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"La Voce del GAMADI" di gennaio 2004
Questioni della scienza a cura di A. Martocchia
Se la scienza
arriva in teatro
Ho recentemente ricevuto un interessante testo di Guido Trombetti, dedicato al
lavoro teatrale di Michael Frayn dal titolo «Copenaghen». Ne riporto di seguito
un ampio stralcio:
<< ...Quale sarebbe la reazione dell'uomo comune all'invito: «Stasera
vieni a vedere uno spettacolo teatrale sul principio di indeterminazione di
Heisenberg?». Più o meno la seguente: «Scusa, verrei con piacere, ma ho già un
impegno». Perché? Perché nessuno crede che una complessa teoria scientifica
possa fornire materiale per una piece teatrale godibile. Ebbene lo splendido
spettacolo di Michael Frayn dal titolo «Copenaghen», magistralmente
interpretato da Giuliana Lojodice, Umberto Orsini e Massimo Popolizio,
recentemente messo in scena al Mercadante, dimostra esattamente il contrario.
Si narra dell'incontro avvenuto nel 1941 - per l'appunto a Copenaghen - tra
Werner Heisenberg, Niels Bohr e sua moglie Margrethe. La guerra incombe. La
responsabilità degli scienziati è grande. La possibilità di costruire l'atomica
è concreta. Che posizione deve avere uno scienziato? In un certo senso il
principio di indeterminazione è presente anche nell'indeterminazione dei contenuti
dell'incontro, del rapporto maestro-allievo, nella posizione individuale sul
rapporto tra etica e scienza. Dell'incontro l'autore dà tre diverse versioni.
Mi sono entusiasmato nell'assistere a questa rappresentazione. E come me molti
altri colleghi. Le nostre reazioni sono in qualche modo collegate alle nostre
esperienze di professori e ricercatori. Cerchiamo di capire perché.
Innanzitutto, «Copenaghen» svela al largo pubblico la dimensione intima,
psicologica, che sostiene l'attività di ricerca: l'ansia per la scoperta, il
dubbio dell'errore, la paura di aver imboccato una via sbagliata, la necessità
di cooperare, le rivalità. Un lavoro spesso solitario. Il largo pubblico
penetra nella sfera emotiva e sociale degli scienziati, così come penetra nel commissariato
di Vigata con Montalbano. Questo è il punto. «Copenaghen» dimostra che è
possibile tener desta l'attenzione del pubblico anche parlando di teorie
scientifiche. E anche senza ricorrere ad effetti speciali. Troppo spesso si
opera come se l'unico modo efficace per divulgare la scienza sia stupire. Il
risultato sul lungo termine è che l'immagine della scienza viene distorta.
Della complessa e travagliata storia delle idee che sta dietro al lavoro di
ricerca vengono presentati solo gli aspetti spettacolari. Invece si può parlare
in modo profondo di scienza e di tutte le incertezze, i travagli ed i problemi
che ne accompagnano lo sviluppo senza annoiare e magari facendo anche
spettacolo. Ovviamente è molto difficile. Occorrono artisti e divulgatori di grande
livello. Ma questo è un altro discorso.
C'è un'altra riflessione provocata da «Copenaghen». Ogni area disciplinare ha
le sue regole, il suo linguaggio e i suoi formalismi. Ma è necessario che - al
di là di barriere artificiose - cresca l'influenza reciproca tra la cultura
tecnico-scientifica e quella storico-umanistica. Anche al fine di produrre un
modo nuovo di raccontare il progresso scientifico ai non addetti ai lavori. Un
modo che eviti di sommare alla difficoltà di comprensione di concetti di per sé
complessi la impenetrabilità del linguaggio specialistico. Mi vengono in mente
in proposito alcune straordinarie esperienze di Calvino. Penso a «T con 0» o a
«Le città invisibili».
Infine la parentela tra arte e scienza. Molto più forte di quanto possa
sembrare a prima vista. Intanto da sempre gli artisti hanno utilizzato le
scoperte scientifiche e tecnologiche. Si pensi alla prospettiva nella pittura.
Si pensi alla storia dell'architettura. A quante costruzioni ardite, immaginate
da geniali architetti, siano state rese possibili dal progresso tecnologico. Ma
in realtà il rapporto tra arte e scienza è molto più profondo. Provate a
cambiare una parola in una poesia di Leopardi o di Ungaretti. La costruzione
poetica crolla. Così come crollerebbe la dimostrazione di un teorema, se ne
venisse modificato un passaggio. D'altra parte Einstein affermava che il
criterio ultimo per giudicare la validità di una teoria scientifica è la sua
bellezza. Dunque è possibile parlare di scienza e farsi capire. Senza annoiare.
Né stupire. È indispensabile costruire una comunicazione scientifica non
orientata alla formazione tecnico-specialistica di pochi, ma alla formazione di
un vasto pubblico. Viviamo in una realtà complessa. Ma non tanto da non poter
essere compresa dai più...>>
Dunque, chiaramente, il lavoro teatrale di Frayn non ha come unico tema il
"principio di indeterminazione" - cioe' quella teoria formulata da
Heisenberg secondo cui e' impossibile
conoscere con precisione contemporaneamente la posizione e la velocità
di una particella subatomica... La vicenda di Heisenberg e Bohr serve piuttosto
a Frayn per parlare di un momento chiave della storia dell'umanita': cioe'
l'epoca della creazione della bomba atomica. Essa serve anche come spunto per
riflettere sulle implicazioni morali e psicologiche di alcune problematiche
scientifiche moderne. Problematiche di grande rilievo: la loro trasposizione
nel linguaggio artistico era stata gia' tentata, ad esempio da Durrenmatt con
"I fisici". A ciascuno spettatore, come sempre, spetta esprimere un
giudizio su questi lavori, anche dal punto di vista prettamente estetico.
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