Da decenni il diritto internazionale viene presentato come un baluardo morale, un insieme di regole neutre che dovrebbero proteggere i popoli dall'arbitrarietà dei potenti. Ad ogni guerra, ad ogni aggressione, ad ogni sanzione collettiva, si ripete lo stesso ritornello: «il diritto internazionale è stato violato», come se si trattasse di un incidente, di una deriva, di un tradimento di un ordine fondamentalmente giusto.
Questa visione è ingannevole. Si basa su una sacralizzazione del diritto internazionale che impedisce di comprenderne la vera funzione.
Il diritto internazionale non è un ideale morale sospeso al di sopra dei rapporti di forza. È un prodotto storico, nato e plasmato nel quadro del sistema capitalista mondiale, e più precisamente dell'imperialismo. Non limita il dominio: lo organizza, lo legittima e lo rende accettabile. In un mondo strutturato su profonde disuguaglianze di potere economico, militare e politico, l'idea di un'uguaglianza giuridica tra Stati è pura finzione.
Le grandi potenze scrivono le regole, le interpretano e le sospendono quando i loro interessi lo richiedono. Gli Stati dominati, dal canto loro, sono tenuti a conformarsi scrupolosamente, pena sanzioni, isolamento o intervento armato. Il diritto internazionale funziona quindi come uno strumento di potere.
Criminalizza le resistenze, delegittima le politiche sovrane, punisce collettivamente le popolazioni civili, offrendo al contempo una copertura legale o umanitaria alle violenze imperialiste. Quando non serve più, viene ignorato senza conseguenze per chi detiene il potere. È quindi necessario abbandonare l'illusione che il problema risieda in una "mancanza di rispetto" del diritto internazionale.
Il problema è più profondo: questo diritto riflette un ordine mondiale basato sullo sfruttamento, il dominio e la concorrenza tra potenze. Non può essere giusto in un sistema fondamentalmente ingiusto. L'epoca attuale, caratterizzata da violazioni aperte dei trattati, dal disprezzo manifesto delle istituzioni internazionali e dall'uso spudorato della coercizione, non costituisce una rottura storica radicale.
Segna soprattutto la fine di un certo linguaggio, la caduta delle maschere ideologiche. Quello che veniva chiamato "ordine internazionale" appare ora per quello che è sempre stato: un rapporto di forza codificato, provvisorio, reversibile.
Lungi dall'essere una regressione, questa brutalità assunta ha un effetto paradossalmente positivo: chiarisce. Obbliga a guardare in faccia la realtà, ad abbandonare le finzioni giuridiche e ad analizzare il mondo così com'è, non come vorremmo che fosse. Di fronte a questa realtà, la sfida non è quella di ripristinare un diritto internazionale mitizzato, ma di comprendere i meccanismi materiali del dominio mondiale.
Sono i rapporti economici, la concentrazione del capitale, il controllo delle risorse, la superiorità militare e tecnologica a determinare il diritto e non il contrario. Desacralizzare il diritto internazionale non significa rinunciare alla giustizia. Al contrario, significa rifiutare le false apparenze e gettare le basi per una lotta reale per l'uguaglianza tra i popoli.
Un'uguaglianza che non potrà mai essere decretata dai testi finché persisteranno l'imperialismo e le strutture che lo riproducono.
La scomparsa delle illusioni non è una perdita. È una condizione necessaria per la lucidità politica. E senza lucidità, nessuna emancipazione è possibile.
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