www.resistenze.org - segnalazioni resistenti - libri - 26-04-07

Domenico Moro: Nuovo compendio del Capitale
 
Sintesi dal I libro del Capitale di Marx con riferimento e confronti con la realtà contemporanea
 
Il crollo dei regimi dell'Est europeo ha solo messo l'ultimo suggello a una crisi del movimento operaio internazionale iniziata ben prima. Pur dovendo dare il giusto peso ai fattori strutturali, non possiamo trascurare, tra le cause non irrilevanti di questa crisi, una sorta di “disarmo ideologico unilaterale” di diversi partiti dell'Occidente, tra cui il PCI, risalente ad almeno una decina di anni prima, uno smarrimento di fronte ad alcune sconfitte e una incapacità di darne una lettura razionale che ha indotto a sposare ogni moda culturale, accantonando gli strumenti di analisi che ci offre il pensiero di Marx. Gli sviluppi successivi della mondializzazione e la ripresa della competizione interimperialistica avrebbero dovuto stimolare la ripresa di un rigoroso lavoro teorico, visto che molte categorie marxiane trovano piena verifica nella spiegazione dei fatti degli ultimi decenni. Tuttavia permane, anche nelle elaborazioni di partiti che si richiamano al comunismo, una sorta di eclettismo che disperde la necessaria ricerca verso strade poco feconde. Chi non condivide questa critica può vedersi le pagine e gli inserti culturali dei principali quotidiani della sinistra italiana, compresi purtroppo Liberazione e il Manifesto.
 
Va a merito del lavoro di Domenico Moro l'esplicito intento di dare una mano ad una operazione culturale di ripresa della diffusione del marxismo, attraverso un testo che introduce e incoraggia la lettura dell'opera principale di Marx. Il titolo del libro, Nuovo compendio del Capitale (Ed. dell'Orso, Alessandria 2006), richiama il precedente analogo tentativo in Italia, quello di Carlo Cafiero del 1879, con cui si sintetizzò il primo libro del Capitale prima che fossero pubblicati da Engels i rimanenti due. Ma il contenuto di questo “nuovo” Compendio, che si configura come uno stringato volumetto (172 pagine in tutto), va al di là di quanto promette il titolo per due motivi. Innanzitutto perché vengono introdotti anche importanti aspetti dei rimanenti libri del Capitale e di successivi sviluppi teorici (Lenin soprattutto, ma non solo), poi perché alle parti teoriche si affianca una interessantissima disamina degli sviluppi recenti del capitalismo mondiale. Da tale disamina emerge l'attualità di Marx attraverso una duplice dimostrazione: 1) che i fatti osservati costituiscono una verifica empirica della critica dell'economia politica e 2) che quest'ultima costituisce ancora lo strumento più utile per analizzare e interpretare correttamente detti fatti. Naturalmente concentrare così densi contenuti in poche pagine comporta scelte drastiche di sintesi e di semplificazione. Per il sottoscritto, per esempio, sarebbe stato utile aggiungere anche pochissime pagine per chiarire più nettamente alcuni concetti basilari della prima sezione del Capitale (valore d'uso e valore, sostanza e grandezza di valore, forma di valore e valore di scambio come manifestazione fenomenica del valore, forma di denaro) - la cui sottovalutazione o incomprensione ha portato a notevoli equivoci nel dibattito in ambito marxista sulla teoria del valore - oppure per illustrare alcuni passaggi essenziali dai concetti più astratti del primo libro a quelli, pure illustrati, dei successivi (profitto e legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, crisi di sovrapproduzione, sottoconsumo, sproporzione tra i settori). Questa scelta di una estrema sintesi (e semplificazione) si fa perdonare dalla validità dei riferimenti allo sviluppo del capitalismo dopo Marx e alla realtà contemporanea, che sono secondo chi scrive la parte più interessante del Compendio.
 
Com'è noto, la scienza di Marx è qualcosa di assai diverso dalle classiche divisioni del sapere scientifico. Filosofia, economia politica, diritto e storia si intrecciano in una nuova scienza sociale. L'economia politica cessa di essere una teoria buona per tutte le stagioni, che prescinde dalle specifiche forme storicamente determinate in cui si manifestano i rapporti di produzione e che considera “naturali” i prodotti storici di un'epoca, così come la storia cessa di essere una descrizione dei fatti che prescinde da una loro spiegazione teorica. In questo senso il lavoro di Moro si inserisce perfettamente nell'alveo della letteratura marxista ed è quindi un saggio sia di teoria sia di storia, in cui si intrecciano la descrizione delle tendenze storiche e di fase del capitalismo contemporaneo con gli aspetti teorici che le spiegano.
 
Nello spazio di questa breve recensione sarebbe difficile dare conto compiutamente dei temi trattati, talvolta in maniera assolutamente originale, e, di conseguenza, ci limitiamo a richiamarne alcuni ritenuti tra i più rilevanti. Molti degli sviluppi del capitalismo si spiegano efficacemente con la pulsione dei singoli capitalisti ad abbattere il lavoro necessario nella propria impresa per lucrare la differenza tra il valore sociale delle merci (lavoro socialmente necessario) e il valore individuale. L'organizzazione fordista prima, quella cosiddetta postfordista poi, la “qualità totale”, il “just in time”, l'introduzione dell'informatica e dell'automazione, sono prodotti appunto del tentativo di risparmiare lavoro individuale. Queste innovazioni hanno posto le basi tecniche per un enorme sviluppo degli scambi mondiali, delle comunicazioni, del commercio elettronico, di una maggiore connessione tra produzione e circolazione, in sintesi per la creazione di un mercato mondiale. A proposito della mondializzazione, una citazione del premio Nobel Striglitz e una di Marx evidenziano come quest'ultimo avesse già previsto e meglio descritto ciò che oggi il primo rileva. Ciò che si era previsto 150 anni fa si sta compiutamente realizzando ora. I suoi meccanismi causali e le sue modalità si dimostrano esattamente compresi. L'estorsione del plusvalore avviene anche attraverso la svalorizzazione del lavoro e delle condizioni di esistenza del lavoratore. Da qui lo sfruttamento sempre più esteso del lavoro – incluso quello minorile – nel cosiddetto terzo mondo, ma anche le forme di sfruttamento nei paesi di vecchia industrializzazione: la caratterizzazione del lavoratore come operaio parziale, privato dei nessi che lo rendono in grado di produrre autonomamente e le cui abilità, conoscenze tecniche e scientifiche passano alle (vengono incorporate nelle) macchine. Le innovazioni tecnologiche sono funzionali anche alla lotta senza quartiere del capitale contro l'insubordinazione operaia. Da qui un movimento e un intreccio dialettico – in forme che possono rinnovarsi nelle diverse fasi ma che rispondono ad analoghe finalità – tra introduzione delle macchine e diminuzione dei salari. Gli stessi tagli al welfare, una forma di salario indiretto, si spiegano con il fatto che la necessità di riprodurre su scala allargata il rapporto capitalistico è il limite all'aumento dei salari (diretti e indiretti). Da qui la fortuna delle politiche liberiste.
 
Se esaminato con le lenti del Capitale si comprende anche il ruolo degli organismi internazionali (dal Fondo Monetario Internazionale, all’Organizzazione Mondiale del Commercio, alla Banca Mondiale ecc.), posti sotto il controllo di élite dei paesi capitalisticamente più forti per scaricare la crisi nei paesi più deboli e per imporre politiche che abbattono il costo del lavoro.
 
Moro ci avverte che le delocalizzazioni non si spiegano con i bassi salari in assoluto, ma relativamente alla produttività. Perché ci sia interesse a spostare le produzioni verso aree capitalisticamente arretrate non basta trovare lavoro più a buon mercato, ma un più favorevole rapporto tra costo del lavoro e produttività, condizione questa un po' più difficile da realizzarsi.
 
All'aspetto dell'operaio parziale fa da contrappunto dialettico quello dell'operaio complessivo attraverso la connessione dei diversi lavori nella fabbrica secondo un piano dispotico del capitale. Ma a livello di società tale connessione non avviene secondo un piano, ma per tentativi, secondo le leggi anarchiche del mercato, di modo che le scelte dei singoli capitalisti per procacciarsi il massimo profitto possono ritorcersi contro la classe dei capitalisti nel suo insieme, determinando una caduta del saggio del profitto. Andando opportunamente fuori moda, Moro recupera il valore della legge marxiana della caduta tendenziale del saggio del profitto negandone il carattere catastrofista, di previsione di un crollo del sistema, evidenziando invece quello, appunto, di una tendenza dovuta a contraddizioni insite in tale sistema e che trovano una loro temporanea risoluzione attraverso le crisi. In questo modo molte delle evoluzioni epocali fin qui sommariamente indicate e altre che in questa sede non c'è tempo di esaminare si spiegano anche come il tentativo di arginare la caduta del saggio del profitto, mettendo in campo quei fattori che già Marx aveva individuato come fattori antagonistici rispetto alla legge, in grado di produrre cioè controtendenze. Tra questi possono essere rammentati l'aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la diminuzione del prezzo degli elementi del capitale costante, la sovrappopolazione relativa (leggi disoccupazione), lo sfruttamento del lavoro minorile, il commercio estero, il credito e la finanziarizzazione, la sussunzione sotto il dominio del capitale del lavoro cognitivo e di altri lavori che fin qui erano fuori dalla sfera dello sfruttamento capitalistico, vale a dire quelli connessi alla riproduzione della forza lavoro, che erano demandati alla sfera domestica o ai servizi dello stato (privatizzazioni dei servizi). Se, come si è detto, viene respinta una lettura “crollista” della legge della caduta del profitto, non di meno tale legge rende palese la transitorietà del modo di produzione capitalistico, in quanto evidenzia che la sovrapproduzione di mezzi di produzione non è assoluta, ma è sovrapproduzione di mezzi usati come capitale, così come il superamento di ogni limite allo sviluppo produttivo contemporaneamente alla restrizione del consumo ci dice che non si è prodotta troppa ricchezza, ma la si è prodotta troppo nelle sue forme capitalistiche.
 
Riprendendo l'ottima citazione dal Capitale: “Il capitalismo appare come una potenza sociale, di cui il capitalista è il funzionario, che non conserva più alcun rapporto proporzionale con quanto è in grado di produrre un singolo individuo – ma come potenza sociale estranea, indipendente, che si contrappone alla società [...] La contraddizione tra questa potenza sociale e il potere privato del capitalista [...] diviene sempre più netta e condurrà infine alla rottura” del rapporto capitalistico. La trasformazione che ne seguirà “è il portato dell'evoluzione delle forze produttive nel modo di produzione capitalistico e della maniera in cui procede questa evoluzione” (Capitale, libro III, ed. Newton Compton, 1996, p. 1093).
 
A proposito dell'imperialismo, la critica alle teorie di Negri e Hardt parte dall'affermazione che il mercato mondiale non determina “una realtà socio-economica unitaria senza contraddizioni e differenze quantitative e qualitative” in quanto “le differenze nell'accumulazione e nei saggi medi di profitto producono continuamente squilibri tra le potenze e le frazioni del capitale internazionale, che sono la fonte della competizione tra imperialismi” e non “dell'esistenza di un impero unico” (p. 171).
 
Sul crollo dell'URSS, pur non sottacendo il ruolo svolto dal massiccio drenaggio di risorse verso la competizione militare con gli USA, viene mostrato che la causa principale sta nella “incapacità di sviluppare adeguatamente le forze produttive, dovuta probabilmente all'interruzione della modificazione in senso positivo dei rapporti sociali” e alla “mancata partecipazione di massa alla gestione della cosa pubblica e della produzione”, mentre invece lo sviluppo universale delle forze produttive è per Marx “un presupposto pratico assolutamente necessario per il comunismo”, in assenza del quale si genera “la miseria e il conflitto” per la sussistenza (p. 169).
 
In questa necessariamente breve presentazione non si dà conto di molti altri importanti aspetti (la nuova composizione di classe, il marketing, la grande distribuzione, il denaro elettronico, l'uso dei marchi come forma di rendita, il lavoro femminile e a part-time ecc.), tutti sistemati e interpretati rigorosamente all'interno dell'impostazione teorica di Marx. Pur nella sommarietà dei richiami, ci auguriamo di aver contribuito a stimolare la lettura dell'opera. La quale, per la sua chiarezza e semplicità, non presuppone approfondite conoscenze e può essere quindi utile anche ai giovani militanti.
 
Sommario: Va a merito del lavoro di Domenico Moro l'esplicito intento di dare una mano ad una operazione culturale di ripresa della diffusione del marxismo, attraverso un testo che introduce e incoraggia la lettura dell'opera principale di Marx
 
Recensione di Ascanio Bernardeschi comparsa sulla rivista “L’Ernesto”
 




Domenico Moro

Nuovo compendio del Capitale

Edizioni dell'Orso

2006

Pagine 172

Prezzo di copertina: 16.00 Euro


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