Ludovico Geymonat :comunista, filosofo, partigiano
Proponiamo un' articolo di due anni fa in occasione del decennale della morte
Un
marxista rivoluzionario
di Tiziano Tussi
Nasce a Torino nel 1908
Il 29 novembre [2001], giovedì prossimo, alla casa della Cultura di
Milano si terrà un convegno per ricordare Ludovico Geymonat, morto esattamente
dieci anni fa. Altri convegni saranno impegnati nello stesso compito nei
prossimi giorni. Il convegno in questione viene organizzato dalla Università
della Svizzera Italiana, dall'Istituto Pedagogico della Resistenza e dalla casa
editrice Thélema.
Un appuntamento che si propone di esser di forte impatto per discutere un uomo dai molteplici interessi, che aveva
conseguito due lauree, in Filosofia e Matematica negli anni '20, avversario
precoce del fascismo e, dal periodo della seconda guerra mondiale, comunista e
partigiano in Piemonte.
Ricoprirà poi alcune cariche nel Pci per quanto riguarda sia l'amministrazione
di Torino sia nell'opera di divulgazione culturale e politica comunista
scrivendo sugli organi del partito o su quotidiani e giornali fiancheggiatori:
"Unità", "Rinascita", "Paese Sera". All'inizio
degli anni '60 rompe con il Pci nel momento dello scontro internazionale tra il
Partito Comunista dell'Urss e quello cinese, con il Pci che si schierò a fianco
dei sovietici, mentre Geymonat propendeva per una politica più dialettica fra
le due parti. Egli difese sempre con convinzione le posizioni filosofiche di
Lenin e Mao cercando e trovando in esse un forte aggancio con la sua ricerca
epistemologica.
Fu, in pratica, colui che aprì
la cultura italiana a quell'indirizzo di studi ricoprendo per primo in Italia,
all'Università Statale di Milano, la cattedra di Filosofia della scienza.
Scienza e filosofia per Geymonat erano un tutt'uno, e la sua
"filosofia", nel corso del tempo, era approdata al marxismo, con
molta chiarezza e decisione. Nel saluto inaugurale che Norberto Bobbio ha
spedito al convegno si legge che Geymonat era un "estremista" e che
difendeva con pertinacia le sue idee. Bobbio, nello stesso saluto, si dichiara
moderato e comunque ricorda il suo lungo periodo di amicizia con Geymonat. I
due erano stati molto vicini sin da giovani, durante un viaggio di studio, agli
inizi degli anni '30, in Germania. Ma proprio questa considerazione di
estremismo che se proveniente da un uomo limpido ed onesto quale Bobbio ci
rivela solo un aspetto di un rapporto umano tra due amici, ha portato a
Geymonat molti problemi.
La sua persona fu avversata malamente sia in vita sia dopo la morte da alcuni
con frasi e svalutazioni assolutamente misere. Basti ricordare alcuni giudizi
dati a caldo, dieci anni fa, su di lui che "non aveva lo status di
filosofo" (Sgalambro, "L'Indipendente"), che era un "oscuro
studioso" (Mathieu, il "Giornale"), "dogmatico cattivo
maestro e... spero che nessuno segua la sua strada" (Zecchi, il
"Giornale"). Certo possiamo anche sorridere di queste parole ma esse
sono la punta di un iceberg molto più pesante e nascosto che nel nostro
panorama culturale degli ultimi decenni aveva cercato di travolgere il grande
filosofo.
L'ostracismo tentato ma non riuscito, Geymonat in vita, aveva come ovvio
bersaglio il forte legame teorico che egli stesso, in numerose occasioni,
rivendicava tra il marxismo, a volte - orrore - diceva pure marxismo-leninismo,
e la filosofia della scienza. Il dinamismo sempre ricercato in epistemologia, e
sembra di ritrovare posizioni antischellinghiane di Hegel, e ritrovato sia in
Lenin che Mao - la rivoluzione non finisce mai - pareva una quisquilia di
fronte ai denigratori di Geymonat che si sono col tempo trasformati in suoi
imbalsamatori per poterne depotenziare il forte impatto di pensiero per un
progetto di ricerca filosofico che - strazio per i modernissimi - per Geymonat
deve aver sempre un forte aggancio con la prassi sociale. Un esempio
recentissimo è nell'articolo di Giulio Giorello apparso sul "Corriere
della sera" di sabato 24 novembre, nel quale si dice che "ruppe
clamorosamente con il Pci già prima del ‘68" senza poi spiegare perché e
da quali posizioni. Così ogni lettore del "Corriere" resta
soddisfatto da un marxista che ruppe con il Pci. Ma basterebbe riportare le
parole che lo stesso Geymonat sempre ribadiva ed anche in un libro-intervista a
cura proprio di Giorello e Marco Mondadori nel 1979, citato tra l'altro
nell'articolo che stiamo analizzando: Geymonat non voleva meno comunismo ma più comunismo critico. Infatti fu
fra i fondatori di Rifondazione Comunista alla quale stette vicino agli inizi
della sua vita.
Poi purtroppo morì. Il suo ricordo deva restare un ricordo di lotta, così come
lui stesso intese l'unica possibilità di vita della libertà dell'uomo, che vive
libero solo nella lotta. Col che vengono radicalmente spiazzati ogni sorta di
imbalsamatori che hanno comunque solo il dono di essere ancora in vita.
Un materialista
Prima cattedra di epistemologia
E' Ludovico Geymonat il titolare della prima cattedra di filosofia della
scienza in Italia, a Milano dal '56 al '79.
I lavori giovanili appaiono negli anni Trenta: "Il problema della
conoscenza nel positivismo", "La nuova filosofia della natura in
Germania" e "Ricerche filosofiche". Il filo conduttore è la
difesa del valore conoscitivo della scienza contro le accuse del neoidealismo
italiano.
Recepisce gli influssi del circolo di Vienna e dei neopositivisti logici, tra
cui Carnap, Schlick, Waismann. Nell'epistemologia - l'indagine sui fondamenti
della conoscenza scientifica - trova un terreno di sviluppo per un nuovo
illuminismo e modello di razionalità (si vedano gli "Studi per un nuovo
razionalismo" e "Saggi di filosofia neorazionalistica").
Interpreta la crisi dei fondamenti come un segno del carattere costruttivo del
sapere, mai assoluto.
L'opera più nota è la monumentale "Storia del pensiero filosofico e scientifico"
in sette volumi, scritta tra il 70 e il 76. Muore a Rho nel 1991.