestiscono una rete di oltre 750 basi militari in circa 80 paesi del mondo per mantenere il loro dominio globale. Questo deficit nel periodo precedente la Prima guerra mondiale era coperto dalla potenza imperialista dominante dell'epoca, la Gran Bretagna, a spese delle sue colonie. L'assenza di un proprio impero coloniale ha fatto sì che l'attuale potenza leader, gli Stati Uniti, abbia colmato il proprio deficit stampando dollari. Oggi è di gran lunga il paese più indebitato al mondo e il mondo è invaso da dollari o da attività denominate in dollari che costituiscono passività USA. Ciò rappresenta una grave minaccia per la stabilità del sistema finanziario del mondo capitalista.
Spesso si suggerisce che, poiché non esiste altra valuta utilizzata con la stessa frequenza del dollaro, il dollaro non è assoggettato ad alcuna minaccia credibile. Ma questo è errato: anche se non esiste una minaccia credibile da parte di altre valute, un improvviso passaggio dal dollaro alle materie prime è sempre possibile e, se ciò dovesse accadere anche solo per un breve periodo, potrebbe causare una massiccia inflazione nel mondo capitalista. Questo è esattamente ciò che è accaduto all'inizio degli anni '70 e ha costituito lo sfondo dell'ascesa del thatcherismo e della reaganomics, che hanno creato un'enorme disoccupazione nei rispettivi paesi per combattere l'inflazione. Mentre questa situazione si determinava dopo un boom postbellico, qualsiasi ripetizione nel contesto attuale, sommandosi all'acuta sofferenza dei lavoratori, per le ragioni sopra discusse, sconvolgerebbe notevolmente la stabilità sociale del sistema.
La risposta dell'imperialismo in questa congiuntura per prevenire tale minaccia ha due risvolti: una è l'insediamento di un regime neofascista sotto forma dell'amministrazione Trump negli Stati Uniti (e regimi simili o imminenti altrove); l'altra è il tentativo di ripristinare il dominio di tipo coloniale in tutto il mondo istituendo regimi obbedienti. Il rapimento criminale di Nicolas Maduro in Venezuela e l'attacco all'Iran, dove un discendente della dinastia Pahlavi è in attesa di prendere il potere, grazie agli americani, sono esempi di tale ricolonizzazione. Sia il Venezuela che l'Iran sono paesi ricchi di petrolio, con il primo che possiede le più grandi riserve di petrolio al mondo; e il sequestro delle loro riserve da parte delle compagnie USA aprirebbe la strada a un altro ciclo di "drenaggio delle eccedenze", questa volta verso gli Stati Uniti, che alleggerirebbe i suoi problemi della bilancia dei pagamenti.
La ricolonizzazione, tuttavia, non si limita all'estrazione di un "prelievo" dai paesi ricchi di petrolio, ma assume anche la forma di tentativi di imporre "trattati iniqui", come il trattato commerciale indo-statunitense, che creano mercati vincolati per i beni statunitensi, come ai tempi del colonialismo. Naturalmente, con questo sforzo di ricolonizzazione, il fatto che l'imperialismo riesca o meno a superare la sua attuale crisi è irrilevante; esso ritiene che la ricolonizzazione costituisca una via d'uscita dalla crisi, e questo è ciò che conta.
La ricolonizzazione come strategia imperiale è stata recentemente venduta dal Segretario di Stato statunitense Marco Rubio a un gruppo di leader europei inizialmente scettici. Naturalmente ha usato un linguaggio diverso, ma il suo suggerimento era il più diretto possibile. La sua argomentazione era che la gloriosa "civiltà occidentale" aveva subito negli ultimi anni una battuta d'arresto a causa dell'ascesa del comunismo e dei movimenti anticoloniali da esso sostenuti; questa battuta d'arresto doveva essere invertita. Ciò significava ovviamente un'inversione dei risultati ottenuti dalle lotte anticolonialiste, ovvero una ricolonizzazione del mondo. In breve, secondo Rubio, il ritorno alla gloria della "civiltà occidentale" dipende dalla ricolonizzazione del mondo. È difficile immaginare un appello più diretto alla sottomissione del Terzo Mondo al controllo imperialista.
Secondo quanto riportato dai media, l'argomentazione di Rubio si è rivelata persuasiva per i leader europei, inizialmente scettici. Non sorprende che, ad eccezione della Spagna, non vi sia stata alcuna opposizione significativa da parte dell'Europa alle ultime atrocità commesse da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Sembrerebbe quindi che siamo sul punto di assistere a una campagna concertata da parte di tutti i paesi imperialisti per invertire i risultati ottenuti dalla decolonizzazione.
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