Forma-partito e internazionali operaie
di Domenico Moro
Premessa
L’obiettivo del presente lavoro è analizzare lo sviluppo della forma-partito nel corso delle tre Internazionali operaie. Ciò vuol dire soprattutto fare i conti col processo di evoluzione della teoria del partito, definendone il ruolo ed il posto occupato all'interno della teoria generale marxista. E' bene, quindi, delimitare i contorni dell’oggetto di studio, precisando che il suo ambito non risiede nello studio della linea politica messa in atto o teorizzata dai vari partiti storici, quanto nella forma da questi assunta per metterla in pratica. I compiti generali, il tipo di struttura, le modalità di funzionamento dell'organizzazione al suo interno e di proiezione all'esterno sono il nostro oggetto di interesse, anche se non possono essere visti in modo separato non solo dalla linea politica che vi era sottesa, ma neanche dal discorso più generale sul modo di produzione, sulla fase economica, sullo sviluppo delle ideologie, e, soprattutto, delle istituzioni statali.
La teoria del partito è andata assumendo, nell'ambito della teoria generale marxista della società, un posto di particolare rilievo nello studio dei fattori soggettivi del processo di trasformazione. Si tratta di quegli aspetti che riguardano la volontà cosciente e l'azione pratica del soggetto rivoluzionario principe, la classe operaia, che cerca di sfruttare per i propri fini i fattori oggettivi, principalmente economici, che fanno della società del capitale una realtà segnata da profonde contraddizioni con le sue crisi strutturali, il suo sviluppo diseguale, ed i suoi conflitti irriducibili e, quindi, potenzialmente trasformabile in senso socialista. Detto con semplicità il fattore soggettivo viene ad innestarsi su quello oggettivo per rendere effettivo ciò che è solo potenziale. Quanto questo inserimento sia complesso e difficile è dimostrato dall'esistenza di un dibattito controverso sulla teoria del partito, oltre che dalla contraddittoria e, per taluni versi, drammatica storia delle organizzazioni rivoluzionarie. La teoria del partito è parente stretta, per non dire figlia, della teoria marxista dello Stato, cioè di quella parte del marxismo che non solo studia lo Stato capitalistico, ma si pone anche la questione di quale tipo di Stato socialista andare a costituire. Per dirla con Gramsci, che in questo riprende il filo della riflessione leninista, il partito rivoluzionario è veramente tale in quanto si pone l'obiettivo di fondare un nuovo tipo di Stato e ne rappresenta il nucleo organizzativo fondamentale (1). Infatti, non è un caso che la prima definizione sistematica di una teoria marxista del partito, quella leninista, avvenga nel momento in cui si pone l'attualità storica della conquista del potere politico e la fondazione di un nuovo tipo di Stato.
Un’altra importante questione inerente alla teoria marxista del partito è se sia possibile ricavare dei principi di fondo sulla forma-partito o se al contrario questa debba essere vista e definita di volta in volta, a seconda del contesto e della situazione. Se è vero che il contesto storico contribuisce in modo determinante alla definizione della forma che il partito deve assumere, è, però, altrettanto vero che l'esperienza storica e l'analisi complessiva della società capitalistica permettono di individuare delle condizioni tipiche e ricorrenti, da cui ricavare indicazioni pratiche e principi organizzativi da cui non si può prescindere. La questione é proprio questa: quale lettura diamo, del nostro passato e delle tendenze future di questo modo di produzione? E, collegata a questa, un’altra domanda: quale teoria del partito andare a definire? Tale è, a mio parere, l'impostazione da dare al dibattito sul partito.
In caso contrario, cadrebbe la necessità stessa di una teoria, che si basa sulla considerazione che dalla realtà, per quanto contraddittoria e confusa sia, possono essere ricavate delle tendenze cui fare riferimento, senza però dimenticare la fase storica e le condizioni concrete in cui viviamo, dal momento che il nostro obiettivo finale non è fare della teoria fine a se stessa ma servirci di questa per "fare politica" e cioè per operare per la trasformazione dell'esistente.
La questione del partito e di una sua teoria è di attualità anche e soprattutto perché risorgono, come nel passato, in una forma che sembra quasi ciclica, le teorie che negano non solo la necessità e l’attualità di un partito politico rivoluzionario ma persino quella di un partito di massa legato alle istanze della classe lavoratrice secondo la tradizione socialdemocratica. Ne è riprova il dibattito di questo ultimo periodo sulla costruzione di un partito democratico che, fondendo cattolici e DS, liquidi la cultura socialista italiana e il legame diretto col mondo del lavoro salariato. Dall’altro lato, la polemica bertinottiana contro il comunismo novecentesco, tendente a superarne in modo acritico l’esperienza rivoluzionaria, rivela un tentativo superficiale di buttare a mare un patrimonio politico enorme.
Al contrario, il ripresentarsi in modo sempre più profondo delle contraddizioni tipiche del capitale e dell'imperialismo rendono necessario e attuale il ruolo di un moderno partito comunista, che svolga una funzione politica reale e non di pura testimonianza. Proprio per questo è fondamentale recuperare il patrimonio di esperienze e cultura politica di cui disponiamo, all'interno delle quali occupa un posto importante la storia della forma-partito nelle tre Internazionali operaie.
1. La Prima Internazionale: Marx ed Engels e la definizione degli elementi di fondo della questione del partito
Nel periodo in cui Marx ed Engels cominciarono ad elaborare la loro analisi teorica e fino a quando tale ricerca raggiunse la maturità, le forme organizzative tipiche della classe lavoratrice rimasero quelle del sindacato o trade-union, oppure dell'associazione settaria, spesso segreta, e orientata a scopi cospirativi. Il partito politico, in una forma vicina a come la intendiamo ora, cominciò a sorgere alla fine degli anni '70 del secolo scorso, contemporaneamente all'allargamento del suffragio elettorale alle masse subalterne dell'Europa centro-occidentale (2). In effetti, le insurrezioni operaie del 1848 erano state moti il più delle volte spontanei guidati da gruppi e leaders che non avvertivano la necessità di un partito permanente ed organizzato. In Inghilterra, la nazione allora economicamente più avanzata, la numerosa classe operaia era saldamente ancorata all’organizzazione delle lotte economiche e, anche quando col "cartismo"* tentò di porsi su di un terreno più politico, rimase ferma alla forma movimentistica di organizzazione.
L'Associazione internazionale degli operai, altrimenti detta Prima Internazionale, che si costituì a Londra il 28 settembre 1864, non era una confederazione di partiti, come sarà la II Internazionale, né un unico partito mondiale con proprie sezioni nei singoli paesi, come sarà la III Internazionale (Comintern). Era piuttosto un’associazione che riuniva gruppi più o meno piccoli, e persino singole personalità politiche, alquanto diversificate nella scelta degli obiettivi e nei metodi di lotta (3) e variamente rappresentative delle singole realtà nazionali. Fu in tale situazione che Marx ed Engels operarono sia con il loro contributo teorico sia con un fondamentale apporto di direzione pratico-politica, che portò alla nomina di Marx come presidente dell'Associazione.
Sebbene né in Marx né in Engels fosse presente una elaborazione teorica organica sul tema del partito, possiamo affermare che nei documenti da loro stilati e negli atti politici compiuti, spesso nel corso di asprissime polemiche interne all’Associazione, vadano individuati gli elementi di fondo di quella teoria marxista del partito che verrà sviluppata compiutamente da Lenin e poi, per quanto concerne noi italiani, da Gramsci (4).
Gli elementi principali di una teoria marxiana del partito sono riducibili a quattro. Il primo risiede nell'individuazione della classe operaia come soggetto principale dell'azione di trasformazione della società. Questa, al momento della costituzione della Associazione, non era una acquisizione teorica scontata, dal momento che a quell’epoca si faceva riferimento prevalentemente a settori piccolo borghesi, confondendo la stessa figura dell'operaio con quella dell'artigiano. Del resto, lo sviluppo della grande industria e della produzione capitalistica al di fuori dell'Inghilterra non era ancora tale, nella metà, degli anni '60 del secolo scorso [1800 ndr], da produrre su basi di massa la figura dell'operaio salariato. Fu proprio sul tema dell'individuazione della classe di riferimento dell'Internazionale nella classe operaia che maturò la scissione dei Mazziniani.
Strettamente collegata alla centralità della figura dell'operaio salariato moderno, studiata e descritta da Marx ne "II capitale", è il secondo elemento, cioè l'individuazione della lotta fra classi sociali antagonistiche, cioè con interessi opposti e inconciliabili, come motore della Storia e, quindi, come necessario punto di partenza anche nell'attività quotidiana del partito.
Il terzo elemento consiste nell’unione di teoria critica della società e movimento operaio. E’ questa una innovazione importantissima, perché, sebbene contemporaneamente a Marx e ad Engels si sviluppassero numerose teorie e concezioni spesso utopistiche sulla "società dell'avvenire", per la prima volta si cercò di collegare in modo sistematico ed organizzato classe lavoratrice e teoria generale della società. Siamo già, dunque, con un piede fuori dalla concezione del lavoratore e del suo agire esclusivamente orientati alla difesa delle proprie condizioni economiche, dal momento che una comprensione generale della società e del suo movimento implica un'azione non più limitata ad aspetti particolari della vita sociale e non circoscritta al solo momento presente. Si tratta, quindi, di predisporre l'azione collettiva di classe tenendo conto dell'insieme dei rapporti sociali, non solo economici, ma anche politici ed ideologici, che caratterizzano la società capitalistica e che possono essere descritti e spiegati solo da una teoria complessiva. E' significativa in questo senso l'affermazione di Engels secondo cui il comunismo, inteso come “movimento che tende ad abbattere lo stato di cose presenti” è il risultato dell'incontro tra teoria marxista e movimento operaio (5).
Il quarto elemento è probabilmente l’innovazione più importante a cui diede luogo Marx con l’Internazionale e discende da quelli precedenti, specialmente dal terzo. Esso consiste nella individuazione della forma che l'azione cosciente degli operai deve imprimere alla lotta di classe. Questa, se vuole superare la condizione operaia di subalternità e di sfruttamento, non può rimanere su di un terreno puramente rivendicativo, economico e parziale, ma deve portarsi su un piano più elevato perché complessivo, cioè sul terreno politico. Il conflitto di classe viene visto come lotta essenzialmente politica e la Politica è interpretata come strumento principale di liberazione della classe operaia.
Solamente a certe condizioni la lotta economica, secondo Marx, può essere un punto di partenza per sviluppare una lotta più complessiva, ossia politica. Ad esempio, una lotta per la riduzione dell'orario di lavoro limitata ad una sola fabbrica o ad un solo settore produttivo rimane sul terreno puramente economico. Quando, invece, la medesima lotta viene combattuta su un piano generale che comprende tutta la classe lavoratrice in opposizione al Capitale, coinvolgendo 1'apparato dello Stato fino a mutarne le leggi, si ha allora una lotta che è politica a tutti gli effetti (6). E’ proprio questo la politica per Marx: l'azione, in una specifica situazione temporale e sociale, tendente a modificare i rapporti di forza complessivi fra le classi, incidendo al tempo stesso sulla direzione del movimento generale della società.
Da questo concetto alla individuazione della necessità per la classe dei salariati di dotarsi di una propria organizzazione-partito il passo é veramente breve. Infatti, se la lotta di classe è essenzialmente da combattere sul terreno politico, allora la classe operaia deve organizzarsi nella forma organizzativa tipica della politica, che è il partito.
L'individuazione della necessità di quella che Marx chiama la "previous organization", ovvero l'organizzazione preliminare, a parte, della classe operaia, rompeva con una vecchia tradizione propria degli ambienti rivoluzionari dell’epoca, che vedeva nella setta cospirativa il modello organizzativo ideale. Se riferita all’impetuoso sviluppo che il movimento operaio stava ormai attraversando, la setta appariva allora come un obsoleto arnese del passato. Non era più il momento dei piccoli gruppi di adepti, che della loro separazione dalle masse facevano quasi un vanto, e che identificavano la Rivoluzione con quelli che Hobsbawm chiama i "mob", le rivolte plebee delle città non industriali (7), ma c'era bisogno di una struttura in grado di organizzare stabilmente le masse salariate, la cui esigenza di protagonismo si faceva sempre più pressante.
La "previous organization" doveva servire a condurre la lotta contro il potere collettivo delle classi dominanti, cioè contro il loro potere politico, allo scopo di conquistare il medesimo "political power" per la classe operaia stessa. Quindi la lotta doveva indirizzarsi contro la macchina dello Stato che del potere collettivo delle classi dominanti era allora, come è ancora oggi, la rappresentazione generale, mirando a sostituirla con una forma-stato di nuovo tipo, confacente agli interessi dei lavoratori (8).
Vediamo, dunque, che emerge già in Marx lo stretto legame, come dicevamo nel paragrafo precedente, tra la questione dello Stato e la questione del partito. Fu su queste due problematiche che si combatté la battaglia teorica e politica tra Marx e Bakunin, la più importante nella storia della I Internazionale, per le implicazioni teorico-strategiche che allora come oggi comporta. Secondo Bakunin la radice dello sfruttamento e dell'oppressione della classe operaia non risiedeva nel modo di produzione capitalistico ma nello Stato in quanto tale, qualunque ne fossero la forma e gli obiettivi. L’obiettivo di fondo non era dunque eliminare il contrasto tra capitale e lavoro salariato ma lo Stato tout court. Poiché il male fondamentale e' lo Stato, la classe operaia dovrebbe essere indifferente alla forma e al tipo di Stato concretamente esistente e, quindi, astenersi da ogni rapporto con la politica. Il rifiuto della politica era il nocciolo della polemica bakuniana contro Marx e logica conseguenza ne era la negazione del partito politico. L'organizzazione dell'Internazionale, secondo Bakunin, si sarebbe dovuta conformare alle sue idee sulla società del futuro, nella quale sarebbe stata assente qualunque forma di autorità. Conseguenze pratiche sul piano organizzativo erano la cessazione del funzionamento basato sull'autorità della maggioranza sulla minoranza e la più completa autonomia dei singoli e delle organizzazioni, che comportava l'autonomia delle singole sezioni nazionali dell'Internazionale (9). Tali aspetti del bakuninismo vengono individuati, criticati teoricamente e combattuti da Marx e da Engels, che in questo modo pongono mano alla definizione delle basi non solamente politiche ed ideologiche ma anche organizzative della teoria marxista del partito. Come scrisse Marx "...la storia dell'Internazionale è stata una lotta continua del Consiglio generale contro le sette e gli esperimenti dilettanteschi, che cercavano di prevalere sul movimento reale della classe operaia..." (10).
Evidentemente, però, la maturità economica e soprattutto politica della classe operaia del tempo non permise alla Prima Internazionale di arrivare a quegli obiettivi politici ed organizzativi ai quali Marx ed Engels tendevano. La vicenda della Comune di Parigi (1871), che L'Internazionale sostenne vigorosamente mediante l'impegno militante dei suoi uomini e le prese di posizione politiche dell'esecutivo guidato da Marx, portò nuova notorietà all’ Associazione, da cui derivò un rigonfiamento numerico degli aderenti, a cui però non corrispose alcuna omogeneità sul piano delle concezioni politiche di fondo. Quindi, paradossalmente fu proprio nel momento del suo massimo fulgore che le contraddizioni interne scoppiarono, portando alla crisi l'Internazionale ed all'espulsione di Bakunin e dei suoi seguaci al congresso dell’Aja (1872). L'Internazionale era però ormai giunta alla conclusione del suo percorso, e si sciolse definitivamente nel 1874, con la raccomandazione di Marx ed Engels alle varie sezioni ed ai suoi aderenti nei vari paesi di concentrare le proprie energie nella costruzione di partiti politici nazionali di massa e con l'auspicio che la prossima Internazionale sorgesse sulla base dei criteri definiti nel corso dei dieci anni di esperienza dell'Associazione internazionale degli operai (11). L'intero contributo fornito da Marx e da Engels nel corso dell'Internazionale può essere sintetizzato nella individuazione della necessità di una organizzazione che esprima l'autonomia politica della classe operaia nella lotta per la conquista del potere politico, che poi, in gran parte, viene identificato con lo Stato. Tale organizzazione viene configurata come un partito politico di masse lavoratrici salariate, che sia distinto dai vari movimenti che la realtà del capitale produce in forma spontanea, ma che al tempo stesso sorga da questi e ne tragga altrettante risorse per il proprio sviluppo. Il ruolo proprio al partito di incidenza complessiva sulla realtà politico-sociale richiede una capacità di direzione della classe, che, a sua volta, necessita preventivamente dell’unità politica ed organizzativa interna. Da quest’esigenza, sollecitata dalle condizioni reali dello scontro tra le classi, deriva l’individuazione del metodo di funzionamento del partito, sancito da alcuni principi di fondo, tra i quali i più importanti sono la subordinazione della minoranza alla maggioranza interna e dei singoli individui e delle singole organizzazioni che lo compongono alle deliberazioni dell'insieme dell'organizzazione. Questo principio si svilupperà in seguito nell’organizzazione leninista, prendendo il nome di centralismo democratico.
2. La Seconda Internazionale e la creazione dei partiti nazionali di massa
Come auspicato e previsto da Marx sulla base dello sviluppo della situazione sociale dell'Europa occidentale, a partire dagli anni '70, cominciarono a costituirsi i primi partiti operai di massa. Tra questi i più importanti erano sicuramente quello francese e soprattutto quello tedesco, su iniziativa dei quali venne fondata a Parigi nel 1889 la II Internazionale operaia, come organo di coordinamento tra i vari partiti socialisti esistenti. La socialdemocrazia tedesca, la SPD, era di gran lunga il partito più importante per forza ed autorevolezza, tanto da costituire un modello organizzativo e un punto di riferimento politico per gli altri partiti. Del resto, era verso il movimento operaio tedesco, prodotto di quello che si dimostrava come il più robusto sviluppo industriale in Europa, che Marx ed Engels avevano rivolto la loro attenzione e le loro cure, intervenendo più volte nel suo dibattito teorico e politico. Inoltre, la maggiore autorità teorica della SPD era rappresentata da Karl Kautsky, già segretario personale di Engels e curatore, dopo di lui, del lascito teorico di Marx..
Dunque, la II Internazionale ed in particolare la SPD sembravano incarnare i principi che Marx ed Engels avevano prospettato ed auspicato per la nuova internazionale ed i partiti che l'avrebbero composta. In realtà non fu precisamente così. Alle radici culturali di queste esperienze politico-organizzative non c'era il marxismo, ma una sua versione che, in definitiva, era fortemente influenzata dal determinismo - dovuto alla diffusione del darwinismo all'interno del mondo intellettuale socialdemocratico, cioè da una visione della Storia che faceva discendere l’avvento del Socialismo in modo diretto ed immediato da certe premesse di carattere economico. Secondo questa concezione, il Socialismo era il risultato naturale ed inevitabile delle tendenze presenti nel modo di produzione capitalistico (12). In tal senso, era indifferente che il Socialismo si stabilisse a seguito di un crollo repentino del sistema capitalistico e di una conseguente rottura violenta, come prevedeva Kautsky in gioventù, oppure alla fine di una evoluzione pacifica che avrebbe condotto alla prevalenza numerica del proletariato nella società e alla conquista per via elettorale della maggioranza in Parlamento dal quale poter emanare leggi dal contenuto socialista, come teorizzava il Kautsky più maturo ed "emancipato" da Marx. La comune caratterizzazione delle varie ipotesi deterministiche risiedeva nella semplificazione e nella sottovalutazione del ruolo della soggettività, cioè della volontà cosciente e, quindi, dell'organizzazione politica nel corso del processo di trasformazione sociale.
La fiducia riposta nelle forze "oggettive" dell'economia finiva per imporre un restringimento d'orizzonte all'agire politico. Questo non veniva più inteso come lotta a tutto campo per la modificazione dei rapporti di forza fra le classi, al fine di combinare azione delle masse e conquista del potere, ma come pura pratica parlamentare, nella quale non c’era ricerca di nuove ed alternative forme di potere, in quanto la democrazia veniva identificata con le forme borghesi di governo parlamentare. Da questa impostazione strategica, cioè di lungo periodo, discendeva una precisa concezione ed una certa forma organizzativa del partito politico. Il compito principale del partito non era quello di "organizzare la rivoluzione”, ma quello di organizzare se stesso "per la rivoluzione", "non di fare la rivoluzione, bensì di sfruttarla" (13). L'organizzazione e la lotta politica non erano il modo specifico delle masse per intervenire ed incidere sul corso della Storia ma lo strumento per l'attuazione delle tendenze oggettive rispecchiate dalle leggi scientifiche.
La struttura del partito veniva indirizzata unicamente alla competizione elettorale, perdendo così flessibilità e agilità tattica. Al suo interno trovava riflesso, come metodo tipico di funzionamento, la concezione parlamentare eretta a principio fondamentale della democrazia, che si sostanziava nella trasformazione degli organismi dirigenti in parlamentini, in cui operavano correnti e frazioni organizzate. In questo modo, ponendosi veti reciproci si paralizzava l’azione del partito, che, come nel caso italiano del PSI degli anni ‘20, lasciò la classe lavoratrice senza una guida sicura dinanzi all’aggressività ed alla rapidità di manovra del Fascismo.
Una conseguenza di questa situazione fu che l'ideologia e l'analisi teorica venivano a separarsi dall’agire politico, che si rendeva autonomo ed indipendente. A questa concezione dell'agire politico faceva da appendice, quasi sempre, l’affermazione della neutralità politica e l’autonomia dei sindacati dal partito, i quali, sebbene autonomi o forse proprio per questo, finirono, come avvenne nel caso della SPD, per intervenire in modo decisivo, mediante accordi con il centro del partito facente capo a Bebel, contro i tentativi della sinistra di sbloccare la situazione. L’intervento del sindacato fu risolutivo specialmente contro l’uso dello sciopero generale in chiave politica ed, infatti, lo stesso Bebel dichiarò la rinuncia dei socialdemocratici all’arma dello sciopero in caso di guerra.
Fu sempre la sinistra dell'Internazionale a tentare di rispondere all'orientamento deterministico a cui soggiaceva il movimento internazionale socialista rimettendo al centro dell’attenzione l’aspetto dell’azione soggettiva, riscoprendo l'importanza dell'intervento attivo della volontà e dell’azione nella pratica socialdemocratica.
La riscoperta della soggettività avvenne però in due modalità diverse, che comportavano differenti visioni del partito. La prima riteneva che la spontaneità espressa dalle lotte operaie potesse scuotere le forze socialdemocratiche dal proprio immobilismo, distruggendo quel conservatorismo che veniva imputato, però, non alla particolare forma partito tipica della SPD e della II Internazionale, ma alla forma partito in quanto tale. In questa ottica il partito veniva visto come qualcosa di subalterno rispetto alla spontaneità delle masse tanto che persino le battaglie inerenti alla forma od ai contenuti dell'organizzazione venivano giudicate come qualcosa di secondario se non addirittura di inutile. Si trovava su queste posizioni anche Trockij, che, infatti, vedeva il partito come un contenitore in grado di raccogliere tutte le tendenze della socialdemocrazia e, per questa ragione, si adoperò per il mantenimento dell'unità organizzativa di bolscevichi e menscevichi, le due correnti interne al POSDR (partito socialdemocratico operaio russo) (14). Sarà solamente dopo lunghe esitazioni e dopo la Rivoluzione d'Ottobre che Trockij aderirà alla concezione leninista del partito, fino ad allora da lui ritenuta un freno al processo rivoluzionario, pur conservando le sue posizioni sulle questioni dell’auto-organizzazione della classe operaia (15).
Comunque, l'esponente teorico della sinistra socialdemocratica che più coerentemente ed organicamente espresse il suo punto di vista identificando soggettività e spontaneità operaia fu Rosa Luxemburg, rivoluzionaria di origine polacca, e dirigente di primo piano della socialdemocrazia tedesca. Anche la Luxemburg muove dalla critica al "revisionismo" di Bernstein ed al centrismo di Kautsky, che, pur partendo da posizioni rivoluzionarie, proprio perché influenzato dal determinismo di matrice darwiniana, finisce per concepire il movimento del capitale come uno sviluppo lineare e senza scosse di rilievo. A questo determinismo Luxemburg oppose però un altro determinismo, anche se di tipo diverso. Partendo dalla critica alla descrizione del processo di circolazione del capitale contenuta nel II libro del Capitale di Marx, elaborò la cosiddetta "teoria del crollo", che, individuando la ragione dell'espansione e della sopravvivenza del capitalismo nella esportazione delle merci eccedenti nei paesi contadini e non capitalistici, vedeva nell'esaurirsi progressivo di questi territori sotto l'incalzare del capitalismo la causa del crollo di tutto il sistema (16).
Questa concezione del modo di produzione e conseguentemente della realtà della società del capitale introduceva una accelerazione nella concezione del processo rivoluzionario, che venne visto come più immediato e repentino, e soprattutto contribuì a diminuire l'importanza del ruolo giocato dal partito come mediazione tra crisi del capitale, presa di coscienza delle masse e azione rivoluzionaria. Al concetto marxista di "storicità” del modo di produzione Luxemburg finisce per sostituire il concetto di "crollo" del sistema. Le conseguenze di tale svista si rintracciano anche nella sottovalutazione delle capacità di ripresa del capitale non solamente sul piano economico, ma anche sul piano politico. Infatti, Luxemburg fu portata a sottovalutare la capacità di catturare il consenso delle masse da parte della democrazia borghese, che vedeva come puro parlamentarismo, e soprattutto a non elaborare alcun concetto di "egemonia” della classe operaia né la conseguente tattica delle alleanze politiche e sociali ad quella collegata, che avrebbe comportato una concezione più forte del partito, cui attribuire un ruolo più decisivo e attivo. Al contrario, nelle polemiche interne alla SPD, Rosa Luxemburg sottovalutava, con conseguenze che furono deleterie per gli sviluppi della rivoluzione in Germania, l'importanza della battaglia interna sulle questioni dell'organizzazione.
Come ricorda Paul Swezy, uno dei più importanti marxisti statunitensi, La Luxemburg e la sinistra dell'SPD nel corso dei congressi di partito si arroccarono su una difesa strenua dei principi, mentre la destra del partito badava a rinsaldare il controllo dell'organizzazione nelle proprie mani (17). La sopravvalutazione della spontaneità operaia portò la Luxemburg a identificare socialdemocrazia e movimento spontaneo delle masse, il che implicava erroneamente l'automaticità del passaggio dalla sfera economica della lotta di classe a quella politica (18). La forma specifica della lotta di classe veniva individuata nello sciopero, che, nella forma dello sciopero generale politico, era visto come il mezzo di conquista del potere per eccellenza (19). Era questa una impostazione ampiamente diffusa in diversi settori della sinistra radicale dell'epoca, e che trovava negli anarco-sindacalisti e nel francese Sorel i maggiori propugnatori (20). All'inizio del secolo tali concezioni sembrarono trovare riscontro nel forte sviluppo spontaneo delle lotte economiche e degli scioperi in diversi paesi dell'Europa occidentale, in Russia, e negli U.S.A., che però pur generando un forte timore nella borghesia dell'epoca, non trovarono un effettivo sbocco politico.
Significative furono le differenze di giudizio espresse dalla sinistra dell'Internazionale sul momento più alto di questo movimento, la rivoluzione del 1905 in Russia. Mentre Rosa Luxemburg la interpretò come la dimostrazione della forza della spontaneità del movimento e degli scioperi della classe operaia russa, Lenin ne trasse la conclusione che proprio la mancanza di un deciso ruolo di direzione da parte del partito era stata la ragione determinarne della sconfitta.
Ciò che a noi oggi importa rilevare è che il ruolo di direzione del partito veniva ignorato o ridimensionato, ed attribuito alle masse in quanto tali. Infatti, il ruolo di guida, secondo le parole di Luxemburg, va attribuito all’”Io” collettivo della classe operaia, mentre il compito del partito deve limitarsi al giusto apprezzamento delle forme di conflitto di volta in volta dominanti ed all'accentuazione del carattere rivoluzionario delle lotte (21).
La seconda forma attraverso cui avvenne la riscoperta del ruolo della soggettività nel processo di trasformazione della società fu quella che risultò vincente all'interno del movimento rivoluzionario novecentesco. Questa concezione non nega l'importanza della spontaneità dello masse, ma la inserisce nel quadro di un rapporto dialettico in cui partito e masse sono elementi inscindibili. Il suo nucleo centrale sta nella necessarietà del passaggio della classe lavoratrice da soggetto sociale-economico a soggetto politico, mediante la sua organizzazione in quanto partito, che viene così ad essere non più "strumento", in qualche modo esterno alle masse, del quale queste si "servono", ma il modo specifico in cui organizzano se stesse per la conduzione della lotta di classe. Dunque, in definitiva, la soggettività operaia, che interviene attivamente sul corso della Storia, viene ad esplicitarsi nel partito politico della classe lavoratrice.
La centralità attribuita da questa concezione al partito comportò la definizione organica - per la prima volta nella storia del marxismo - di una teoria del partito, ad opera di Lenin, durante il periodo precedente alla I Guerra Mondiale, denso di polemiche interne alla socialdemocrazia russa che avranno un riflesso anche a livello europeo, senza però riuscire ad innescare un processo di organizzazione simile a quello russo.
La concezione leninista del partito è piuttosto complessa ed articolata, ma possiamo sintetizzarla in una visione secondo cui il partito è insieme tattica e strategia, cioè capacità di praticare nel presente degli obiettivi che, inserendosi negli avvenimenti quotidiani della lotta di classe, riescano a costruire una prospettiva coerente con gli obiettivi strategici, cioè con la trasformazione della realtà in senso socialista. Incidere sulla realtà per conquistare il potere politico è questa la "missione" del partito leninista, che deve ricollegare in una lotta unitaria e complessiva tutti gli aspetti parziali della realtà sociale che le masse affrontano quotidianamente. Si é molto polemizzato sulla concezione leninista secondo la quale la coscienza di classe verrebbe portata dall'esterno alla classe operaia, attribuendole un carattere o idealista o pericolosamente tendente a realizzare un’autorità staccata ed al di sopra delle masse. E' invece genuinamente materialistica una concezione che, partendo dalle condizioni di vita delle masse e dal loro essere calate nella quotidianità dei problemi, si rende conto che spontaneamente sono sempre aspetti parziali e scollegati ad essere investiti dalle lotte e che solo il partito può ricomporre questi aspetti in una critica generale al modo di produzione ed allo Stato, che rappresenta, come rilevò Marx, il potere collettivo e perciò stesso generale della classe dominante (22).
Ricorrendo ad una metafora visiva, potremmo dire che la realtà della vita quotidiana viene vissuta e percepita dalle masse come uno specchio che cadendo si sia frammentato in numerosi pezzi. Sono questi singoli pezzi, ovvero i singoli aspetti e momenti della vita di relazione, a catturare l'attenzione degli individui e delle masse, in quanto costituiscono la base dell'esperienza individuale, contribuendo a formare le opinioni e le varie interpretazioni della vita e del mondo. La funzione del partito, nella concezione leninista, risiede nella ricomposizione di queste parzialità in una visione unitaria della realtà sociale del capitalismo, secondo il punto di vista della classe operaia, dalla quale partire per ricostruire su altre basi i rapporti sociali esistenti tra gli uomini.
Di per sé la classe operaia si mobilita per la difesa delle proprie condizioni di vita immediate, cioè agisce su di un terreno economico, sul quale opera per ottenere migliori condizioni di riproduzione in quanto forza lavoro, dunque senza negare la propria riproduzione in quanto classe subordinata. La spontaneità è certo un fattore fondamentale, senza il quale non può esistere movimento di trasformazione dell’esistente, ma su questa si deve innestare l'agire politico del partito, che modifichi i rapporti di forza complessivi a favore di tutta la classe in funzione di una lotta il cui fine è la conquista del potere. E’ lo spontaneismo, cioè la subalternità all'elemento spontaneo, la rinuncia al ruolo di direzione politica del partito, che deve essere combattuto (23).
L'agire del partito è quindi, un procedere attento ad evitare due errori opposti: l’enfasi sulla tattica, che si traduce nella subalternità all'esistente, cioè alla realtà del capitalismo, e l’enfasi sulla strategia che si traduce in semplice agitazione propagandistica degli obiettivi rivoluzionari. L’enfasi sulla tattica, sui compiti giornalieri conduce alla deviazione dell’opportunismo, mentre l’enfasi sulla strategia, sugli obiettivi finali conduce all’estremismo. Risolvere questa contraddizione, che non deriva solo da errori teorici, ma scaturisce dalla realtà di tutti i giorni degli uomini concreti, prima ancora che dalle loro convinzioni morali e concezioni ideali, richiede un partito che sappia essere soggetto politico complessivo.
Quale è, dunque, la forma organizzativa che emerge dalla riflessione e dall'esperienza leninista? E' una forma che collega l'unità organizzativa con la flessibilità operativa. La prontezza nell’inserirsi nelle contraddizioni del capitale e quindi nel movimento della realtà sociale, la capacità di costituire alleanze sociali con altre classi o settori di classe ed alleanze politiche con altri partiti richiedono una capacità di decisione e di mobilità che può essere garantita solamente da un ininterrotto processo di costruzione dell’unità interna. Questa a sua volta non può essere il risultato di una imposizione da parte di una autorità ma il prodotto di una unità di analisi e di intenti comuni.
A tal fine, in primo luogo, assistiamo da parte di Lenin alla rivalutazione dell’importanza della teoria rivoluzionaria come linguaggio comune che sia in grado di costruire attraverso l'analisi della realtà "fattuale" un punto di vista comune e sia perciò collante e strumento di unità interna. In secondo luogo abbiamo il riconoscimento dell’importanza di uno stretto legame tra singolo ed organizzazione e tra singola parte ed organizzazione complessiva, cioè tra il partito e le sue componenti ai vari livelli. La lotta all’opportunismo politico viene accompagnata dalla lotta all’opportunismo organizzativo, che si sostanzia nella autonomia delle singole sezioni che compongono il partito e nell'atteggiamento assunto da molti iscritti, che rifiutano un legame pratico più stretto della semplice adesione ideale.
Il partito non è, secondo Lenin, una semplice somma di organizzazioni, ma è "un qualcosa il massimo possibile organizzato" (24), in cui la singola parte è subalterna al tutto ed alle decisioni collettive. I singoli iscritti devono ammettere almeno un minimo d'organizzazione, non limitandosi ad aderire genericamente al partito, ma inserendosi attivamente in una delle sue organizzazioni e rifiutando il cosiddetto "anarchismo da gran signore", caratterizzato dall'insofferenza per i doveri organizzativi, perché il bolscevico, nella visione di Lenin, è "un giacobino legato all'organizzazione di classe" (25), cioè un rivoluzionario conseguente e legato alla classe attraverso la sua organizzazione politica. Questa concezione di Lenin non esclude, però, la necessità di operare delle battaglie politiche decise all’interno delle organizzazioni politiche dei lavoratori, come dimostra la storia del partito socialdemocratico operaio russo ed il rapporto tra bolscevichi e menscevichi. Infatti, l’elemento dominante è sempre quello politico. Una volta, però, che sulle linee politiche fondamentali ci sia accordo, non può esserci spazio per alcuna debolezza od allentamento organizzativo.
A grandi linee è questa la concezione della forma partito che all'indomani della rivoluzione d'Ottobre risulterà vincente, proprio in virtù dei risultati ottenuti, e che la III Internazionale cercherà di diffondere nei vari paesi dove si troverà ad operare.
3. La Terza Internazionale: il partito come moderno Anteo
La III Internazionale Comunista (I.C.), altrimenti detta Comintern, nacque in un periodo (marzo 1919) in cui la guerra civile tra Armata Rossa ed eserciti "bianchi", accompagnata e sollecitata dall'intervento militare delle potenze occidentali, ancora infuriava sul territorio russo. Le vie di comunicazione erano in larga parte inservibili e l'appello che chiamava al primo congresso dell'Internazionale poté essere diffuso solo via radio dai dirigenti bolscevichi. A questo non risposero dei partiti politici veri e propri, ma singole personalità e gruppi che non erano rappresentativi delle realtà nazionali da cui provenivano. Fu soprattutto per questa ragione che nel I Congresso si preferì non prendere alcuna decisione sulle forme organizzative, rimandando la discussione al II congresso, dove si iniziò a definire non solo la strutturazione del Comintern, ma anche il modello di partito comunista da organizzare nelle varie realtà nazionali.
Le vicende relative alla definizione di questo modello furono influenzate profondamente dal nesso che venne a stabilirsi sin da subito tra prevalenza a livello internazionale dei bolscevichi russi, loro ruolo nel Comintern e quella che, secondo le parole di Gramsci, possiamo definire "Rivoluzione in Occidente", ovvero la propagazione nell'Europa Occidentale della spinta della Rivoluzione d'Ottobre.
Alla fine del primo conflitto mondiale i dirigenti bolscevichi aspettavano con trepidazione ed anche con una certa fiducia l'affermazione della rivoluzione in altri paesi, ritenendo che il socialismo non sarebbe potuto sopravvivere a lungo in un paese arretrato come la Russia senza estendersi alle aree capitalisticamente più sviluppate dell'Europa. Nel giro di pochi anni queste aspettative furono frustrate, risolvendosi in insuccessi dagli esiti spesso sanguinosi come in Ungheria, in Italia e specialmente in Germania, paese sul quale i bolscevichi avevano riposto le maggiori speranze e dove la reazione borghese, assassinando Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, privò il nascente movimento comunista delle due uniche figure politiche di un certo rilievo internazionale che non appartenessero al partito bolscevico russo. Le ragioni di queste sconfitte vennero individuate non soltanto nella immaturità delle condizioni "oggettive" della rivoluzione ma soprattutto nella immaturità politica ed organizzativa esistente in Occidente. Qui, infatti, non esistevano partiti comunisti sperimentati e radicati nella classe operaia, e quindi veniva a mancare quel fattore soggettivo che avrebbe dovuto inserirsi nei movimenti spontanei che pure furono frequenti in tutto il periodo che intercorre tra il '19 ed il '23. Sebbene sulla spinta dell'entusiasmo per la Rivoluzione d'Ottobre sia in Europa che in Asia fossero subito sorti diversi partiti comunisti, questi spesso raccoglievano settori minoritari del movimento operaio e scontavano forti carenze nel materiale umano e politico che li componeva.
Infatti, in essi era molto forte l'influenza culturale di tendenze anarco-sindacaliste ed estremiste, che pretendevano di accelerare volontaristicamente il corso del processo rivoluzionario, senza tenere conto delle condizioni reali dello scontro politico. Ad esempio, il partito comunista tedesco (KPD- S), già al momento della sua costituzione al primo congresso, vide la forte prevalenza della componente estremista, che si oppose alla partecipazione alle elezioni ed al lavoro nei sindacati operai, mettendo in difficoltà il gruppo dirigente spartachista ed impedendo il collegamento con ampi settori della classe operaia (26).
Anche l’altra componente politico-culturale sulla cui base sorsero i partiti comunisti, quella socialdemocratica di sinistra, era in realtà distante dalla teoria e dalla pratica leninista del partito. In effetti, non poteva essere altrimenti, perché gli altri partiti non avevano fatto quel lungo percorso e quelle esperienze che avevano contribuito a formare il partito bolscevico. Questo, infatti, proprio per essere sintesi di flessibilità ed unità non poteva che essere il prodotto di una attività politico-organizzativa di lungo periodo. D’altra parte la situazione dell'epoca era caratterizzata da un crescente attivismo delle masse, esasperate dalle sofferenze della guerra. Inoltre, come abbiamo detto sopra, i dirigenti bolscevichi ritenevano indispensabile rompere l'isolamento della Russia rivoluzionaria, che con tutta probabilità sarebbe potuto risultarle fatale. Ci si trovò dunque nella necessita di forzare la situazione accelerando il processo di formazione dei partiti comunisti, mediante un intervento dall'alto e in una forma che non poteva non presentare tratti di meccanicità, in quanto basata spesso su una applicazione troppo manualistica e rigida di principi giusti.
II processo di costruzione dei partiti comunisti, secondo il modello leninista, prese quindi avvio in un quadro dai limiti piuttosto evidenti, che segnarono l’attività dell'Internazionale per un periodo che va dal II Congresso (1920), fino alla II Conferenza organizzativa (1926), durante il quale furono tentate o realizzate modifiche ed aggiustamenti tendenti ad individuare le modalità migliori di applicazione di quella forma partito alla realtà dell'Europa Occidentale. C'è, però, da dire che, pur con tutti i suoi limiti, è proprio in questa attività organizzativa che il movimento comunista internazionale raggiunse i livelli più alti di approfondimento della forma partito e che questo rende l'esperienza della III Internazionale fondamentale come punto da cui ripartire nella rielaborazione, pur nelle mutate condizioni attuali, di una teoria del partito. Del resto, se rimaniamo ai documenti che furono redatti nel periodo tra il ‘20 ed il ‘26, ci troviamo in una fase storica in cui Stalin non si è ancora posto saldamente alla testa dell'Internazionale e ben difficilmente le possono essere attribuite caratteristiche staliniste. Al contrario si tratta di documenti che in gran parte furono elaborati ed approvati collettivamente dalla vecchia dirigenza bolscevica.
Prima di passare alla teoria del partito così come emerge dal lavoro teorico-organizzativo della III Internazionale è necessario vedere la definizione della struttura complessiva di questa. Come abbiamo già detto, nel corso del II Congresso (luglio-agosto 1920) che vennero affrontati in modo deciso i problemi organizzativi. Fu Zinoviev, allora segretario dell’I.C., a proporre che la nuova Internazionale, a differenza di quella che l'aveva preceduta, si configurasse come un partito internazionale, ovvero come una organizzazione centralizzata e disciplinata della quale i singoli pc fossero le sezioni nazionali, per evitare che si ripetessero vecchi fenomeni di frazionamento interno ed indebolimento politico che avevano contributo alla degenerazione della II Internazionale (27). A questa concezione si opposero le correnti sindacaliste e di “azione diretta" prevalenti in Francia e Spagna, gli IWW americani e gli "shop stewards" britannici, che l'accusavano di dogmatismo ed opportunismo, portando avanti nei fatti una concezione di stampo anarchico dell'organizzazione rivoluzionaria e testimoniando in questo modo il carattere eterogeneo delle forze che l'Internazionale aveva raccolto al momento della sua costituzione. Quest’opposizione fu però battuta e lo Statuto approvato dal congresso rispecchiò la concezione dell'I.C. illustrata da Zinoviev e appoggiata anche da Lenin e Trockij (28). L’autorità suprema dell'I.C. era il Congresso, al quale spettava il compito di eleggere il Comitato Esecutivo (CEIC), principale organismo dirigente tra un congresso e l'altro, attraverso il quale, tranne nei casi d'emergenza, dovevano passare i rapporti tra i partiti nazionali, che, a loro volta, potevano essere ammessi nell'I.C. solamente dopo aver accettato le condizioni approvate dal congresso stesso (29).
Queste condizioni, redatte da Lenin e poi emendate, rispondevano all'esigenza di impedire che l'ingresso massiccio di elementi provenienti dalla II Internazionale, che era allora allo sbando, finisse per snaturare il carattere comunista della nuova internazionale. Tale timore era dovuto anche all’esperienza del fallimento della rivoluzione ungherese, attribuito al voltafaccia dei socialdemocratici, che avevano lasciati soli i comunisti di Bela Kun di fronte alla violenta reazione borghese (1919). I punti principali toccati dalle condizioni furono tre: l'obbligo per i comunisti di rompere con gli opportunisti e i riformisti, specialmente con quelli che avevano sostenuto la guerra, la necessità per i pc di vincolarsi alle decisioni del CEIC, e la costituzione nei pc di una struttura clandestina alla quale accompagnare un lavoro di propaganda all'interno delle forze armate borghesi della propria nazione. Sulla necessità di sollevare la questione della lotta armata alcuni delegati avanzarono dei dubbi, ai quali rispose Zinoviev, che, come il resto della dirigenza bolscevica, era convinto dell’imminente passaggio della lotta di classe alla fase della guerra civile, come sembravano confermare gli sviluppi che erano allora in corso in diversi paesi. Stabilito che l'I.C. era un partito internazionale che aveva le sue articolazioni organizzative nei singoli pc nazionali, rimaneva da definire la forma che questi ultimi avrebbero assunto.
Per rendere più comprensibile quale fosse la natura della forma partito che emergeva dai documenti dell'I.C., è preferibile suddividere questi in quattro aree problematiche, che rappresentino gli ambiti principali, e che sono rispettivamente: i compiti generali, la struttura, il funzionamento all'interno e verso l'esterno. Questo tipo di suddivisione può corrispondere, in qualche modo, anche allo sviluppo storico del dibattito, visto che, ovviamente, furono definiti prima i compiti ed il ruolo dei pc e successivamente vennero precisati struttura e metodi di funzionamento all’interno e verso l’esterno, in un tentativo di adattarli ai mutamenti della fase politica e prendendo spunto dai successi o dagli insuccessi riscossi dall’azione dei pc. Nelle "Tesi sul ruolo dei pc", approvate dal II Congresso, è preoccupazione dei rappresentanti bolscevichi ribadire la necessità di un partito fortemente organizzato, nonostante l’esperienza negativa della II Internazionale, da cui originava lo scetticismo verso la forma partito in quanto tale, ampiamente diffuso in alcune organizzazioni come gli IWW e la KAPD. Infatti, come dicono le "Tesi", in linea con l'elaborazione marx-engelsiana, se la lotta di classe è una lotta politica e se questa si concretizza nella lotta per la conquista e l'esercizio del potere, il partito politico è l’unica forma nella quale la classe operaia può riconoscersi e senza la quale nessuna rivoluzione è possibile. Inoltre, non è possibile identificare classe e partito, perché mentre la classe, in certe fasi, può ospitare in sé elementi non solo riformisti ma persino reazionari, il partito è il settore della classe che, avendo maturato una chiara coscienza socialista, lotta per i suoi interessi complessivi e con una visione totale del corso della storia. Da queste considerazioni deriva il compito principale del partito: essere centro di coordinamento e di guida per l'insieme della classe operaia.
Sebbene la rivoluzione russa abbia introdotto una nuova suddivisione organizzativa del movimento operaio basata su partito, soviet e sindacato, il ruolo principale appartiene al partito, di cui non è ammissibile alcuna subalternità ai soviet, che in quanto tali potrebbero essere ostili al partito e persino appoggiare gli agenti della borghesia, come in effetti avvenne in Germania nel '19. Dopo la presa del potere, l'importanza del partito, anziché diminuire, si accresce e in tutti i campi della lotta di classe e della vita sociale ha l’ultima parola.
La necessità dei dirigenti bolscevichi di lottare contro le tendenze anarchiche ed estremistiche è testimoniata dai contenuti delle "Tesi sui pc ed il parlamento", approvate sempre dal II Congresso, introdotte da Trockij e redatte da Bucharin (30). Da una parte si ribadisce che il Parlamento, essendo uno strumento del regime borghese, non può diventare la forma del governo proletario, che deve escogitare la propria forma di organizzazione statale. Dall’altra parte si rileva la necessità di assicurarsi tutte le posizioni legali, da utilizzare come centri ausiliari della propria attività, tra i quali è certamente da considerare il parlamento. Per questa ragione la presenza o meno dei comunisti in esso dipende dalle condizioni esistenti e l’antiparlamentarismo di principio e' sbagliato, in quanto si collega ad una idea del partito visto come un sistema decentrato di gruppi debolmente connessi. Proprio per mantenere la coesione unitaria del partito il gruppo parlamentare deve essere sottoposto al controllo assoluto e diretto del partito attraverso il suo comitato centrale (C.C.), abolendo la tradizione secondointernazionalista che garantiva ai gruppi parlamentari una forte autonomia e, di fatto, il predominio nel processo decisionale.
Le "Tesi sul rapporto tra pc e parlamenti" ricalcano in grossa parte le argomentazioni che Lenin svolse nel suo pamphlet, l’"Estremismo malattia infantile del comunismo" (1920), rivolto contro gli elementi estremisti dell'Internazionale, specialmente contro i "sinistri" del partito tedesco, che rigettavano qualsiasi possibilità di partecipazione ai parlamenti borghesi. Se è vero che il parlamentarismo borghese è superato storicamente, è questo il ragionamento di Lenin, cioè se è vero che l'esperienza del proletariato russo ha dimostrato la possibilità di forme di governo più avanzate, questo non significa che il parlamentarismo sia superato politicamente, cioè che in determinate condizioni lo sia. La tattica rivoluzionaria non può fondarsi unicamente sullo spirito rivoluzionario, continua Lenin, ma deve fondarsi sul calcolo obiettivo di tutte le forze di classe operanti nella formazione economico-sociale e nello Stato dove si opera. Il punto, dunque, non è sapere se il parlamentarismo è superato per i comunisti, ma se lo è per le masse. Nel caso in cui non lo sia, bisogna combinare l’azione delle masse al di fuori con quella all’interno del parlamento, per sviluppare l'azione rivoluzionaria. Quindi, la critica non va rivolta verso il lavoro parlamentare, ma verso quei capi che non intendono o non sanno realizzare questo collegamento (31).
La definizione del ruolo e dei compiti generali del partito venne ripresa nel V Plenum del CEIC (aprile 1925), quando furono approvate le "Tesi sulla bolscevizzazione dei pc". Il processo di bolscevizzazione fu intrapreso dall’Internazionale nel momento di riflusso dell'ondata rivoluzionaria in Occidente, dopo che i vari tentativi insurrezionali, successivi al II Congresso dell’I.C., trovarono ancora esito negativo e nel momento in cui le società capitalistiche sembrarono essere giunte ad una relativa stabilizzazione sul piano economico e politico.
Si cercava di approfittare, dunque, di questa fase di rallentamento del processo rivoluzionario per rimettere mano alle basi costitutive dei pc, anche in considerazione del fatto che, come notava Zinoviev, spesso il partito comunista non coincide immediatamente con il partito bolscevico e che molte sezioni del Comintern devono ancora completare il passaggio da socialdemocrazie di sinistra o dall'ideologia anarcosindacalista al comunismo autentico. La bolscevizzazione non deve però avvenire, si avverte nelle "Tesi", attraverso una meccanica trasposizione dell'esperienza bolscevica ai pc dei paesi occidentali che devono invece applicare il leninismo alla situazione concreta del loro paese (32). In realtà, nonostante gli estensori dei documenti del Comintern riconoscessero le difficoltà che nascevano dalla fretta con cui questi erano elaborati e si cercava di renderli operativi, non poterono essere evitati tratti di meccanicismo anche sulla questione della struttura che i pc avrebbero dovuto assumere.
Nel III Congresso si affrontò questo tema con delle tesi (33), che nel successivo IV congresso vennero giudicate da Lenin ottime ma troppo "russe", in quanto troppo influenzate dall'esperienza sovietica e poco comprensibili ed applicabili da parte dei comunisti non russi. Lenin aggiungeva, inoltre, che i rivoluzionari in Occidente non dovevano studiare, come facevano i russi, soltanto “…nel senso generale della parola. Essi debbono studiare in senso particolare, per comprendere veramente l’organizzazione, la struttura, il metodo ed il contenuto del lavoro rivoluzionario.” (34)( )Con ciò Lenin intendeva sollecitare ad una analisi “concreta della situazione concreta”, cioè a svolgere una ricognizione ed uno studio delle particolarità e delle caratteristiche specifiche delle società occidentali, che, a causa del più antico sviluppo dei rapporti economici capitalistici e del conseguente maggiore radicamento della borghesia nel tessuto della società civile rappresentavano realtà più complesse che meno facilmente si prestavano all'azione dei rivoluzionari. In questo senso anche l'organizzazione dei pc doveva tenere conto di queste particolarità e strutturarsi di conseguenza. Queste argomentazioni di Lenin ebbero un grande influsso su Gramsci, che era presente al IV congresso nella delegazione italiana e, di conseguenza, sul carattere specifico con cui avvenne la bolscevizzazione del partito italiano. Nelle Tesi di Lione del 1926 (III Congresso del Partito Comunista d’Italia) elabora un’analisi specifica della situazione e delle prospettive della rivoluzione italiana, collegando a queste una forma partito che coniugava insieme partito di quadri e partito di massa.
Il partito viene visto da Gramsci come elemento centrale in un percorso di alleanze sociali e politiche, che preludeva già alla costruzione del blocco storico e alla teoria dell'egemonia, anche queste in gran parte sviluppi originali, in quanto appropriati alla situazione dell'Occidente, di elementi già presenti nella teoria politica leninista (35). Quindi, a differenza di quanto accadde in altri paesi, in Italia il partito comunista si caratterizzò per il continuo sforzo di adeguare i principi alle esigenze dell'azione politica, il cui canone principale era di non isolarsi mai dalle masse e di non accontentarsi né delle formule dogmatiche della propaganda né dell'attesa passiva degli eventi, ma di cambiare il corso di questi, sforzandosi di interpretare le aspirazioni delle masse popolari e di farsi portatori delle loro rivendicazioni (36). La definitiva affermazione del regime fascista e la conseguente messa fuori legge del PCd’I (1926), che comportò anche il definitivo arresto di Gramsci, interruppero il processo di costrizione del partito comunista in Italia. Malgrado ciò, dal momento che l’opera di Gramsci aveva gettato le basi per la costruzione di un nuovo quadro dirigente, che completò la propria formazione nelle lotte contro il nazi-fascismo in Europa ed in Italia, Togliatti poté cogliere i frutti di questo lavoro costituendo, a guerra finita, il cosiddetto "partito nuovo". Questo può essere considerato, per molti aspetti, il risultato più maturo, sebbene postumo dell'esperienza della III Internazionale.
La struttura dei partiti comunisti era pensata in modo da rispecchiare fedelmente l'assetto della classe operaia nella società, corrispondendo alla struttura del sistema produttivo. Infatti, il processo rivoluzionario richiedeva la mobilitazione di gran parte della classe operaia e soprattutto l'esistenza di un collegamento diretto tra questa ed il partito per realizzare una vera e propria direzione politica di massa. Come avevano dimostrato i fallimenti avvenuti in Italia, durante l'occupazione delle fabbriche (1920), ed in Germania, in occasione dell’"azione di marzo" (1921), non era possibile realizzare, questo collegamento politico senza dargli gambe organizzative, cioè senza che il partito estendesse la sua struttura alle fabbriche. Per realizzare questo obiettivo si decise di sostituire con le cellule di fabbrica le sezioni territoriali, che venivano giudicate come un residuo della pratica socialdemocratica tesa unicamente a raccogliere voti.
Tale trasformazione era uno degli elementi principali su cui si doveva fondare la bolscevizzazione dei pc. Furono però sollevate delle perplessità sull'efficacia e sulla praticabilità di questa misura, specialmente da parte dei francesi, che denunciarono a causa di questa innovazione una sensibile flessione nel numero degli iscritti. Pertanto si decise di mantenere anche le cellule di strada accanto alle cellule di fabbrica. Fu comunque garantita la prevalenza delle seconde e soprattutto la presenza operaia nelle strutture dirigenti del partito attraverso norme che prevedevano che la maggioranza dei direttivi delle zone fosse composta da operai industriali (37).
Compito delle cellule di fabbrica era intervenire in tutte le vertenze ed in tutte le rivendicazioni delle masse lavoratrici, allargando il movimento e spiegando ai lavoratori le conseguenze politiche della lotta per indirizzarli verso un orizzonte più ampio (38). La questione delle cellule di fabbrica dimostrava la tendenza dell'Internazionale a trasferire in modo eccessivamente meccanico l'esperienza russa ai pc occidentali, ma nello stesso tempo denotava una corretta impostazione che individuava la necessità del radicamento dei pc nel tessuto vivo della classe, che rimase una delle preoccupazioni fondamentali del Comintern per tutta la durata della sua esistenza.
Come abbiamo detto, l'I.C. era un partito internazionale le cui decisioni-erano vincolanti per i pc che ne costituivano le sezioni nazionali, e che, a loro volta, nella propria struttura interna rispecchiavano quella dell'Internazionale. Organismo dirigente principale, al quale era demandata l'elaborazione generale della linea e dell'indirizzo politico per il singolo paese era il Comitato Centrale (CC), composto da circa 25 membri, che eleggeva al suo interno un politbureau ed un orgbureau per il lavoro corrente del "centro", cioè degli organismi centrali di direzione. Il CC, inoltre, poteva eleggere un Esecutivo o Comitato ristretto i cui membri dovevano far parte del politbureau ed uno almeno dell'orgbureau (39). E’ da notare la grande importanza attribuita, coerentemente con la tradizione e lo stile di lavoro bolscevico, alle questioni organizzative, che portarono alla costituzione di un organismo apposito, 1'orgbureau , che aveva il compito di controllare l'organizzazione di partito. E’ però da notare anche che l’aspetto politico delle questioni prevaleva sempre su quello organizzativo, dirigendolo, e che l’esecuzione tecnica dei provvedimenti era subordinata alla direzione politica. Infatti, il politbureau aveva il potere di annullare le decisioni dell’orgbureau, a cui era invece sottoposto l'ufficio organizzativo, composto da funzionari pagati ed esclusivamente tecnico.
Una grossa rilevanza acquistava all'interno della strutturazione del partito l'organizzazione clandestina, la cui costituzione, come abbiamo visto, era un obbligo statutario per i partiti appartenenti al Comintern. L’I.C. metteva in guardia i pc sia dalla tendenza a considerare come permanente la condizione di legalità sia, nel caso dei pc clandestini, a non scordare di sfruttare le possibilità offerte dal lavoro legale. In ogni caso ciò che si tendeva ad evitare era la creazione di una struttura clandestina separata dal resto del partito, mantenendo contemporaneamente sia la struttura legale che quella clandestina sotto la direzione dello stesso CC (40). Allo stesso modo si ricordava di non confondere la ferrea disciplina necessaria ad un partito clandestino con la burocratizzazione. Anche in condizioni estreme d’illegalità esisteva la possibilità del mantenimento di un minimo di democrazia di partito, senza la quale si sarebbero determinati l’isolamento dalle masse e la trasformazione del partito in una setta di cospiratori (41).
La struttura di un pc, in condizioni di legalità, doveva, quindi, essere quella di un partito di massa, cioè di un partito che influisse su larghi strati della classe operaia, che ne organizzasse una parte consistente e che riuscisse a raccogliere attorno a sé ed alla classe operaia i suoi alleati. Se i quadri erano fondamentali per attuare questi obiettivi, non potevano però esaurire da soli la struttura del partito che, se troppo ristretta numericamente, avrebbe impedito di avere le basi sufficienti a mobilitare ed influenzare la maggioranza della classe operaia (42). Partito di massa non doveva voler dire perciò solamente avere un partito con molti iscritti ma anche che questi partecipassero attivamente al lavoro collettivo. Il modello leninista viene così aggiornato, passando da partito di quadri a partito di massa, e sviluppando le potenzialità presenti nell'originale, come era stato prospettato dallo stesso Lenin, dopo la Rivoluzione d'Ottobre. Tale mutamento dipendeva non solamente dalle ragioni di strategia politica che abbiamo spiegate e dal fatto che in Russia, come in molti paesi occidentali, non si era più in una situazione di clandestinità, che ovviamente costringeva a ridurre e a selezionare rigidamente i propri ranghi, ma era dovuto soprattutto a importanti modificazioni nella composizione della classe operaia. Infatti, il partito di quadri era legato al predominio della figura dell'operaio professionale, che conservava parte dell'autonomia dell'artigiano nel processo produttivo. Al contrario, il partito di massa affondava le sue radici nell’avvento della figura dell'operaio-massa, dequalificato e subalterno al sistema delle macchine, prodotto dalle trasformazioni dell'industria iniziate negli anni '20 e '30 e che vanno sotto il nome di fordismo.
II partito di massa trovò applicazione, nel periodo di sviluppo della III Internazionale tra le due guerra mondiali, soprattutto in Germania ed in Francia. Fu specialmente in quest’ultimo Paese che si venne a realizzare nel periodo del "fronte popolare", durante la metà degli anni '30, un vero e proprio partito comunista di massa. Il PCF aveva circa mezzo milione di iscritti, una stampa popolare largamente diffusa ed un robusto radicamento tra la classe operaia delle fabbriche. A questo rafforzamento organizzativo corrisposero un forte incremento elettorale, la capacità di influenzare le decisioni del governo di Leon Blum e l’impedimento dell'affermazione annunciata del fascismo in Francia (43). Il metodo previsto per il funzionamento dei pc si fondava sul cosiddetto "centralismo democratico", che rispecchiava il funzionamento del partito bolscevico ed era coerente con l'esigenza di centralizzazione e costruzione dell’unità interna che originava dalle concezioni di Marx ed Engels. L'applicazione del metodo del centralismo democratico era ritenuta così importante che una delle 21 condizioni che regolavano l'ammissione alla III Internazionale ne prevedeva l'adozione obbligatoria. Il centralismo democratico si fondava essenzialmente sull’elezione degli organismi dirigenti di partito nelle assemblee degli iscritti, e sul riconoscimento che le decisioni dell'organismo superiore erano vincolanti per l'organismo inferiore. Infatti, le discussioni dovevano essere portate avanti finché l’organismo apposito non avesse deciso, dopodiché le risoluzioni dovevano valere per tutti ed essere eseguite incondizionatamente anche nel caso in cui ci fosse stata una minoranza di iscritti in disaccordo (44). In ogni caso le divergenze andavano risolte in anticipo, ed all'esterno i singoli membri del partito erano tenuti ad agire come membri di una organizzazione militante, cioè in modo compatto.
Il principio di fondo consisteva nella subordinazione della minoranza alle decisioni della maggioranza, che però poteva mutare e ritrovarsi minoranza nel corso del congresso successivo. Rendendosi conto delle difficoltà ed anche dei possibili inconvenienti insiti nell’applicazione di questo modello, l’IC ricordava che il centralismo democratico si sostanziava nella sintesi di centralismo e democrazia proletaria, realizzabile solamente mediante un lavoro politico-organizzativo continuo, che prevedesse il coinvolgimento nelle decisioni del maggior numero possibile di iscritti. Infatti, questo metodo non doveva tradursi in una applicazione meccanica di indicazioni provenienti dal "centro" del partito, ma in una direzione che fosse insieme forte, battagliera e anche flessibile. Ciò era possibile, ricordava il Comintern, solamente nella misura in cui non sussistesse un dualismo tra burocrazia e base, fondata - come avveniva tra i vecchi partiti socialdemocratici sulla divisione tra funzionari attivi e masse passive. La centralizzazione doveva, perciò, risultare con chiarezza agli occhi degli iscritti come una necessità derivante dalla esigenza, dovuta alle condizioni della lotta di classe, di consolidare e rafforzare la capacità di lotta di tutto il partito (45). Sin dai primi documenti l’attenzione della III Internazionale era rivolta all'esterno, cioè alla conquista di quelle masse che sono il fine ed il mezzo dell'azione rivoluzionaria. Per questa ragione uno degli aspetti più trattati fu quello che possiamo definire come il funzionamento “verso l'esterno”, ovvero la capacità di proiezione e di influenza al di fuori della struttura del partito. Due erano gli strumenti organizzativi più indicati a questo scopo: l'agit-prop e le organizzazioni di massa esterne al partito.
Ad ogni sezione nazionale del Comintern era fatto obbligo di avere una commissione specificatamente dedicata al lavoro di agitazione e propaganda, che doveva essere replicata ad ogni livello locale del partito. La commissione, che avrebbe dovuto elaborare un piano di lavoro da sottoporre all'approvazione del CC, doveva comporsi di militanti rappresentativi delle principali istanze di lavoro del partito (donne, giovani, sindacato, ecc.). Le principali sfere d'attività' erano: il lavoro di diffusione tra le masse del programma, delle proposte e degli obiettivi del partito, la stampa politica periodica e il lavoro di istruzione politico-ideologico.
Quest’ultimo compito, a differenza dei primi due, era rivolto all'interno del partito, verso i propri militanti, e testimoniava, da una parte, la grande importanza che il partito attribuiva alla formazione politica e, dall'altra, l'individuazione del nesso esistente tra educazione politica e capacità di intervento all'esterno del partito (46).
Scopo principale della bolscevizzazione dei pc era applicare la linea che prevedeva la parola d’ordine "alle masse", visto che, come si diceva nelle ”Tesi sulla bolscevizzazione”: “Un bolscevico è soprattutto un uomo delle masse” (47). Se bisognava andare verso la classe ci si doveva dirigere dove questa stava. La principale organizzazione di massa del proletariato era il sindacato, verso il quale, quindi, furono indirizzati i maggiori sforzi di propaganda e di agitazione politica dei pc. Proprio per assolvere efficacemente a questo compito, all’interno di tutti i partiti venne formalizzato un ufficio specificatamente addetto alle questioni sindacali, che acquisì ben presto una rilevanza fondamentale. L'Ufficio Sindacale raccoglieva materiale ed informazioni, formulava la linea da seguire e controllava che questa venisse eseguita (48).
La principale articolazione organizzativa dei pc all'interno dei sindacati era la “frazione” a cui era tenuto ad appartenere ogni comunista presente nel sindacato, e che aveva il compito di portare la maggioranza degli iscritti sotto la propria influenza. La frazione non era interna all'organizzazione del partito ma era sottoposta al controllo dell'organismo dirigente locale che gli corrispondeva e che poteva annullarne le decisioni. Questo con l’evidente proposito di non creare un partito nel partito, salvaguardando il corretto funzionamento degli organismi dirigenti esistenti. L'obiettivo principale di questo tipo di organizzazione era dare una linea unitaria ai comunisti presenti nei sindacati ed applicarla efficacemente. Pertanto, si prevedeva l'esistenza di coordinamenti appositi tra i comunisti appartenenti a sindacati diversi e, quindi, anche a frazioni diverse. Anche i congressi sindacali venivano preparati con accuratezza e in modo organizzato, eleggendo un bureau che sotto il controllo del comitato di partito corrispondente seguiva il lavoro dei comunisti partecipanti (49).
Abbiamo visto, quindi, che le specifiche soluzioni organizzative adottate e la forma di massa assunta dal partito erano rivolte a garantire il maggior radicamento possibile all'interno del tessuto di classe. Questo, perché detto con una metafora, il partito comunista sembra avere caratteristiche simili al gigante della mitologia greca Anteo, figlio della Terra, che, se battuto, recuperava immediatamente tutte le sue forze mediante il semplice contatto con il suolo terrestre. Il partito è dunque un moderno Anteo: solo il continuo contatto attraverso le sue radici, l'organizzazione, con il suo terreno, la classe, gli da forza e gli permette, se sconfitto, di rialzarsi e riprendere la lotta. Al contrario, come successe ad Anteo, che sollevato da terra da Ercole fu facilmente battuto, se il partito si stacca dalla classe, diventa un organismo debole e destinato a non avere ruolo ed incidenza reale.
La storia dell'Internazionale può essere letta, dal punto di vista della forma partito, come il tentativo di individuare l’organizzazione più adatta alle condizioni della lotta di classe in Occidente. Infatti, partendo dall’esperienza russa, si cercò di trovare le soluzioni confacenti ad una realtà sociale diversa e più complessa. Non sempre questo fu possibile, per le ragioni che abbiamo cercato di spiegare. Inoltre, non fu sempre possibile creare un nucleo dirigente affiatato e compatto, come accadde in Germania, dove il partito fu continuamente scosso da aspri contrasti interni, fino alla sua distruzione ad opera dei nazisti. Fu proprio l'avvento del fascismo e del nazismo, insieme allo scoppio della guerra, ad interrompere lo sviluppo dei pc di massa, che sarebbe ripreso, specialmente in Francia ed in Italia. All’indomani della fine della II Guerra Mondiale. Questa ripresa affondava le sue radici nel lavoro politico e teorico della III Internazionale, anche se percorse, a seconda dei casi, strade distinte ed ebbe esiti differenti. Ma questa è un’altra storia.
Conclusioni
La storia delle tre internazionali è stata contrassegnata dall’affermazione e dallo sviluppo del partito come espressione più alta e completa degli interessi della classe lavoratrice. Tale processo, come abbiamo visto, non è avvenuto in forma piana e lineare, bensì è stato caratterizzato da svolte improvvise e aspri scontri di carattere politico-ideologico. Va inoltre notato che, in concomitanza con i periodi di crisi del movimento operaio, dovuti a gravi sconfitte o a profonde trasformazioni del tessuto produttivo e sociale, si è quasi sempre rimessa in discussione la necessità e la validità del partito politico in quanto tale. Così è avvenuto, ad esempio, dopo la fine della Comune di Parigi, dopo lo sfaldamento della II Internazionale di fronte allo scoppio del primo conflitto mondiale e, più recentemente, in occasione del "crollo dei paesi dell'Est".
La sfiducia delle masse seguita a queste sconfitte e lo scollamento, prodotto da importanti trasformazioni, tra i partiti esistenti e la realtà sociale hanno spesso determinato un allontanamento dalla politica e addirittura dalla forma/partitica di espressione della volontà popolare.
Se prestiamo attenzione alle vicende storiche notiamo che alla crisi dei partiti di massa operai ha fatto riscontro, in modo ricorrente, l'affermazione, da una parte, di organizzazioni basate su contenuti irrazionalistici, autoritari e corporativi e, dall'altra, di dimensioni sociali o "comunitarie" di vario genere, che danno l’impressione di rispondere meglio alle inquietudini sociali. Nel primo tipo rientrano fenomeni politici dove prevale la figura del "capo" carismatico come il fascismo, o, più recentemente, come la Lega, e, per certi versi, fenomeni extrapolitici come lo sviluppo di tendenze mistiche, proprie, ad esempio, delle sette religiose.
La seconda tipologia è molto spesso di segno politico opposto alla precedente, basandosi su concetti quali il solidarismo e l'impegno personale nel sociale. Appartiene a questa categoria un’insieme piuttosto variegato di esperienze associazionistiche e movimentistiche, che sorgono da esigenze giuste, spesso dalla incapacità del partito di offrire ipotesi e stili di vita apprezzabili, ma che, se rimangono chiuse in se stesse, non riescono a darsi una prospettiva di ampio respiro e cadono nel particolarismo. Sebbene si tratti di forme molto diverse e con esiti culturali e politici molto differenti, hanno tutte la comune caratteristica di non avere fiducia nell’azione politica delle masse e nella forma-partito di organizzazione.
Sul piano storico, non sono state queste le uniche risposte alla crisi che è possibile riscontrare. Si è assistito anche a reazioni di diverso segno, che cercavano di superare le difficoltà, rifiutando di buttare a mare il partito ed elaborandone anzi forme più avanzate perfezionate, che consentissero di dare risposte originali a situazioni inedite. Così è avvenuto in Russia, in seguito al fallimento della rivoluzione del 1905, quando si avviò la costruzione del partito bolscevico, ed in Italia, quando, dopo l’insuccesso del movimento delle occupazioni delle fabbriche, si costituì il Partito comunista d'Italia e quando, più tardi, venne costituito il "partito nuovo" togliattiano.
Anche oggi, a seguito di una sconfitta di grossa portata, siamo un’altra volta nella condizione di dover ricostruire una forma-partito nuova, che sappia offrire una nuova sintesi delle problematiche che lo sviluppo della storia ci presenta, ricostruendo un legame tra individuo, classe ed organizzazione politica. E', però, possibile fare ciò solo ripartendo dai punti più alti raggiunti dallo sviluppo dell’organizzazione politica ed evitando il classico errore di "gettare il bambino insieme all'acqua sporca". Non è, infatti, possibile fondare originalità e novità sul nulla, bensì è necessario radicarle nell’esperienza accumulata e criticamente rielaborata.
Nota bibliografica
1) A.Gramsci, Note sul Machiavelli sulla politica e sullo stato moderno, Einaudi, Torino 1949, pp. 20-27.
2) v. D.Losurdo, Democrazia e Bonapartismo, Bollati-Boringhieri, Milano 1994.
3) v. G.M.Bravo, Marx e la I Internazionale, Laterza, Bari 1973.
4) v. L.Gruppi, "La concezione leninista del partito", in Aa.Vv., Storia del marxismo contemporaneo, vol.V, Feltrinelli, Milano 1979.
5) v. F.Engels, II socialismo dall'utopia alla scienza, Newton Compton editori, Roma 1977.
6) v. R.Landor, "Interview with Karl Marx, head of The Internationale" in New York World, 18 luglio 1871.
7) v. E.Hobsbawn, I ribelli, Einaudi, Torino 1978.
8) v. K.Marx, "Lettera a Bolte del 29/XI/1871" in K.Marx, L'Internazionale operaia, Editori Riuniti, Roma 1993.
9) v. F.Engels, "Lettera a Cuno del 24/1/1872" in K.Marx, ibidem.
10) K.Marx, "Lettera a Bolte del 29/XI/1871" in K.Marx, ibidem, pp.59-60.
11) v. F.Engels, "Lettera a Sorge del 12/IX/1874" in K.Marx, ibidem.
12) R.J. Geary, "Difesa e deformazione del marxismo in Kautsky" in Aa.Vv., op.cit., voi.I, pp.142-149.
13) M.L. Salvadori, "La concezione del processo rivoluzionario in Karl Kautsky (1891-1922)”, ibidem, p.37.
14) v. J.J. Marie "La Rivoluzione russa in Trockij", pp. 5-15 in Storia del marxismo contemporaneo, in AA.W., op.cit., voi.III.
15) v. E. Mandel "democrazia e Socialismo in U.R.S.S. in Trockij", pp. 67-71, ibidem.
16) v. R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1974.
17) v. P.M. Sweezy, "Introduzione", in ibidem.
18) R. Luxemburg, "Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa" in R. Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1976, p.223.
19) R. Luxemburg, "Sciopero generale, partito e sindacati", ibidem, p.327.
20) v. G.Sorel, Scritti politici e filosofici, Einaudi, Torino 1975.
21) R. Luxemburg, "Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa" in R. Luxemburg, Scritti politici, op. cit., pp. 226 e 236.
22) Lenin, "Che fare?", in Lenin/Trockij/Luxemburg, Rivoluzione e polemica sul partito, Newton Compton Editori, Roma 1976, p.113.
23) Ibidem, pp.67-90.
24) Lenin, Un passo avanti e due indietro, Editori Riuniti, Roma 1975, p.45.
25) Ibidem, p.91.
26) P. Brouè, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, T-'tino 1977, pp.206-216.
27) v."Tesi sul ruolo del pc nella rivoluzione proletaria approvate dal II congresso del Comintern", in J.Degras, Storia dell'Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, tomo I, Feltrinelli, Milano 1975.
28) v. "Statuto dell'I.C. approvato dal II congresso", ibidem.
29) v. "Condizioni per l'ammissione all'I.C. approvate dal II congresso", ibidem.
30) v. "Tesi sui partiti comunisti ed il parlamento approvate dal II congresso del Comintern", ibidem.
31) Lenin, L'estremismo malattia infantile del comunismo, Editori Riuniti, Roma 1974, pp.81-98.
32) v. "Tesi sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti approvate dal V Plenum del CEIC (aprile 1925)", in J.Degras, op.cit., tomo II.
33) v."Tesi sulla struttura dei pc e sui metodi e il contenuto del loro lavoro approvate dal III Congresso del Comintern (12/7/1921)", in J.Degras, op.cit., tomo I.
34) Lenin, Opere, voi.XXXIII, Editori Riuniti, Ro.ua 1967, pp.195-397.
35) A. Gramsci, "Tesi di Lione" in La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino 1978, pp.488-513.
36) P. Togliatti, II partito comunista, Editori Riuniti, Roma 1997, pp.53-54.
37) v. "Risoluzione sulle cellule di fabbrica e di strada approvata dalla II Conferenza Organizzativa dell'IC e ratificata dall'Orgbureau del CEIC (26/3/1926)", in J. Degras, op.cit., tomo II.
38) v."Risoluzione del CEIC in merito all'organizzazione delle cellule di fabbrica (21/1/1924)", ibidem.
39) v."Norme sulla struttura organizzativa dei pc approvate dall'orgbureau del CEIC (4/5/1925)", ibidem.
40) v. "Tesi sulla struttura dei pc e sui metodi e il contenuto del loro lavoro approvate dal III Congresso del Comintern 12/7/1921)", in J. Degras, op. cit., tomo I.
41) v."Tesi sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti approvate dal V del CEIC (aprile 1925)", in J. Degras, op. cit., tomo II.
42) v."Tesi sulla linea tattica adottate dal V Congresso del Comintern (luglio 1924)", ibidem.
43) v. L.Gallico, Storia del partito comunista francese, Teti Editore, Milano 1973.
44) v."Modello di Statuto per un pc, redatto dall'orgbureau del CEIC (gennaio 1925)", in J.Degras, op.cit., tomo II.
45) v."Tesi sulla struttura dei pc e sui metodi e il contenuto del loro lavoro approvate dal III Congresso del Comintern (12/7/1921)", in J.Degras, op.cit., tomo I.
46) v."Bozza di norme per il lavoro di agitazione e propaganda delle sezioni del Comintern, presentata dall'ufficio agit-prop del CEIC (marzo 1925)", in J.Degras, op.cit., tomo II.
47) v. "Tesi sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti approvate dal V Plenum del CEIC (aprile 1925)", ibidem, p.217.
48) v. "Direttive sulla struttura dei cc e degli uffici sindacali del pc emesse dalla li Conferenza organizzativa e ratificate dall'Orgbureau del C. E. I. C. (26/3/192.6 )"," ibidem,
49) v."Risoluzione sull'organizzazione e la struttura delle frazioni comuniste nei sindacati, approvata dalla II Conferenza organizzativa e ratificata dal VI Plenum del CEIC (11/3/1926)", ibidem.
pubblicato anche su: Marxismo Oggi (n. 2/3 2006)