Con un tasso di astensione che raggiunge su base nazionale il 50,02% al secondo turno delle amministrative (al primo turno si registrava già il 49,83%), la Francia è diventata una "democrazia dell'astensione (1)".
Il profilo degli astensionisti è piuttosto significativo: non vota il 73% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni e il 59% tra quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il 58% degli impiegati e il 53% degli operai (2). "Crisi di civismo" dicono alcuni "editorialisti", carenza di trasmissione dei "valori della repubblica" fanno eco i ministri, richiamo urgente alla "cittadinanza" dei giovani, concludono in coro. Ancora una volta le spiegazioni restano nel campo dell'idealismo, esulando dalle basi materiali del comportamento dei cittadini e dei giovani.
Tornare a un approccio materialistico
L'idealismo è quell'approccio filosofico che spiega il comportamento umano a partire dalle idee, dallo "spirito", dalle rappresentazioni, dai "valori". Tale approccio ha per le classi dominanti il vantaggio di nascondere le basi materiali del comportamento umano, vale a dire le ingiustizie, le disuguaglianze sociali, la discriminazione sessista e razzista. Tornare a un approccio materialistico, spiegare cioè le "idee", le "rappresentazioni" e i "valori" a partire dai fatti materiali, è quindi una necessità per capire e trasformare il mondo.
In questa prospettiva sono molti i fatti che motivano l'astensione delle classi popolari e in particolare della sua gioventù. Ecco alcuni esempi: più della metà dei poveri hanno meno di 30 anni (4), più di un terzo delle persone in età compresa tra i 15 e i 29 anni ha un impiego precario (3), il tasso di disoccupazione giovanile a fine 2014 era del 23,7%, mentre quello generale del 9,9% (5), ecc. Il degrado delle condizioni materiali è tale che da anni le istituzioni caritatevoli lanciano l'allarme:
"Più di un giovane su cinque è coinvolto [...]", "sono i più colpiti dalla povertà oggi, molto più che gli anziani", "il 12% dei beneficiari di azioni caritatevoli è in età compresa tra i 18 e i 25 anni" ricorda Secours Catholique (6). Inutile dire che, se questi giovani provengono da famiglie immigrate, il fenomeno appare ancora più esteso:
"Uno studio di France Stratégie (Commissione generale per la strategia e la prospettiva di supporto all'esecutivo) pubblicato ieri, dipinge un quadro cupo della politica dell'integrazione in Francia. Intitolato Giovani immigrati: quali ostacoli all'integrazione economica, lo studio fornisce risultati che, se non sono sorprendenti, comunque sono preoccupanti. In tutti i settori - istruzione, alloggio, occupazione, cittadinanza, salute... - i giovani provenienti da famiglie immigrate e soprattutto africane e del Maghreb, sono meno o anche molto meno favoriti rispetto ai giovani che non hanno ascendenze di migrazione diretta" (7).
E' in questo contesto materiale che sono forgiati i rapporti con il mondo, le idee, i desideri, i sentimenti, ecc, delle nuove generazioni. Non c'è alcun bisogno di invocare uno "spirito" o una crisi nella trasmissione dei "valori" per comprendere gli effetti sulla soggettività delle condizioni di degrado. I giovani sono al contempo pessimisti verso il futuro e nutrono una diffusa collera sociale.
Un sondaggio d'opinione intitolato Quale generazione?, condotto su un campione di 210.000 intervistati di età compresa tra 18 e 35 anni, riassume questa soggettività: il 61% degli intervistati si dichiara pronto a partecipare a "un movimento di rivolta tipo Maggio 68, domani o nei prossimi mesi" (precisamente il 66% dei giovani con contratto interinale, il 63% dei disoccupati, il 60% degli studenti e addirittura il 54% dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato) (8).
Molti manifestanti sono ovviamente molto più materialisti dei nostri "editorialisti" e ministri quando lanciano lo slogan: "Chi semina miseria, raccoglie rabbia".
Esplosione, implosione la separazione politico-sociale
Non è sufficiente che esista la base materiale di una rivolta perché diventi realtà. La possibilità non significa automaticamente la sua attuazione. Le stesse condizioni materiali possono essere espresse sotto forma di un'esplosione sociale come nel novembre 2005, ma anche di implosione sociale, vale a dire la violenza rivolta contro sé stessi o verso chi sta in relazioni sociali di prossimità, come vediamo ogni giorno nei nostri quartieri. Possono condurre a comportamenti nichilisti in una disperata ricerca di dare significato all'esistenza divenuta insopportabile. Infine, possono provocare il separatismo sociale e politico, che consiste nell'"arrangiarsi" a prescindere dalla società ufficiale. E' inutile cercare una qualche omogeneità di comportamento in risposta a queste condizioni distruttive di esistenza. Ognuno si muove in un senso o nell'altro a seconda della sua traiettoria, delle risorse relazionali che ha o che non ha, della possibilità o meno di imbattersi in percorsi per incanalare la rabbia, della densità dei suoi legami sociali o del suo grado di isolamento, ecc.
L'ideologia dominante, attraverso i media di massa, si ostina a separare le diverse espressioni della stessa causalità. Si sforza di offrire singole determinanti e/o cause culturali, invece di fornire spiegazioni sociali ed economiche, diffondendo griglie di lettura idealistiche della società. Cerca di nascondere la storicità delle diverse forme di espressione sociale, per farle apparire come apparizioni improvvise, imprevedibili, inattese, inspiegabili razionalmente. Ci abitua a invertire l'ordine di causa ed effetto e a percepire quindi le vittime della disuguaglianza sociale come colpevoli. Instilla la paura per unire coloro che dovrebbero essere divisi (i dominanti con i dominati) e dividere coloro che dovrebbero essere uniti (gli occupati e i disoccupati, i giovani e i vecchi, i francesi e gli immigrati, i sans-papiers e i regolari, i musulmani e gli altri, i rom e gli altri, ecc.). Incendia discussioni per oscurare la realtà e imporre un'altra agenda di priorità diversa da quella che emerge dalla vita quotidiana concreta.
Se l'azione dell'ideologia dominante decuplicata dalla potenza di fuoco dei mass media è attualmente sufficiente per prevenire l'emergere di un'offensiva da parte dei dominati, non è sufficiente però a produrre un'adesione al sistema sociale, ai suoi presunti "valori", ai suoi modelli di gestione politica. Siamo in presenza di una crisi di egemonia culturale delle classi dominanti, una parte crescente della nostra società non riconosce più il "consenso" proposto. E', a nostro avviso, in questo rifiuto diretto o indiretto del consenso ideologico alla classe dominante che dobbiamo cercare le cause dell'astensione di intere frazioni delle classi popolari: i giovani, i cittadini di origine immigrata, le classi popolari più povere bianche.
Gramsci ha sottolineato ai suoi tempi che la dominazione poggia su due pilastri. Il primo è la forza che agisce nella "società politica" (con le sue istituzioni: l'esercito, la polizia, la magistratura). Il secondo è il consenso che agisce nella "società civile" (con le sue istituzioni, come le scuole, i media e gli altri apparati ideologici dello Stato in senso althusseriano). E' questo secondo pilastro a essere ora in crisi. In rivolta o separatismo sociale, una parte importante della nostra società tende a sfuggire al processo di legittimazione dell'ordine sociale. Pertanto diventa impellente per la classe dominante il bisogno di produrre un nuovo processo di interiorizzazione della dominazione.
I "valori della repubblica", la "laicità", l' "educazione civica e morale", ecc, sono tutti tentativi di ritrovare un consenso minimo dei dominati.
Da"Je suis Charlie" ai "valori della Repubblica"
Se il "Je suis Charlie" si è incarnato nello "spirito dell'11 gennaio", la classe dominante si è subito preoccupata di preservarlo. Lo strumento per realizzare questa operazione di salvaguardia è stato presto individuato: la difesa e l'educazione ai valori "della Repubblica" è affidato agli apparati ideologici dello Stato e in primo luogo alla scuola. La riunione interministeriale del 6 marzo 2015 ha aggiunto così agli insegnanti, una serie di missioni. Il documento intitolato Uguaglianza e Cittadinanza: la Repubblica in azione (9) delinea una serie di misure per trasformare in modo esplicito gli insegnanti in strumenti di una nuova offensiva ideologica.
Il documento di programma inizia con uno sguardo lucido sulla realtà:
"Per la maggior parte dei nostri cittadini, la Repubblica è diventata spesso un'illusione. Come essere assegnati a un luogo di residenza; bloccati, impediti nella propria progettualità; condannati a lavori precari; impotenti davanti agli insuccessi scolastici dei propri figli; sentire il proprio destino come predeterminato: questo è ciò che gli abitanti vivono nei quartieri della periferia delle grandi città, ma anche nelle zone rurali o nei paesi di Oltremare (10)".
Questa prima constatazione con cui esordisce il documento, permette di cogliere la differenza tra il governo di Sarkozy e il governo di Hollande. Il primo nega la realtà. Il secondo la riconosce ma senza citarne le cause. Allo stesso modo Valls ha riconosciuto durante la conferenza stampa del 20 gennaio 2015, l'esistenza di "un'apartheid territoriale, sociale, etnica", senza analizzarne le cause.
Questa prima constatazione acausale viene immediatamente integrata da una seconda, che recita: "[esiste un] malessere democratico: cresce l'astensione, la crisi di fiducia tra i francesi e le loro istituzioni, tra i francesi e i loro rappresentanti eletti. C'è una profonda crisi della rappresentanza, che riguarda tutto il corpo intermedio (11)."
Questi due fenomeni, dice il documento, si affiancano, vale a dire che si presentano senza alcun collegamento tra loro. Non potendo agire sul primo, data la scelta economica liberale del governo, Valls-Holland impongono agli insegnanti di agire sul secondo.
Si è quindi chiesto agli insegnanti di "mettere la laicità e la trasmissione dei valori repubblicani al centro della mobilitazione della scuola", "sviluppare la cittadinanza e la cultura dell'impegno" e "rafforzare il senso di appartenenza alla Repubblica". Per fare questo, dovranno dispensare una "nuova educazione morale e civile nelle scuole di ogni ordine e grado".
Come se non bastasse, gli insegnanti dovranno anche "facilitare la comprensione e la celebrazione dei riti e dei simboli della Repubblica (inno nazionale, bandiera, divisa)" e accompagnare i loro studenti nei municipi ad assistere alle "cerimonie di naturalizzazione (12)".
Concludiamo citando il "ruolo e la posizione" della scuola formalizzata nel documento: "La scuola deve essere e sarà in prima linea, con fermezza, discernimento e insegnamento, per rispondere alle sfide repubblicane, perché questa è la sua identità e la sua natura più intima (13)".
Il resto del documento supera la mera sfera scolastica, "riaffermare la laicità come valore fondamentale del servizio pubblico", "far conoscere il secolarismo nel mondo degli affari", ecc.
Queste poche citazioni sono sufficienti per illustrare la volontà di rendere la scuola una macchina per inculcare attivamente l'ideologia dominante come ai tempi della terza repubblica coloniale e belligerante. Si tratta anche di rendere gli insegnanti strumenti di un'ipocrisia che chiama le nuove generazioni a credere, contemporaneamente, ai "valori della Repubblica" e a "desiderare di diventare miliardari (14)", secondo le parole di Emmanuel Macron.
L'inflazione dei discorsi sui "valori della Repubblica" da Marine Le Pen a Hollande, la conformità ancora più ampia sulla laicità in pericolo, la quasi unanimità al sostegno di nuove guerre coloniali, ecc. rivelano l'illusione di combattere gli effetti senza intervenire sulle cause. È una ipocrisia diffusa, tanto più odiosa perché non inganna più nessuno, come disse Aimé Césaire:
"Una civiltà che si dimostra incapace di risolvere i problemi causati dal proprio funzionamento è una civiltà decadente. Una civiltà che chiude gli occhi davanti ai suoi problemi più cruciali è una civiltà debole. Una civiltà che inganna i suoi principi è una civiltà morente. Il fatto è che la cosiddetta civiltà 'europea', la civiltà 'occidentale', come è stata forgiata da due secoli di regime borghese, è incapace di risolvere i due problemi principali che la sua esistenza stessa ha generato: la questione del proletariato e la questione coloniale; deferita alla barra della 'ragione' come alla barra della 'coscienza', questa Europa è impotente a giustificarsi; e sempre più, si rifugia in una ipocrisia particolarmente odiosa perché ha sempre meno probabilità di essere credibile (15)".
Se gli insegnanti non saranno in grado di rifiutare l'ingiunzione di indottrinamento ideologico, diventeranno ostaggi di una classe dominante che cerca con tutti i mezzi ipocriti di riparare un'egemonia culturale difettosa. Come sottolinea un gruppo di insegnanti di Mediapart "gli studenti non hanno bisogno, come si crede diffusamente, di un supplemento di educazione civica o di approfondire le questioni religiose, un inutile sforzo aggiuntivo in programmi scolastici già ampiamente inadeguati (16)".
La posta in gioco è alta e riguarda una vera e propria sfiducia che già esiste tra le classi lavoratrici e il sistema scolastico (legata alla selezione, alle disuguaglianze di istruzione, agli orientamenti percepiti come discriminatori, ecc.), rinforzata in questi ultimi anni dai molteplici dibattiti sul "velo".
Note:
1) Cécile Braconnier et Jean Yves Dormagen, La démocratie de l'abstention : Aux origines de la démobilisation électorale, Folio Actuel, Paris, 2007.
2) Départementale 2015: le taux d'abstention a atteint 50,02%, enquête opinionway, http://www.europe1.fr/politique/dep..., consulté le 31 mars 2015 à 10h 30.
3) La pauvreté selon l'âge, http://www.inegalites.fr/spip.php?p...
4) La précarité de l'emploi selon l'âge, consulté le 31 mars à 11 h 20 http://www.inegalites.fr/spip.php?p..., consulté à 11 h 30.
5) Le chômage est en hausse en France, http://www.challenges.fr/france/201..., consulté le 31 mars à 11 h 45.
6) Pauvreté, La galère des 18-25 ans, http://www.letelegramme.fr/ig/gener..., consulté le 31 mars à 12 h 30.
7) Pierre-Yves Cusset,Hélène Garner, Mohamed Harfi, Frédéric Lainé, David Marguerit, Note d'analyse -Jeunes issus de l'immigration: quels obstacles à leur insertion économique?, mars 2015, http://www.strategie.gouv.fr/public...,
8) Génération Quoi? les ambivalences de la jeunesse en France, Consulté le compte rendu de Zineb Dryef, http://rue89.nouvelobs.com/2013/09/..., consulté le 31 mars à 13 h 30.
9) http://www.gouvernement.fr/la-solut..., consulté le 31 mars à 16 h.
10) Ibid, p. 5.
11) Ibid, p. 5.
12) Ibid, p. 11.
13) Ibid, p.12.
14) Interview au journal Les Echos du 7 janvier 2015.
15) Aimé Césaire, discours sur le colonialisme, Présence Africaine, Paris, 1950.
16) Ce n'est pas des élèves dont nous avons peur, http://blogs.mediapart.fr/edition/l..., consulté le 31 mars à 16 h 30
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