Dal quindicinale di economia <ABC> allegato al quotidiano <il
Domani di Bologna> del 9 marzo 2004
La trinità dell'impero U.S.A. Mercato, propaganda e
guerra
Intervista a Giulietto Chiesa, una vita tra informazione e controinformazione
di Patrizio Paolinelli
La globalizzazione neoliberista è stata narrata come una tappa
evolutiva per l'intera umanità. A una quindicina d'anni dall'introduzione di
questo concetto la realtà appare assai meno rosea di quella prospettata. Per
molti la globalizzazione è un sistema di potere che non ha interesse a uno
sviluppo economico equilibrato né a una democrazia sostanziale. Un critico
impietoso nei confronti di questo corso storico è Giulietto Chiesa (nella
foto), noto giornalista, corrispondente per molti anni da Mosca e fondatore di
Megachip, associazione che ha lo scopo di creare una mobilitazione permanente
sul tema della comunicazione. Lo abbiamo interpellato sugli effetti determinati
dall'intreccio tra potere mediatico e globalizzazione.
Chiesa, tutti le riconoscono
una schiettezza fuori dal comune. In due parole, come si caratterizza oggi il
rapporto tra informazione ed economia?
Riassumendo una vicenda molto complessa si può dire che in questo
momento l'informazione è diventata l'ancella di una parte dell'economia: la
pubblicità. In termini più espliciti: la pubblicità decide i contenuti
dell'informazione. Credo che ormai siano in pochi a negare quest'evidenza. Non
solo la pubblicità decide la sopravvivenza di un giornale o di una televisione
ma decide anche i contenuti che l'informazione deve fornire. Siamo di fronte a
una radicale inversione dei valori determinata dal fatto che non esiste più il
quarto potere ormai ridotto a funzione della pubblicità e al servizio di chi
governa.
Quanto lei afferma è
percepibile soprattutto osservando il rapporto tra pubblicità e
intrattenimento. Ma l'informazione vera e propria cosa c'entra? Un TG manda in
onda degli spot mentre trasmette le immagini di un bombardamento in qualche
angolo del mondo.
Detto così sembra un paradosso ma in realtà siamo abbastanza
vicini ad un modo di concepire l'informazione soggetta alle presunte leggi del
mercato. Nel momento in cui l'informazione è una merce, il problema è venderla
e non decidere della sua qualità. Se l'informazione è cattiva, ma si vende, va
benissimo così. Se è buona, ma non si vende, semplicemente non si produce,
viene cancellata dall'agenda del giorno. Accade allora che è commercializzato
il peggio: sensazionalismo, passioni esasperate, fatti secondari, pettegolezzi,
scemenze, volgarità. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l'informazione
ma con la merce.
Come si esce dalla logica
mercantile?
Intanto questa logica riguarda l'intero sistema mediatico con
l'eccezione di alcuni giornali e qualche rivista fuori dai grandi circuiti
dell'informazione. Detto questo, il ragionamento da fare per uscire dalla
logica mercantile è ristabilire principi di democrazia della comunicazione che
sono superiori ai criteri della pura compravendita. Riconosco che
l'informazione è anche una merce. Ma oggi è soltanto una merce in senso molto
più lato della pubblicità perché in quanto tale un TG è uno splendido prodotto
che si piazza sul mercato politico. Un cattivissimo telegiornale può essere
tranquillamente venduto a chi governa. Ed è quello che vediamo tutti i giorni
sui sei canali principali della Tv italiana.
Oggi l'Occidente combatte
guerre che diversi osservatori ritengono finalizzate ad assicurarsi materie
prime. In proposito l'informazione fa la sua parte?
Sì, nel distrarre, disinformare e disorientare l'opinione
pubblica. L'informazione è stata decisiva per costruire le ultime tre guerre:
Kosovo, Afghanistan, Iraq. E' stata l'informazione che le ha rese possibili.
Coloro che hanno progettato quelle guerre hanno lavorato accuratamente perché
il sistema mediatico le rendesse spiegabili, accettabili, appetibili. Questo
tipo di informazione ha funzionato abbastanza bene. Salvo la tendenza ad
esagerare come nel caso delle armi di distruzione di massa irakene finché una
parte del pubblico si è accorta delle bugie. Limitandomi Italia mi domando:
come è possibile che centinaia di giornalisti di provata esperienza, decine di
editorialisti di prestigio non si siano accorti che Bush e Blair stavano
clamorosamente mentendo? Come mai i giornali hanno titolato per settimane sulle
armi di distruzione di massa? E' questa la vigilanza di cui sono capaci? E'
questo il livello critico che distribuiscono tra la popolazione? Stiamo
assistendo ad una degenerazione mostruosa del sistema della comunicazione e alla
presa per i fondelli di milioni di persone.
Come lei sa su questi temi ci sono opinioni
molto diverse dalla sua.
Ovviamente. Se dicessi queste cose a Bruno Vespa durante il suo
talk-show gli verrebbe un infarto. Ma ho un esempio incontestabile salvo da
quell'informatore dichiarato della Cia che è Giuliano Ferrara. E cioè, nessuno
può negare il fatto che la notizia più importante dell'ultimo decennio non ha
avuto la diffusione che merita. Mi riferisco al fatto che George Bush ha vinto
le elezioni con i brogli. E' tutto documentato ufficialmente. Basta leggere
Stupid White Man di Michael Moore e verificare le fonti citate. Sono
ineccepibili ed esatte. Allora la conclusione è solo una: George Bush è un
impostore, non è il presidente degli USA. Michael Moore lo ha scritto, io lo
dico spesso nelle mie conferenze e nessuno si sogna di denunciarci o di
arrestarci per oltraggio a un capo di Stato. In Italia e nel mondo questa
notizia è nota a pochissimi che si sono procurati altre informazioni. Eppure mi
sembra di un'importanza fondamentale. Dove stanno i direttori dei giornali e
dei telegiornali? Dormono tutti?.
Tuttavia lei come altri avete
la possibilità di denunciare questi squilibri.
Fino a un certo punto e con scarsa efficacia mediatica. Le faccio
un esempio. Il mio libro, La guerra infinita, ha venduto circa 80.000 copie.
Quantità che per il mercato italiano significa un successo editoriale. A parte
le recensioni di due o tre quotidiani di sinistra da tutti gli altri è stato
ignorato. Le dirò di più: non ha avuto un solo minuto di attenzione da nessuna
trasmissione televisiva pubblica e privata. Un record assoluto per un libro che
è stato a lungo nei primi posti delle classifiche di vendite. Questo accade
perché ciò che scrivo sulla nascita dell'Impero americano è inconfutabile. E
c'è una ragione. Ho adottato lo stesso criterio utilizzato da Michael Moore: ho
citato fonti ufficiali USA. Neppure mi possono dare dell'antiamericano.
Insomma nella comunicazione
vince chi ha più mezzi per convincere. Ma torniamo all'economia di casa nostra.
Anche se molto tardivamente da un po' di tempo la carta stampata si occupa
della povertà. Un interesse assai meno evidente sul mezzo televisivo dove
l'indigenza sembra un tabù. Come spiega questa differenza?
Nella carta stampata è ancora viva una dialettica. Sono molti i
giornalisti che non si adattano all'andazzo e reagiscono quantomeno
individualmente. Esistono degli anticorpi e alcune notizie emergono nonostante
divieti e pressioni. In televisione invece non c'è più spazio. Dappertutto vige
la censura e l'autocensura con lodevoli e sempre più rare eccezioni. Ma il
problema della povertà è ormai talmente evidente che una parte
dell'informazione non può ignorarlo. A questo punto è necessario introdurre il
concetto di manipolazione dell'informazione. E' un vettore che agisce ovunque.
Ma è variamente contrastato nelle diverse realtà dalla presenza della società
civile. Quanto più questa è articolata e matura tanto più la popolazione è in
grado di difendersi. Nei Paesi dove la società civile è debole e poco
strutturata la manipolazione dilaga. Se dovessi stendere una graduatoria da uno
a cento, negli USA la manipolazione è a quota 90. In Italia per ora molto meno.
Da noi se non parli dell'impoverimento c'è un sacco di gente incazzata che ti
chiede perché. Ma a parte l'evidenza, che in qualche modo può essere oscurata,
c'è un reale impoverimento dei ceti che contano. Finché ad essere depauperati
sono lavoratori dipendenti, di basso e medio livello, il problema è considerato
poco importante e ha poca visibilità. Oggi l'impoverimento inizia a riguardare
i ceti medi che sono l'ossatura di questa società e lo strato dove si forma il
consenso. E' chiaro che se comincia a franare questa barriera la situazione
diventa insostenibile ed ecco perché la Tv non ne parla. I ceti medi italiani e
di molti Paesi capitalistici sono stati colpiti da un attacco violento alle
loro condizioni di vita. A questa crisi le classi dirigenti degli USA e
dell'Europa rispondono in maniera autoritaria perché stanno perdendo consenso.
Una delle espressioni dell'autoritarismo è il silenzio televisivo.
Da quanto dice si può affermare
che esiste un kombinat tra economia, informazione e guerra?
Sì. E glielo dimostro attraverso un dettaglio. Nell'ultimo anno e
mezzo il termine new-economy è sparito dai giornali. Il kombinat è determinato
dal fatto che, secondo analisi condotte da autorevoli economisti su dati
elaborati da istituti di ricerca indipendenti, gli USA attraversano una crisi
spaventosa e tutta la costruzione degli anni '80 e '90 a sostegno alla
new-economy è saltata. Oggi gli USA non hanno una soluzione alternativa a quel
colossale fallimento e stanno annaspando nel disastro. La guerra è l'unica
risposta che il gruppo dirigente americano è stato capace di produrre. Per chi
ha un punto di vista alternativo non resta che cercare di capire perché la
globalizzazione americana è saltata, perché non funziona la finanziarizzazione
del mondo e forse potremo trovare dei rimedi. Ma i rimedi non rientrano negli
interessi dei gruppi dirigenti perché la guerra permette di prendere due
piccioni con una fava: rilanciare l'economia investendo massicciamente in
armamenti, manipolare l'opinione pubblica impedendole di concentrarsi su
problemi primari. C'è un solo modo per consentire alla popolazione americana di
accettare un'economia fondata sulla guerra: terrorizzarla. E chi compie questo
lavoro è il sistema dei media.
In Italia forze della società
civile e parte dei giornalisti resistono alla manipolazione mediatica che giustifica
l'economia di guerra. Quali chanches hanno questi due attori?
Aspettarsi dalla categoria dei giornalisti atti di eroismo
individuale è sbagliato. E' vero che in tutte le redazioni che conosco c'è
parecchia gente nauseata da questo modo di esercitare la professione e quasi
tutti i giorni ricevo telefonate di colleghi che denunciano episodi di mobbing,
violenze, censure. Tutto sommato è un buon segno perché significa che c'è chi
reagisce. Ma i giornalisti non possono essere lasciati soli a combattere la
battaglia per un'informazione democratica. Questa è una battaglia dell'intera
società perché siamo dinanzi a un kombinat, a un fatto complesso che non può
essere caricato sulle sole spalle del giornalista. L'informazione è oggi un
problema sociale centrale per la tenuta della democrazia. E' necessario che
partiti politici, sindacati, società civile la considerino il tema vitale. Ma
per alcuni aspetti la situazione va degenerando. Mi chiedo: quale lezione hanno
imparato le nuove leve del giornalismo arrivate negli ultimi anni nelle
redazioni? Come sono formate? Cosa hanno capito della professione? Purtroppo
viene insegnato loro a essere bugiardi, pigri, superficiali. Il problema allora
è creare un controllo critico e democratico dell'informazione e una rete di
protezione sociale intorno a coloro che fanno comunicazione. In questo modo i
giornalisti non si sentiranno isolati e diventeranno più attivi. In definitiva,
le chanches contro la manipolazione mediatica ci sono ma non ci saranno
regalate.
Lei stabilisce un rapporto così
stretto tra democrazia e diffusione dell'informazione da apparire un
automatismo. Non le pare eccessivo per società complesse come le nostre?
No, perché non conosco società che possono definirsi democratiche
e in cui la maggioranza della popolazione non ha elementi per giudicare ciò che
accade. Puoi andare a votare anche una volta al giorno ma se non sai cosa sta
succedendo nel mondo non sei in condizioni di votare decentemente.
Semplicemente stiamo perdendo la democrazia. Quindi: o democrazia della
comunicazione o niente democrazia. Quando il movimento nel suo complesso avrà
capito questo avremo fatto passo avanti anche per il risanamento della
deontologia professionale dei giornalisti.
Capitolo Cina. Soprattutto
sulla stampa economica sta montando una campagna contro il pericolo giallo.
Qual è la sua opinione?
E' cominciata una grande offensiva. Questa campagna mediatica
durerà una decina d'anni, forse più. E come tutte le offensive che tendono a
sfociare in guerre militari devono essere precedute da battage di odio. Ecco un
piccolo esperimento da fare: quanti giornalisti terranno bordone? Su come i
media italiani descrivono la Cina scriverò un libro e se mi riesce metterò in
piedi un osservatorio. La Cina è il vero ostacolo alla dominazione totale e
imperiale degli USA. E' l'unica nazione al mondo che prende decisioni in piena
autonomia. Naturalmente si comporta con molto savoir-faire ma i suoi calcoli
sono diversi da quegli degli USA. I cinesi stanno armando fino ai denti, stanno
riempiendo i propri forzieri di buoni del tesoro USA, di dollari e oro. Si
stanno preparando all'attacco americano sul terreno economico-finanziario. E si
preparano a loro volta a ripagare pan per focaccia. Da tempo la Cina è
perfettamente al corrente del disegno USA. La stampa di Pechino è piena di
analisi su questo tema ed esistono studi approfonditi pubblici e altri
riservati di cui ho avuto notizia. Il livello dell'analisi è molto alto e i
cinesi sanno di entrare in rotta di collisione con gli americani. Mi domando se
noi europei possiamo giocare un ruolo. Certamente se ci schieriamo passivamente
con Washington saremo assorbiti nella logica della guerra.
E la nostra stampa? Possibile
che nulla possa contro la preparazione di questo probabile conflitto?
Intanto nessuno conosce il cinese e legge i quotidiani di quel
Paese. Siamo tutti talmente ignoranti. E poi come facciamo a fare buona
informazione sul pianeta Cina se nessun quotidiano italiano ha un
corrispondente a Pechino? La nostra presenza si riduce all'Ansa, qualche
freelance e un bravo giornalista Rai che però non si vede mai. Probabilmente
fra poco verranno mandati degli inviati perché la campagna d'odio contro la
Cina andrà intensificata e allora saranno necessari corrispondenti sul posto.