www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - linguaggio e comunicazione - 25-11-06

Dal nr.113 della rivista La Contraddizione - www.contraddizione.it

 
La fabbrica del falso
 
Vladimiro Giacché
 
1. Retorica antica e menzogne moderne
 

Questa rivista ha denunciato più volte la sistematica opera di deformazione della realtà posta in essere – in modo sempre più smaccato – dall’informazione “ufficiale”.

 

Tra tutti i metodi utilizzati per distorcere e “addomesticare” la verità, ce n’è uno oggi particolarmente in voga. Possiamo definirlo il “metodo della sineddoche indebita”. La “sineddoche” è una figura retorica ben nota già ai maestri di eloquenza dell’antichità. Nella sua variante più usata, essa consiste nell’adoperare la parte di una cosa per designare la cosa nella sua interezza (pars pro toto). Così, nell’espressione “accolse sotto il suo tetto”, il termine “tetto” indica la casa nel suo insieme. Si tratta di un modo di esprimersi che può essere letterariamente efficace, e che comunque nel caso specifico non è improprio: infatti il tetto è una parte essenziale della casa.

 

Spostiamoci adesso dal mondo delle belle lettere e passiamo a quello della cattiva informazione. È qui che ci imbattiamo nella sineddoche indebita. Che consiste nel trascegliere, all’interno di un fenomeno complesso, un elemento irrilevante (e comunque non caratterizzante) ed utilizzarlo quale elemento qualificante per descrivere e definire quel fenomeno. Sembra una cosa un po’ astrusa, invece è concretissima. È il metodo che la stampa italiana, nella sua quasi totalità, ha adoperato a proposito di almeno tre diverse recenti manifestazioni di protesta.

 
2. La realtà inventata: 3 episodi significativi
 

Primo episodio. Manifestazione del 20 marzo 2004: 1 milione di persone in piazza a Roma contro la guerra in una grande manifestazione pacifica. Al termine della manifestazione, un piccolo gruppo di manifestanti (10 persone? 20 persone?) inveisce contro il segretario dei DS Fassino, colpevole ai loro occhi (e a dire il vero anche ai nostri) di aver aderito due giorni prima ad una pagliaccesca manifestazione “unitaria contro il terrorismo” assieme agli Schifani e ai Cicchitto – manifestazione non a caso andata completamente deserta. La Quercia, dopo qualche esitazione iniziale, decide di cavalcare la vicenda. Il risultato è visibile sui quotidiani di domenica 21, e soprattutto (a causa appunto dell’esitazione) su quelli di lunedì 22 marzo. Emblematica la Repubblicadel 22 marzo: tutti, ma proprio tutti, gli articoli dedicati alla manifestazione si limitano a chiosare-commentare-condannare la contestazione a Fassino.

 

Secondo episodio. Venerdì 4 giugno 2004, in una Roma spettralmente blindata, si svolge la visita di Bush jr. Altra manifestazione contro la guerra, questa volta esplicitamente sabotata da gran parte del centro sinistra (eccetto Rifondazione, PdCI e Verdi). In questo caso il casus belli è rappresentato dallo slogan “dieci, cento, mille Nassiriya” che – a quanto afferma Mario Reggio sulla Repubblica – viene “scandito un paio di volte nei pressi della Piramide Cestia”, proprio all’inizio del corteo, da un gruppetto di imbecilli (o peggio), stranamente non più rintracciabili durante il corteo. Ovviamente tutti i quotidiani – inclusa la Repubblica – dedicano all’episodio la maggior parte dello spazio dedicato alla manifestazione, con relativi titoli scandalizzati.

 

Terzo episodio. Sabato 18 febbraio 2006. Manifestazione per la creazione di uno Stato palestinese. La manifestazione, organizzata dal Forum Palestina, viene sostenuta da molte associazioni e dai sindacati di base, ma boicottata da quasi tutto il centrosinistra: soltanto il PdCI aderisce come partito; vi sono poi alcuni parlamentari dei Verdi, e una rappresentanza delle minoranze di Rifondazione. La segreteria di quest’ultimo partito boicotta attivamente la manifestazione, facendo ritirare l’adesione anche a gruppi e singoli che in un primo momento avevano aderito: così – ad esempio – Alì Rashid e Luisa Morgantini “scoprono” all’improvviso di non aver sulle prime letto bene il manifesto di convocazione della manifestazione, e di trovarsi in disaccordo con esso. Disaccordo ben strano, se si pensa che la manifestazione propone nientemeno che… il rispetto delle risoluzioni dell’ONU sullo Stato di Palestina con capitale a Gerusalemme Est e sulla necessità che gli israeliani si ritirino dai Territori occupati nel 1967. Comunque sia, la manifestazione si svolge normalmente, e si conclude con diversi interventi interessanti. In essi viene tra l’altro rivendicata l’importanza della resistenza nei confronti degli aggressori e degli occupanti, in Palestina come in Irak. Uno degli organizzatori ricorda dal palco come il termine di “resistenza” non dovrebbe destare scandalo in un Paese come il nostro, che sino a prova contraria è una Repubblica sia “fondata sulla Resistenza”. Niente di tutto questo finisce sui TG e sui giornali del giorno dopo (uniche eccezioni: TG3 e “Liberazione”).


Ci finiscono invece 4 o 5 idioti che, sul finire della manifestazione, danno fuoco a una bandiera Usa e a una banidera israeliana e inneggiano a Nassiriya (evidentemente, repetita iuvant…). Tra i titoli più garbati quello di Repubblica: “Al rogo le bandiere di Israele e USA”; sottotitolo: “Un gruppuscolo, che inneggia a Nassiriya, irrompe al corteo pro Palestina”. Ecco fatto: episodi assolutamente marginali, talmente marginali che la gran parte dei manifestanti ne ha appreso l’esistenza soltanto dai mezzi di (dis)informazione, diventano la notizia. Che oltretutto viene riportata incompletamente: ossia evitando accuratamente di aggiungere che gli autori delle bravate di cui sopra (un tempo si definivano “provocazioni”) sono stati allontanati in malo modo dalla manifestazione. Da questa non-notizia che diventa titolo sono ovviamente sorte le solite polemiche mediatico-politiche (ormai è impossibile separare i due termini: la società dello spettacolo ha letteralmente inghiottito la “politica politicante”). Con fiumi di inchiostro indignato versato da politologi, opinionisti e politici. Tutta gente che quindi – come Max Stirner – ha “fondato la sua causa sul nulla” (ma, a differenza di Stirner, senza esserne consapevole).

 
3. Qualche motivo di riflessione
 

Gli esempi citati sopra ci offrono diversi motivi di riflessione. Proviamo a metterli in fila.

 

1) Sempre più spesso accade che la realtà non sia nient’altro che la rifrazione della sua immagine sui media. Detto in altri termini: la costruzione della realtà operata dalla “informazione” ormai sostituisce la realtà stessa. In concreto, per i lettori dei giornali del 19 febbraio, ad eccezione di coloro che vi avevano partecipato, la manifestazione del 18 febbraio è stata una manifestazione in cui roghi rituali di bandiere si alternavano a slogan pro-Nassiriya. Punto e basta. La realtà è la sua rappresentazione. E nei casi di cui ci siamo occupati, questo meccanismo ha determinato un completo capovolgimento della realtà e della verità dei fatti.

 

2) Chi prenda in esame le tre manifestazioni citate può facilmente accorgersi di un fatto incontrovertibile: la portata del sostegno “partitico-istituzionale” alle manifestazioni sulle guerre del Medio Oriente nel corso del tempo si è drasticamente ridotta. Prima hanno cominciato a sfilarsi Ds e Margherita, poi i Verdi e la maggioranza di Rifondazione. Ovviamente, questo ridursi della “solidarietà” istituzionale non è estraneo all’ampiezza dei “cori” giornalistici (non è un caso che uno dei peggiori articoli sulla manifestazione del 18 febbraio si sia potuto leggere sul manifesto, a firma di Sara Menafra). Ma perché il sostegno “politico-istituzionale” si riduce? La risposta prevalente nei commenti politici e giornalistici è: la colpa è di chi manifesta. Le parole d’ordine devono essere “ragionevoli”, non bisogna parlare di “resistenza” ma di “terrorismo” (Fassino e Rutelli), alla guerra bisogna rispondere con la non-violenza (Bertinotti e Pecoraro Scanio), bisogna “valutare il rapporto delle forze” (Rossanda), ecc. ecc. ecc. Ma le cose stanno veramente così?

 

3) No. Il discorso va in qualche modo rovesciato. Il problema non è che le manifestazioni siano “irragionevoli”. Il problema è che il concetto di “ragionevolezza” fatto proprio dall’establishment si è progressivamente ampliato – a spese della ragione (e del buon senso). Oggi è “estremismo” dire che le risoluzioni ONU sulla Palestina vanno rispettate; è “estremismo” dire che Bush e Blair sono criminali di guerra (lo sono in senso letterale: secondo il Tribunale di Norimberga il massimo crimine è rappresentato dalla “guerra di aggressione”); è “estremismo” dire che in Irak non è stata esportata alcuna “democrazia”, ma disgregazione statuale e guerra civile permanente; è “estremismo” dire che le armi di distruzione di massa gli Usa in Irak non soltanto non ce le hanno trovate, ma le hanno portate e le hanno usate (Falluja docet). Perché accade questo?

 

4) Rispondere a questa domanda non è semplice. Una cosa però è certa: non è la prima volta che il concetto di “ragione” vede drasticamente limitati i suoi diritti e il suo stesso significato. Pensiamo soltanto, per restare a quanto accaduto nel Novecento, alle ondate ricorrenti di nazionalismo, sciovinismo e razzismo, che hanno preceduto e accompagnato i massacri coloniali prima, la grande carneficina della prima guerra mondiale poi, e infine fascismo e nazismo. È il capitale che, per avere più libertà di movimento, ha bisogno di mettere la ragione agli arresti domiciliari. Tornando ai nostri anni, è evidente il piano inclinato su cui sta scivolando da almeno un quindicennio la tanto mitizzata “civiltà occidentale” (concetto ideologico per eccellenza, che ha tra l’altro il vantaggio di cancellare la realtà dei conflitti interimperialistici). Guarda caso, è proprio con la sconfitta del Nemico per antonomasia, il “comunismo sovietico”, che hanno ripreso a correre scatenati i “cani della guerra”: prima Irak 1, poi Bosnia, poi Kosovo, poi Irak 2; e presto sarà il turno dell’Iran. Questo sul piano internazionale. Contemporaneamente si sono colpiti e si colpiscono in ogni Paese i diritti dei lavoratori e il salario nelle sue diverse forme (diretto, indiretto, differito). All’estero come all’interno, trionfa insomma la “ragione del più forte”. È a questa “ragione” che si piega la “ragionevolezza” degli imperialisti rosé di casa nostra, dei gandhiani dell’ultimora, dei fautori di una Realpolitik che significa - sempre più spesso e sempre più chiaramente – piegarsi semplicemente e senza batter ciglio al diritto delle armi, alla logica della violenza, della sopraffazione e della morte. In una parola: alla logica della guerra.

 
4. Restituire le parole alle cose
 

È essenziale avere la consapevolezza della posta in gioco. È essenziale capire che a questa deriva, costi quello che costi, non bisogna piegarsi. La “ragione dimezzata”, la “ragionevolezza” dei “però” e dei “tuttosommato” è da sempre la migliore alleata del dominio e della sua barbarie. E allora bisogna resistere. Si può farlo in diversi modi.

 

In primo luogo, chiamando le cose con il loro nome. Qui il motto potrebbe essere: la tautologia è rivoluzionaria. Qualche esempio. Un muro è un muro, soprattutto se è alto 8 metri e lungo 730 km: non è un “recinto di protezione”. Non è un “recinto” perché è un muro; e non è “di protezione” perché – anziché essere costruito sui confini (già illegali) del 1967 – confisca il 43% dei residui territori palestinesi. Un criminale di guerra è un criminale di guerra: non è uno statista e tantomeno un “uomo di pace”. Chi resiste a un’occupazione militare straniera è un resistente – e non un terrorista. Una bugia è una bugia – e non un “errore”. Le torture sono torture – e non “abusi”. E così via.

 

In secondo luogo, denunciando e combattendo i cliché dominanti. Che non sono semplici parole, ma schemi di pensiero. E che, in quanto tali, sono più insidiosi e pervasivi delle singole menzogne e dello stravolgimento di singoli fatti. Questi cliché hanno contribuito alla scarsa incisività del cosiddetto “movimento no-war” dopo lo scoppio della guerra, anche nei confronti di eventi di estrema gravità quali le torture di Abu Ghraib e l’uso del fosforo bianco a Falluja. I cliché pesso esistono in due versioni: quella hard (quella urlata dai Pera e dai Ferrara, tanto per capirsi) e quella soft (quella dei pen[s]osi “leader” del “centro-sinistra”: Rutelli e Fassino, tanto per non far nomi). Le due versioni vanno combattute con la medesima energia. Anche qui, qualche esempio:


Cliché n. 1: L’Occidente è portatore di una civiltà superiore
 -     Versione hard: È quella contenuta nei testi della Fallaci e nei discorsi di Calderoli.
 -     Versione soft: L’Occidente è superiore in quanto non è integralista ed è “tollerante”. Ovviamente, rispetto a tale dato di fondo è del tutto irrilevante il  fatto che negli ultimi anni eserciti e armi dell’Occidente abbiano ammazzato decine di migliaia di civili in Afghanistan e in Irak.

Cliché n. 2: L’Occidente è portatore di un sistema politico superiore (“democrazia”).

Si tratta di una variante del cliché precedente. È di importanza fondamentale nel dispositivo del discorso ideologico contemporaneo. L’Occidente è portatore della “democrazia” e nemico delle “dittature” e dei “totalitarismi”.

Questo cliché ha consentito a Blair addirittura di fare un uso apologetico della scoperta delle torture praticate in Irak dai soldati inglesi: “La differenza tra democrazia e tirannia non è che in una democrazia non accadono cose brutte, ma che quando accadono se ne chiede conto ai responsabili”. In sintesi: se le porcherie che facciamo non vengono scoperte, il nostro è un sistema politico superiore perché non c’è nulla che dimostri il contrario; se vengono scoperte, il fatto stesso che vengano scoperte dimostra che il nostro è un sistema politico superiore. Lo schema può essere variato all’infinito: così, si può argomentare che la scoperta delle menzogne di guerra dimostra la buona fede degli Usa e la trasparenza del sistema ecc.
 

Da questo luogo comune discende poi il

Cliché n. 3: è legittimo (ed anzi opportuno e necessario) esportare la democrazia.

Se si accetta questo presupposto si è indotti ad accettarne molti altri. Qualche esempio, applicato alla guerra irachena:

Cliché n. 4. La resistenza irachena è terrorismo (o comunque un fenomeno tribale pre-moderno).

Cliché n. 5. In Irak il problema è il “terrorismo” e non l’invasione angloamericana (e italiana).

Per avere un’idea di come quest’ultimo cliché possa orientare l’informazione, si può prendere un articolo uscito su la Repubblica del 27 gennaio 2005, alla vigilia delle elezioni in Irak. È di Bernardo Valli, ed è abbastanza equilibrato. Nel testo l’articolista si chiede tra l’altro: è possibile esprimersi in un paese “in stato d’assedio, occupato da truppe di una superpotenza straniera… e di trenta potenze minori, da ausiliari armati come in un Far West mediorientale? In un paese minacciato da una guerriglia disperata e spietata?”. Questo ragionamento nell’occhiello diventa: “resta la questione: è possibile esprimersi liberamente in un paese assediato?”. L’informazione viene selezionata sulla base del cliché secondo cui il problema è il “terrorismo”, ed il gioco è fatto: gli invasori sono spariti, e i resistenti sono diventati “assedianti”.

Va notato che sul presupposto della “legittimità di esportare la democrazia” è stata costruita – una volta venute meno quelle originarie – una giustificazione posticcia dell’invasione dell’Irak: che sarebbe avvenuta, appunto, allo scopo di “esportare la democrazia”. È assai singolare che buona parte del centrosinistra italiano si sia bevuta questa ennesima menzogna, perdipiù a scoppio ritardato: il tema dell’“export della democrazia” infatti non era neppure tra le (false) motivazioni a suo tempo addotte per aggredire l’Irak. In ogni caso, chiunque conosca la storia del colonialismo non avrà difficoltà a rinvenire i precedenti di questa “giustificazione”.
 

Ma in terzo luogo, oltre a combattere i cliché dominanti, bisognerà offrire un’interpretazione alternativa degli eventi. Rifiutando i cliché sia nella versione hard che in quella soft e contrapponendo ad essi un’altra interpretazione generale di ciò che è avvenuto. Così, l’invasione dell’Irak non è né una tappa della guerra contro il terrorismo, né un errore. Cos’è, allora? Harold Pinter l’ha definita così: “un atto di banditismo, di puro terrorismo di stato, che dimostra un disprezzo assoluto per il concetto stesso di legge internazionale. L’invasione è stata un’azione militare arbitraria che si è nutrita di bugie su bugie e di una volgare manipolazione dei media e quindi dell’opinione pubblica; un atto che aveva l’obiettivo di consolidare il controllo militare ed economico degli Usa sul Medio Oriente, camuffandolo – una volta manifestatesi infondate tutte le altre giustificazioni – da liberazione. Un formidabile dispiegamento di forza militare che ha la responsabilità della morte e della mutilazione di migliaia e migliaia di persone innocenti. Abbiamo portato tortura, cluster bombs, uranio impoverito, innumerevoli atti di assassinio indiscriminato, miseria, degradazione e morte al popolo iracheno e l’abbiamo chiamato ‘portare libertà e democrazia al Medio Oriente’”. 

Sono parole tratte dal discorso pronunciato dal drammaturgo britannico per il conferimento del Nobel, il 7 dicembre dello scorso anno. Sfortunatamente, nessun giornale italiano ha ritenuto opportuno riproporle ai suoi lettori.