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L'articolo che segue appare su "La Voce del GAMADI"di aprile 2004
"Questioni della scienza"
a cura di A. Martocchia
L'Impegno
Questo mese chiedo ai lettori de "La Voce" di consentirmi una
digressione fuori tema... Vorrei infatti sottoporre alla vostra critica alcune
mie riflessioni sull' "impegno".
Mi riferisco certo anche all'impegno di ciascuno di noi, appartenenti al Gruppo
Atei Materialisti Dialettici; ma, piu' in generale, penso a chiunque svolga
attivita' (politiche, associative, eccetera) ispirate dal desiderio di un
cambiamento sociale. In queste attivita' ciascuno di noi spende tempo ed
energie, sottraendole alla sfera piu' personale e privata. Sto parlando dunque
di tutto quanto si fa, a prescindere dal contesto lavorativo-professionale, nel
tentativo di realizzare ideali e convinzioni profonde. Sto parlando soprattutto
del cosiddetto "impegno politico".
Alberto Moravia usava dire: "Non bisogna impegnarsi... Bisogna
esprimersi!"
Credo che questo motto abbia un grande significato, se inteso nel senso giusto:
esso significa che l'"impegno" deve essere il frutto naturale delle
proprie idee e della propria rabbia, e non puo' essere forzato o controvoglia.
In ciascuno di noi, la personale concezione del mondo deve emergere
spontaneamente, in qualsiasi contesto - anche ad esempio quando si fa la fila
alla posta, nei rapporti con le persone care o sul lavoro, oppure nella
espressione artistica (il caso di Moravia, appunto).
Lo stesso motto - "Non bisogna impegnarsi... Bisogna esprimersi!" -
ha pero' anche un'altra conseguenza semantica possibile, a mio avviso molto
negativa. Esso infatti puo' anche voler dire: bisogna "impegnarsi"
solo come e quando ci va; bisogna cioe' seguire l'umore, la fantasia, il senso
di appagamento individuale, e non sentirsi mai "in dovere" di fare, o
di dire.
Se intendiamo il motto in questo senso allora, io credo, esso e' profondamente
sbagliato. Tutti possiamo vedere quanto
dannosa - piu' ancora che inutile - sia questa concezione individualistica dell'"impegno". Essa rispecchia di
fatto l'individualismo connaturato alla nostra societa' capitalistica, e
riflette l'indole incostante e narcisistica della borghesia. L'individualismo,
il narcisismo, l'autoappagamento, l'autopromozione, ed, infine,
l'autoreferenzialita', sono atteggiamenti comuni e conseguenze inevitabili di
una concezione piccolo-borghese dell'"impegno" e del "fare
politica".
D'altronde: si puo' cambiare la societa' solo su base volontaria individuale?
Certo, per cambiare la societa' - anche solo per diffondere certe idee
innovative - c'e' bisogno di una forte volonta'. Ma la volonta' da sola e'
velleita'... ed essa non basta nemmeno se e' accompagnata dallo zelo - o
"attivismo". Perlomeno, la volonta' di cambiamento deve essere una
volonta' collettiva, non solo individuale. Il volontarismo ingenuo e'
velleitarismo!
Chi detiene il potere e' chi detiene il potere economico. Chi detiene il potere
possiede case editrici, istituti, fondazioni, universita', centri di ricerca
dotati di strutture e fondi in abbondanza, che studiano e riferiscono su ogni
situazione in qualsiasi dettaglio... Chi non detiene il potere non riesce
nemmeno ad aprire un sito internet, o a stampare un giornale, per far conoscere
le proprie idee.
Proviamo a fare un discorso ancor piu' strettamente politico. Si puo' cambiare
la societa' impegnandosi solo nel "tempo libero"? La mia risposta e':
NO. Il lavoratore che volesse costruire il socialismo impegnandosi
esclusivamente "al di fuori dell'orario di lavoro" sarebbe destinato
a perdere la battaglia prima ancora di incominciarla. I lavoratori,
storicamente, hanno cambiato la societa' solo con gli scioperi, con le
occupazioni dei posti di lavoro, con la dura lotta, dimenticando insomma
completamente la distinzione tra "tempo libero" ed "orario di
lavoro".
Il proletario, quando lavora, fa l'interesse del padrone. Il proletario fa il
suo proprio interesse solamente quando si impegna per la trasformazione
sociale. Il problema e' che il proletario si procaccia il pane lavorando, cioe'
facendo l'interesse del padrone!
Con l'impegno politico "nel tempo libero" il proletario non si
procura il pane, anzi rischia al limite di perdere il pane perdendo il
lavoro... Solo un borghese - un possidente, uno che ha delle proprieta', uno
che ha dei proletari che lavorano per lui - puo' permettersi il lusso di fare
politica "nel tempo libero" ottenendo pure dei risultati. Berlusconi
e' ovviamente un caso estremo, ma e' un caso davvero emblematico: da
capitalista, Berlusconi si procaccia il pane facendo i suoi propri interessi,
con la sua attivita' di imprenditore, e fa i suoi propri interessi anche nel
"tempo libero", cioe' quando fa il politico. Cosi', Berlusconi puo'
permettersi il lusso di insultare i "politici di professione", perche'
lui fa il politico solo "nel tempo libero"... anzi, a dirla tutta,
poiche' Berlusconi in quanto imprenditore non ha un "orario di
lavoro", il suo tempo e' sempre "libero".
A questo punto bisogna riconoscere che - in una fase non rivoluzionaria, quale
quella che stiamo vivendo - i proletari che fanno politica per professione
forse sono i soli ad avere qualche chance di cambiare la societa'. Costoro
possono infatti dedicarsi "a tempo pieno" a fare politica, e poiche'
si procacciano il pane facendo politica, non rischiano di finire in rovina.
Sembra un paradosso, ma e' invece un problema estremamente serio.
Oggi come oggi "a sinistra" va di moda non solo attaccare la
"politica per professione", ma anche attaccare i partiti ed i
sindacati in quanto tali. In linea di principio, questo e' sbagliato: non
possiamo fare molto per cambiare la societa' da individui, "nel tempo
libero", senza partiti e senza sindacati... Ed in generale, i partiti ed i
sindacati hanno bisogno di soldi, di molti soldi e risorse, anche per procurare
il pane a chi lavora per loro. Il punto e' che queste organizzazioni ed i loro
funzionari dovrebbero veramente lavorare per i lavoratori, e non per la
controparte.
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