fonte http://www.rassegna.it/2004/speciali/articoli/1944.htm
Gli scioperi di marzo 1944 / Una testimonianza di Nella Marcellino
Quel tram per Mirafiori
di Giovanni Rispoli
Sessant’anni fa, il 1° marzo 1944, gli operai delle grandi città del Nord occupato
dai nazisti scendevano in sciopero. Le agitazioni si prolungarono per un’intera
settimana coinvolgendo, si calcola, circa mezzo milione di lavoratori. L’esito,
sotto il profilo strettamente economico, non fu positivo: le rivendicazioni non
vennero accolte, la repressione al contrario fu assai dura. Ma l’impatto
politico fu enorme: lo sciopero aveva dimostrato che le formazioni partigiane
organizzatesi in montagna non erano isolate, che le città non erano abitate
solo dalla paura e dalla rassegnazione.
Dieci anni fa, in occasione del cinquantesimo anniversario di quella lotta, e
in coincidenza con la grande manifestazione antifascista organizzata a Milano
il 25 aprile, Rassegna dedicava
il numero speciale del Primo Maggio alle lotte operaie e contadine nell’Italia
del ’43-44. Ripubblichiamo di seguito la testimonianza di Nella Marcellino, nel
secondo dopoguerra dirigente di primo piano della Cgil, nei giorni dello
sciopero, poco più che ventenne, impegnata nel triumvirato insurrezionale del
Pci piemontese.
“Tornai a Torino nel 1941. Avevo poco più di diciotto anni, il mio partito, il
partito comunista, aveva chiesto ai giovani di rientrare in Italia. Mi offrii.
A Parigi, Antonio Roasio, che era tra i dirigenti del centro estero del
partito, mi “istruì”, mi diede una valigia con doppio fondo in cui c’erano
soldi e documenti e mi incaricò di contattare Umberto Massola, inviato a
ritessere le fila dell’organizzazione per l’Alta Italia, di cui si erano perse
le tracce. “Giunsi a Torino. Vi mancavo da quando a sei anni, nel 1929, ero
espatriata clandestinamente in Francia, con mia madre, per raggiungere mio
padre, condannato dal Tribunale speciale e ripartito oltralpe tre anni prima.
Andai a vivere con la nonna e uno zio a Mirafiori, ma riuscii a rintracciare
Massola, tra mille peripezie, solo diversi mesi dopo il mio arrivo. Ricordo
ancora oggi la parola d’ordine che pronunciai per farmi riconoscere: “Ti ho
portato la bambola per Nanà”. Feci vari lavori, l’ultimo dei quali al San Paolo
di Torino, dove ero stata assunta grazie al mio diploma da ragioniera.
Abbandonai quell’impiego all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio
del 1943”.
Rassegna Quali erano i tuoi
compiti?
Marcellino Raccoglievo le
informazioni che ogni settimana, al massimo ogni dieci giorni, ci portavano le
staffette delle brigate partigiane. Le rielaboravo, quasi sempre insieme ad
Arturo Colombi, uno dei dirigenti del triumvirato, per farne delle sintesi che
inviavamo a Milano, alla direzione del Pci per l’Alta Italia. Ero anche responsabile
del comitato stampa e collaboravo naturalmente alla redazione del Grido di
Spartaco, il giornale comunista del Piemonte.
Rassegna Com’era Torino in
quei mesi? Come si viveva?
Marcellino Era una città che
lavorava essenzialmente in fabbrica; ma che, pur lavorando, non aveva più i
mezzi per nutrirsi. Il salario diminuiva, i generi di prima necessità,
zucchero, olio, farina, le cose essenziali, scarseggiavano. E al mercato nero
avevano prezzi impossibili. Andare e tornare dal lavoro era un’impresa. A causa
dei bombardamenti degli angloamericani molte famiglie erano sfollate nei paesi
intorno a Torino. Raggiungere la città significava sottoporsi a viaggi paurosi,
su treni sovraffollati che non partivano e non arrivavano mai. Le condizioni di
vita, insomma, erano terribili. Da qui le manifestazioni di protesta, la
richiesta di più salario, più viveri, di un risarcimento per le sofferenze che
si era costretti a patire. Tutto ciò provocò già nel novembre 1943 una serie di
scioperi.
Rassegna E voi come vi
muoveste?
Marcellino Comprendemmo che
era assolutamente necessario collegare questo malcontento attraverso azioni che
dessero risultati tangibili dal punto di vista delle condizioni di lavoro e
anche, evidentemente, dal punto di vista della lotta contro i nazisti e i
fascisti. Vi era però una difficoltà: lo sciopero politico era soggetto alle
leggi di guerra. Lo sciopero economico era represso, quello politico comportava
la deportazione o addirittura la fucilazione. Ciò provocò discussioni con i
rappresentanti delle forze moderate presenti nei comitati di agitazione, gli
organismi sorti nelle fabbriche, e nei Comitati di liberazione nazionale: “Per
carità – ci dicevano – non parliamo di politica, perché non si sa quel che può
accadere”. Cosa evidentemente ridicola, perché qualsiasi sciopero che tu
facessi, anche per il più piccolo aumento di salario, diventava in sé politico.
Tuttavia riuscimmo a superare questa difficoltà, cominciammo a lavorare per
unificare il movimento e arrivare a grandi scioperi di massa che volevamo
influissero sul corso della guerra, raccordandosi al movimento partigiano.
Insomma: noi non volevamo attendere, volevamo combattere. Battendo appunto le
tentazioni attesiste.
Rassegna Non c’era la
preoccupazione che rivendicazione economica e rivendicazione politica potessero
non combinarsi perfettamente?
Marcellino La gente stava
male e sentiva la necessità di difendere la propria vita. La base della
rivendicazione economica, per qualsiasi movimento si volesse mettere in piedi,
era essenziale. Non ricordo nessuno sciopero, salvo quello insurrezionale, in
cui non si sia dato tutto il peso necessario alle rivendicazioni economiche che
presentavamo ai dirigenti d’azienda. Ma la parola d’ordine contro il fascismo
veniva naturale. Perché nessuno più poteva dire che quei mali cadevano dal
cielo: quei mali erano la conseguenza dell’occupazione tedesca e della presenza
dei fascisti, che con i tedeschi collaboravano.
Rassegna Pensavate si stesse
avvicinando il momento dell’insurrezione?
Marcellino No, nel modo più
assoluto. Speravamo che alla fine del 1944 il secondo fronte venisse sfondato e
gli Alleati venissero su. Non prima. Però i rovesci dei tedeschi sul fronte
orientale contavano: Stalingrado aveva dimostrato che non erano più invincibili
e questo era molto importante. Ciò detto, lavorammo intensamente alla
preparazione dello sciopero, contattando gli operai che erano nelle fabbriche,
la gente dei rioni, e così via. Però non eravamo tanto sicuri che lo sciopero
riuscisse. La situazione era complicata, c’era paura di esporsi. All’inizio le
notizie che arrivavano erano sporadiche. In alcune fabbriche si era scioperato,
in altre gli operai erano usciti, in altre ancora la gente aveva aderito solo
parzialmente. Ma poi via via lo sciopero guadagnò forza, e si combinò anche ad
alcune azioni dei Gap, come il disarmo dei fascisti. Molti industriali misero
in ferie gli operai e chiusero la fabbrica. Tuttavia la manovra non guastò più
di tanto i nostri piani, e lo sciopero diventò di fatto generale.
Rassegna Quali furono le
caratteristiche principali di quelle giornate di lotta?
Marcellino Essenzialmente
due. La grande fabbrica scioperava, ma spesso era preceduta dalle aziende di
medie e anche piccole dimensioni. Forse perché è più facile muovere una
fabbrica di due, trecento operai che non di migliaia di persone. L’altra
caratteristica fu la combattività delle donne. Erano loro, molto spesso, che
trascinavano gli uomini.
Rassegna Come lo spieghi?
Marcellino Con il fatto che
poi, quando si usciva dal lavoro, erano loro che dovevano procurarsi il
necessario per la famiglia. In molti stabilimenti le donne sono state le vere
protagoniste, le più combattive. E poi le donne pensavano quel che han sempre
pensato le braccianti della Padana: che se si mettono davanti, è più difficile
attaccare una manifestazione.
Rassegna Cosa facesti in
quei giorni?
Marcellino Oh, ci vorrebbe
un libro solo per descrivere l’altalena delle emozioni che provai. Comunque, un
episodio lo voglio raccontare.
Era il primo giorno di sciopero, il 1° marzo. Mi trovavo in centro, all’angolo
tra Corso Vittorio Emanuele e Via S. Secondo, vicino alla stazione di Porta
Nuova, e aspettavo un tram, credo fosse l’11. Dovevo andare dalle parti della
Fiat Mirafiori. Per la precisione dovevo scendere prima di Mirafiori, su quello
che oggi si chiama Corso Unione Sovietica, allora Corso Stupinigi, all’altezza
di Corso Dante. Avevo con me dei fogli battuti a macchina, dovevo portarli in
una casa perché fossero poi ciclostilati durante la notte: si trattava di
volantini per lo sciopero.
Il tram non arrivava. Ero combattuta tra due sentimenti. Se il tram non arriva,
pensavo, vuol dire che è bloccato ai capolinea perché i tramvieri hanno
cominciato a scioperare. Oppure, l’altro sentimento, vuol dire che il tram è
bloccato al capolinea di Mirafiori perché gli operai sono usciti. E allora il
tram non solo non scende, ma non sale – molti tratti di quella linea erano
allora a binario unico, per cui prima passava un tram poi l’altro –. Finalmente
arrivò: era una di quelle vecchie vetture aperte davanti e dietro in cui i
posti a sedere consistevano in due panche l’una di fronte all’altra che
correvano lungo i fianchi della carrozza. Potevano essere le 10,30, le 11 del
mattino. Il tram era strapieno. La gente brontolava, ma non era ancora chiaro
cosa stesse avvenendo. Io poi volevo capire se lo sciopero stava riuscendo, se
le fabbriche avevano cominciato a muoversi. Avevo il cuore in gola: c’eravamo
spesi molto per la preparazione e, se fosse fallito, sarebbe stato gravissimo.
Mentre il tram andava avanti, cercavo di avvicinarmi all’uscita. Un po’ prima
dell’Ospedale Mauriziano il tram girava, e lì il binario diventava unico. Il
tramviere era pressato dalla gente, non riusciva neanche a manovrare, io gli
ero finita praticamente addosso. Lui si indispettì: “Insomma – urlò –, io così
non riesco neanche a lavorare”. E io, facendo una cosa che non avrei mai dovuto
fare, violando le più elementari regole cospirative: “Beh, lei proprio non
dovrebbe lavorare! – risposi –. Gli altri scioperano, lei fa il crumiro, si
vergogni!”. Ero furibonda. Il tramviere mi guardò esterrefatto e proseguì la
manovra. Io continuai a insultarlo: “Ma non ti vergogni – ero passata al tu –,
i tuoi compagni scioperano e tu continui a lavorare!”.
Rimase interdetto. Si fece un gran silenzio, cominciai a pensare che forse
avevo sbagliato. Il tramviere prese la curva e quando arrivò allo scambio per
mettere la vettura sulla linea di Mirafiori lo oltrepassò, ostruì la linea,
staccò la manetta e disse: “Ora basta”. E scese.
La gente era tutta lì. Allibita. Allora io salii su una delle panche e
cominciai il mio primo comizio in Italia. Tirai fuori l’elenco delle
rivendicazioni, basta con i fascisti, basta con la guerra, bisogna farla
finita. La gente mi guardava, alcuni visibilmente soddisfatti, altri impauriti,
fatto sta che cominciarono a scendere e dopo alcuni minuti il tram era vuoto.
Il tramviere era sparito con la manovella e la linea per Mirafiori era bloccata.
A quel punto cominciai a pensare che bastava che ci fossero due fascisti perché
smettessi di fare la guerra di liberazione.
Scesi dal tram. Erano rimaste meno di dieci persone, tra cui un signore
elegante, che mi si avvicinò dicendo: “Signorina, vada via, vada via subito, se
ne vada per carità!”. Lo guardai male: “Si occupi dei fatti suoi”, gli risposi.
Poi di corsa attraversai Viale Stupinigi, non c’era nessuno, andai lungo la
ferrovia, lì c’era una via molto appartata, c’è ancora, feci una corsa, mi voltai,
sempre nessuno, andai ancora avanti, entrai in un portone, guardai a destra e
sinistra, nessuno. Dopo un po’ ritornai indietro, passai alla sinistra del mio
tram, che era sempre lì, fermo, intorno il deserto, e riuscii a raggiungere le
case dei ferrovieri vicino Corso Dante. Qui, finalmente, consegnai il mio
materiale.
Mi tenni l’avventura per me: non dissi nulla né ad Arturo Colombi né a Giovanni
Nicola né a Francesco Scotti, che dirigevano in quel momento il triumvirato
insurrezionale. Stetti zitta, ne parlai solo dopo la guerra di liberazione: se
l’avessero saputo, mi avrebbero subito mandata a Milano o in qualche altra
città.
Fu una cosa in parte impulsiva, in parte dovuta al fatto che temevo davvero che
lo sciopero non riuscisse. Invece ebbe uno straordinario successo.
(Rassegna sindacale, n.14,
aprile 2004)