Il Centro di Cultura e Documentazione Popolare e la redazione di resistenze.org, di cui è stato validissimo collaboratore, si uniscono al cordoglio per la sua scomparsa avvenuta a Milano il 22 marzo 2006.
Carissimo Enrico,
non avrei mai immaginato di doverti porgere questo ultimo doloroso saluto difendendo la tua memoria di partigiano combattente in questo clima di diffamazione che sta dilagando contro chi come tè, e come molti di noi, decidemmo di spendere i migliori anni della nostra vita imbracciando un fucile per liberare questo nostro paese dalla vergogna del fascismo e dall’occupazione hitleriana.
Tu hai avuto questo coraggio ed è stato grazie al tuo impegno di partigiano e di comunista che questo paese ha potuto avere una Costituzione democratica che ci ha garantito decenni di pace ed ha permesso al movimento operaio di compiere grandi conquiste sociali.
Ma anche nel tuo ruolo professionale di giornalista hai dato un contributo importante nel mantenere in vita, soprattutto nella fase crepuscolare della tua lunga vita, il grande patrimonio storico del movimento operaio di cui tu sei stato parte integrante. Dalla tua penna lucida e graffiante, mai saccente, spesso ironica, ma sempre impietosamente critica contro ogni forma di servile opportunismo, sono usciti racconti e cronache di lotta politica e ideale che hanno fatto conoscere a molti giovani una storia che oggi molti vorrebbero occultare e cancellare.
Avresti potuto vivere questi tuoi ultimi anni vi vita crogiolandoti al sole della Riviera o rigirandoti nelle poltrone di casa in mezzo ai tuoi libri, macerandoti tra i ricordi e i rimpianti e invece ti ho sempre trovato in prima fila a combattere questa nostra seconda resistenza e a progettare iniziative per il futuro.
In questi ultimi 15 anni ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare insieme con tè e di scrivere a due mani, per riviste italiane e straniere, saggi e racconti della nostra esperienza politica e della nostra storia che sono stati molto apprezzati, soprattutto in Francia. Me lo hanno ricordato ancora recentemente i compagni dell’università di Nanterre.
Ed è stato cosi, con la pratica e la consumata esperienza della tua professione di giornalista, che ci hai aiutato a difenderci dalla pratica liquidatoria della resistenza e dell’antifascismo e a ricostruire le basi per una ripresa della nostra lunga marcia verso il futuro.
Da ultimi testimoni ancora in vita abbiamo avvertito, con molta amarezza, che l’approssimarsi della nostra estinzione biologica avrebbe potuto coincidere con la distruzione delle nostre storie e dei nostri valori. Ma abbiamo resistito. Non ci siamo arresi.
Quello che abbiamo tentato di fare insieme, prima che calasse il buio di una notte senza fine, è stata un’ultima, disperata sortita da quella specie di riserva indiana in cui siamo stati rinchiusi, con molto garbo e ipocrisia, da chi in realtà ci considera una specie ormai estinta, gli ultimi dei mohicani, fautori di una storia culturale e politica da archiviare nel museo degli orrori del 900.
Ma noi abbiamo resistito senza peraltro legarci come Ulisse all’albero della nave per respingere i numerosi inviti delle sirene che spesso ci hanno esortato ad arruolarci nella moderna compagnia di buffoni, nani e ballerine che hanno usurpato la memoria di Gramsci, di Togliatti e di Berlinguer.
Abbiamo saputo guardare avanti senza indugiare troppo nello specchietto retrovisore dei ricordi di una storia marchiata con il ferro e con il fuoco di un’epoca terribile e violenta che ci ha imposto scelte estreme ed inevitabili. Ma quello era il solo modo per costruire un mondo di pace, di libertà e di diritti riconosciuti.
Ed è stato allora, quando hai finalmente potuto impugnare la penna e schiacciare milioni di volte i tasti della tua macchina da scrivere, da quel momento, da giornalista e da uomo di cultura, hai potuto esprimere la parte migliore della tua intelligenza e la grande forza creativa delle idee che hanno illuminato l’impegno civile e democratico per quasi 60 anni della tua vita.
Oggi è arrivato il momento della separazione.
Mi mancheranno molto i tuoi racconti, le battute salaci, gli episodi comici e anche qualche parentesi avventurosa della tua attività di giornalista iniziata al Corriere tanti anni fa.
Mantenere integra questa memoria è l’obbligo morale e politico che ci assumiamo davanti alle tue spoglie mortali. Accanto a noi, schiacciati da un dolore immenso ci sono Mietta, i tuoi figli e i tuoi nipoti. Insieme a loro ti rivolgiamo il nostro ultimo saluto. Ti dobbiamo molto compagno Enrico ma non temere. Quello che ci lasci in eredità non andrà perduto.
Ciao Enrico.
Sergio Ricaldone