www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - linguaggio e comunicazione - 04-11-08 - n. 248

Guerra alla verità
recensione a: Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso, Derive Approdi
 
di Domenico Moro
 
La sconfitta elettorale, che ha espulso la sinistra fuori dal Parlamento per la prima volta (a parte la parentesi fascista) da quando vi fece ingresso nel 1892 con Andrea Costa, non può essere addebitata solo a quanto, sia pur fondamentale, è avvenuto negli ultimi due anni. Anzi, i ricatti entro cui è stata bloccata la sinistra e gli errori, commessi sia durante il governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sono maturati in un contesto più ampio. Contesto che è il prodotto di un processo, iniziato almeno a partire dalla fine degli anni 80, che ha disarticolato la coscienza solidaristica e di sinistra di larghissime fasce di lavoratori italiani. Questo processo, oltre ad una pars destruens si è composto, dialetticamente, di una pars construens, cioè della formazione di una nuova coscienza, non solo politicamente di destra, ma, soprattutto, socialmente funzionale alle necessità di dominio e accumulazione del modo di produzione capitalistico nell’epoca della sua mondializzazione.
 
In tale processo di produzione di una “nuova” coscienza di massa, fondamentale è stato il ruolo dell’industria della comunicazione. Oggi, infatti, la comunicazione è sempre più centrale nella nostra vita quotidiana. Anzi è la vita stessa, e costante è il bombardamento esercitato con una quantità enorme di informazioni tra le quali è sempre più difficile discernere il vero dal falso. Non solo la cronaca, ma anche il nostro passato storico, la politica, l’economia e la guerra ci vengono serviti come uno spettacolo, i cui contenuti sono costruiti ad arte per distorcere la verità e produrre consenso ed egemonia. E’ ciò di cui ci avverte “La fabbrica del falso” di Vladimiro Giacchè (Derive Approdi, euro18,00, pp.267).
 
Significativamente nelle pagine iniziali del libro è riportato che fu proprio Napoleone Bonaparte, che di gestione del potere sulle masse se ne intendeva, il primo ad affermare la necessità, come instrumentum regni, di “dirigere monarchicamente l’energia dei ricordi”. Infatti, se è vero che fisicamente siamo ciò che mangiamo, psichicamente siamo ciò che ricordiamo. Il ricordare, però, è il risultato di un esercizio di selezione. Alcuni fatti, magari fondamentali e gravi, possono essere cassati o minimizzati altri, magari irrilevanti, possono essere enfatizzati, altri ancora, stravolte. Come quando si regola l’inquadratura di una macchina fotografica, chi veicola l’informazione sceglie di inserire qualcosa e, nello stesso tempo, di escludere qualcos’altro. Ad essere escluso è troppo spesso proprio il contesto nel quale si svolge l’azione, e che, invece, restituirebbe all’evento il suo vero significato e correttezza alla notizia.
 
Al proposito, “La fabbrica del falso” analizza alcuni esempi. Ricordate la statua di Saddam abbattuta all’indomani della presa di Baghdad? L’obiettivo della cinepresa si restringe, dando l’impressione di una sorta di rito liberatorio popolare contro il dittatore. In realtà, se osserviamo l’immagine della piazza intera dove era posta la statua, non pubblicizzata all’epoca dai media internazionali, vediamo che attorno ai soldati americani che la abbattono non c’è folla. Il meccanismo si applica anche alla Storia, come nel caso, tanto citato dalla destra “post fascista”, delle foibe, inspiegabili senza parlare della spietata pulizia etnica operata dal fascismo nei Balcani e dei massacri condotti dal Regio Esercito, l’esercito della “brava gente”, costati 200mila vittime. Ma anche le azioni dei kamikaze palestinesi, che per gli usuali cliché sono pura “follia”, apparirebbero forse meno folli se considerate all’interno del contesto di continua miseria, umiliazione e morte della popolazione dei “Territori occupati”. E, a proposito, va detto che non solo sui fatti ma anche sulle parole si applica una torsione. Infatti, la definizione neutrale di “Territori” attribuisce un senso di asetticità alla prolungata occupazione di un paese, la Palestina, negando così una vera identità nazionale al suo popolo. All’informazione contemporanea, decontestualizzata e puntiforme, Giacché applica la categoria di sineddoche indebita: si prende un pezzo della realtà e lo si assolutizza, indebitamente, fino a renderlo caratterizzante dell’intero fenomeno. Come quando a caratterizzazione di una manifestazione di decine di migliaia di persone, contro la politica di guerra americana, si riporta con grande enfasi su tutti i mass media l’episodio, in sé stesso marginale, dell’incendio da parte di tre o quattro personaggi di una bandiera Usa.
 
Si tratta, dunque, di un libro prezioso, perché aiuta a capire i meccanismi di una vera e propria guerra mossa quotidianamente alla verità, smontandoli sapientemente. Quello di Giacchè non è un noioso trattato di comunicazione, ma un incredibile arazzo tessuto con centinaia di esempi e citazioni, tratti soprattutto dai mass media, in cui la menzogna appare emergere quasi da sola, attraverso le contraddizioni della comunicazione dominante con la logica e la realtà. Più che un saggio, sembra un avvincente romanzo giallo in cui il colpevole salta fuori sotto l’incalzare dell’investigatore. Eppure, il volume è documentatissimo e di grande rigore scientifico, con riferimenti ai maggiori teorici della comunicazione, come Guy Debord, configurandosi come un tentativo, a mio modo di vedere riuscito, di elaborare una “critica della comunicazione politica contemporanea”.
 
Gli obiettivi presi di mira dall’analisi di Giacchè sono i concetti, ridotti a cliché, attorno ai quali si è affermata l’egemonia dell’ideologia del capitalismo come “il migliore dei mondi possibili” e si è sgretolata l’identità della classe lavoratrice: democrazia, sicurezza, mercato, totalitarismo, terrorismo. Nello spettacolo messo in scena dai manovratori della comunicazione i “buoni”, democrazia e mercato, sempre associati alla sicurezza, sono contrapposti ai “cattivi” per antonomasia, totalitarismo e terrorismo. Giacchè prende in esame ognuno di questi concetti e li smonta svelando come i contenuti dietro le parole siano stati “torturati” per giustificare guerre ingiustificabili e sistemi elettorali che annullano ogni vera democrazia, e per affermare il dominio della merce, vera cifra della vita contemporanea.
 
Vale la pena segnalare il particolare spazio che viene dato nel libro alla analisi della comunicazione di guerra. Venti anni fa sarebbe stato persino inconcepibile accettare che l’Italia fosse coinvolta, direttamente con truppe combattenti, in guerre di aggressione, come accade ora in Afghanistan e come è accaduto in Iraq. Anche in questo caso la distorsione della verità ed il suo capovolgimento, operato per anni dalla comunicazione, ha ricoperto un ruolo importante. La verità della guerra è stata imbellettata con l’uso di eufemismi del tipo “operazioni di polizia internazionale” e “guerra umanitaria”, che è giunto fino all’ossimoro della “guerra per la pace”. Il cliché secondo cui “dopo l’11 settembre tutto è cambiato” è stato utilizzato per motivare la necessità di ricorrere a mezzi inusuali e proibiti, fino alla tortura, di cui è stato stravolto il significato in modo da renderla accettabile. Un vero capolavoro della comunicazione contemporanea è poi il cliché della “guerra contro il terrore”, che implica un nemico impersonale e metafisico, rendendo la guerra non solo senza quartiere e senza regole ma anche preventiva ed infinita per definizione. “Terrorismo” è sempre quello del nemico, mentre i bombardamenti sui civili condotti con bombe più o meno intelligenti ne sono per definizione esclusi. Nella guerra reale, così, rientra anche la guerra alle parole; anzi, le parole stesse sono armi, i cui effetti sulla coscienza delle masse divengono letali.
 
L’acquiescenza ai cliché del mondo della comunicazione e dei mass media non è, però, dovuta solo all’ansia di non “bucare” la notizia, sebbene importante, ma soprattutto alla condivisione di una ideologia. Infatti, precisa Giacché “un punto di vista sbagliato non si cambia con la stessa facilità con cui si individua la falsità di un singolo fatto”. E’ questo dell’ideologia un elemento fondamentale che troppo spesso è stato sottovalutato dalla sinistra, che, oltre a non riuscire a contrastare l’ideologia avversaria, non si è sforzata di elaborare una sua visione organica ed aggiornata della realtà e di comunicarla efficacemente. Al proposito, Giacché dimostra come talune categorie, anche apparentemente “di sinistra”, abbiano finito per disarmare proprio la sinistra, come è avvenuto nel caso della categoria di “totalitarismo” della Arendt, di cui viene presentata una interessante critica. La comunicazione politica, sintetizza l’autore, è oggi diventata tecnica pubblicitaria, mutuata dall’advertising commerciale, e la competizione politica stessa uno spettacolo da vendere a cittadini ridotti ormai consumatori-spettatori, privati insieme della loro natura di produttori e di una reale alternativa. E’ la dimensione del futuro ad essere espunta dalla comunicazione e dalla vita stessa, presentata come un eterno ed uguale ripetersi. La “morte del futuro” si basa essenzialmente sulla esclusione a priori di qualunque cambiamento sociale, sulla demonizzazione di qualsiasi tentativo fatto in tal senso, a partire dalla esperienza rivoluzionaria novecentesca, di cui non caso anche a sinistra va di moda la necessità di un frettoloso e superficiale “superamento”. Ne deriva che, come afferma l’autore: “la politica non potrà poi consistere che nel garantire la migliore esecuzione amministrativa alle scelte che vengono assunte da chi detiene il potere economico.” Ma, “La fabbrica del falso” non si limita a disegnare un quadro “apocalittico”; proponendoci una “critica della comunicazione politica”, ci suggerisce anche una via d’uscita. Per la ricostruzione di una nuova coscienza di sinistra, il recupero della Storia e la “liberazione” delle parole è fondamentale.
 
E’ possibile farlo, però, conclude il suo libro Giacché, “solo a partire da una precisa consapevolezza delle necessità presenti e da una fiducia nel proprio futuro…<<La nostra identità è davanti a noi>>. Soltanto a partire dalla conquista della verità su se stessi – che non è presunta autosufficienza individualistica né l’eterno presente senz’ombra che ci vengono proposti dall’ideologia dominante – è possibile opporsi al dominio della menzogna e proporre una diversa visione del mondo. Quella di un mondo liberato, in cui <<all’uomo un aiuto sia l’uomo>> ”. Utopico? Forse, ma sicuramente più vero e molto meno alienato della comunicazione e della realtà sociale e politica con cui ci tocca fare i conti.