www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - scienza - 19-11-03

Ludovico Geymonat :comunista, filosofo, partigiano


Proponiamo un' articolo di due anni fa in occasione del decennale della morte

Un marxista rivoluzionario

di Tiziano Tussi

Nasce a Torino nel 1908
Il 29 novembre [2001], giovedì prossimo, alla casa della Cultura di Milano si terrà un convegno per ricordare Ludovico Geymonat, morto esattamente dieci anni fa. Altri convegni saranno impegnati nello stesso compito nei prossimi giorni. Il convegno in questione viene organizzato dalla Università della Svizzera Italiana, dall'Istituto Pedagogico della Resistenza e dalla casa editrice Thélema.

Un appuntamento che si propone di esser di forte impatto per discutere un uomo dai molteplici interessi, che aveva conseguito due lauree, in Filosofia e Matematica negli anni '20, avversario precoce del fascismo e, dal periodo della seconda guerra mondiale, comunista e partigiano in Piemonte.

Ricoprirà poi alcune cariche nel Pci per quanto riguarda sia l'amministrazione di Torino sia nell'opera di divulgazione culturale e politica comunista scrivendo sugli organi del partito o su quotidiani e giornali fiancheggiatori: "Unità", "Rinascita", "Paese Sera". All'inizio degli anni '60 rompe con il Pci nel momento dello scontro internazionale tra il Partito Comunista dell'Urss e quello cinese, con il Pci che si schierò a fianco dei sovietici, mentre Geymonat propendeva per una politica più dialettica fra le due parti. Egli difese sempre con convinzione le posizioni filosofiche di Lenin e Mao cercando e trovando in esse un forte aggancio con la sua ricerca epistemologica.

Fu, in pratica, colui che aprì la cultura italiana a quell'indirizzo di studi ricoprendo per primo in Italia, all'Università Statale di Milano, la cattedra di Filosofia della scienza. Scienza e filosofia per Geymonat erano un tutt'uno, e la sua "filosofia", nel corso del tempo, era approdata al marxismo, con molta chiarezza e decisione. Nel saluto inaugurale che Norberto Bobbio ha spedito al convegno si legge che Geymonat era un "estremista" e che difendeva con pertinacia le sue idee. Bobbio, nello stesso saluto, si dichiara moderato e comunque ricorda il suo lungo periodo di amicizia con Geymonat. I due erano stati molto vicini sin da giovani, durante un viaggio di studio, agli inizi degli anni '30, in Germania. Ma proprio questa considerazione di estremismo che se proveniente da un uomo limpido ed onesto quale Bobbio ci rivela solo un aspetto di un rapporto umano tra due amici, ha portato a Geymonat molti problemi.

La sua persona fu avversata malamente sia in vita sia dopo la morte da alcuni con frasi e svalutazioni assolutamente misere. Basti ricordare alcuni giudizi dati a caldo, dieci anni fa, su di lui che "non aveva lo status di filosofo" (Sgalambro, "L'Indipendente"), che era un "oscuro studioso" (Mathieu, il "Giornale"), "dogmatico cattivo maestro e... spero che nessuno segua la sua strada" (Zecchi, il "Giornale"). Certo possiamo anche sorridere di queste parole ma esse sono la punta di un iceberg molto più pesante e nascosto che nel nostro panorama culturale degli ultimi decenni aveva cercato di travolgere il grande filosofo.

L'ostracismo tentato ma non riuscito, Geymonat in vita, aveva come ovvio bersaglio il forte legame teorico che egli stesso, in numerose occasioni, rivendicava tra il marxismo, a volte - orrore - diceva pure marxismo-leninismo, e la filosofia della scienza. Il dinamismo sempre ricercato in epistemologia, e sembra di ritrovare posizioni antischellinghiane di Hegel, e ritrovato sia in Lenin che Mao - la rivoluzione non finisce mai - pareva una quisquilia di fronte ai denigratori di Geymonat che si sono col tempo trasformati in suoi imbalsamatori per poterne depotenziare il forte impatto di pensiero per un progetto di ricerca filosofico che - strazio per i modernissimi - per Geymonat deve aver sempre un forte aggancio con la prassi sociale. Un esempio recentissimo è nell'articolo di Giulio Giorello apparso sul "Corriere della sera" di sabato 24 novembre, nel quale si dice che "ruppe clamorosamente con il Pci già prima del ‘68" senza poi spiegare perché e da quali posizioni. Così ogni lettore del "Corriere" resta soddisfatto da un marxista che ruppe con il Pci. Ma basterebbe riportare le parole che lo stesso Geymonat sempre ribadiva ed anche in un libro-intervista a cura proprio di Giorello e Marco Mondadori nel 1979, citato tra l'altro nell'articolo che stiamo analizzando: Geymonat non voleva meno comunismo ma più comunismo critico. Infatti fu fra i fondatori di Rifondazione Comunista alla quale stette vicino agli inizi della sua vita.

Poi purtroppo morì. Il suo ricordo deva restare un ricordo di lotta, così come lui stesso intese l'unica possibilità di vita della libertà dell'uomo, che vive libero solo nella lotta. Col che vengono radicalmente spiazzati ogni sorta di imbalsamatori che hanno comunque solo il dono di essere ancora in vita.

Un materialista

Prima cattedra di epistemologia
E' Ludovico Geymonat il titolare della prima cattedra di filosofia della scienza in Italia, a Milano dal '56 al '79.
I lavori giovanili appaiono negli anni Trenta: "Il problema della conoscenza nel positivismo", "La nuova filosofia della natura in Germania" e "Ricerche filosofiche". Il filo conduttore è la difesa del valore conoscitivo della scienza contro le accuse del neoidealismo italiano.
Recepisce gli influssi del circolo di Vienna e dei neopositivisti logici, tra cui Carnap, Schlick, Waismann. Nell'epistemologia - l'indagine sui fondamenti della conoscenza scientifica - trova un terreno di sviluppo per un nuovo illuminismo e modello di razionalità (si vedano gli "Studi per un nuovo razionalismo" e "Saggi di filosofia neorazionalistica").
Interpreta la crisi dei fondamenti come un segno del carattere costruttivo del sapere, mai assoluto.
L'opera più nota è la monumentale "Storia del pensiero filosofico e scientifico" in sette volumi, scritta tra il 70 e il 76. Muore a Rho nel 1991.