www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - antifascismo - 10-09-08 - n. 240

da www.fratellicervi.it
 
La tragedia degli equivoci
 
E’ certamente un increscioso equivoco, quello che ha fatto scambiare all’on La Russa Porta San Paolo a Roma per le sponde del Garda; d'altronde, con tutte queste Repubbliche in circolazione (Italiana, Sociale, Cispadana…) un Ministro della Repubblica può ben confondersi. Soprattutto se proveniente da un passato a cui, a detta sua “non può fare torto”.
 
Ogni cittadino che comprenda vagamente l’enormità dell’accaduto si chiede cosa sarebbe successo se, nelle celebrazioni della Liberazione a Parigi, il ministro della difesa avesse dedicato un commosso pensiero ai camerati della Repubblica (un’altra) di Vichy, deportatori di ebrei francesi, ma a fin di bene. O se davanti alla Porta di Brandeburgo un esponente del governo federale tedesco avesse reso omaggio alle volonterose maestranze delle camicie brune, esecutori del terrore razziale e politico nella Germania nazista, ma per contratto. O ancora, citando questa volta il romanamente sindaco Alemanno, se il Primo Cittadino di Norimberga avesse dichiarato che si, il nazismo aveva la fissa dei giudei e degli zingari, ma tutto sommato lo spettacolo delle adunate era maestoso.
 
Le dichiarazioni di un ministro della Repubblica (Italiana) e del sindaco di Roma (capitale, non imperiale) non sono soltanto inaudite per l’aberrazione storiografica e culturale che rappresentano. Lo sono ancor di più se osservate nella loro proterva sequenza, bruscamente interrotta da una severa e inequivocabile diffida da parte del Capo dello Stato. Un blitz calcolato, perpetrato con spregiudicato tempismo, come altri già sferrati prima e durante le date simbolo della nostra memoria, allo scopo di confondere e intorbidire ogni ragionamento. Momenti (l’8 settembre, il 25 aprile, il 2 giugno e altro ancora) in cui tutta la politica dovrebbe tacere, per lasciare la comunità nazionale a sentire e meditare il respiro del proprio passato. Quando, insomma, il fardello identitario del nostro tormentato ‘900 dovrebbe essere comprensibile patrimonio di tutti, e non ostaggio delle discutibili biografie personali di alcuni rappresentanti istituzionali.
 
In un altro, qualsiasi grande Paese d’Europa dove l’elaborazione del XX secolo è una cosa seria, un ministro che viene pubblicamente sconfessato nello spazio di un cambio palco dalla Prima Carica dello Stato sarebbe già dimissionato. Prima ancora che le istituzioni, sarebbero stati gli anticorpi dell’opinione pubblica ad espellere con la propria indignazione una siffatta esternazione, come corpo estraneo dell’identità nazionale. In Italia, brodo primordiale del fascismo, no. E’ questa la desolante conclusione che l’episodio porta a fare, corroborato dalla sorridente sicumera sfoggiata dai protagonisti già in serata, a freddo, dopo aver astutamente vagliato le solite reazioni. Nessun problema.
 
L’offensiva alla memoria, meglio ancora alle stesse “leggi fisiche” della storia, è frutto di una strategia purtroppo vincente, che si innesta esattamente laddove era finita la retorica della Resistenza: per più di cinquant’anni ci si era cullati nella incosciente illusione di un popolo intero di partigiani, in armi contro il fascismo; alimentando così il colossale processo di rimozione e autoassoluzione di cui la labile coscienza civica italiana è maestra, dalla concezione crociana della “parentesi fascista” in poi. Oggi che quella sterile oratoria è in rovina sull’arenile delle ideologie dismesse, è in corso il suo esatto contrario: siamo (stati) tutti un po’ fascisti, ma che male c’è, se oggi si può rivendicare con orgoglio un passato a cui “non si può fare torto”. La sconcertante disinvoltura con cui si riabilitano i ciarpami del ventennio, gli amori di Mussolini, persino la cricca di sanguinari collaborazionisti che fu la Repubblica di Salò, sono ben più che “memorabilia” di una parte politica. Sono una precisa strategia di normalizzazione dell’abnorme, il tentativo di trasformare in commovente foto ricordo un’ideologia criminale sconfitta dall’evoluzione della civiltà occidentale (non tanto dalla Storia).
 
E’ un’operazione possibile solo dove esiste un terreno fertile di “moralità liquida”, di cui certa classe dirigente è madre e figlia allo stesso tempo. Un Paese nella cui memoria si può essere fascisti o antifascisti, delatori o resistenti, repubblicani o repubblichini senza che questo abbia significato, o conseguenze, è anche un Paese dove, nel presente, si può essere indistintamente onesti o disonesti, contribuenti od evasori, sfruttati o sfruttatori, coraggiosi od omertosi. L’etica della responsabilità, che è alla base non solo del patto sociale tra istituzioni e cittadini, ma anche del contratto di convivenza tra le persone, viene erosa a partire dalle radici storiche.
 
Luoghi di memoria, musei, istituti storici, studiosi e ricercatori che cercano di conservare la coscienza (quella buona come quella cattiva) della nazione si ritrovano spesso in una fatica di Sisifo. Perché quando il macigno del discorso pubblico sul nostro tormentato ultimo secolo rotola a valle, mescolando il sopra e il sotto della storia, occorre ricominciare da capo. Il compito, il “servizio pubblico” della custodia memoriale, non ci spaventa. Quello che ci preoccupa è la cultura del “condono della memoria”, che non sana le ferite e porta alla tanto decantata “pacificazione”, quanto rende ammissibile l’intollerabile, e inserisce nel paesaggio identitario del Paese gli “abusivismi storiografici” che abbiamo sentito in queste ore. Un paesaggio fatto solo di vittime senza volto e senza storia, e di carnefici per caso, vittime a loro volta di un disdicevole malinteso sulla parola “Patria”.
 
Mirco Zanoni 
Responsabile Coord. Culturale Istituto Alcide Cervi