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Perché parlano in questo modo?

François Vadrot | substack.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/11/2025

Riflessioni sul discorso politico europeo contemporaneo

Quelli che ascoltiamo non sono più i leader politici, ma officianti. Il loro discorso non mira più a descrivere la realtà, ma a celebrare i rituali di un mondo che li supera: quello dell'ortoprassi europea, dove la conformità conta più della convinzione e dove la liturgia mediatico-politica sostituisce l'analisi. Comprendere questa ortoprassi significa comprendere il discorso che ne deriva.


Ortoprassi secolare: i leader europei di fronte ai dogmi della narrativa atlantica "tradizionale".

È stato il programma C'est pas du mainstream n°6 (Non è mainstream n°6), pubblicato da Régis de Castelnau il 30 novembre 2025, a ricordarmi una domanda semplice, quasi ingenua, che sentiamo costantemente ma alla quale non rispondiamo mai veramente: i leader politici mentono deliberatamente o credono a ciò che dicono? Inquadrata in questo modo, la domanda porta a un vicolo cieco morale. Il discorso politico non è né un gesto isolato né un calcolo continuo: è il prodotto di una serie di meccanismi che precedono l'individuo, lo plasmano, lo vincolano e, il più delle volte, parlano attraverso di lui.

Per comprendere ciò che dicono le élite europee, bisogna prima abbandonare l'idea che esse controllino liberamente il proprio linguaggio. Ciò che esprimono è determinato dalla loro formazione, dal loro percorso, dal loro ambiente sociale, dal loro ruolo istituzionale, dai filtri informativi attraverso i quali vengono informati, dalla struttura mediatica in cui parlano e, più in generale, dall'universo transnazionale in cui si sono formati.

Il primo livello è la cooptazione. I leader salgono al potere non perché hanno sfidato il sistema, ma perché si sono adattati perfettamente ad esso. Le strutture dei partiti, i ministeri, i gabinetti, le amministrazioni, le istituzioni europee non promuovono menti indipendenti, ma coloro che mantengono il buon funzionamento della macchina. Si avanza adottando codici, non travolgendoli. Molto prima di ricoprire una carica, si è già imparato a non mettere in discussione i presupposti dell'ambiente. Questo non significa credere ciecamente, ma capire che una parola fuori posto può porre fine a una carriera.

Questa cooptazione crea un circolo transnazionale di appartenenza che ha poco a che vedere con lo spazio nazionale che questi leader dovrebbero rappresentare. Essi evolvono in un mondo omogeneo - think tank, istituzioni europee, organizzazioni internazionali, reti diplomatiche e mediatiche - dove circolano gli stessi riferimenti, le stesse diagnosi, le stesse paure e le stesse formule. La minaccia russa è un dato di fatto, l'allargamento della NATO un orizzonte, Bruxelles un centro, la sovranità nazionale un anacronismo. Il discorso non analizza, ma segnala l'appartenenza.

A questo mondo chiuso si aggiunge una dipendenza strutturale dal quadro americano. Da decenni, l'Europa non produce più una visione autonoma del proprio ambiente strategico. I servizi di intelligence, il corpo diplomatico, le strutture militari e le istituzioni finanziarie operano tutti all'interno di uno spazio atlantico in cui il pensiero americano fornisce la matrice. Il discorso europeo non è una menzogna, ma una traduzione. Dire qualcosa di diverso rischia l'isolamento. Si parla come parla Washington, fino al giorno in cui Washington smette di parlare in quel modo.

E quel giorno è arrivato. Da quando Donald Trump è entrato in carica, la narrativa americana è cambiata. I leader europei, formati nella scuola atlantista e spesso passati attraverso i programmi statunitensi per i "young leader", si ritrovano senza una bussola. Avevano imparato un linguaggio, dei riflessi, delle certezze, ma la linea guida è cambiata. Il loro discorso si perpetua... per inerzia. Continuano a parlare come prima, ma il mondo che dava significato a quelle parole è scomparso.

A questa dipendenza geopolitica si aggiunge quella economica: quella delle lobby high-tech, finanziarie e industriali, principalmente americane, che orientano le diagnosi, dettano le priorità, forniscono note informative e pesano fortemente sulla regolamentazione. Gran parte del discorso politico europeo non esprime un'analisi sovrana, ma la visione del mondo di coloro che ora strutturano l'economia: piattaforme digitali, fondi di investimento, multinazionali tecnologiche, studi legali e società di consulenza globali. Il loro linguaggio diventa il linguaggio dei governi.

Accanto a questi vincoli collettivi, intervengono fattori individuali. Molti funzionari non padroneggiano gli argomenti tecnici di cui discutono. Non perché siano intellettualmente deboli (anche se in alcuni casi si pone la questione), ma perché i settori - energia, difesa, finanza, industria, digitale - sono diventati troppo vasti per un'agenda politica sovraccarica. Le informazioni che li raggiungono sono filtrate, semplificate, attenuate. Il discorso politico contiene quindi delle zone d'ombra che non sono bugie, ma ignoranza strutturale: non sanno di non sapere.

Altri si adeguano per interesse personale: le carriere ora poggiano su equilibri instabili. Dire ciò che non piace può precludere l'accesso a un posto europeo, a una carriera futura o a reti internazionali. Il discorso diventa una forma di autoprotezione.

All'altra estremità dello spettro si trova la funzione stessa. Alcune verità non possono essere dette senza causare uno shock immediato: esaurimento industriale, dipendenza militare, fragilità energetica, fallimento strategico. Il discorso pubblico funge quindi da cuscinetto. La menzogna non è più individuale, ma istituzionale.

A poco a poco, queste dinamiche diventano convinzioni. Frequentando gli stessi circoli, leggendo le stesse note, ascoltando solo voci convergenti, i leader finiscono per aderire sinceramente alle narrazioni che articolano. La ripetizione produce convinzione. Il linguaggio diventa realtà.

La struttura dei media amplifica questo fenomeno. I media tradizionali non si limitano più a trasmettere il discorso politico: producono una propria narrativa, che spesso diventa la matrice del discorso ufficiale. Il loro funzionamento riflette ora una forma di ortoprassi (1), nozione presa in prestito dal lessico religioso: ciò che conta non è la fede, ma la pratica corretta. Non è importante ciò in cui si crede; bisogna compiere i gesti, pronunciare le parole, seguire il rituale. La politica e i media hanno stabilito una liturgia secolare in cui la verità conta meno della conformità rituale: usare i termini giusti, esprimere le giuste indignazioni, evitare le zone proibite. L'ironia è che l'ortoprassi riecheggia il cristianesimo ortodosso, il nemico simbolico della narrativa occidentale. Per combattere l'"asse del male", i media europei hanno costruito la loro liturgia.

La questione se i nostri leader mentano diventa quindi secondaria. Ciò che conta non è la loro sincerità, ma l'architettura del mondo che parla attraverso di loro. Parlano il linguaggio dell'ambiente che li ha prodotti. Non cercano di descrivere la realtà, ma di conformarsi all'ordine in cui devono vivere per esistere: un sistema che li seleziona, li modella, li orienta, li protegge, li vincola e, in ultima analisi, li trattiene. Il loro linguaggio non è una scelta individuale: è un quadro di riferimento, una liturgia, un'ortoprassi. Comprendere questo sistema significa abbandonare la ricerca della sincerità in uno spazio in cui la sincerità non opera più.

Nota:

1) L'ortodossia si riferisce alla fede corretta: ciò che è ritenuto vero e deve essere affermato come tale. L'ortoprassi, al contrario, si riferisce alla pratica corretta: l'esecuzione di gesti e formule previsti, indipendentemente dalla convinzione interiore. In una struttura ortodossa, la deviazione primaria è l'eresia. In una struttura ortoprassica, il difetto principale è il gesto sbagliato o la parola mancante. Il discorso politico europeo contemporaneo rientra ora in questa ortoprassi: un linguaggio ritualizzato in cui la conformità conta più della fede.


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