www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - antifascismo - 23-04-07

da La Rinascita della sinistra del 19/04/07
 
Un ricordo senza equivoci
 
Le gravi colpe dell'Italia in Africa
 
Nel giugno 1936 Mussolini telegrafa al generale Rodolfo Graziani (allora governatore della Somalia) i seguenti ordini: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Per finirla con i ribelli... impieghi i gas.Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici».
 
Graziani trasferisce così tali ordini alle sue truppe: «La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia. Bisogna distruggere i paesi stessi perché le genti si convincano della ineluttabile necessità di abbandonare questi capi... Io scopo si può raggiungere con l'impiego di tutti i mezzi di distruzione dell'aviazione per giornate e giornate di seguito essenzialmente adoperando gas asfissianti»
 
Intervista ad Angelo Del Boca di Francesca Di Pasquale
 
"Questo incontro avremmo dovuto farlo sessant'anni fa, non oggi". Cosi Angelo Del Boca ha aperto il suo intervento all'incontro del 12 aprile scorso per la presentazione della proposta di legge per l'istituzione della "Giornata della memoria in ricordo delle vittime africane durante l'occupazione coloniale italiana". Fra i principali studiosi del colonialismo italiano e già giornalista inviato in diversi paesi africani, Angelo Del Boca è stato soprattutto pioniere nella ricostruzione dettagliata di molte delle pagine più sanguinose del nostro passato coloniale. Anche l'idea di istituire una "Giornata della memoria" per ricordare le vittime del colonialismo italiano, stimate dallo storico in 500.000, si deve allo studioso piemontese.
 
Professore può illustrare le motivazioni che stanno dietro questa proposta di legge? ln particolare, quale valore dà allo strumento del "Giorno della Memoria" per costruire una coscienza collettiva?
 
Non è da oggi che noi conosciamo i nostri debiti verso le ex-colonie italiane. Quindi è veramente con un ritardo di sessant'anni che affrontiamo questo problema. La richiesta di istituire questa giornata ha due aspetti: il primo è di stabilire con chiarezza che abbiamo dei torti. Non possiamo difenderci sostenendo che eravamo "più buoni" degli altri; non si fanno statistiche di questo genere. Il secondo aspetto, di grande importanza, è che stabilendo questa giornata potremo stabilire rapporti diversi con i paesi colonizzati dall'Italia. Queste popolazioni non hanno dimenticato quello che abbiamo fatto, lo tramandano da una generazione all'altra. Prendiamo il caso, ad esempio, della Libia, visitata recentemente dal ministro D'Alema; nonostante la promessa fatta dal nostro governo di costruire l'autostrada (lungo l'intera costa libica, dalla Tunisia all'Egitto, ndr), Gheddafi continua a mantenere la "giornata della vendetta" (celebrata, a partire da] 1983, il 7 ottobre, giorno della partenza degli ultimi ex-coloni italiani dalla Libia, per ricordare all'Italia i suoi debiti verso la ex-colonia, ndr). Così in Italia l'istituzione della giornata della memoria, attraverso la sanzione del Parlamento e non in seguito a una proposta mia o di un altro storico, rappresenterà la prima svolta vera e senza più equivoci dell'Italia nei confronti del suo passato coloniale.
 
In Germania la costruzione di una coscienza storica sul nazismo e soprattutto sulle stragi naziste è passata attraverso un complesso di iniziative di grande portata e di lungo respiro, nel quale il momento del ricordo è solo una parte del processo di formazione di una generazione consapevole dei crimini commessi nel passato dai nazisti. In Italia siamo pronti a questo processo?
 
Credo di no. In Germania si è fatta una cosa molto importante, vi è stato un dibattito trentennale e la creazione di luoghi della memoria. Pur avendo alle spalle crimini ancora più orrendi di quelli italiani, i tedeschi sono riusciti a portare avanti questo dibattito senza limiti e senza avere paura di aprire le pagine nere della loro storia, a differenza di noi. In Italia, perfino molti studenti universitari sono all'oscuro dei crimini coloniali italiani. "Italiani brava gente" è veramente un mito duro a morire, come ho ricordato in uno dei miei libri (Italianibrava gente, Neri Pozza editore, 2005, ndr). Ad esempio, quando sono morti i nostri soldati a Nassiriya c'è stata un'indignazione generale, soprattutto perché non si accettava il fatto che avessero colpito proprio i soldati italiani: ecco il mito che ritorna.
 
Crede che in questo momento in Italia ci sia ostruzionismo per la ricerca storica? Penso in particolare alle po­ssibilità di accesso nei nostri archivi.
 
Fino al 1976 in Italia era impossibile fare ricerca storica, perché gli archivi o erano chiusi o erano aperti solo per alcuni studiosi, come ad esempio coloro che stavano concludendo i famosi 50 volumi della serie L'Italia in Africa, opera elogiativa e in parte anche di scarso valore scientifico. Nel 1976 è arrivato alla direzione dell'Archivio del ministero degli Affari esteri un partigiano, il prof. Enrico Serra, che finalmente ha aperto a tutti l'Archivio e, cosa assai importante, ha provveduto all'inventariazione della documentazione. Credo che dopo Serra ci sia stata una involuzione. In generale gli archivi italiani siano ricchissimi: la verità c'è, bisogna solo saper cercare e aver fortuna.