da Rebelion
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=30258
Mezzi di comunicazione alternativi: una guerra popolare
Marcelo Colussi
24/04/2006
Nella
Relazione “Un mondo solo, tante voci. Comunicazione ed informazione nel nostro
tempo", più noto come Informe MacBride, presentato alla Conferenza
Generale dell'Unesco a Belgrado, nel 1980, si lanciava un allarme perché “..
l'industria della comunicazione è dominata da un numero relativamente piccolo
d’aziende che inglobano tutti gli aspetti di produzione e distribuzione, le
quali sono situate nei principali paesi sviluppati e le cui attività sono
transnazionali."
Si notava
anche che “.. sempre più di frequente si trattano lettori e spettatori come se
fossero recettori passivi d’informazione. I responsabili dei mezzi di
comunicazione sociale dovrebbero incitare il loro pubblico a svolgere un ruolo
più attivo nella comunicazione, concedendogli un posto più importante nei
giornali o programmi di radiodiffusione, permettendo che i membri della società
ed i gruppi sociali organizzati possano esprimere la loro opinione."
In altri
termini, più di 25 anni fa si denunciava una tendenza già evidente, e che col
corso del tempo si è ingigantita: la monopolizzazione comunicativa unilaterale
e la necessità di dare voce a chi non l’ha."
Attualmente i
mezzi di comunicazione sono diventati un'istituzione costruttrice della realtà
umana, con tutte le implicazioni sociali, politiche e culturali che ha questo
fenomeno. Vogliano o no, i mezzi di comunicazione svolgono un ruolo sociale
educativo e formativo delle società. Oggi - tendenza sempre in crescita - i
media creano gli argomenti di interesse nazionale, e contemporaneamente sono i
diffusori dei concetti e valori percepiti passivamente dalle masse.
Come
puntualizzava la Relazione MacBride, i media sono passati alla logica di grandi
aziende che non risponde alla ricerca della verità obiettiva, l'imparzialità e
lo sviluppo generale delle comunità, bensì alle regole commerciali imperanti
nel mercato; cioè all'incidenza nella società in termini di quantità di
consumatori e la vendita nel mercato, l'utilità commerciale che si percepisce
attraverso la pubblicità e la vendita diretta di servizi. Per inciso,
l'industria culturale (giornali, libri, radio, cinema, televisione, dischi, videogiochi,
Internet) ha fatturato nel 2005 circa 450.000 milioni di dollari.
In questa logica eccessivamente
commerciale i media hanno spinto le funzioni informative, educative e di
analisi della vita e le sue relazioni a rispondere sempre di più a questa
prospettiva commerciale di ipermercificazione, a favore di una rappresentazione
della realtà sociale emozionante, eccitante e sorprendente. In altre parole:
“spettacolo vendibile.”
Gli utenti di
tutto quest’arsenale tecnico sono abituati a vedere il mondo senza agire su
lui. Separando l'informazione dall'esecuzione, contemplando un mondo mosaico
nel quale non si percepiscono le relazioni tra le cose e si presenta tutto
previamente digerito, si crea allora uno stato di stordimento, indifesa e
sonnolenza nelle quali cresce con facilità la paralisi sociale.
Lo " spettacolo" della vita rimpiazza la vita.
Ma come disse Gabriel García Márquez: ”L'invenzione pura e semplice, alla Walt Disney, senza nessun contatto con la realtà, è la cosa più detestabile che ci possa essere."
Dato il grado d’impatto sociale che raggiungono, i media, al contrario,
potrebbero svolgere un ruolo di importanza decisiva nella trasformazione, per
una vita migliore. Ma la logica del lucro non lo permette; le grandi compagnie
mediatiche finiscono con l’essere, in ogni caso, nemiche a morte di qualunque
tentativo di cambiamento; non sono solo alleati del potere, ma parte
fondamentale della struttura stessa del potere.
La guerra
principale, è oggi la guerra mediatica.
Sorge allora,
la necessità di un altro tipo di mezzi comunicativi: sono i cosiddetti media
alternativi. Cioè media non basati sulla dinamica imprenditoriale, non fondati
sullo spettacolo della vita, bensì nella vita stessa, nella lotta della vita.
L'unica maniera per ottenerlo è permettere, come diceva a suo tempo la
Relazione MacBride che “.. i membri della società ed i gruppi sociali
organizzati possano esprimere la loro opinione.” Rimpiazzare lo spettacolo, la
rappresentazione dei fatti con la parola degli attori stessi dei fatti. Quello
sono i mezzi alternativi di comunicazione: strumenti che servono per dare voce
a chi non ha voce.
In una
dimostrazione di modestia, lo scomparso giornalista argentino Rodolfo Walsh
diceva riferendosi ai comunicatori: “.. il Nostro rango nelle file del paese è
quello delle donne incinta, o i vecchi. Semplici
sostituti, accompagnatori." C'era forse un eccesso di modestia; i
mezzi di comunicazione che si pretendono alternativi sono più che
accompagnatori: sono chiamati ad essere parte importante della lotta per un
altro mondo.
Mezzi di
comunicazione alternativi ce ne sono moltissimi, con un’amplissima varietà di
formati, stili, risorse e gradi di incidenza. Che elemento comune hanno una
radio comunitaria che trasmette in lingua suahili per alcuni villaggi della
Tanzania, ed una pagina elettronica come Rebelion, dove scrivono i più
importanti intellettuali della sinistra mondiale? Che cosa unisce un giornale
comunitario di un quartiere povero di Bombay con un canale televisivo come
Catia TV di Caracas, il cui slogan è “non guardare la televisione; falla"?
Il lavorare per una trasformazione sociale da uno spirito solidale e non essere animati dall'affanno del lucro imprenditoriale, il far svolgere non alla popolazione il ruolo di consumatore passivo bensì quello d’individuo attivo nel processo di comunicazione.
Questa enorme gamma di media che si riconoscono come alternativi, ha come obiettivo primordiale di essere uno strumento popolare, un attrezzo nelle mani dei popoli per servire i propri interessi.
Ciò permette
una grande versatilità nel modo in cui si articolano le azioni, ma il comune
denominatore è costituire un campo alternativo, schierarsi contro il discorso
egemonico dell'industria capitalista della comunicazione e la cultura.
Davanti all’istituzionalizzazione della bugia di classe, davanti alla manipolazione dei fatti e la presentazione della realtà come il colorito spettacolo vendibile cui ci sottomettono le agenzie capitaliste generatrici di un particolare tipo d’informazione/cultura, sorgono questi media che svolgono il vitale ruolo di controfferta culturale.
Fornire la voce a chi non l'ha, essere la scatola di risonanza di collettivi
popolari, d’organizzazioni di base e movimenti sociali organizzati -
associazioni operaie o contadine, sindacati, comunità, espressioni culturali
alternative, ecc. - è, in ogni caso, un accompagnamento di vitale importanza.
In realtà non si tratta di un semplice accompagnamento solidale, bensì espressione di un genuino potere popolare.
Per la sua stessa natura di extra ufficialità, di vivere nel sistema ma contro
di lui, tutti i media alternativi soffrono simili problemi: dall'attacco alla
sicurezza più elementare, quando aumenta la marea repressiva, fino alla cronica
mancanza di risorse per funzionare nella quotidianità. “Essere alternativo”, in
definitiva, impone quella situazione: chi critica lo statu quo e propone altre
vie affronta i poteri dei fatti. Essere alternativo - in tutto, e nell'ambito
comunicativo ancora di più - porta ad una condizione di guerra continua.
Se la lotta di classe, la lotta per un mondo più giusto e solidale, per
costituire un villaggio globale basato sul beneficio democratico delle
maggioranze e non solo su quello delle élite, se tutte questi lotte implicano
un combattimento perpetuo, il campo delle comunicazioni, data l'importanza
crescente che le stesse hanno nelle società moderne, diventa un
particolarissimo ambito di queste nuove guerre.
I media alternativi, popolari e indipendenti vivono una guerra virtuale, sempre
sul filo del rasoio; e non può essere altrimenti. Il loro ruolo nei processi di
cambiamento, di trasformazione profonda, è sempre più importante. Tra i vari
esempi che lo dimostrano si può menzionare, solo per citare un caso, quello
della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela: sono stati quelli, che erano contro
le potenti catene commerciali, a permettere la grande mobilitazione popolare
che ha ostacolato il colpo di Stato nell’aprile del 2002. Senza quei media
alternativi la destra sarebbe riuscita nel suo piano controrivoluzionario.
Questo fatto dimostra che hanno nelle loro mani una quota di potere molto importante.
I mezzi di comunicazione alternativi sono un primo embrione di potere popolare,
ed al di là delle possibili mancanze tecniche e povertà cronica di risorse –
forse irrimediabili, data la loro stessa condizione di non integrati, di
"marginali" nel senso buono del termine - sono una delle più efficaci
armi della democrazia di base, della democrazia rivoluzionaria.