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Cuba vince la prima battaglia all'ONU

Daniel Guerra | razonesdecuba.cu
Traduzione da cubainformazione.it

08/07/2026



l'Assemblea Generale apre il dibattito urgente sul blocco nonostante l'opposizione USA

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha autorizzato martedì, con una maggioranza schiacciante di 136 voti favorevoli, la celebrazione di un dibattito urgente richiesto da Cuba sotto il punto 38 dell'agenda: «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba». Gli USA, insieme ad Argentina e Israele, hanno votato contro la semplice tenuta della sessione. Hanno perso. 9 paesi si sono opposti e 30 si sono astenuti.

Il risultato segna la prima sconfitta diplomatica di Washington in questa giornata, dopo settimane di pressioni documentate del Dipartimento di Stato per impedire che il tema arrivasse in plenaria.

Un dibattito che Washington ha cercato di fermare due volte

Il voto di apertura non è stato l'unico ostacolo che gli USA hanno tentato di imporre. Appena iniziata la sessione, il cancelliere cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha dovuto chiedere una mozione d'ordine, contestando il fatto che la presidenza dell'Assemblea non richiamasse all'ordine un intervento che, secondo lui, mancava di carattere procedurale: l'Assemblea aveva solo autorizzato l'apertura del dibattito, non già una discussione sostanziale nel merito della questione.

L'episodio conferma ciò che Cuba denuncia dall'inizio di luglio, quando è stato reso noto un cablo diplomatico firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio, indirizzato alle ambasciate USA in tutto il mondo, con istruzioni per fare pressione sui governi ospitanti ed evitare che l'ONU discutesse l'aggressione economica contro l'isola. Come rivelò allora lo stesso Rodríguez, la missione permanente USA a New York era arrivata a minacciare azioni procedurali per impedire che l'Assemblea potesse persino riunirsi sul tema.

Il discorso: dall'argomento giuridico al costo umano misurabile

Nel suo intervento in plenaria, Rodríguez Parrilla ha portato la denuncia cubana su un terreno molto più difficile da confutare del solito argomento della sovranità: quello delle cifre umane. Il cancelliere ha descritto una politica di quasi 70 anni, intensificata in modo drammatico negli ultimi sette mesi, e ha caratterizzato la condotta di Washington come una guerra non convenzionale sempre più cruenta. Ha collocato il blocco energetico imposto da gennaio per ciò che rappresenta nella pratica: un blocco navale di fatto, un atto di guerra che impedisce il rifornimento di carburante, sia commerciale che umanitario, all'isola.

I dati che ha fornito non lasciano spazio all'argomento dell'«inefficienza interna» che di solito la propaganda avversaria brandisce contro Cuba: il tasso di mortalità infantile nel paese è aumentato da 4 a 9,9 per 1000 nati vivi, il che equivale a 1780 morti evitabili di neonati che, in altre condizioni, sarebbero sopravvissuti con l'attrezzatura medica adeguata. La sopravvivenza infantile al cancro, secondo i dati presentati, è scesa dall'85% al 65%.

La risposta di Washington: cambiare argomento

Di fronte a queste cifre, la delegazione statunitense — rappresentata da Jeff Bartos, incaricato della Gestione e Riforma dell'ONU — ha scelto di deviare l'asse del dibattito. Invece di rispondere al costo umanitario esposto, ha messo in discussione lo scopo stesso della sessione, chiedendo retoricamente se sarebbe servita a liberare prigionieri politici a Cuba o a restituire gli stipendi ai medici cubani inviati all'estero, e ha accusato il governo cubano di imporre a Stati terzi di rompere le relazioni commerciali con l'isola.

La strategia non è nuova: quando il danno umanitario documentato non ammette replica diretta, la risposta abituale di Washington è stata quella di spostare la conversazione sul terreno politico interno cubano, evitando ogni riferimento alle conseguenze misurabili del blocco sulla popolazione.

Un sostegno internazionale che cresce in densità, non solo in numero

Nel corso della giornata, decine di delegazioni hanno preso la parola per sostenere la posizione cubana, con sfumature che approfondiscono la denuncia oltre gli anni precedenti. La Cina ha denunciato che sei decenni di misure unilaterali hanno generato quella che ha definito una catastrofe immensa per il popolo cubano, con perdite accumulate che superano i 170 miliardi di $. La Russia, attraverso il suo ministro degli Affari Interni, Vladímir Kolokoltsev, ha sottolineato che lo stesso sistema delle Nazioni Unite conferma che 4,2 milioni di persone a Cuba hanno bisogno di assistenza umanitaria, e ha descritto il cerchio come un tentativo di far rivivere la Dottrina Monroe nella regione.

Particolarmente significativo è stato l'intervento dell'Eritrea, a nome del Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, che ha lanciato un appello diretto alla comunità internazionale affinché si posizioni per prevenire un'aggressione militare contro Cuba — un passo oltre la consueta denuncia economica. I dieci paesi dell'ASEAN, attraverso Singapore, hanno ribadito il loro sostegno storico alla causa cubana. Il Nicaragua ha definito la politica statunitense anacronistica, illegittima e crudele, mentre il Gruppo dei 77 più Cina, con la voce dell'Uruguay, ha espresso una preoccupazione puntuale per l'estensione dell'articolo 3 della Legge Helms-Burton, che intimidisce le relazioni commerciali di paesi terzi con l'isola.

Simbolismo o progresso reale?

È legittimo chiedersi se la giornata di oggi abbia una portata che va oltre il simbolico, come accade abitualmente con la risoluzione annuale che si vota ogni ottobre. La risposta esige precisione: quanto accaduto martedì non è stato un voto su una risoluzione vincolante — quella tornata arriverà a ottobre —, ma l'autorizzazione di un dibattito urgente su fatti che non esistevano nella sessione dello scorso ottobre: il blocco energetico come atto di guerra, le minacce militari esplicite contro l'isola e un deterioramento umanitario ora quantificato in morti evitabili.

Il valore della giornata non risiede in un testo giuridico, ma in un fatto politico: nel 2026, con una campagna di pressione documentata del Dipartimento di Stato esplicitamente dispiegata per impedire che il tema fosse discusso, l'Assemblea Generale ha deciso, a maggioranza schiacciante, che se ne sarebbe parlato. Quando l'argomentazione non è bastata a fermare il dibattito, Washington ha tentato di impedire che l'argomento venisse addirittura ascoltato. Nemmeno questo è riuscita a ottenerlo.

Proiezione: cosa succede dopo il 7 luglio

Questa giornata lascia la diplomazia cubana in una posizione più solida di fronte a due fronti. Sul piano multilaterale, getta una base documentata — con il sostegno esplicito di decine di paesi — sull'escalation iniziata a gennaio 2026, il che rafforza gli argomenti in vista della risoluzione che sarà sottoposta a votazione in ottobre, dopo che nel 2025 quella risoluzione ha registrato il suo peggior sostegno storico. Sul piano comunicativo, il rifiuto USA di discutere le cifre umanitarie e il loro spostamento sul terreno politico lasciano aperto un fianco che la diplomazia cubana e i suoi alleati prevedibilmente continueranno a sfruttare nei mesi precedenti a quella votazione.

La vittoria di questo 7 luglio è, anzitutto, procedurale e narrativa: Cuba è riuscita a far parlare, nel foro più rappresentativo del pianeta, di un'aggressione che documenta con cifre di vite umane. Il compito che segue è che quel dibattito si traduca, in ottobre, in un sostegno capace di invertire la tendenza al ribasso registrata l'anno scorso.

Questo articolo raccoglie gli interventi e i risultati della sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU tenutasi il 7 luglio 2026 a New York, su richiesta di Cuba. Fonti: Prensa Latina, Cubadebate, teleSUR, Radio Habana Cuba, Ministero degli Affari Esteri di Cuba (MINREX), EFE.


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