Perche' tanto accanimento contro l'ANPI?
Mattia Gatti, Niccolò Volpati
La maggioranza che sostiene il Governo Berlusconi non nasconde la sua arroganza
e i suoi tentativi di colpire con ogni mezzo a sua disposizione le basi
fondanti della Repubblica a partire dalla Costituzione e dalla Resistenza. Non
può essere sottovalutata la gravità degli episodi che di recente hanno reso
ancor più evidente il carattere estremo, quando non direttamente nostalgico,
del fascismo di questa destra che vorrebbe dipingersi come “moderata” ed
“europea”.
La maggioranza alla Camera ha votato le modifiche alla Costituzione, la
presenza dei militari italiani in Iraq rappresenta una costante violazione
dell’articolo 11 della Carta Costituzionale, Alleanza Nazionale ha proposto (e la
commissione Difesa ha approvato), un disegno di legge che riconosce come
legittimi belligeranti gli appartenenti al cosiddetto esercito della Repubblica
Sociale Italiana e, nello stesso tempo, è stato tagliato del 55% il contributo
statale, già esiguo e già precedentemente decurtato di un altro 10%, destinato
all’ANPI.
Accanto alla necessità di denunciare la gravità di atti come questo, di
sostenere concretamente le attività dell’ANPI (a questo scopo pubblichiamo
l’appello per una sottoscrizione nazionale straordinaria in favore
dell’associazione) e di intensificare il lavoro politico per far cadere il più
presto possibile questo infame Governo, crediamo sia fondamentale riavviare una
riflessione sul significato di attacchi come questi.
La maggioranza di Governo vuole colpire ancora una volta la storia della
Resistenza, ma in questo caso viene colpita direttamente anche un’altra storia
e non vorremmo che quest’attacco fosse sottovalutato: si cerca di cancellare il
ruolo degli antifascisti nella costruzione e nella difesa della democrazia in
Italia; si vogliono colpire i partigiani che, dopo il 25 aprile ’45, non
credettero esauriti gli scopi della loro lotta e la proseguirono, con altri
mezzi, per costruire una società che fosse veramente e non solo formalmente
libera.
L’ANPI sin dalla sua fondazione a Roma nel giugno ’44 e in particolare
dall’aprile ’45 quando, dopo la Liberazione, divenne una realtà nazionale, è
stata la forza organizzata degli antifascisti, uniti, non solo dal ricordo del
passato, ma anche dalla comune lotta per contrastare il pericolo, mai scomparso
in Italia, di involuzioni autoritarie e soprattutto per vedere realizzati quei
principi e quelle proposte politiche che derivavano direttamente dalla
Resistenza.
Quasi nessuno ricorda oggi i numerosi attentati compiuti dai fascisti dopo il
25 aprile del ’45, le stragi, i tentativi di colpi di Stato e le trame occulte
che hanno caratterizzato e influenzato la politica italiana nel secondo
dopoguerra. Gli oltre mille criminali di guerra italiani, autori di torture e
stermini di massa in particolare nei Balcani, mai processati e anzi riciclati
nelle file di Stay Behind e Gladio. La NATO e il governo democristiano sono
stati un naturale approdo per chi aveva sostenuto la dittatura fascista.
Nei giorni successivi al 25 aprile, in particolare nel Nord Italia, c’era la
consapevolezza di poter costruire una società radicalmente diversa da quella
conosciuta fino a quel momento, da quella fascista, ma anche da quella
“liberale” che l’aveva preceduta e, come scrive Pietro Secchia descrivendo un
corteo di partigiani a Milano, l’entusiasmo varcava ogni limite, milanesi e
partigiani stavano vivendo il sogno più bello che avessero mai immaginato.
Ben presto però, nonostante alcune importanti conquiste come la vittoria della
Repubblica il 2 giugno del ‘46 e l’approvazione di una costituzione decisamente
avanzata (non a caso non fu mai fedelmente attuata), apparvero evidenti i
segnali di continuità tra il passato regime e il nuovo Stato.
I Comitati di Liberazione Nazionale che si erano formati a tutti i livelli (da
quello di quartiere e di azienda a quello nazionale) e i Comitati di Gestione
che nei mesi successivi al 25 aprile avevano gestito direttamente numerose
fabbriche, avrebbero potuto rappresentare la base per un sistema democratico
che includesse finalmente le masse nella gestione del potere. Con la cacciata
dei comunisti dal governo nel 1947 furono sconfitti. Confindustria, liberali e
Democrazia Cristiana, con il sostegno determinante delle forze armate
anglo-americane, si riappropriarono del potere politico ed economico.
Nella maggior parte dei casi i fascisti mantennero le loro posizioni di potere,
nella magistratura, nella polizia, nell’esercito, nella pubblica
amministrazione. Il termine “vinti” usato da Pansa non sembra appropriato per
descrivere questa situazione. Un decreto del ’48 revocava i provvedimenti di
epurazione e una legge del ’49 consentirà agli ex epurati il recupero dei
benefici di carriera.
Dal punto di vista politico i fascisti, almeno a partire dall’inizio del ’46,
si riorganizzarono in diverse formazioni armate: AIL (Armata Italiana di
Liberazione), ECA (Esercito Clandestino Anticomunista), FAI (Fronte
Antibolscevico Italiano), SAM (Squadre d’Azione Mussolini), mentre altri militavano
nell’Uomo Qualunque di Giannini. Finché nel dicembre ’46 verrà fondato il
Movimento Sociale Italiano: un partito neofascista legale nonostante la
presenza di norme costituzionali che lo vieterebbero.
I partigiani invece in questo stesso periodo subirono numerosi attacchi.
Vennero dipinti come criminali o delinquenti da durissime campagne di stampa,
fu ostacolata in tutti i modi la loro assunzione nelle forze di polizia, furono
sostituiti i prefetti con un passato partigiano, furono boicottate tutte le
forme di assistenza che erano inizialmente previste per loro, sino a giungere
al divieto formulato da Scelba nel ’48 di manifestare pubblicamente per
festeggiare il 25 aprile, anniversario della Liberazione.
Il revisionismo, cominciato subito dopo la liberazione, non ha conosciuto
soste. Da alcuni anni fa proseliti anche tra intellettuali ed esponenti
politici del centrosinistra. Cominciò Violante con “i ragazzi di Salò”. Ha
proseguito Giampaolo Pansa con il suo libro “Il sangue dei Vinti”. Pansa ammette
candidamente che la fonte principale di cui si è servito è Giorgio Pisanò e il
risultato è significativo sin dai titoli dei paragrafi del suo testo: “il
mattatoio di Milano”, “i gulag di Genova”, “la cartiera degli orrori”, “un
triangolo pieno di morti”. Così vengono descritti i mesi immediatamente
successivi alla Resistenza. In pochi amano ricordare il ruolo dell’Unione
Sovietica nella sconfitta del nazifascismo, tanto che alle celebrazioni
ufficiali si invita la Germania, ma ci si dimentica della Russia.
Il cancro revisionista non ha conquistato solo intellettuali e politici della
sinistra moderata. Le posizioni politiche di Bertinotti e dei disobbedienti del
Nord Est sulle foibe sono ormai del tutto simili a quelle della destra. Come se
non bastasse, il segretario di Rifondazione ha parlato di “angelizzazione della
Resistenza” e in molti hanno ravveduto, nelle sue recenti analisi sulla
nonviolenza, un’implicita critica all’esperienza partigiana.
In questi ultimi anni il revisionismo è stato attivo non solo sul fronte
politico e culturale, ma anche su quello repressivo e giudiziario. Non è un
caso se a Milano vengono arrestati e processati dei giovani antifascisti,
militanti di alcuni centri sociali, che hanno “osato” allontanare degli
estremisti di destra dal corteo del 25 aprile o da un treno che portava i
manifestanti a una manifestazione a Genova.
E’ in questo clima che s’inserisce l’attacco che il Governo Berlusconi porta
all’ANPI. E di questo clima bisogna tener conto per evitare pericolose sottovalutazioni.
Dunque, mentre si riabilitano e si legittimano gli aguzzini e i torturatori che
si occuparono della repressione dei partigiani e delle deportazioni nei campi
di sterminio, mentre si processano gli antifascisti, si cerca di colpire
mortalmente la vita di un’Associazione che ancora oggi mantiene viva la memoria
degli orrori di fascismo e nazismo. Tagliare il contributo statale all’ANPI
significa anche ostacolare l’attività educativa rivolta ai giovani nelle
scuole. La memoria fa ancora paura. La memoria è uno degli ostacoli principali
di un regime.