Il dolce strangolamento dell’ANPI
di Sergio Ricaldone
E’ triste, molto triste , ma potrebbe succedere che il 60°
anniversario della liberazione nel 2005, coincida con il dolce strangolamento
dell’ANPI mediante il taglio dei fondi da parte del governo Berlusconi.
Non è difficile capirne il perché.
L’ANPI è tra le strutture di ex combattenti che nel corso di questi decenni
abbia mantenuta viva la nozione unitaria e patriottica di antifascismo,
coltivando e trasmettendo ad almeno tre generazioni di italiani i grandi ideali
che hanno sorretto la resistenza e concorso alla formazione del moderno stato
democratico e repubblicano.
Non a caso il primo pilastro in corso di demolizione è proprio la
Costituzione repubblicana.
Nella sede storica dell’ANPI di via Mascagni, a Milano, ne discutiamo
intensamente da parecchi giorni con i vecchi compagni, scrivente incluso, che,
sebbene carichi di anni e di acciacchi, continuano a frequentarla assiduamente:
Giovanni Pesce e sua moglie Nori, Tino Casali, Stellina Vecchio e tante altre
figure leggendarie della guerra partigiana che portano sulle spalle, senza
l’ombra del rimpianto, sessanta e più anni di milizia politica antifascista,
inclusa una breve ma intensa parentesi militare che è stata per tutti una sorta
di discesa all’inferno e ritorno.
Potrebbero tranquillamente crogiolarsi al sole della Riviera o rigirarsi nelle
poltrone di casa macerandosi tra i ricordi e i rimpianti ed invece eccoli qui,
a raccontare lo loro storie ed a progettare iniziative per il futuro.
Ecco Nori Brambilla e Giovanni Pesce che, superati i loro primi ottant’anni e
immortalati da un bellissimo documentario presentato al Festival di Venezia
2003, hanno trascorso gli ultimi mesi a raccontare, in decine di assemblee affollate da centinaia di giovani, come le
loro imprese gappiste seminassero il terrore tra i brigatisti neri e le truppe
hitleriane che opprimevano la Milano di quei giorni.
Molto severa l’atmosfera che si respira all’ANPI di Milano in queste settimane.
Le opinioni raccolte tra i vecchi partigiani lasciano trasparire una profonda
preoccupazione.
Spesso sono accompagnate da giudizi poco indulgenti sul modo come viene gestita
e difesa la memoria antifascista e la resistenza dagli eclettici eredi di
Longo, Pertini, Secchia, Parri e Calamandrei, ma sono tutti quanti decisi a
rimettersi in gioco per impedire che cali il sipario su una storia che oggi,
più che mai, per le minacce che incombono sulla libertà e sulla democrazia,
torna ad assumere una valenza prioritaria per il presente ed il futuro.
L’affossamento dell’ANPI potrebbe suggellare il “superamento”
dell’antifascismo, ovvero la sua liquidazione e chiudere un ciclo storico, come
chiede la destra, alle cui tesi non sono mancati consistenti contributi del
revisionismo storico, patteggiato, non sempre alla dovuta distanza, da
autorevoli esponenti della sinistra.
Gli eredi dei fucilatori di Salò hanno purtroppo trovato una sponda morbida e
disponibile: il buonismo storiografico dilagante rimuove l’antifascismo quale
chiave di lettura del ‘900 e propone
invece, a partire dai nuovi testi scolastici, memorie simmetriche e
compatibili che, passo dopo passo, equiparano vizi e virtù di vincitori e vinti
di tutte le epoche.
Un tritacarne micidiale dal quale esce un osceno impasto bipartisan che mette
sullo stesso piano assalitori e difensori della Bastiglia, comunardi e
reazionari di Versailles, difensori ed aggressori di Stalingrado, Gap di via
Rasella e torturatori di Villa Triste, resistenti algerini e parà francesi.
Osserviamo esterrefatti una ipocrita autocritica che per rimediare ai presunti
“eccessi” compiuti dalla Resistenza manifesta disponibilità ad avviare un
processo di speculare riconoscimento e di mutua legittimazione tra fascisti
rimasti tali ed antifascisti diventati ex.
Si accetta pertanto di intitolare
qualche piazza ai “martiri fascisti della foibe”, si critica la cultura
antifascista che avrebbe “angelizzato” la resistenza, si addebita alla
guerriglia partigiana il culto della violenza, si accetta il teorema della
“guerra civile” anziché quello di guerra di liberazione dall’occupazione
straniera.
E così gli alleati neri dei massacratori di Marzabotto, di S. Anna di Stazzema,
di Boves, delle Fosse Ardeatine, di piazzale Loreto e della risiera di S. Sabba
incassano soddisfatti un regalo inaspettato dai loro ex nemici e rilanciano la
posta.
La pratica liquidatoria della nozione di Resistenza e di antifascismo, pur non
risparmiando nessuna delle forze politiche e sociali che l’hanno sorretta ed
animata, vede settori della cosiddetta sinistra “antagonista” accanirsi con
furia demolitoria contro il soggetto centrale che ha retto e pagato il prezzo
più alto di quello scontro epocale contro il nazifascismo: ossia il movimento
operaio e comunista del 20° secolo, la cui storia gloriosa viene ridotta ad un
cumulo di macerie.
Dalla Liberazione sono trascorsi sessant’anni, all’ingrosso tre generazioni.
Sono tante.
I cambiamenti in casa nostra e nel mondo sono stati enormi e non sempre
piacevoli.
Ultimi testimoni ancora in vita, avvertiamo, con molta amarezza, che
l’approssimarsi della nostra estinzione biologica coincide con la distruzione
delle nostre storie e dei nostri valori.
Quello che tentiamo di fare oggi, prima che cali il buio di una notte senza
fine, è un’ultima disperata sortita da quella specie di riserva indiana in cui
siamo stati rinchiusi, con molto garbo e ipocrisia, da chi in realtà ci
considera gli ultimi dei Mohicani, fautori di una cultura della violenza che –
così si dice – deve essere archiviata nel museo degli orrori del ‘900.
Paradossale che questo avvenga in controtendenza rispetto a quanto accade in Francia ed in Germania, ma
soprattutto rispetto al nuovo capitolo aperto nella Spagna da Zapatero mirante
a restituire onore e dignità, finora negate dai governi postfranchisti, alle
centinaia di migliaia di combattenti repubblicani massacrati durante e dopo la
guerra civile.
Stragi sepolte nell’oblio che anticiparono e seguirono gli orrori del
nazifascismo commessi durante la seconda guerra mondiale.
E’ sicuramente vero che dobbiamo saper guardare avanti e non indugiare troppo
nel retrovisore dei ricordi di una storia marchiata con il ferro e con il fuoco di un’epoca terribile e
violenta che ci ha imposto scelte estreme ed inevitabili. Potevamo agire
diversamente?
No, non potevamo.
Quello era il solo modo per ricostruire un mondo di pace, di libertà e di
diritti riconosciuti.
Sarebbe bene che nessuno dimenticasse che la madre di tutte le conquiste del
‘900 in Europa che hanno permesso, dopo che cessarono gli spari, il passaggio
dalla violenza alla non violenza e dalla guerra alla pace, è stata la lotta e
la vittoria contro il nazifascismo di una grande coalizione militare e
popolare, quella degli eserciti alleati e quella della Resistenza che dalla
Bielorussia alla Manica e da Capo Nord al Mediterraneo ha inflitto colpi
mortali alla belva hitleriana.
Il mantenimento di questa memoria è un obbligo morale e politico che abbiamo
con i popoli ed i movimenti che ancora oggi lottano in più parti del mondo
contro la barbarie imperialista.
Dalla Palestina all’Iraq, alla Colombia la nozione di resistenza mantiene
intatti tutti i valori che esprime ed è un diritto pienamente riconosciuto e
legittimato dalle Nazioni Unite.
L’appello che arriva dai vecchi combattenti antifascisti in difesa dell’ANPI
non ha nulla di retorico e di celebrativo ma mira ad impedire che si spezzi il
sottile filo conduttore che ci racconta senza pietose bugie la storia del ‘900.
Non si tratta solo di difendere il diritto di festeggiare il 25 aprile che il
governo Berlusconi vorrebbe cancellare, o di esigere il rispetto della verità
sui libri di storia.
Dobbiamo anche ricostruire il nesso, il rapporto esistente tra le ragioni
sociali, politiche e morali della lotta di allora e quella che l’evoluzione
storica e politica ci obbliga a combattere oggi e domani contro le nuove forme
di dominio e di sopraffazione.
Sergio Ricaldone
Milano, 18 ottobre 2004