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- cultura e memoria resistenti - antifascismo - 05-04-11 - n. 358
da Antologia della Resistenza, a cura di Luisa Sturani, Centro del libro popolare - Torino, 1951
trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
La Disciplina Partigiana *
di G.B. Lazagna ("Carlo")
Alla sera, dopo la seconda razione di castagne secche, ci riunivamo nella stanza più grande alla luce delle candele. Stabilivamo in discussione il turno di guardia per la notte e per la pattuglia dell'indomani. Poi Bini ci leggeva, da qualche pezzette di carta, un riassunto delle notizie di radio Londra, che egli andava a prendere in una cascina a mezz'ora di strada verso la valle. Discutevamo dei progressi delle armate alleate, dell'avanzata russa, e soprattutto di quanto tempo gli inglesi avrebbero impiegato a venire fino a Genova. Allora erano a Salerno, ma eravamo tutti fermamente convinti che tra qualche mese la guerra sarebbe finita per noi. Questa fede non era scossa nemmeno quando per lunghi mesi il bollettino recò : «Sul fronte italiano il maltempo ha ostacolato l'attività di pattuglie».
Poi discutevamo dei nostri problemi, della vita politica internazionale, della giustizia, dell'onestà che avremmo portato nella vita sociale quando avessimo liberato le nostre città.
Eravamo abbastanza ignoranti di politica: alcuni si dicevano liberali, altri comunisti. Oltre agli inglesi che stavano un po' per conto loro, ed agli ex-detenuti politici tutti comunisti, eravamo tutti giovani sui vent'anni: cinque studenti, sette od otto contadini e gli altri venti tutti giovani operai delle fabbriche di Genova. Ma la vita in comune, lo stesso desiderio di lotta, le fatiche, i pericoli vissuti insieme cementarono una unione ed una compattezza tra noi che ci permise di affrontare le situazioni e le prove sempre più difficili senza urti, e ci consentirono di inquadrare e di educare in seguito con quello stesso spirito, che non si può dire altro che partigiano, le migliaia di giovani che vennero gradualmente ad ingrossare le nostre file. In questi scambi di idee delle riunioni serali si stabilì poco a poco una specie di regolamento morale che non fu mai scritto, ma che per il suo rigore e per la lealtà e l'ardore con cui ognuno di noi lo osservava, formò una tradizione talmente democratica e così profondamente insita nei nostri animi, che fece dei partigiani qualcosa di completamente nuovo socialmente e ci dette una forza che non si esaurisce nelle funzioni militari della guerra, ma che sarà trasportata in tutta la vita politica sociale della nazione. Malgrado le divergenze che potevamo manifestare nelle nostre discussioni politiche, mettevamo al di sopra di tutto quella visione concreta dei problemi che avevamo da risolvere senza altra guida che la nostra, ed il nostro sentimento di giustizia e di onestà.
Con questo stesso spirito, creammo in seguito tutta una organizzazione enorme, militare e civile, che fu magnificamente democratica, mentre la mancanza assoluta di controllo superiore ci avrebbe permesso con una certa facilità di regnare sui territori in seguito occupati con un dispotismo e una irresponsabilità che avrebbero potuto d'altronde giustificare le pressanti necessità militari.
Bisogna perciò ricercare nella vita di questo periodo, che fu una scuola di libertà e di ordine, di disciplina e di giustizia, le cause del nostro successo militare e politico, dell'avvenire degli uomini educati e dei metodi escogitati in quel regime di vita esemplare.
Eleggevamo i nostri capi che erano due a pari grado. Il comandante aveva la direzione delle questioni militari: guardia, addestramento al combattimento, maneggio e manutenzione delle armi, direzione dei colpi di mano, piani di attacco e di difesa.
Il commissario politico sorvegliava i rifornimenti, amministrava i denari, spiegava il senso della guerra di liberazione, si occupava dei rapporti con la popolazione, ed era responsabile della disciplina della formazione.
Il potere dei comandanti e commissari era però sempre, salvo casi di emergenza, sottoposto all'approvazione di tutta la formazione che alcune volte arrivò fino a destituire alcuni comandanti e commissari che non si erano dimostrati all'altezza dei loro compiti.
Nonostante la libertà di critica di cui godeva ognuno, non si verificò mai in venti mesi di vita partigiana, un caso di insubordinazione o di disobbedienza davanti al nemico. Per tacito accordo una tale mancanza sarebbe stata certamente punita con la pena di morte immediata.
Dai nostri comandanti, oltre al senso di responsabilità, al coraggio, e alla capacità, esigevamo per tradizione tacita che fossero i primi nel pericolo e nelle fatiche, gli ultimi nei vantaggi. Abitualmente i comandanti erano gli ultimi a servirsi nelle distribuzioni di viveri e di indumenti; se il loro compito non lo impediva, facevano i servizi come gli altri. Per esempio montavano di guardia al casone ma non di pattuglia perché ciò avrebbe importato un allontanamento dal grosso degli uomini, incompatibile con la funzione di comandante. Il comandare partigiani fu sempre un grande onore ed un grande onere, come lo dimostra l'alta percentuale di comandanti partigiani caduti in combattimento.
Quando nella giornata vi erano stati tra noi piccoli litigi, era abitudine chiederne conto ai compagni partigiani nella riunione serale. Così, dopo una spiegazione sincera dell'incidente, in cui tutti giudicavamo chi avesse ragione e chi torto, non era possibile covare rancori o antipatie che a lungo andare avrebbero potuto nuocere alla nostra compattezza ed alla nostra fratellanza. Nella riunione serale si domandava conto ai comandanti di qualche ordine dato durante la giornata che potesse sembrare arbitrario o sbagliato.
La necessità della nostra vita nascosta e randagia ci obbligava a molte altre precauzioni. Ci chiamavamo tra noi con pseudonimi, per evitare che i fascisti, sapendo i nostri nomi, potessero attuare le terribili rappresaglie che solevano fare contro le famiglie dei partigiani: imprigionamenti ed uccisioni di padri, madri, fratelli, e confische di beni. Chiamavamo con nomi convenzionali i paesi, i monti dove andavamo o abitavamo. Così Forca fu lo pseudonimo del Monte Aiona, dove avevamo costruito una capanna per rifugiarci; Mare fu il nome di Temossi, dove avevamo un recapito per le comunicazioni con la città. Intorno al casone badavamo molto alla pulizia, a non lasciare nessun oggetto che potesse indicare la nostra permanenza se dovevamo improvvisamente spostarci.
Se per ragioni di servizio dovevamo allontanarci dalla cascina dove abitavamo non dovevamo andare nei paesi, fermarci coi contadini o con ragazze, per non far scoprire la nostra presenza e la nostra dimora.
Se i contadini che dovevamo vedere per comperare i viveri ci offrivano qualcosa da mangiare, lo rifiutavamo pensando ai compagni che avevano fame, oppure lo portavamo al casone per dividerlo fra tutti. Questo per evitare che chi andava a far la spesa fosse un privilegiato, ed anche perché non nascesse un bisogno troppo frequente di andare nei paesi a far compere.
Una domenica il nostro commissario arrivò dal paese vicino, dove era stato per servizio, con un piatto di ravioli che gli era stato regalato, e tutti ne mangiammo una forchettata. Una volta sì distribuì mezza sigaretta a testa, offerta da uno di noi, che le aveva ricevute dalla famiglia. Non bestemmiavamo per non offendere i nostri compagni religiosi. La pulizia del casone, le corvées per prendere l'acqua o la legna, erano sempre fatte da volontari.
Spesso qualcuno faceva volontariamente il doppio turno di guardia notturna per alleviare un compagno che era stanco.
Questo regime di vita, che solo chi lo ha vissuto o visto da vicino (come i paesani di Cichero) può comprendere, fu il segreto del nostro successo. Ed a elevare in tal modo il nostro livello di vita contribuì specialmente Bini, oltre al Bisagno, Lucio Marzo. Bini era sempre vigile, come il maestro in una classe di scolari irrequieti. Notava il pezzo di carta abbandonato intorno al casone e il grattarsi scomposto di qualcuno che aveva preso i pidocchi. E a tutto voleva che fosse rimediato, con la pulizia del casone o con la bollitura degli indumenti dell'individuo sospetto.
Sorvegliava le razioni in modo che ognuno avesse la sua parte esatta e qualche volta interveniva in cucina per migliorare la cottura dei cibi, diceva lui, ma i «risotti alla Bini» resteranno sempre nella nostra memoria come qualcosa di digeribile solo al disopra dei mille metri e dopo parecchie settimane di regime di dieta.
Ma quello che Bini curava sopratttuto era il morale del distaccamento. Non vi dovevano essere litigi che incrinassero il fronte di resistenza al nemico.
E Bini voleva che fossimo sempre informati di quanto accadeva nel mondo civile. Per questo ogni sera ci informava delle notizie di radio Londra e collezionava in un suo tascapane giornali ed opuscoli clandestini che riusciva a far venire dalla città e che ognuno di noi poteva leggere nei momenti di riposo.
Quando si dovevano prendere provvedimenti di ordine interno dal distaccamento, eravamo spesso propensi a lasciarne la decisione ai comandanti in cui avevamo ormai piena fiducia. Ma Bini voleva che ogni decisione fosse presa da tutti. «Ognuno di noi deve saper dirigere il distaccamento», diceva.
E poi alla fine della riunione serale, per fare un po' di allegria, attaccava canzoni militari con quella sua voce tanto stonata che ha fatto turare le orecchie a migliaia di partigiani fino alla fine della guerra.
Ma pochi comandanti sono stati amati come Bini, sempre carico più degli altri quando si doveva camminare, pronto a rinunciare alla sua parte se vi era poco da mangiare, pronto a fare una fatica supplementare se il distaccamento poteva trame beneficio.
Accanto a Bini, Bisagno dà ai partigiani la sua impronta di comando militare. Sempre infaticabile camminatore, pronto a tutti i sacrifici, non un teorico, ma pieno di buon senso e avaro di parole. Studia la possibilità di difesa e di ritirata; prepara i piani di attacco, insegna ad usare le armi. Sempre di buon umore, ma serio e riflessivo. Quando si spara allora diventa un leone ed ha in pugno tutta la situazione con ordini calmi e sensati.
Poi alla sera, intorno al fuoco del distaccamento, mescola la sua voce ai cori con un tono nostalgico e vigoroso.
* ) La disciplina Partigiana - da "Ponte Rotto" - Storia della Divisione Garibaldina «Pinin-Cichero» di G. B. Lazagna (« Carlo »)- Edizioni del Partigiano, Genova
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