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«No King» e l'impasse dell'alternanza borghese: per una rottura con il potere dei monopoli

El Hadj Mohamed Brahim * | alger-republicain.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/04/2026

Dietro lo slogan «No King» e la contestazione sulle derive autoritarie negli Stati Uniti, si profila una contraddizione più profonda: quella di un sistema capitalista e imperialista che i cambiamenti di leadership non mettono mai in discussione. In assenza di una rottura di classe, la rabbia popolare rischia di essere intercettata, incanalata e infine neutralizzata dagli stessi meccanismi che pretende di combattere.

Lo slogan «No King», apparso nelle mobilitazioni contro Donald Trump negli Stati Uniti, riflette una reale indignazione di fronte alle forme autoritarie di gestione del potere. Esprime un legittimo rifiuto dell'arbitrarietà, del culto della personalità e delle politiche reazionarie. Traduce anche una più ampia preoccupazione di fronte all'erosione dei diritti democratici e alla brutalizzazione della vita politica. Ma questa indignazione, sebbene autentica, rimane confinata negli stretti limiti del sistema capitalista che non mette in discussione.

Il problema non risiede in una figura politica particolare né in una presunta deviazione della democrazia borghese, ma nella natura stessa del potere di classe negli Stati Uniti. Il sistema politico statunitense, come ogni sistema capitalista sviluppato, costituisce l'espressione organizzata del dominio del capitale monopolistico. Lo Stato, le sue istituzioni e i suoi meccanismi non sono neutri: servono a garantire la riproduzione dei rapporti di sfruttamento. In questo contesto, le diverse forze politiche rappresentano solo varianti nella gestione degli interessi della classe dominante.

Donald Trump non costituisce quindi una rottura con questo sistema. Ne è un'espressione specifica, plasmata da una fase caratterizzata dall'intensificazione delle contraddizioni interne del capitalismo, dalla crescente concorrenza tra potenze imperialiste e dalla necessità per il capitale di rafforzare i propri strumenti di dominio. Le politiche che incarna: militarizzazione, pressioni economiche, guerre commerciali, interventi esterni, messa in discussione dei diritti sociali e politici, non sono anomalie, ma forme tra le altre della strategia globale del capitale americano per mantenere la sua posizione dominante.

Il movimento «No King» incanala così la rabbia popolare verso un'opposizione personalizzata, distogliendo l'attenzione dalle cause strutturali. Attacca la forma del dominio, ma ne lascia intatto il contenuto. Eppure, l'esperienza storica dimostra chiaramente che i cambiamenti di governo nel quadro del capitalismo non ne modificano la natura profonda. Nonostante le differenze di narrativa, di stile o di priorità tattiche, le amministrazioni che si avvicendano perseguono lo stesso orientamento: difesa dei monopoli, interventismo estero, partecipazione ai conflitti imperialisti e intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori.

Le divisioni apparenti tra le frazioni della borghesia, comprese quelle tra repubblicani e democratici, non devono nascondere la loro unità strategica. Tutte difendono la proprietà privata dei mezzi di produzione, il dominio delle grandi imprese monopolistiche e il ruolo guida degli Stati Uniti nel sistema imperialista mondiale. Possono divergere sui mezzi, multilateralismo o unilateralismo, compromesso o confronto, ma convergono sull'essenziale: preservare gli interessi del capitale.

Considerare l'alternanza politica come una soluzione equivale quindi a alimentare illusioni. Ciò distoglie la classe operaia e gli strati popolari dalla comprensione dei propri interessi e dalla necessità di un cambiamento reale. Finché il potere economico rimane concentrato nelle mani dei monopoli, il potere politico non può che essere uno strumento al loro servizio, indipendentemente dalla maggioranza al potere.

L'unica prospettiva reale passa attraverso l'organizzazione autonoma dei lavoratori e dei loro alleati, il rafforzamento delle loro lotte e la loro capacità di confrontarsi direttamente con il potere del capitale. Non si tratta semplicemente di sostituire una squadra dirigente con un'altra, ma di trasformare in profondità i rapporti di produzione e di potere. Ciò implica la socializzazione dei mezzi di produzione e l'attuazione di una pianificazione centrale dell'economia al servizio dei bisogni sociali.

Questa problematica va ben oltre gli Stati Uniti. A livello internazionale, i popoli si trovano di fronte agli stessi meccanismi: personalizzazione delle crisi, alternanze senza cambiamenti reali, riproduzione dei rapporti di dipendenza e di sfruttamento. In molti paesi, le lotte popolari sono rinchiuse in scelte tra diverse frazioni della borghesia, il che impedisce l'emergere di una vera alternativa popolare.

Rifiutare un «re» ha senso solo se tale rifiuto si inserisce in una lotta più ampia contro il potere dei monopoli, contro le alleanze imperialiste e contro le strutture che producono e riproducono lo sfruttamento. La vera sovranità popolare può esistere solo sulla base della proprietà sociale dei mezzi di produzione, della pianificazione economica e del potere esercitato dagli stessi lavoratori.

Senza una tale rottura, ogni contestazione, anche massiccia, rimane integrata nel sistema che pretende di combattere. Può modificarne le forme, attenuarne alcuni aspetti, ma non può cambiarne la natura. Ed è proprio questa capacità di assimilazione e di ricomposizione che permette al capitalismo di mantenersi, riciclando le opposizioni che emergono al suo interno.

*) El Hadj Mohamed Brahim in Alger republicain


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