www.resistenze.org - osservatorio - mondo - salute e ambiente - 23-04-15 - n. 541

Devastazione e saccheggio

Nuova unità n.2 | nuovaunita.info

aprile 2015

L'impatto della guerra sulla salute e sull'ambiente non si limita al conflitto armato, si protrae già dalla fase di armamento, di addestramento fino al periodo post-bellico.

Per preparare le guerre vengono utilizzati fino a 15 milioni di km² di terra (più dell'intero territorio dell'Europa) e il 6% del consumo delle materie prime, producendo circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l'anno.
Il Pentagono produce mezzo miliardo di rifiuti tossici l'anno.
Tra le spese militari dello Stato Italiano ci sono 52 milioni di euro al giorno alla Nato.
L'F16 consuma in un'ora 3.400 litri di carburante.

Negli ultimi cinque anni il commercio mondiale di armamenti è cresciuto del 16%; nello stesso periodo in Italia l'export militare è aumentato del 30%.

La polvere all'uranio impoverito rimane nell'aria, nel suolo, nelle falde acquifere, nelle culture, nella flora, nella fauna. La radioattività persiste per 4,5 miliardi di anni

Gli Usa da sempre vedono minati i loro piani di espansione e si servono della Nato per mantenere la supremazia economica, politica e militare. Così la Nato, e con essa l'Italia fedele alleata, dopo aver annunciato il potenziamento delle forze militari (portandole da 13mila a 30mila uomini in sei paesi dell'Europa orientale) apre due fronti di guerra: orientale (per contrastare l'avanzata dell'asse Russia-Cina) e meridionale, dove estende la sua strategia al Nordafrica e al Medioriente. Gli atroci giochi di guerra imperialista continuano alla ricerca di risorse energetiche vecchie e nuove, di nuovi mercati, di aree di influenza e potere goepolitico.

L'imperativo è la crescita dei margini di profitto, passa in secondo piano l'impatto devastante che l'attività militare e bellica ha sui sistemi naturali e sulla salute di intere popolazioni. L'indifferenza verso l'ambiente va di pari passo con quella verso la vita umana.

Le attuali strategie di guerra prevedono l'uso di forze armate più flessibili e di rapido dispiegamento, dotate di sistemi d'arma ad elevata tecnologia, l'attacco aperto viene preparato e accompagnato con forze sostenute e infiltrate dall'esterno per minare il paese all'interno, come si è fatto in Libia, in Siria, (armando e addestrando le formazioni islamiche, salvo poi usarle come giustificazioni per l'attacco) ma anche in Ucraina (dove la Nato addestra da anni i gruppi neonazisti). Si fomentano così focolai che sfociano in guerre civili e il ricorso sistematico ad armamenti chimici, biologici, radioattivi, strategie militari che rendono impossibile la discriminazione tra obiettivi civili e militari. Evidenti le conseguenze: dagli anni '90 in poi il 90% dei morti nelle guerre sono civili.

Tragico esempio l'Iraq: più di 3,3 milioni di iracheni, uomini, donne e bambini, sono morti a causa della criminale aggressione degli Stati Uniti e del Regno Unito tra il 1991 e il 2011: 200.000 morti nella prima guerra del Golfo, 1.700.000 morti a causa delle sanzioni, e 1.400.000 persone massacrate durante l'invasione del 2003. Tra il 1991 e il 2003, l'esercito statunitense ha riversato sull'Iraq circa 2000 tonnellate di uranio impoverito. Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che prima dello scoppio della prima guerra del Golfo, nel 1991, il tasso dei casi di cancro era di 40 su 100.000. Nel 1995 era salito a 800 su 100.000, e nel 2005 era raddoppiato ad almeno 1.600 persone su 100.000. Dati scomodi visto che dal novembre 2012 l'Oms ha bloccato la pubblicazione del rapporto sugli effetti devastanti dei bombardamenti all'uranio impoverito (DU: scorie radioattive risultanti dall'arricchimento di uranio per reattori militari, per esempio i missili Cruise) sulla salute della popolazione irachena. Oltre all'uranio il napalm, il plasma, il fosforo sono dispersi in miliardi di particelle nell'aria portata dal vento in tutta la regione, ma anche nel mondo. La polvere all'uranio impoverito rimarrà nell'aria, nel suolo, nelle falde acquifere, nelle culture, nella flora, nella fauna. La radioattività persisterà per 4,5 miliardi di anni.

Bombe all'uranio impoverito usate anche nell'aggressione militare statunitense con la partecipazione dell'Italia contro la Jugoslavia. Le proiezioni basate sulla quantità di proiettili sparati (circa 500.000 nel solo Kosovo) e sugli altri usi del DU in Jugoslavia stimano il danno in una decina di migliaia di casi fatali nell'uomo; per non parlare delle ulteriori malattie indotte dal trasferimento del metallo radioattivo nel corpo e negli organismi in generale che opera sul nucleo ed in particolare sul DNA delle cellule degli esseri viventi determinandone mutazioni genetiche ai diversi livelli di organizzazione. A questo vanno aggiunte le emissioni di molte sostanze altamente nocive prodotte dai bombardamenti di raffinerie, impianti chimici e petrolchimici come Novi Sad e Pacevo (cloruro di vinile monomero, bifenili policlorurati, idrocarburi policiclici aromatici, diossine, nafta, metalli pesanti) con abnormi riversamenti diretti di sostanze chimiche nel sistema idrico continentale fino al mare, nel mar Nero, nell'Egeo, nell'Adriatico e alla fine in tutto il Mediterraneo. Prima della guerra la Jugoslavia rappresentava uno dei 6 centri europei e uno dei 153 centri mondiali più importanti della diversità biologica (38,93% di piante vascolari, 51,16% della fauna ittica, 74,03% degli uccelli, 67,61% della fauna a mammiferi con 1600 specie di significato internazionale). Oggi non più, depauperato il patrimonio forestale, marittimo e agricolo, i danni all'ecosistema sono irreversibili.

Ma l'impatto della guerra sulla salute dell'ambiente non si limita al conflitto armato, si protrae già dalla fase di armamento, di addestramento fino, come si è visto, al periodo post-bellico. Per preparare le guerre vengono utilizzati fino a 15 milioni di km² di terra (più dell'intero territorio dell'Europa) e il 6% del consumo delle materie prime, producendo circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l'anno.

L'impatto delle basi militari statunitensi è ben illustrato dall'Isola di Vieques, nei Caraibi, che per 60 anni ha visto il susseguirsi di addestramenti, esperimenti, bombardamenti, stoccaggi, test e smantellamenti. L'effetto: la distruzione di centinaia di specie animali e vegetali, un tasso di tumori di molto superiore alle altre isole caraibiche e la contaminazione di tutto l'ecosistema. In Italia una delle zone più interessate da servitù militari, 60% dell'intero territorio, è la Sardegna. La Regione ospita il poligono terrestre, aereo e marittimo più grande d'Europa, Salto di Quirra, che con i suoi 130 km2 a terra e 28.400 km2 a mare copre più della superficie dell'intera Sardegna. Aree militari e infrastrutture che determinano un fabbisogno maggiore di acqua, trasporti ed energia, con conseguente aumento delle emissioni di inquinanti atmosferici e di gas serra.

Anche la produzione di armamenti produce inquinamento, consumo di energia, d'acqua ed effetti tossici sui lavoratori del settore. Partendo dall'estrazione delle materie prime, che ha come effetto principale il loro progressivo esaurimento (ma anche la contaminazione dell'aria con sostanze come il piombo, il cadmio, l'amianto) alla raffinazione, all'utilizzo, fino allo smaltimento. Si stima che il consumo mondiale a scopi militari di alluminio, rame, nickel, platino eccede il fabbisogno di queste materie dell'intero "terzo mondo". L'US Defence Department è il più grande consumatore di petrolio al mondo (un F16 consuma in un'ora 3.400 litri di carburante). Ma ancora: il pentagono produce mezzo miliardo di rifiuti tossici l'anno (più delle cinque più grandi aziende chimiche messe insieme). E dove li buttano? Nell'agosto del 2010 l'US Central Command ha stimato la presenza di 251 "pozzi" per lo smaltimento di rifiuti in Afghanistan e di 22 in Iraq in cui vengono bruciati rifiuti delle basi militari di ogni tipo.

Il susseguirsi incessante di sempre nuove situazioni di conflitto fa sembrare inattuale perfino la possibilità di un disastro nucleare. Eppure il 5 febbraio si è riunito il Gruppo di pianificazione nucleare dei ministri della difesa dei paesi Nato (compresa l'Italia) che rilancia lo sviluppo dei programmi per la modernizzazione delle armi nucleari e il blocco del meccanismo di disarmo. Il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16.300, di cui 4.350 pronte al lancio, energia sufficiente a far saltare la terra. Se una guerra nucleare strategica che implica un arsenale di diecimila megatoni avesse luogo, un miliardo di persone morirebbe immediatamente per gli effetti combinati delle ferite dirette (esplosione, calore, radiazioni), un altro miliardo soccomberebbe per le malattie dovute alle radiazioni ed i sopravvissuti dovrebbero vivere in un ambiente esposto ai residui radioattivi che eserciterebbero effetti somatici e genetici dalle conseguenze probabilmente irreversibili per la biosfera. Ma non è necessario attendere la guerra atomica per calcolare gli effetti devastanti sull'ambiente e sulla salute, uno studio di qualche anno fa, in piena fase sperimentale, sosteneva che negli Stati Uniti vi erano oltre 30.000 morti l'anno per cancro dovuto agli esperimenti nucleari e ai residui attivi (mancano studi dettagliati su flora e fauna). Solo in Italia vi sono 70-90 bombe nucleari USA in fase di "ammodernamento" e per il secondo anno consecutivo si è svolta l'esercitazione Nato di guerra nucleare. Nell'Italia imperialista e complice esistono 120 basi Usa-Nato dichiarate, oltre a 20 basi militari Usa totalmente segrete e un numero variabile (al momento sono una sessantina) d'insediamenti militari o semplicemente residenziali con la presenza di militari USA, alle quali si vorrebbe aggiungere, a Niscemi, una stazione di terra del M.U.O.S., un moderno sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense utilizzato per il coordinamento capillare di tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo; in pratica comporterebbe l'installazione di tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne alte 149 metri. Comprensibili le preoccupazioni riguardo le conseguenze di tale struttura su salute umana ed ecosistema della popolazione locale.

Devastazione e saccheggio dell'ecosistema in cui viviamo finanziato proprio da noi lavoratrici e lavoratori! Secondo fonti Nato le spese militari dello Stato Italiano ammontano a 52 milioni di euro al giorno, stima al ribasso visto che non comprende per esempio le spese per le missioni all'estero o le spese per mantenere ufficiali e soldati dell'esercito Usa di stanza nel nostro territorio. Milioni che escono dalle casse pubbliche - sottratti dai servizi sociali - per entrare nelle casse delle aziende private. Come l'acquisto dei 90 cacciabombardieri F-35, confermato di recente, di cui l'Italia non è semplice acquirente ma fa parte della filiera produttiva con una rilevante rete di aziende. Oppure l'acquisto, per l'Aeronautica militare, di sei velivoli a pilotaggio remoto P-1HH (droni che possono trasportare fino a 500 kg di armamenti) realizzati e progettati negli stabilimenti della Piaggio Aerospace di Savona (il cui capitale azionario è in mano ad una società gestita dal governo degli Emirati Arabi Uniti) in collaborazione con la Selex Es, gruppo Finmeccanica che con l'ad. Moretti (quello della strage di Viareggio!) ha deciso di convertire progressivamente la produzione da civile a militare. In questo contesto di "crisi" i grandi capitalisti delle industrie belliche vedono aumentare notevolmente i loro profitti. Negli ultimi cinque anni il commercio mondiale di armamenti è cresciuto del 16%; nello stesso periodo in Italia l'export militare è aumentato del 30% guadagnandosi l'ottavo posto mondiale dopo Usa, Russia, Cina, Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna.

Le necessità dell'ambiente vanno di pari passo con quelle dei popoli oppressi e sfruttati.
Si sa, è la borghesia imperialista che fomenta la guerra ma si sa anche che la guerra è la continuazione della politica del tempo di pace e la pace è la continuazione della politica del tempo di guerra. Le guerre sono inevitabili finché sussisterà la società divisa in classi e lo sfruttamento. Soltanto dopo aver disarmato il capitalismo con la lotta di classe e aver costruito una società senza padroni il proletariato potrà pensare di gettare tutte le armi.


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