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- cultura e memoria resistenti - linguaggio e comunicazione - 13-01-26 - n. 951
Quale polarizzazione?
Ástor García | nuevo-rumbo.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
11/01/2026
Negli ultimi anni si è diffusa l'idea che viviamo in un'epoca di forte polarizzazione sociale. Si parla di blocchi inconciliabili, di società divise in due, di tensioni al massimo livello. Il termine viene ripetuto nei talk show, nei rapporti e negli editoriali come se descrivesse una verità evidente. Tuttavia, è opportuno fermarsi un attimo e chiedersi che tipo di polarizzazione sia e tra chi si verifichi. Perché non tutta la polarizzazione è uguale e non tutti i confronti sono socialmente rilevanti.
Quella che oggi viene presentata come polarizzazione è, soprattutto, un conflitto tra élite. Si tratta di discussioni tra diversi blocchi della classe dominante su come gestire lo Stato, come distribuire le risorse o come orientare determinate politiche. Il confronto, il più delle volte, è tra diversi progetti di accumulazione e gestione capitalistica, ma in sostanza, nessuno discute la base materiale del sistema. Il lavoro continua ad essere subordinato al capitale, la proprietà privata dei mezzi di produzione rimane intatta e lo sfruttamento è dato per scontato.
Questa non è una profonda polarizzazione sociale: è una competizione tra borghesi e ha poco a che vedere con gli interessi reali della maggioranza sociale.
La polarizzazione di cui si parla non attraversa la struttura di classe, ma si dispiega all'interno della classe dominante e la maggioranza lavoratrice appare, nel migliore dei casi, come pubblico, come massa da mobilitare dietro interessi altrui. Ci viene chiesto di prendere posizione, ma non ci è permesso definire i termini del conflitto. Partecipiamo a una moltitudine di dispute che non sono nostre.
È opportuno nominare l'antagonismo fondamentale della nostra società: chi vive del proprio lavoro e chi vive del lavoro altrui. Quando questa linea diventa visibile, il dibattito smette di essere culturale, identitario o morale e diventa oggettivo. Emergono domande scomode: chi decide, chi ne beneficia, chi paga le crisi, chi accumula e chi perde. Senza parlare di queste questioni, ogni discussione politica o sociale non è altro che rumore.
Ecco perché è così funzionale al sistema parlare di polarizzazione senza parlare di classe. Si costruiscono scontri laterali - territoriali, culturali, generazionali, simbolici - che frammentano la classe lavoratrice e la tengono occupata in battaglie secondarie. Si incoraggia l'identificazione con fazioni che non mettono in discussione lo sfruttamento, ma che cercano di incanalare il malcontento creato dallo stesso sistema che difendono.
I dibattiti tra le diverse sezioni della borghesia vengono presentati come grandi dilemmi che riguardano tutti noi: più o meno Stato, più o meno tasse, più o meno regolamentazione. Ma raramente si discute per chi si governa. Le forze della socialdemocrazia e quelle liberali e conservatrici possono scontrarsi duramente sul piano discorsivo, ma coincidono nell'essenziale: preservare il quadro economico che garantisce l'accumulazione di capitale.
In questo contesto, l'assenza di dibattiti in termini di classe non è casuale. È il risultato di un costante lavoro ideologico. L'economia viene depoliticizzata, il conflitto viene tecnicizzato e lo sfruttamento viene presentato come una conseguenza inevitabile di leggi impersonali. Si parla di «tensione sociale» senza indicarne l'origine. Si parla di «divisione» senza identificare chi ne beneficia.
Quando non si parla di interessi di classe, la politica diventa uno spettacolo in cui il nostro ruolo è quello di assistere passivamente alla fine di ogni funzione, al cambio di interpreti o alle modifiche del copione. Cambiano i discorsi, ma non i rapporti di potere. Si alternano i governi, ma non si altera la base economica. La maggioranza operaia può sentirsi interpellata, persino mobilitata, ma la sua situazione materiale non cambia.
Introdurre nella politica gli interessi di classe non significa semplificazione o slogan vuoti. Significa chiarezza. Significa riconoscere che gli interessi di chi vive del proprio salario non coincidono con quelli di chi vive dei propri redditi. Che non c'è conciliazione possibile tra sfruttati e sfruttatori. Che i conflitti reali non si risolvono con racconti migliori, ma con l'organizzazione e la lotta.
Senza parlare delle classi e dei loro interessi, la politica si riduce a una lotta tra vertici di partito e apparati mediatici. Al contrario, introducendo il criterio di classe nei dibattiti politici, sociali ed economici, si apre la possibilità di un confronto reale, in grado di trasformare qualcosa di più del tono del dibattito pubblico. Tutto il resto può sembrare radicale, ma è superficiale.
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