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Clima di guerra

Silvia Ribeiro* | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/11/2015

Dal 30 novembre all'11 dicembre, a Parigi, si riunisce la 21° Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), da cui scaturirà un nuovo accordo globale per contrastare appunto i cambiamenti climatici. In un altro articolo spiegavo che questo non è ciò che accadrà nella realtà (Cronaca di un disastro climatico annunciato, La Jornada, 14/11/15). Al contrario, si consoliderà un sistema volontario e deciso a livello nazionale nel quale gli impegni che i paesi dicono di assumere, garantiranno che il riscaldamento globale raggiungerà livelli drammatici dal 2050 in poi, probabilmente raddoppiando nel 2100 la soglia massima dei 2°C che, già alta, è l'incremento massimo tollerabile accettato dall'Onu.

Gli attentati dinamitardi con centinaia di morti e feriti del 13 novembre a Parigi hanno brutalmente cambiato lo scenario esterno, ma all'interno di COP21 tutto resta immutato. Il governo francese con la scusa del contesto grave e negativo creatosi, ha annullato molte marce e proteste pubbliche inerenti i negoziati sul clima, adducendo motivi di sicurezza per COP21. Ma non ha cancellato eventi sportivi, mercatini di Natale e altri eventi pubblici. Sarebbe assurdo pensare che gli attacchi mirassero a impedire le proteste - alle quali erano attese decine di migliaia di persone, alcune molto ordinate, altre più vivaci - ma sono stati utilizzati per metterle fuori legge.

Con un taglio netto delle libertà civili contro la gente comune in Francia, il governo di quel paese, insieme con gli Stati Uniti, bombarda selvaggiamente rendendo ancora più grave la guerra in Siria, con molte vittime civili, censite o no, presumibilmente per combattere lo Stato islamico (IS). È interessante notare che non vengono attaccati gli impianti petroliferi controllati dall'IS in Siria, cosa che invece strangolerebbe una fonte importante del loro sostentamento. Allo stesso tempo, la Turchia, tradizionale alleato degli Stati Uniti, ha abbattuto in circostanze confuse un aereo russo al confine con la Siria, nonostante la Russia sia un paese che anch'esso combatte la guerra all'IS. L'abbattimento è accaduto "accidentalmente", quando la Russia aveva deciso di collaborare con la Francia contro IS, avvicinamento scomodo per gli Stati Uniti e per il loro conflitto geopolitico ed economico con la Russia. E, per molti osservatori, anche perché gli Usa sono all'origine di quello che ora è chiamato Stato Islamico, avendo sostenuto i gruppi armati della regione e creato le condizioni favorevoli alla sua nascita. Un elemento sfuggente, lo Stato Islamico, che entra ed esce dalla scena internazionale in momenti chiave per gli Stati Uniti, come prima è accaduto con Osama Bin Laden.

Tutto converge nell'esacerbare la guerra, che va oltre la Siria e crea un contesto teso e repressivo per i cittadini, che giustifica l'imposizione di un "Patriot Acts" sul modello statunitense. Possono apparire elementi isolati, ma sono collegati non solo in termini repressivi e geopolitici, ma anche rispetto al cambiamento climatico, alle sue cause e al suo impatto.

Collin Kelley e i ricercatori dell'Istituto di Lamont-Doherty della Columbia University hanno pubblicato, nel marzo 2015, il Proceedings of the National Academy of Sciences degli Stati Uniti, un articolo che mostra che il cambiamento climatico globale è stato la causa della forte siccità in Siria nel periodo 2007-2010, i tre anni più secchi dacché vi sono registrazioni, situazione che ha preceduto le rivolte e i conflitti armati iniziati nel 2011. La regione aveva già conosciuto la siccità, ma non così estrema e prolungata. Nel triennio perirono tutte le colture e l'80 per cento del bestiame, vennero esaurite le scorte di semenza e 1,5 milioni di contadini furono costretti a migrare verso le città. Non diciamo che le rivolte siano un risultato diretto del cambiamento climatico, ma un fattore che lo esacerbò gravemente.

Allo stesso tempo, le forze armate e le guerre sono tra i maggiori generatori di gas serra, provocando così il cambiamento climatico. La sanguinosa guerra per il petrolio e il controllo dei territori che lo producono - come la Siria - sono un mostro che si morde la coda. Guerre per il petrolio che causano il cambiamento climatico, petrolio che sostiene le guerre che si aggravano con il caos climatico e richiedono più petrolio.

Nick Buxton, del Transnational Institute, ha chiamato le forze armate un "elefante bianco a Parigi" nel testo negoziale di COP21, la parola "militare" non viene mai menzionata. Tuttavia, il Dipartimento della Difesa Usa è il più grande consumatore di petrolio e produttore di gas a effetto serra degli Stati Uniti, a loro volta il principale produttore storico mondiale consumando il 25 per cento dell'energia mondiale. La produzione di emissioni da parte delle forze armate Usa non è nota. Nel 1997, durante i negoziati del protocollo di Kyoto, gli Stati Uniti hanno ottenuto il riserbo sul consumo e le emissioni delle forze armate per una questione di "sicurezza nazionale", che come tale non può essere limitata né divulgata. Anche mettendo a confronto il consumo di petrolio del solo Dipartimento della Difesa Usa con quello totale per paese, sono solo 35 i paesi a superare quel volume.

Le carte in tavola sono chiarissime come non mai, ma COP21 non ne discuterà. Al contrario, le principali cause dei cambiamenti climatici – imprese petrolifere, agroalimentari e altre - saranno seduti tra le delegazioni ufficiali e in nome della sicurezza (nazionale, militare, climatica e alimentare) approveranno il proseguimento del consumo di petrolio e l'emissione di gas che, dicono, sarà "compensato" con i mercati del carbone e delle tecnologie rischiose (nucleare e geo-ingegneristica). Naturalmente, per farlo hanno bisogno di sedare le proteste, spegnendo il fuoco con la benzina.

* Silvia Ribeiro è ricercatrice del Gruppo ETC
Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2015/11/28/opinion/029a1eco


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