www.resistenze.org
- cultura e memoria resistenti - scienza - 13-04-11 - n. 359
dal numero di Aprile 2011 de La Voce del GAMADI - www.gamadilavoce.it
Che cos'è l' "intellettuariato"
di A. Martocchia
La vera essenza del sistema economico capitalistico non risiede nell'innovazione e nella competizione scientifico-tecnologica. Questa è solo la visione propagandata dai capitalisti stessi, e non può essere assunta come valida in generale: tale descrizione vale solo nelle fasi di sviluppo (scientificamente, se non socialmente) virtuoso del capitalismo. In tali fasi i capitalisti competono tra di loro attraverso l'introduzione di nuove tecnologie per aumentare la produttività e al limite rimpiazzare il lavoro con i mezzi di produzione. Oggi come oggi, invece, la fase dello sviluppo capitalistico è esattamente opposta: dalla sua attuale crisi di sovrapproduzione il capitalismo esce distruggendo le sue stesse forze produttive e tornando a sfruttare il lavoro vivo – cioè i lavoratori stessi, attraverso l'aumento del tempo di lavoro, la diminuzione dei salari ed altre misure riconducibili alle precedenti, come le delocalizzazioni - anziché il cosiddetto lavoro morto – cioè le macchine e le tecnologie.
Ecco perchè la produzione e riproduzione del sapere scientifico nei paesi a capitalismo avanzato è adesso per molti versi bloccata: la crisi delle università e degli Enti di Ricerca, assieme agli attacchi al mondo della scuola e della cultura, sono sintomi di una incipiente desertificazione dei luoghi della formazione delle forze produttive avanzate. Siamo insomma nel “fuoco” della più classica tra le contraddizioni individuate da Marx: quella tra lo sviluppo delle forze produttive (riconoscibile nell'allargamento del bacino della manodopera altamente qualificata, reale e potenziale) da un lato, e la inadeguatezza dei rapporti di produzione esistenti dall'altro. Ed è in atto un violento tentativo da parte delle classi dominanti di garantirsi la proprietà privata - e sempre più privata ed esclusiva, addirittura monopolistica - delle produzioni ad alto livello di know-how e della stessa (ri)produzione intellettuale, imponendo un generalizzato disinvestimento da tutti i luoghi in cui la conoscenza “minaccia” di estendersi socialmente.
Quel fenomeno che si riteneva paradossale e specifico del capitalismo nostrano, per cui nel settore privato per uno stesso impiego i curricola preferiti sono quelli più “brevi”, sta diventando prassi e senso comune ed è oramai ricorrente anche in diversi contesti esteri. Fino a un paio di anni fa, pur degradandosi, i luoghi della formazione si moltiplicavano. Sembrava di assistere ad una ristrutturazione sì tecnocratica, degenerativa e contestabile, dell'intero sistema, ma non certo a un suo rattrappimento. Era tutto un coro demagogico sulla “società della conoscenza”, l'innovazione e la formazione continua: “andate e fate, un master dopo l'altro, uno stage dopo l'altro, vedrete che vi servirà”. Lo vediamo oggi a che cosa ci è servito. Nel 2011 la rilevanza sociale della contesa è palese: solo per quanto riguarda l'università sono in ballo i destini di 50mila ricercatori precari che vi lavorano, centinaia di migliaia di studenti e qualche milione di giovani laureati disoccupati o sottoccupati che vorrebbero trovare un futuro impiego nel settore della conoscenza ma sanno che, con queste premesse, sarà impossibile. A tutti costoro vanno aggiunti i milioni di non-più-giovani laureati, sottoccupati o disoccupati, di cui una rilevante fetta sono rimasti ad orbitare comunque nella ricerca, nell'istruzione, nella cultura, sempre più frustrati per non poter fare valere anni di studio e lavoro nel proprio campo di competenza specialistico. Una buona percentuale di questi è emigrata, tanti sono quelli che non ritorneranno. I precari della scuola pubblica (150mila sono in bilico) hanno occupato i provveditorati e le scuole o sono scesi addirittura in sciopero della fame.
Si tratta di una vera e propria massa che è prevalentemente composta da appartenenti al ceto medio in declino: talvolta sono pezzi di borghesia intellettuale e dei servizi che adesso “precipitano” socialmente, ma più spesso sono i figli di quel proletariato che durante il boom economico si era trasferito nelle città trovando un “buon lavoro” e garantendosi un discreto livello di formazione e di istruzione. La generazione ancora precedente, quella dei nonni, erano contadini – l'ultima generazione di quell'Italia contadina che qualche anno fa pensavamo per sempre archiviata in vecchie fotografie.
Questa massa di giovani e non-più-giovani vivono una vita precaria spesso ancora affidata al sostegno dei genitori (e per questo sono insultati come bamboccioni): genitori che, se qualche volta erano stati i primi della loro discendenza a potersi comprare una casa in città, adesso devono sostenere il mutuo per la casa dei figli, oppure se erano proprietari per discendenza hanno comprato casa e automobile a figli che non riescono però a mantenersele...
Come definire questa massa di (ex)giovani non autosufficienti se non: intellettuariato?
Proletari non è termine consono, vuoi perchè sono ancora eredi di piccole proprietà (anche se le stanno estinguendo in assenza di altri redditi), vuoi perchè ogni preoccupazione è loro fuorché quella della prole. Questa massa non fa figli o ne fa pochissimi e in tarda età a causa del contesto ambientale e sociale precario che la induce a rimandare la riproduzione fino al sopraggiungere di Godot: tipicamente, Godot è il superamento dell'età biologica necessaria, ed ecco allora il declino demografico verticale cui si andrebbe incontro se non ci fossero i lavoratori stranieri a “porre rimedio”.
Che cosa possiede dunque questa massa con certezza, se non l'istruzione e la formazione che la generazione precedente le ha trasmesso? Perciò: intellettuariato. Non possiedono mezzi di produzione, ma istruzione – per averla avuta impartita in un sistema pubblico, scolastico e accademico, che rischia di non sopravvivere fino alla generazione successiva, ed anche per discendenza famigliare, poiché i genitori hanno infuso all'odierno intellettuariato lo stimolo ad una formazione più elevata e ad una posizione sociale conseguentemente migliore. Speranze vane: se le cose non cambieranno, la generazione dei nostri genitori sarà stata la prima e l'ultima a potersi affrancare socialmente grazie all'istruzione; quella mobilità sociale, anziché perfezionarsi, viene ora abbattuta.
Allora però, per sua stessa natura l'intellettuariato che oggi viene alla ribalta avrà una esistenza solo effimera, poiché è destinato ad eclissarsi al primo tornante generazionale. Infatti, se avrà discendenti, questi non avranno i diritti né le motivazioni per accedere in massa ai livelli di istruzione dei padri, e dunque come classe si estinguerà culturalmente (e rinunziando a pagare l'ennesima rata del mutuo tornerà proletariato); se non li avrà, si estinguerà biologicamente.
[Estratto dal saggio: INTELLETTUARIATO. Dopo l'approvazione della Legge “Gelmini” sull'Università, il punto sullo stato dell'analisi attorno ai tagli a Formazione e Ricerca - digilander.libero.it/andreamartocchia/intellettuariato.pdf
Un versione sintetica appare sull'ultimo numero (3/2010) della rivista online MenodiZero:
www.menodizero.eu/saperepotere-analisi/137-dall-universita-dei-baroni-alluniversita-dei-padroni.html ]
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|