Ci vollero cinque tentativi per impiccare Ken Saro-Wiwa: il nodo continuava a sciogliersi. Al primo fallimento gridò dalla forca: "Perché mi trattate così? Che razza di paese è questo?". Chi aveva ordinato l'esecuzione, il 10 novembre 1995, credeva che quel cappio avrebbe chiuso una questione. Invece l'ha aperta. Da quel giorno di Saro-Wiwa si è parlato ovunque: nei tribunali, nelle università, nelle manifestazioni.
Saro-Wiwa, nato nel 1941 a Bori, nel Delta del Niger, era innanzitutto uno scrittore, uno di quelli che credeva - ingenuamente, diranno i cinici - nel potere delle parole di cambiare il mondo. Le sue opere non cercavano gloria intellettuale, erano un modo per schierarsi. Sozaboy, con quel pidgin english rotto e meraviglioso, era un'insurrezione linguistica, prendeva la lingua del colonizzatore e la faceva a pezzi. Basi&Co, la sitcom più popolare nella Nigeria degli anni Ottanta, da lui ideata, con milioni di nigeriani che ridevano delle disavventure di un piccolo truffatore di Lagos, era satira tagliente.
C'era però una battaglia che le parole da sole non potevano vincere. Quella del suo popolo, gli ogoni, la cui vita scorreva in una terra che moriva. Nel Delta del Niger compagnie petrolifere multinazionali, Shell in testa, estraevano greggio - ma senza le tutele ambientali che rispettavano in Occidente - e insieme al petrolio usciva tutto il resto: acque nere dei gas bruciati a cielo aperto, perdite dai condotti, falde contaminate. Un doppio standard che condannava gli ogoni a pagare il prezzo del petrolio che illuminava le città europee. Lo Stato nigeriano incassava le royalties. Le compagnie straniere ottenevano profitti immensi. E agli ogoni - che allora contavano mezzo milione di persone - restava una quota ufficiale del'1,5% e un paesaggio distrutto. I raccolti si riducevano, i pesci morivano, l'aria diventava irrespirabile.
Saro-Wiwa lo chiamò "genocidio ambientale". Uno sterminio non attraverso le armi, ma l'inquinamento e l'abbandono. Una questione non solo ecologica, ma di giustizia. Dalla biblioteca passò alla piazza: organizzò manifestazioni, scrisse appelli, parlò alle conferenze internazionali. Fondò, nel 1990, il Movement for the Survival of the Ogoni People (Mosop) e, il 4 gennaio 1993, portò trecentomila persone a marciare pacificamente contro Shell e il governo nigeriano. La risposta fu brutale. Raid militari nei villaggi, arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie.
Finché, nel 1994, durante scontri interni alla comunità ogoni, quattro capi tradizionali vennero uccisi. Le circostanze erano oscure e le responsabilità mai chiarite, ma il regime militare di Sani Abacha aveva bisogno di un capro espiatorio. Chi meglio di Saro-Wiwa, il volto noto del movimento? Venne arrestato insieme ad altri otto attivisti del Mosop - gli "Ogoni Nine" -, accusati di essere i mandanti morali degli omicidi. Il processo fu una farsa: testimoni corrotti, difesa ostacolata, verdetto scontato. La comunità internazionale protestò, Nelson Mandela chiese clemenza, le Nazioni Unite minacciarono sanzioni. Tutto inutile. Il 10 novembre 1995 Saro-Wiwa e gli altri otto furono impiccati.
La notizia scosse il mondo. La Nigeria fu sospesa dal Commonwealth. Shell fu accusata di complicità con il regime militare.
Ma nel Delta del Niger cosa è cambiato davvero? Trent'anni dopo il bilancio è amaro. Nel 2011, l'Unep ha pubblicato un rapporto devastante sulla contaminazione del territorio ogoni, stimando che la bonifica completa avrebbe richiesto trent'anni e miliardi di dollari. Solo nel 2016 è stato avviato un progetto di bonifica (Hyprep): "Un fallimento totale", secondo The Independent. Shell, dopo aver pagato diversi risarcimenti, ha operato nell'area fino al 2024, quando ha venduto le sue attività sulla terraferma a un consorzio locale. E nel giugno di quest'anno il presidente nigeriano Bola Tinubu ha concesso la grazia postuma agli Ogoni Nine. "Una grazia suggerisce che sia stato commesso un crimine. Ma quale crimine?", si è chiesta Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken.
Il messaggio di suo padre era chiaro: non esiste giustizia sociale senza giustizia ambientale; la lotta ambientale è una lotta per i diritti umani. Parole che hanno attraversato confini, ispirando movimenti ambientalisti dall'Indonesia all'Amazzonia, fino a farsi - altrove - citazioni. Ma citarlo non basta. La memoria da sola non libera. Ricordare Saro-Wiwa oggi non è un esercizio nostalgico o celebrativo. Significa chiedersi: noi, cosa stiamo facendo? Di fronte alle crisi ambientali del nostro tempo, di fronte alle ingiustizie ecologiche che si moltiplicano?
"La storia è dalla nostra parte", amava ripetere Saro-Wiwa. Non era ottimismo ingenuo, era fiducia nella capacità degli esseri umani di imparare dai propri errori. A giudicare con gli occhi di oggi, verrebbe da dire che si sbagliava. La sua eredità sopravvive, sì, ma come rimprovero, non come vittoria; per ora la storia non ci assolve. Gli errori del passato continuano a ripetersi, mentre corriamo verso il disastro ecologico con la stessa colpevole indifferenza che ha portato alla devastazione del Delta del Niger.
Ma la storia non è finita, continua a chiedere risposte. E chissà se lentamente, dolorosamente, il mondo imparerà le lezioni che Saro-Wiwa ha pagato con la vita.
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