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- cultura e memoria resistenti - storia - 28-06-11 - n. 370
da Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale vol. X, Teti Editore, Milano, 1975
Capitolo IV
L’inizio della grande guerra patriottica dell’Unione Sovietica
Verso la metà del 1941 la Germania nazista aveva instaurato il suo dominio su quasi tutta l’Europa dal litorale dell’oceano Atlantico alle frontiere sovietiche e da Narvik a Creta.
In Europa solo l’Inghilterra continuava la lotta.
I popoli dei paesi occupati dagli aggressori fascisti compivano allora solo i primi passi sulla via della resistenza.
L’economia di questi paesi, così come quella degli Stati satelliti, era subordinata alle necessità strategiche militari della Germania.
Le forze armate hitleriane, con la loro esperienza di due anni di guerra vittoriosa, sembravano invincibili.
L’unica potenza che sbarrava la via all’instaurazione del dominio totale dell’imperialismo tedesco nel continente europeo era l’Union Sovietica.
Nel giugno 1941 la Germania hitleriana completò quindi i preparativi per la guerra contro l’ultimo ostacolo, l’Unione Sovietica.
1. L’aggressione della Germania nazista all’Unione Sovietica.
Le battaglie difensive dell’Esercito Rosso nell’estate 1941
L’INVASIONE TEDESCA DEL TERRITORIO SOVIETICO
All’alba del 22 giugno 1941 la Germania nazista attaccò a tradimento l’Unione Sovietica.
Migliaia di pezzi di artiglieria aprirono il fuoco sulle difese di frontiera.
Gli aerei con la svastica sulle ali bombardarono Kiev, Žitomir, Sebastopoli, Minsk, Smolensk, Riga, Kaunas e altre città sovietiche.
Le truppe fasciste attraversarono le frontiere dell’Unione Sovietica.
Il “piano Barbarossa” entrava in azione.
Solo un’ora e mezzo dopo l’aggressione, il governo tedesco dichiarò formalmente guerra all’Unione Sovietica tramite il suo ambasciatore a Mosca.
Nella giornata del 22 giugno il ministero degli esteri della Germania pubblicò una falsa motivazione dell’aggressione contro l’Unione Sovietica: secondo il ministero di Ribbentrop scopo dalla guerra era quello di “salvare l’intera civiltà mondiale dal pericolo mortale del bolscevismo”.
Al seguito della Germania entrarono in guerra contro l’Unione Sovietica anche l’Italia, la Romania, la Finlandia, l’Ungheria.
Dichiarò guerra all’URSS anche il governo clerico-fascista della Slovacchia, mentre il governo di Vichy si limitò a rompere le relazioni diplomatiche con Mosca.
Ebbe così inizio la campagna delle potenze fasciste contro lo Stato socialista.
Gli aggressori fascisti avevano una notevole superiorità numerica in uomini e una superiorità qualitativa nel campo degli armamenti.
Per condurre la guerra contro l’Unione Sovietica la Germania e i suoi alleati impegnarono 190 divisioni.
Dalla Finlandia operavano l’armata tedesca “Norvegia” e due armate finlandesi (la sud-orientale e l’armata di Carelia) sostenute dalla V flotta aerea tedesca e dall’aviazione finlandese.
Nel territorio della Prussia orientale era schierato il gruppo di armate “Nord” al comando del maresciallo von Leeb, comprendente la XVIII (Küchler), la XVI armata (Busch) e il 4° raggruppamento corazzato (Höpner); le truppe di terra erano appoggiate dalla squadra aerea del generale Keller.
Obiettivo di questo gruppo di armate era Leningrado.
Sul fronte da Goldap a Vlodava, a nord del Pripjat, si trovava il gruppo di armate centrale, al comando del maresciallo von Bock, comprendente la IX (Strauss), la IV (Kluge) e la II armata (Weichs), il 3° (Hoth) e il 2° gruppo corazzato (Guderian), appoggiati dalla II flotta aerea di Kesselring.
Obiettivo di questo gruppo era Mosca.
Sul fronte da Lublino al litorale del mar Nero (a sud del Pripjat) si trovava il gruppo di armate “Sud” al comando del maresciallo von Rundstedt, comprendente la VI (Reichenau), la XVII-(Stulpnagel) e l’XI armata tedesche (von Schubert); la III e la IV armata romene (Antonescu), la I armata corazzata (Kleist) e il corpo di spedizione ungherese: questo gruppo, che era appoggiato dalla squadra aerea di Loeb, aveva come obiettivo Kiev e Charkov.
Cinque milioni e mezzo tra soldati e ufficiali, quasi 5 mila aeroplani, oltre 3.500 carri armati: queste erano le forze che l’aggressore scatenò il 22 giugno 1941 contro 1’Unione Sovietica.
Da parte sovietica erano schierate le truppe dei 4 circondari militari occidentali di frontiera: Leningrado, Baltico occidentale, Kiev, Odessa.
A disposizione di questi circondari si trovava il 57% delle forze dell’esercito sovietico in tempo di pace, cioè meno di 2 milioni e mezzo tra soldati e ufficiali.
I due terzi di queste forze erano dislocati lungo la frontiera a una profondità fino a 100-150 km.
Le forze degli altri circondari militari si trovavano a circa 500 km dalla frontiera.
Le dieci armate di prima linea che assicuravano la copertura del fronte dal mar Baltico al mar Nero contavano 40 divisioni di fanteria e due di cavalleria, che tuttavia non ebbero disposizioni di occupare tempestivamente i valli difensivi previsti dal piano.
Solo alcune ore dopo l’invasione nemica il comando dei circondari militari di frontiera ricevette l’ordine di porre le truppe in stato di combattimento.
Questo ordine ritardato non venne trasmesso in tempo alle truppe.
La guerra trovò così le truppe delle armate di copertura non sui valli difensivi, ma in movimento verso di essi.
Sulla linea di frontiera si trovavano solo le guardie confinarie, dotate di armi leggere, e alcune unità delle armate di copertura; le forze principali di queste armate erano acquartierate in accampamenti e caserme a 20-40 km dalla frontiera.
Tra il 22 e il 24 giugno furono creati, sulla base dei circondari militari di frontiera, i fronti nord-ovest, ovest, sudovest, nord e sud.
Le unità della marina militare non furono colte di sorpresa.
La guerra le trovò in perfetto stato di combattimento.
Le truppe tedesche scatenarono l’offensiva sull’intero arco del fronte.
Le guardie confinarie sovietiche si batterono coraggiosamente contro l’attacco nemico.
Nella maggior parte dei casi le guarnigioni delle guardie confinarie morirono fino all’ultimo uomo, difendendo la terra sovietica.
Combatterono eroicamente pure le truppe di copertura inviate a fronteggiare il nemico alla frontiera.
Tuttavia gli improvvisi attacchi massicci dell’aviazione e dell’artiglieria tedesche portarono alla perdita del controllo costante delle truppe sovietiche da parte degli stati maggiori delle truppe di copertura.
L’aviazione nazista conquistò il dominio dell’aria.
Durante il primo giorno di guerra furono distrutti 1.200 aerei sovietici, oltre 800 dei quali a terra, negli aeroporti.
La sera del 22 giugno le forze armate tedesche erano penetrate già profondamente nel territorio del1’Unione Sovietica.
LA RITIRATA DELL’ESERCITO ROSSO
L’aggressione proditoria della Germania nazista mise le forze armate sovietiche in una situazione difficilissima.
Il comando centrale sovietico, mancando di un quadro esatto della situazione in cui si trovavano le truppe colte di sorpresa, decise il primo giorno di guerra di realizzare un piano di immediato contrattacco.
La sera del 22 giugno il ministro della difesa, maresciallo S. Timošenko, diede l’ordine ai fronti nord-ovest, ovest e sud-ovest di passare all’attacco sulle principali direttive di invasione, di distruggere le avanguardie nemiche che erano penetrate in territorio sovietico e di trasferire le operazioni militari sul territorio nemico.
Questo ordine non teneva in nessun conto lo stato reale della situazione.
La posizione delle truppe sovietiche, sottoposte al colpo improvviso, era tale, che non solo non potevano passare al contrattacco, ma non riuscivano nemmeno a far fronte in modo orga
La rapidity dell'avanzata motorizzata tedesca non consente lo stabiles di alcuna solida linen m elm...
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nizzato al nemico, nelle linee difensive di frontiera.
Le unite corazzate e motorizzate tedesche che puntavano su Daugavpils e Vilna-Minsk, fin dalla sera del 23 giugno avevano aperto una breccia di 130 km nel punto di congiunzione dei fronti nord-ovest e ovest.
La sera del 25 giugno erano avanzate all’interno del territorio sovietico di 120-130 km in direzione di Daugavpils e di 230 km in direzione di Vilna-Minsk.
Sull’ala sinistra del fronte ovest le truppe tedesche, aggirando e accerchiando la fortezza di Brest, avanzarono rapidamente verso l’interno dell’Unione Sovietica.
Si venne così a creare il pericolo reale di una vasta tenaglia attorno alle forze principali del fronte ovest dislocate a occidente di Minsk.
Questo piano del comando tedesco fu intuito con ritardo.
Le truppe sovietiche, che avevano già subito gravi perdite, iniziarono la ritirata verso Minsk, combattendo contro le incalzanti armate hitleriane.
I gruppi corazzati tedeschi, aggirando profondamente da nord e da sud le forze principali del fronte ovest chiusero l’anello dell’accerchiamento nella regione di Minsk.
Il 28 giugno cadeva la città.
Una situazione difficile si creò anche sul fronte nord-ovest.
Le truppe di questo fronte, disorganizzate e mal dirette, si ritirarono in fretta verso la Dvina occidentale per evitare l’accerchiamento.
Meno sfavorevolmente per l’esercito rosso si svilupparono gli avvenimenti sui fronte sud-ovest e sud, dove i tedeschi potevano contare su di una minore preponderanza di forze.
Nella zona di Luck, Brody e Rovno si svolse una grande battaglia di carri armati.
Le truppe del fronte sud-ovest riuscirono a rallentare l’avanzata del nemico, e il grosso del 1° gruppo corazzato tedesco, invece di avanzare su Kiev, girò verso nord e si impegnò in battaglie di significato locale.
Il raggruppamento tedesco venne così fermato per una settimana.
Ma quando il comando tedesco inviò forze di rincalzo, le truppe sovietiche dovettero retrocedere sulle vecchie zone fortificate lungo la linea Korosten, Novograd-Volynskij, Proskurov.
In queste condizioni estremamente difficili le truppe sovietiche non poterono reggere l’offensiva del nemico nella zona di frontiera, assicurare lo schieramento delle forze armate sovietiche e impedire profondi sfondamenti nei settori fondamentali del fronte.
Lo stato maggiore del comando supremo, creato su decisione del consiglio dei commissari del popolo e del Comitato centrale del partito il 23 giugno, si convinse solo il quarto giorno di guerra che il tentativo di organizzare il contrattacco e di respingere le truppe tedesche oltre la frontiera era irrealizzabile.
La logica stessa dello sviluppo degli eventi esigeva il passaggio a una difesa strategica per fermare le truppe tedesche e preparare le condizioni per il passaggio alla successiva controffensiva.
Il 25 giugno, quando si manifestò con la massima evidenza la gravità della catastrofe, fu deciso di impiegare le riserve strategiche, non già per una controffensiva, ma per creare un fronte strategico di difesa sulla linea della Dvina occidentale e del Dnepr.
Ma gli avvenimenti continuarono a svilupparsi in modo estremamente sfavorevole per l’esercito rosso.
Le truppe del fronte nord-ovest non poterono fermare i carri armati tedeschi sulla Dvina occidentale.
Forzando il fiume nella zona di Daugavpils, un raggruppamento tedesco si lanciò impetuosamente verso Pskov e il 9 luglio occupò questa città.
Leningrado si venne a trovare così esposta a un grave e imminente pericolo.
Sul fronte ovest, le truppe sovietiche in ritirata riuscirono ad assestarsi per un certo tempo sulla Beresina e a respingere gli attacchi delle unità corazzate tedesche.
Ma ben presto il rapporto delle forze fu di nuovo favorevole agli hitleriani.
Le truppe sovietiche cominciarono a ritirarsi verso il Dnepr.
Alla fine della prima decade di luglio sulla linea del Dnepr e del corso superiore della Dvina occidentale si accesero aspri combattimenti tra sovietici e tedeschi.
All’inizio di luglio si complicò la situazione nella zona sud.
Il 1° luglio ebbe inizio l’offensiva delle truppe tedesche e romene dal territorio della Romania.
Il colpo principale fu inferto nel punto di congiunzione dei fronti sud-ovest e sud nella zona di Mogilëv-Podol’skij.
Il pericolo crebbe soprattutto quando il raggruppamento di testa del gruppo tedesco di armate “Sud” vinse la resistenza delle truppe sovietiche sull’ala destra del fronte sud-ovest e occupò Berdičev e Žitomir.
Si creò così un pericolo di accerchiamento delle principali forze del fronte sud-ovest.
I contrattacchi delle truppe sovietiche lanciati da nord e da sud contro il raggruppamento principale del gruppo di armate “Sud” e la tempestiva ritirata delle armate dalla zona centrale del fronte sud-ovest permisero di evitare l’accerchiamento.
Nell’estremo nord i combattimenti ebbero carattere soprattutto locale e le truppe sovietiche fecero fronte con successo agli attacchi nemici.
Assieme alle unità terrestri parteciparono alle operazioni militari anche i marinai della flotta del mare del Nord.
Dopo quasi tre settimane di dure battaglie l’esercito rosso fu costretto ad abbandonare la Lettonia, la Lituania, la Bielorussia e una notevole parte dell’Ucraina e della Moldavia.
Le truppe tedesche penetrarono di 300-600 km all’interno del territorio sovietico.
I generali nazisti ritenevano che le perdite delle truppe sovietiche fossero irreparabili e che l’Unione Sovietica avesse già perduto la guerra.
Ma questa valutazione era ben lontana dalla realtà.
Il comando tedesco non aveva raggiunto l’obiettivo strategico che si era posto: la totale disfatta delle truppe sovietiche a ovest della Dvina occidentale e del Dnepr.
Il ritmo dell’avanzata tendeva a ridursi man mano che cresceva la tensione dei combattimenti.
Già nelle prime settimane divenne chiaro che la guerra contro l’Unione Sovietica non aveva nulla in comune con le campagne lampo realizzate dai tedeschi in Occidente.
A metà luglio l’esercito hitleriano aveva perso oltre 100 mila tra soldati e ufficiali, più di 1.200 aeroplani e oltre 1.500 carri armati.
L’armata rossa era riuscita a stabilizzare provvisoriamente il fronte lungo le frontiere meridionali dell’Estonia, ad arrestare il nemico sul fiume Luga, a contenerne l’impetuosa avanzata nella zona centrale del fronte sovietico-tedesco e a organizzate la resistenza in Ucraina.
Nonostante il corso tragico degli eventi bellici, i soldati sovietici non avevano perso la forza d’animo e difendevano eroicamente ogni palmo di terra.
Le previsioni dei capi hitleriani sulla instabilità morale e politica dei soldati sovietici non si erano realizzate.
Un pugno di difensori della fortezza di Brest, tra i quali il maggiore P. M. Gavrilov, il capitano V. V. Šablovski, l’istruttore politico N. V. Nesterčuk, i tenenti I. F. Akimočkin, A. F. Naganov e A. M. Kiševatov, il vice istruttore politico M. Matevosjan, la mascotte del reggimento Petia S. Klypa e altri combatterono a lungo contro le forze schiaccianti del nemico.
Sulla parete di una delle caserme si è conservata una breve scritta di un soldato ignoto: “Io muoio ma non mi arrendo. Addio, patria. 20.VII.41”.
Da eroi morirono i capi della difesa della fortezza, il commissario politico J. M. Fomin e il capitano I. N. Zubačev.
Solo pochi difensori della fortezza di Brest rimasero vivi.
Alcuni riuscirono a raggiungere i partigiani, altri, caduti prigionieri, continuarono la lotta nelle organizzazioni antifasciste clandestine.
Sul fiume Velikaja il sottotenente S.G. Boikov ripeté la leggendaria impresa compiuta negli stessi luoghi nel 1919 dal comandante dei pionieri A. A. Zezulin.
Sacrificando la propria vita Boikov fece saltare il ponte assieme ai carri armati nemici che lo stavano attraversando.
Il 26 giugno nel cielo di Minsk cadde eroicamente il capitano pilota N. F. Gastello.
Egli lanciò il proprio aereo colpito al centro di un’autocolonna nemica e la distrusse.
L’8 luglio 1941 il presidente del presidium del soviet supremo dell’Unione Sovietica, Michail Kalinin firmava il primo decreto degli anni di guerra sul conferimento del titolo di eroe dell’Unione Sovietica ai sottotenenti piloti M. P. Žukov, S. I. Zdorovzev e P. T. Charitonov che si erano distinti nella difesa di Leningrado dalle incursioni aeree tedesche.
Centinaia e migliaia di eroi conosciuti e ignoti dimostrarono con il sacrificio del loro sangue e della loro vita la determinazione dell’intero popolo sovietico di combattere con eroismo contro gli invasori tedeschi.
LA MOBILITAZIONE DELLE FORZE DEL POPOLO SOVIETICO
La guerra mutò radicalmente la vita di ogni individuo e del popolo nel suo insieme. Il 22 giugno il governo sovietico denunciò per radio a tutto il mondo la proditoria aggressione della Germania hitleriana e chiamò il popolo sovietico alla difesa della patria socialista.
“La nostra causa è giusta, - diceva il comunicato governativo - il nemico sarà sconfitto. La vittoria sarà nostra”.
Queste parole divennero il motto di tutto il popolo sovietico che si sollevò unanime nella lotta contro gli invasori.
Il primo giorno di guerra venne proclamata la mobilitazione delle classi dal 1905 al 1918 in 14 circondari militari.
Venne iniziato anche il reclutamento di volontari nelle file dell’esercito rosso.
A Mosca, Leningrado, Kiev, e in altre città si formarono divisioni di milizia popolare.
Successivamente furono costituiti battaglioni di volontari per la difesa locale e per la lotta contro i paracadutisti.
Il presidium del soviet supremo dell’Unione Sovietica dichiarò lo stato di guerra nelle regioni a ovest della linea Jaroslavl-Rjazan-Rostov sul Don.
In una direttiva del 29 giugno 1941 del Consiglio dei commissari del popolo dell’Unione Sovietica e del Comitato centrale del partito comunista alle organizzazioni del partito e dei soviet delle regioni del fronte, e letta da Stalin alla radio il 3 luglio, venne formulato il programma di mobilitazione delle forze nella lotta contro il nemico.
Il partito e il governo rivelarono al popolo la dura verità sul pericolo che minacciava il paese.
“... Nella guerra impostaci dalla Germania fascista - affermava la direttiva si decide il problema della vita o della morte dello Stato sovietico, si decide se i popoli dell’Unione Sovietica saranno liberi o se cadranno nella schiavitù”.
Il partito e il governo invitavano il popolo ad avere consapevolezza della serietà della situazione, a compiere ogni sforzo nella lotta contro il potente e perfido nemico, a porre fine alle abitudini del tempo di pace e a riorganizzare rapidamente il lavoro delle organizzazioni di partito e di soviet su basi militari.
Nella direttiva si sottolineava la necessità di un rapido passaggio dell’economia nazionale sui binari dell’economia di guerra, si ordinava il trasferimento di ogni bene di un qualche valore dalle zone minacciate, oppure la distruzione nel caso che ne fosse impossibile la evacuazione.
La popolazione delle zone occupate dal nemico era invitata a organizzare la lotta partigiana.
Così come nel 1918 il decreto di Lenin “La patria socialista in pericolo!” aveva sollevato il popolo alla lotta contro l’intervento imperialista, anche in questo momento l’appello del partito comunista scosse milioni di uomini mobilitandoli nella guerra patriottica.
La guerra richiedeva una riorganizzazione radicale della direzione politica, statale e militare.
Il 30 giugno 1941, su decisione del Comitato centrale del partito comunista, del presidium del soviet supremo dell’Unione Sovietica e del governo venne creato il comitato statale di difesa, presieduto da Stalin.
Si trattava di un organo straordinario creato per il tempo di guerra, che assicurava la direzione del paese attraverso gli organi dei soviet e del partito nelle località e attraverso i propri incaricati nelle repubbliche federate e autonome e nei centri regionali.
Nell’estate 1941 nelle città vicine al fronte furono creati comitati cittadini di difesa. La direzione di un fronte così esteso aveva bisogno di una minuziosa e agile organizzazione del comando.
Per questo il 10 luglio lo stato maggiore del comando centrale venne trasformato in stato maggiore del comando supremo e furono creati i comandi centrali dei tre fronti fondamentali: nordovest (comandante in capo il maresciallo Vorošilov, ovest (comandante in capo il maresciallo Timošenko) e sud-ovest (comandante in capo il maresciallo Budënnyj).
Il 19 luglio Stalin veniva nominato ministro della difesa e l’8 agosto comandante supremo delle forze armate.
Allo stato maggiore del comando supremo era assegnata la direzione delle operazioni belliche delle forze armate dell’Unione Sovietica.
Nelle condizioni della guerra sorse la necessità di formare nuovi organi statali come il consiglio per l’evacuazione, il comitato per il collocamento della manodopera, l’ufficio di informazione sovietico.
Nei primo anno di guerra entrarono nell’armata russa e nella marina da guerra non meno di un milione di comunisti e circa due milioni di giovani comunisti.
Quasi un terzo dei membri del Comitato centrale del partito andò al fronte.
Funzionari di partito di primo piano furono inviati a lavorare nell’esercito.
Il partito comunista mirava a organizzare il popolo sovietico nella lotta e nel lavoro in nome della vittoria sugli invasori fascisti.
LE BATTAGLIE DIFENSIVE DELL’ARMATA ROSSA NELL’ESTATE 1941
Agli inizi di luglio la situazione sull’intero fronte sovietico-tedesco continuava a restare estremamente pericolosa.
Esaltato dal successo, il nemico si spinse verso i centri vitali del paese.
L’8 luglio in una conferenza dello stato maggiore di Hitler venne decisa la prosecuzione delle operazioni secondo il “piano Barbarossa”: il gruppo di armate “Nord” doveva occupare Leningrado e costringere alla resa la flotta del Baltico; il gruppo di armate centrale doveva distruggere le truppe sovietiche sotto Smolensk e aprirsi la via verso Mosca; il gruppo di armate “Sud” doveva sconfiggere le truppe sovietiche concentrate in Ucraina sulla riva destra del Dnepr, occupare Kiev e assicurarsi il possesso del bacino del Don e delle basi della flotta del mar Nero.
I generali hitleriani erano talmente sicuri della imminente fine della campagna contro la Unione Sovietica, che nella stessa conferenza dell’8 luglio discussero il problema delle operazioni nel Medio Oriente e in Africa con la partecipazione delle truppe che sarebbe stato possibile ritirare dal fronte sovietico.
Gli avvenimenti si svilupparono tuttavia in modo molto diverse.
Nel fronte decisivo di Smolensk, gli hitleriani disponevano di una notevole superiorità di forze e di mezzi, tuttavia le truppe sovietiche rispondevano ai colpi del nemico con attivi contrattacchi.
Di giorno in giorno la battaglia acquistava un carattere sempre più accanito.
Le due parti subirono forti perdite.
Il 16 luglio i tedeschi riuscirono a penetrare a Smolensk, ma alla fine del mese il ritmo della avanzata del gruppo di armate centrale diminuì notevolmente.
Il comando hitleriano fu costretto a interrompere l’offensiva sul fronte centrale e ciò significava il fallimento del tentativo di giungere d’impeto fino a Mosca.
Alla fine di agosto e agli inizi di settembre le truppe sovietiche inflissero una serie di duri colpi ai raggruppamenti del nemico incuneatisi a nord e a sud di Smolensk.
Agli inizi di settembre fu liberata dagli invasori nazisti la città di Elnja.
Poiché gli hitleriani si attestavano saldamente nelle fortificazioni difensive predisposte e la loro resistenza si intensificava, il 10 settembre lo stato maggiore sovietico ordinò al fronte ovest di cessare le operazioni offensive.
Nel corso della battaglia di Smolensk le truppe tedesche avanzarono di 170-200 km oltre il Dnepr.
Benché i combattimenti si svolgessero già nelle regioni occidentali della repubblica federativa russa, non era raggiunto l’obiettivo strategico che il comando tedesco si era posto agli inizi della battaglia di Smolensk.
Le divisioni corazzate tedesche subirono gravi perdite e furono costrette a fermarsi lontano dalle vie d’accesso a Mosca.
Il comando sovietico acquistò così il tempo necessario per preparare la difesa della capitale.
Nel fuoco della battaglia di Smolensk nacque la guardia sovietica.
Il 18 settembre 1941, 4 divisioni di fanteria del fronte ovest - la 100a, la 161a, la 127a e la 153a - ottennero per il loro valore il nome di divisioni della guardia.
A Smolensk l’armata rossa impiegò per la prima volta i lanciarazzi (chiamati dai soldati “katiuscie”).
Contemporaneamente alla Battaglia di Smolensk l’esercito rosso condusse scontri difensivi sugli altri fronti.
Ai primi di agosto il gruppo di armate “Nord” riprese l’offensiva.
Combattimenti accaniti si svolsero per le isole Moonsund.
La piccola guarnigione dell’isola di Saaremaa (Öse]) si difese fino agli inizi di ottobre mentre i difensori dell’isola di Hiiumaa (Dagö) continuarono la resistenza fino alla fine di ottobre.
In una situazione difficile si trovò la flotta del Baltico, costretta ad abbandonare Tallinn.
Suo nemico principale non erano le navi da guerra, ma le forze terrestri e aeree tedesche.
Perciò una notevole parte dei marinai sovietici fu utilizzata per azioni difensive sulla terraferma.
In questi combattimenti si forgiò la valorosa fanteria di marina del Baltico, che si distinse più tardi nella difesa di Leningrado.
Alla fine di agosto le truppe tedesche si avvicinarono alle vie di accesso a Leningrado e, assieme alle truppe finlandesi che attaccavano da nord, l’8 settembre posero l’assedio alla città.
I collegamenti con Leningrado divennero possibili solo per via aerea e attraverso il lago Ladoga.
A prezzo di grandi sforzi le truppe sovietiche, sostenute da tutta la popolazione della città, riuscirono ad arrestare il 26 settembre l’avanzata degli hitleriani.
Il fronte nord si stabilizzò sulla linea: scalo di Ugol, colline di Pulkovo, Puškin, a sud di Kolpino e lungo il fiume Neva fino al lago Ladoga; sull’istmo di Carelia il fronte passava lungo la linea della frontiera statale del 1939.
Gli abitanti di Odessa erigono barricate nelle vie della cilia.
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A nord del lago Ladoga le truppe finlandesi giunsero sul flume Svir.
Contro le truppe del fronte sud-ovest gli hitleriani schierarono forze di gran lunga superiori.
Il gruppo di armate “Sud” lanciò l’offensiva principale su Kiev.
Il pericolo che incombeva sulla capitale dell’Ucraina era grande.
Dalla fine di giugno 160 mila cittadini di Kiev lavorarono alla costruzione di opere difensive che coprivano la città da ovest.
Oltre 30 mila comunisti di Kiev e della regione di Kiev entrarono nell’armata rossa.
Le divisioni della milizia popolare contavano nelle loro file circa 90 mila persone.
Il comando tedesco tentò dapprima di prendere Kiev da ovest.
Dopo avere subito un insuccesso, ai primi di agosto esso lanciò con una parte delle forze del gruppo di armate centrale l’offensiva verso sud allo scopo di aggirare l’ala destra delle truppe sovietiche del fronte sud-ovest.
Indebolite dalle dure battaglie difensive, le truppe sovietiche non ressero ai colpi congiunti dei forti raggruppamenti corazzati tedeschi e cominciarono a ritirarsi.
Alla fine di agosto e agli inizi di settembre le truppe tedesche del gruppo “Sud” giunsero al Dnepr a sud di Kiev e sferrarono l’offensiva verso nord.
Si creò il pericolo di accerchiamento per le truppe sovietiche del fronte sud-ovest.
Rapidamente l’anello si chiuse.
Solo 150 mila tra soldati e ufficiali del fronte sud-ovest riuscirono a sottrarsi all’accerchiamento e a ritirarsi combattendo verso est.
Gli altri morirono in battaglia sulle vie di accesso a Kiev o nel tentativo di sfuggire all’accerchiamento oppure furono fatti prigionieri.
Nel tentativo di rompere l’accerchiamento venne ferito mortalmente il comandante del fronte sud-ovest, il colonnello-generale M. P. Kirponos, e caddero il segretario del Comitato centrale del Partito comunista dell’Ucraina e membro del consiglio militare del fronte M. A. Burmistenko, nonché il capo di stato maggiore del fronte, maggiore-generale V. Tupikov.
Kiev e quasi tutta l’Ucraina dal lato della riva destra del Dnepr furono occupate dal nemico.
Per creare una nuova linea di difesa a sud lo stato maggiore sovietico dovette impiegare una parte notevole delle riserve strategiche, mentre il comando nazista veniva messo in grado di rinforzare nuovamente il gruppo centrale per riprendere l’offensiva verso Mosca.
Sull’ala meridionale del fronte l’armata del litorale, isolata dalle altre forze dell’armata rossa, fu respinta agli inizi di agosto verso Odessa.
Gli hitleriani cercarono di conquistare a qualsiasi costo questo grande centro economico e porto commerciale, che era una delle basi principali della flotta del mar Nero.
A Odessa oltre alle truppe tedesche combattevano 18 divisioni romene, la metà dell’intero esercito romeno.
Il 19 agosto fu costituito il distretto difensivo di Odessa, composto dall’armata del litorale e dalla base navale di Odessa.
Comandante di tale distretto fu nominato il contrammiraglio G. V. Žukov, e suo vice il comandante dell’armata del litorale, il tenente-generale G. P. Sofronov; il consiglio militare venne presieduto dal segretario del comitato regionale del partito di Odessa A. G. Kolybanov.
Le navi della flotta del mar Nero, comandate dal vice ammiraglio F. S. Oktjabrski, appoggiavano le truppe terrestri.
Spalla a spalla con i reparti regolari dell’esercito e della flotta combattevano gli abitanti della città.
In condizioni difficilissime i difensori di Odessa respinsero gli incessanti attacchi delle forze preponderanti del nemico, dando un meraviglioso esempio di valore e di abnegazione.
Alla fine di settembre lo stato maggiore prese la decisione di abbandonare Odessa a causa del peggioramento della situazione delle truppe sovietiche in Crimea e della necessità di rafforzarne la difesa.
A metà ottobre terminò l’evacuazione da Odessa della popolazione civile e dei macchinari delle fabbriche.
Nella mattina del 16 ottobre l’ultima nave carica di truppe lasciava il porto di Odessa sotto la protezione delle navi da guerra.
L’INIZIO DELLA GUERRA PARTIGIANA
Nel territorio occupato dalle truppe tedesche il popolo sovietico iniziò la difficile e pericolosa lotta contro l’invasore.
Ispiratore e organizzatore di questa lotta fu il partito comunista, che aveva educato i cittadini sovietici al senso del dovere patriottico e all’amore per la patria socialista.
Nella sua risoluzione del 18 luglio 1941, “Sulla organizzazione della lotta nelle retrovie tedesche Comitato centrale del partito comunista diede alle organizzazioni di partito delle zone occupate e delle zone del fronte l’ordine di dare alla lotta partigiana “la più grande estensione e combattività”, di destinare alla sua organizzazione compagni esperti e devoti, di passare immediatamente alla creazione delle organizzazioni clandestine del partito e del Komsomol, facendo passare per tempo i membri del partito e del Komsomol nella illegalità.
Per la direzione di questa guerra di popolo fu costituita una commissione speciale del Comitato centrale del partito comunista.
Presso la direzione politica centrale dell’armata rossa, e le direzioni politiche dei fronti e delle armate furono istituiti uffici e sezioni speciali.
Un importante lavoro venne fatto per l’organizzazione della attività illegale e dei reparti partigiani dai membri dei comitati centrali dei partiti comunisti delle repubbliche sovietiche occupate dal nemico.
Mano a mano che procedeva l’avanzata del nemico all’interno del paese, sorgevano nelle sue retrovie i primi reparti partigiani.
Nelle regioni occidentali dell’Ucraina, in Bielorussia, Moldavia e nelle repubbliche del Baltico, che furono occupate per prime dal nemico, il tempo per preparare l’attività illegale fu estremamente limitato.
Così il comitato regionale di partito di Minsk riuscì solo a nominare coloro che avrebbero dovuto dar vita all’attività clandestina, dando loro un piano d’azione per il periodo immediato, mentre l’organizzazione della rete clandestina nei reparti partigiani dovette essere attuata solo dopo l’occupazione della regione da parte del nemico.
Nelle zone di frontiera non vi fu tempo sufficiente per una preparazione della lotta partigiana e perciò la resistenza al nemico si sviluppò lentamente.
La base dell’organizzazione di molti reparti partigiani fu data dai battaglioni volontari.
Nelle zone occupate dal nemico della regione di Leningrado, 24 battaglioni di volontari con 3.500 uomini furono trasformati in reparti partigiani.
Le divisioni della milizia popolare di Leningrado formarono 6 reggimenti partigiani.
Lo sviluppo della lotta partigiana fu facilitato anche dai gruppi di organizzatori paracadutati nelle retrovie del nemico.
In seguito a una attiva opera di persuasione tra la popolazione locale questi gruppi si trasformarono in grossi distaccamenti e unità partigiane.
Nell’estate e soprattutto nell’autunno 1941 entrarono nella lotta partigiana molti soldati e comandanti dell’armata rossa, tagliati fuori dal grosso delle truppe dalla rapida avanzata tedesca.
Alcuni entrarono nei reparti dei partigiani già esistenti, altri crearono gruppi partigiani autonomi che si distinsero per disciplina e combattività.
Fin dai primi giorni di guerra i partigiani cominciarono la loro attività.
Particolarmente positiva fu l’azione del reparto partigiano bielorusso del distretto di Oktjabr, in Polessia, diretto dal segretario del comitato distrettuale di partito T. P. Bumažkov e dal funzionario di partito F. I. Pavlovski.
Alla fine di giugno questo distaccamento distrusse 18 carri armati, un treno blindato e la sede dello stato maggiore di una divisione nemica.
All’inizio di agosto Bumažkov e Pavlovski furono i primi partigiani a ricevere il titolo di eroe dell’Unione Sovietica.
Ma le azioni su vasta scala dei partigiani furono all’inizio della guerra solo dei casi isolati.
Nella maggioranza dei reparti si contavano allora solo poche decine di combattenti ed essi si limitavano ad attacchi contro piccole squadre, guarnigioni, depositi nemici.
I partigiani che agivano nelle zone vicine al fronte aiutavano le truppe sovietiche: svolgevano servizi di esplorazione e partecipavano alle operazioni dell’esercito regolare.
I partigiani sottrassero all’accerchiamento decine di migliaia di soldati e ufficiali.
LA RIORGANIZZAZIONE BELLICA DELL’ECONOMIA NAZIONALE
Fin dai primi giorni di guerra cominciò la riorganizzazione bellica dell’economia sovietica.
Il 23 giugno entrò in vigore il piano di mobilitazione della produzione degli armamenti e delle munizioni.
Il 30 giugno il Comitato centrale del partito comunista e il governo dell’Unione Sovietica approvarono il piano di mobilitazione economica per il terzo trimestre del 1941, che prevedeva un aumento della produzione di carbone, di petrolio, di metalli, una diversa assegnazione delle materie prime e dei materiali, dell’energia elettrica, dei macchinari e dei quadri per l’industria bellica.
L’occupazione di una parte notevole del territorio sovietico da parte delle truppe nemiche e la loro avanzata in zone economicamente importanti unite alle perdite umane e materiali subite dal paese, costrinsero ad apportare profonde modifiche ai piani iniziali.
Il 16 agosto 1941 il governo sovietico e il Comitato centrale del partito comunista approvarono il piano dell’economia di guerra per il quarto trimestre del 1941 e per il 1942 per le regioni del Volga, degli Urali, della Siberia occidentale, del Kazachstan e dell’Asia centrale.
Il nuovo piano conteneva le direttive sullo sviluppo della produzione industriale e della agricoltura nelle zone orientali del paese, sul trasferimento delle aziende industriali dalle zone del fronte verso oriente, sullo sviluppo della produzione di aeroplani, di carri armati, di munizioni.
Il consiglio per l’evacuazione istituito il 24 giugno 1941, alle dipendenze del governo, sotto la direzione di N. M. Švernik, si dedicò al complesso compito dell’evacuazione dalle zone del fronte, della popolazione, delle aziende industriali, dei beni dei kolchoz e dei sovchoz, delle stazioni di macchine e trattori, delle istituzioni scolastiche, dei beni culturali.
Nelle risoluzioni del Comitato centrale del partito e del governo sovietico del 27 giugno “Sul trasferimento e la dislocazione di contingenti di uomini e di beni materiali” e del 5 luglio “Sull’evacuazione della popolazione in tempo di guerra” vennero date concrete indicazioni su tali questioni.
Nelle città e nei grandi centri distrettuali, nei nodi ferroviari, nei porti marittimi e fluviali funzionavano 128 punti di evacuazione e basi di evacuazione e punti di transito per i macchinari.
L’evacuazione avvenne in condizioni difficili.
Gli aerei tedeschi bombardavano barbaramente le città sovietiche, i sobborghi operai, le località di campagna, i treni merci e quelli sanitari.
Complessivamente, nell’estate e nell’autunno 1941, vennero trasferiti nelle retrovie 10 milioni di persone e 1.523 aziende industriali.
Le aziende evacuate assieme agli operai e alle loro famiglie furono sistemate negli Urali, lungo il Volga, nella Siberia occidentale e orientale, nel Kazachstan e nell’Asia centrale.
L’evacuazione organizzata permise di riorganizzare l’industria pesante e soprattutto la produzione bellica nelle regioni orientali del paese e di avviare la produzione intensiva di carri armati, aeroplani e cannoni.
L’industria bellica, alla quale furono trasferite molte aziende degli altri settori dell’economia venne rifornita di materie prime, di combustibile e di manodopera con assoluta priorità.
Alla produzione di attrezzature militari furono addette tutte le fabbriche metalmeccaniche del paese; aziende dell’industria leggera e che producevano beni di consumo cominciarono a produrre munizioni.
Le misure prese consentirono di aumentare notevolmente la produzione di armi automatiche e di pezzi di artiglieria. di aerei militari di nuovo tipo.
Tuttavia nei primi mesi di guerra la produzione bellica non riuscì ad assicurare tempestivamente quanto era necessario al fronte.
Troppo grave era stata la perdita di importanti zone economiche del paese e le conseguenze si facevano sentire pesantemente.
All’organizzazione bellica dell’economia parteciparono le istituzioni scientifiche.
Gli scienziati cominciarono a lavorare negli uffici centrali dei comitati del governo e del comitato statale della difesa, nella commissione del piano dell’Unione Sovietica, nelle commissioni dei diversi ministeri.
Nell’Accademia delle scienze dell’Unione Sovietica, nelle accademie delle repubbliche federate, furono costituite apposite commissioni di ausilio alle organizzazioni della difesa, del genio, dell’industria. dei trasporti, della agricoltura.
Nel settembre 1941 l’Accademia delle scienze dell’Unione Sovietica istituì sotto la direzione del suo presidente V. L. Komarov una commissione per la scoperta e l’impiego, per le necessità della difesa, di nuove riserve e risorse degli Urali.
Entrarono a far parte della commissione circa 800 tra scienziati e tecnici.
Gli scienziati aiutarono lo Stato sovietico a mobilitare per le necessità del fronte le risorse materiali degli Urali, della Siberia occidentale, del Kazachstan e delle altre regioni orientali del paese.
La perdita di importanti zone economiche creò una difficile situazione anche nell’agricoltura.
Enormi superfici di grano maturo in Ucraina, nelle zone centrali della Russia, in Moldavia, in Bielorussia, nelle regioni di Leningrado, di Pskov e di altre zone furono incendiate o devastate dalle truppe.
Una grande quantità di grano non mietuto cadde nelle mani del nemico.
Il raccolto veniva fatto in difficili condizioni.
In seguito alla mobilitazione si ridusse fortemente il numero degli uomini occupati nell’agricoltura.
Il peso principale dei lavori agricoli ricadde sulle donne, sui ragazzi, sui vecchi.
All’agricoltura venne sottratto un gran numero di trattori, di automezzi, di cavalli.
Si faceva sentire la penuria di combustibile.
Il governo sovietico e il Comitato centrale del partito comunista approvarono il 24 settembre 1941 la risoluzione “Sul raccolto nelle colture agricole”.
Per adempiere questi compiti venne mobilitata tutta la popolazione lavoratrice delle zone agricole.
Dalle città e dai sobborghi operai furono inviate nei campi squadre di operai, impiegati, studenti e scolari.
Il raccolto fu di soli 25 milioni di tonnellate di cereali: un terzo in meno del 1940.
Si ridussero anche i raccolti di semi di girasole, di barbabietola da zucchero, di lino, di lane, di carne e di altri prodotti agricoli.
Per assicurare ai lavoratori il minimo necessario di prodotti agricoli, si dovette introdurre il razionamento alimentare tra la popolazione cittadina.
I primi mesi furono difficilissimi per la vita dei popoli dell’Unione Sovietica; furono necessari enormi sforzi da parte di tutto il popolo e una intensa attività organizzatrice del partito comunista per poter superare le dure prove e creare le condizioni per una svolta nel corso degli avvenimenti bellici.
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