www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 18-07-11 - n. 373

da Secchia e Frassati, Storia della Resistenza, Editori Riuniti, Roma, 1965, pp. 1-18
Trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Operazione Alarico
 
«Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del "bagnasciuga", la linea della sabbia, dove l'acqua finisce comincia la terra. Se per avventura dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva, che ci sono, precipitino sugli sbarcati, annientandoli sino all'ultimo uomo. Di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupato rimanendo per sempre in posizione orizzontale, non verticale.»
 
Così Mussolini, il 24giugno 1943, si rivolgeva al direttorio del partito fascista. Due settimane dopo, nella notte dal 9 al 10 luglio, le forze d'invasione anglo-americane sbarcavano sulle coste meridionali della Sicilia. Non restarono congelate sul «bagnasciuga». La VI armata italiana crollò quasi nza combattere. Resistettero le quattro divisioni tedesche, di cui due affluite nell'isola dopo lo sbarco; ma il maresciallo Kesselring, accorso in Sicilia i dal 12 luglio, non si faceva illusioni di sorta e si proponeva soltanto di ritardare la marcia alleata verso lo stretto di Messina. La partita era irrimediabilmente perduta in partenza. Oltre alla preponderanza delle loro forze terrestri, la VII e la VIII armata, gli anglo-americani avevano il dominio incontrastato del cielo e del mare.
 
Intanto il paese - che nella sua grande aggioranza era stato ostile alla guerra - versava una crisi profonda. Gli intensi bombardamenti alleati avevano mietuto migliaia di vittime e rallentato l'intero corso della vita economica. Il razionamento era giunto ai limiti estremi: la gente era alla fame e la borsa nera dilagava. I prezzi dei generi alimentari erano saliti alle stelle. Il malcontento vivissimo per la situazione economica tendeva sempre più a trasformarsi in elemento di lotta politica. «Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, - scriverà Farinacci a Mussolini parlando degli scioperi operai di qualche mese prima, - ti dicono una menzogna. Il contegno degli operai è eloquente...». La resistenza passiva dei contadini agli ammassi aveva la meglio sulle «repressioni rigorose delle infrazioni» della Confederazione fascista degli agricoltori. Il regime fascista mostrava le crepe della sua struttura. In questa situazione «... il partito, - scrive Farinacci nella lettera già citata, - è assente, impotente. Ora avviene l'inverosimile. Dovunque, nei tram, nei caffè, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si inveisce contro il regime... E la cosa gravissima è che nessuno più insorge. Anche le Questure rimangono assenti, come se l'opera loro fosse ormai inutile». E l'ambasciatore tedesco Mackensen il 22 maggio scriveva a Berlino: «II popolo italiano si chiede sempre più che scopo ci sia a continuare la guerra dopo le pesanti sconfitte e la perdita dell'impero...».
 
Con lo sbarco in Sicilia - che era stato preceduto dai rovesci in Russia, ad Al Alamein, in Tunisia - la disfatta militare italiana si compiva inesorabilmente, e con essa giungeva l'ora del crollo politico dell'uomo e del regime che avevano gettato il paese nell'insana avventura. Il 25 luglio Mussolini, dopo un pronunciamento ostile del Gran Consiglio del fascismo, fu destituito dal re ed arrestato dai carabinieri a Villa Savoia.
 
La monarchia ed i ceti conservatori sostenitori del regime tentavano così un'estrema scissione delle responsabilità che consentisse loro di sopravvivere alla catastrofe. Una congiura di palazzo, la cui trama era stata faticosamente intessuta con mani esitanti, doveva, secondo il disegno dei congiurati, salvare proprio quella casta conservatrice che vent'anni prima aveva voluto l'avvento del fascismo al potere.
 
L'esecuzione del colpo di Stato colse di sorpresa le organizzazioni fasciste, e lo stesso Mussolini, che non seppero nemmeno abbozzare un tentativo di resistenza. E sorprese debolmente organizzate le masse popolari assenti dalla preparazione del colpo di Stato: anche se la lotta condotta dai lavoratori e dalle loro avanguardie contro il fascismo, culminata negli scioperi del marzo, aveva avuto senza dubbio il suo peso nello sviluppo degli avvenimenti. Le masse popolari si riversarono nelle strade e nelle piazze a salutare con entusiasmo l'evento che avrebbe dovuto porre termine alle sofferenze sopportate durante gli anni della dittatura ed alla guerra dalla quale il paese usciva stremato.
 
Non si lasciarono invece cogliere di sorpresa i tedeschi, i quali da tempo guardavano con apprensione alla situazione italiana e si tenevano pronti ad intervenire.
 
I tedeschi in Italia
 
Al momento del colpo di Stato del 25 luglio 1943, lo schieramento delle forze tedesche in Italia comprendeva otto divisioni, di cui quattro dislocate in Sicilia (la 1a paracadutisti, la divisione motorizzata Sìzilien poi ribattezzata 15a granatieri corazzata, la div sione corazzata Hermann Goring, la 29a corazzata) e molto provate per le dure perdite subite nel corso delle operazioni contro gli anglo-amei cani sbarcati il 10 luglio; una divisione di fanteria, la 90a era in Sardegna, e le rimanenti tre nella penisola: la 26a corazzata in Campania, la 16a corazzata nelle Puglie e la 3a granatieri motorizzata in Toscana.
 
Oltre a queste grandi unità organiche, che dipendevano dall'Oberbefehlshaber Sud retto dal maresciallo Kesselring, v'era poi una massiccia presenza di «elementi sfusi», forze non indivisionate di stanza un po' dovunque, inquadrate in raggruppamenti autonomi di varia entità e con le attribuzioni più disparate: difesa contraerea e protezione dei campi d'aviazione, comandi di presidio e di tappa, servizi logistici, amministrativi e tecnici, centri di addestramento, organismi politici e polizieschi.
 
Il numero complessivo di questi «elementi sfusi» era difficilmente calcolabile, sia perché soggetto a continue fluttuazioni, sia perché accuratamente mimetizzato dai comandi tedeschi. Secondo la valutazione approssimativa dello stato maggiore italiano, doveva oscillare tra i 120 ed i 150 mila uomini, gran parte dei quali, pur se in apparenza adibiti a servizi ordinari, costituivano una «quinta colonna» efficientissima, con diramazioni in tutti i centri vitali della penisola, a cominciare da Roma dove operavano almeno seimila agenti dei servizi informativi politici e militari, del partito nazista e della Gestapo.
 
Unità della marina e la 2a flotta aerea (con una disponibilità presumibile di circa 450 apparecchi da bombardamento e da caccia nell'intero scacchiere mediterraneo) completavano lo schieramento tedesco che quindi contava complessivamente non meno di 220 mila uomini.
 
La guerra continua
 
Le preoccupazioni ed i timori suscitati e questa ragguardevole, ma non ingentissima, presenza tedesca in Italia costituirono uno dei motivi ispiratori delle funeste affermazioni contenute nei proclami dettati da Vittorio Emanuele Orlando e diramati la sera del 25 luglio a firma del re e del maresciallo Badoglio «Ognuno riprenda il suo posto di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita», - ammoniva il proclama regio, mentre Badoglio annunciava: «La guerra continua. L'Italia... mantiene fede al parola data...»
 
Non solo i proclami, ma anche la composizione del primo governo non fascista, riflettevano la paura che i tedeschi incutevano, miravano ad attenuare leloro diffidenze, a lasciarli quanto meno nell'incertezza circa le effettive intenzioni italiane ed a rinviare cosi, anche di pochi giorni, la loro paventata reazione. Badoglio invero avrebbe voluto formare un ministero politico, con gli antichi esponenti della democrazia liberale, Bonomi, Casati, Bergamini, Einaudi, Soleri, coi quali era già da tempo in contatto. Ne aveva parlato al re una decina di giorni prima del colpo di Stato. - Ma sono dei révenants! - aveva risposto il vecchio monarca. - Sire, anche noi due allora siamo dei révenants, - aveva obiettato il maresciallo, ed il 25 luglio si era presentato a villa Savoia, dov'era stato convocato per ricevere l'incarico di formare il nuovo governo, con una nota che comprendeva i nomi dei vecchi uomini politici invisi a Vittorio Emanuele. Ma questi aveva già pronta la lista dei nuovi ministri, tutti provenienti dalle alte sfere della burocrazia statale. - Vostra eccellenza ha bisogno di un ministero di tecnici, che eseguano con competenza gli ordini che riterrà di dare, - disse il re, e Badoglio subì l'imposizione.
 
La competenza tecnica era scopertamente un pretesto. In realtà il re temeva che un ministero caratterizzato dalla partecipazione degli esponenti dell'antifascismo, sia pure dell'ala moderata, avrebbe esasperato i sospetti ed i risentimenti dei tedeschi, provocandone l'intervento immediato.
 
L'inutile mascherata
 
Era peraltro assurdo presumere o sperare che i capi nazisti prestassero fede alle dichiarazioni di fedeltà all'alleanza, tanto meno credibili quanto più smaccate e reiterate, o si lasciassero trarre in inganno dai furbeschi accorgimenti scenici dei primi attori della congiura di palazzo che aveva defenestrato Mussolini. Ed infatti già il 26 luglio Hitler, esaminando la situazione italiana con il maresciallo von Kluge e con il generale Zeitzler, capo di stato maggiore della Wehrmacht, così si esprimeva: - Gli sviluppi che io temevo... si sono verificati. Si tratta di una rivolta istigata dalla casa reale e dal maresciallo Badoglio, vale a dire dai nostri nemici di sempre. Il duce è stato arrestato ieri... poi è stato costituito il nuovo governo che, come era da aspettarsi, ufficialmente dichiara di voler collaborare con noi. Naturalmente non è che una mascherata per guadagnare qualche giorno di tempo e consolidare il nuovo regime.
 
Né la «mascherata» poteva indurre i tedeschi a dilazionare il loro intervento, al quale erano tutt'altro che impreparati: già da tempo avevano predisposto i piani, ed in parte approntato le truppe, per occupare almeno le regioni settentrionali nella prevista eventualità d'un collasso militare italiano. - Per noi è assolutamente imperativo agire, - disse Hitler nella stessa riunione. - Ho sempre temuto questo sviluppo... Ho sempre temuto che la bomba sarebbe scoppiata a sud. Gli inglesi se ne avvantaggeranno, i russi saranno contenti, gli inglesi sbarcheranno: si può dire che in Italia c'è sempre stata aria di tradimento. Date le circostanze, ho ritenuto che ci convenisse aspettare finché fosse approntato un certo numero di unità... Questa volta sono fermamente deciso a colpire con velocità lampo...
 
L'aggressione in atto
 
Non erano soltanto parole. Mentre Hitler esponeva i suoi propositi, l'aggressione tedesca all'Italia era già in atto da alcune ore. All'alba del 26 luglio, reparti della 44a divisione Hoch una Deufschmeister e della 136a brigata da montagna del generale Doehla avevano varcato in formazione di combattimento il passo del Brennero. I soldati tedeschi portavano scritto sugli elmetti «viva Mussolini»: altre frasi inneggianti al fascismo erano tracciate sui vagoni dei loro convogli, ed in genere l'atteggiamento individuale e collettivo delle truppe rivelava l'arroganza e il furore di chi compie una spedizione punitiva.
 
Anche dalla frontiera francese, intanto, cominciava ad affluire in Liguria la 305a divisione di fanteria.
 
Gli invasori non incontrarono alcuna reazione da parte delle forze italiane, assai scarse in quelle zone di confine: nell'imminenza del colpo di Stato, l'alto comando italiano aveva provveduto, giustamente, a convogliare truppe attorno a Roma, ma aveva dimenticato di rafforzare i presidi nelle regioni di probabile accesso tedesco. Tuttavia, anche se i valichi di confine non fossero stati sguarniti, nessuno avrebbe sbarrato la strada ai tedeschi per la semplice ragione che la guerra continuava e quelle soldataglie minacciose e tracotanti erano ancora «alleate».
 
Si poteva resistere?
 
Sorge a questo punto un quesito, la cui risposta ha un'importanza decisiva al fine d'individuare le ragioni autentiche che determinavano i temporeggiamenti del re e del suo governo. Esistevano concrete possibilità di contrastare l'invasione tedesca, il che avrebbe comportato un immediato rovesciamento delle alleanze e posto l'Italia in stato di guerra contro la Germania; oppure era da escludersi a priori, come disse in quei giorni il generale Ambrosio a Badoglio, «qualsiasi atto di forza, data l'esiguità delle nostre forze e data la loro dislocazione che non permette un rapido concentramento»?
 
Certo, sotto un profilo rigorosamente militare, e cioè tenendo conto delle unità organiche disponibili per l'impiego contro l'aggressione e della loro efficienza, le prospettive non apparivano brillanti. Ma nemmeno catastrofiche, come pretendeva Ambrosio. Delle novanta divisioni dell'esercito italiano, oltre .una quarantina erano sparpagliate ai quattro venti, e senza dubbio al loro immediato rimpatrio si frapponevano difficoltà pressoché insormontabili. Altre undici divisioni, dislocate in Sicilia, erano ormai scomparse, bruciate dalla lotta. Sul territorio nazionale ne restavano tuttavia sempre trentasei, oltre alle unità minori, alle truppe non indivisionate, alle forze di polizia.
 
È vero che la divisione italiana, col suo assurdo ordinamento binario e con la sua scarsa ed antiquata dotazione di mezzi tecnici, non reggeva al paragone con la poderosa divisione ternaria tedesca e che il divario s'approfondiva nel confronto tra divisioni corazzate. È vero altresì che nove divisioni, rientrate assai malconce dal fronte russo, erano in ricostituzione; che le quattordici divisioni e le sette brigate costiere, poco efficienti anche per l'espletamento dei loro compiti di difesa, erano immobilizzate dalla mancanza di mezzi di trasporto; che delle due divisioni corazzate, l'una, l'Ariete, era in approntamento, e l'altra era una divisione di camicie nere M (poi ribattezzata Centauro) e perciò infida. Ma tutte queste riserve non alteravano il fatto che esisteva una disponibilità di circa un milione di uomini in armi, per i quali la neutralizzazione delle truppe tedesche di stanza in Italia e la resistenza contro quelle in arrivo non sarebbero stati compiti impossibili.
 
Anzi, secondo l'opinione del maresciallo Kesselring, «Badoglio avrebbe potuto far occupare dalle sue truppe le fortificazioni di frontiera ed interrompere le comunicazioni ferroviarie con la Germania. Tale azione avrebbe avuto la conseguenza inevitabile di ridurre alla fame le divisioni tedesche che combattevano in Italia, costringendole ad arrendersi al nemico... Chi avesse dominato le linee di comunicazione con l'Austria ed i Balcani da una parte, e con la Francia dall'altra, avrebbe avuto nelle sue mani il destino della Germania».
 
Oltre all'esercito, v'era poi una flotta ancora potente, con personale sicuro e capace ad ogni livello, che avrebbe potuto cooperare con bombardamenti dal mare al blocco del valico di Ventimiglia, intercettare i trasporti marittimi che i tedeschi effettuavano in quei giorni dalla Francia alle coste laziali ed ostacolare il ritiro dalla Sicilia delle divisioni germaniche, il cui sganciamento, seppure determinato dall'ormai incontenibile pressione alleata, rientrava anch'esso nel quadro delle misure preventive imposte dagli avvenimenti italiani.
 
E v'era infine l'aviazione, con oltre 400 appaecchi ancora efficienti: una forza non rilevante, ma pur sempre in grado di nuocere al nemico.
 
E non basta. L'entusiasmo suscitato dall'annuncio della caduta di Mussolini, l'esplosione dei sentimenti antifascisti covati dal popolo negli anni della dittatura e fortificati dall'avversione alla guerra fascista e dalla generale volontà di pace, fornivano la prova che si poteva contare sull'appoggio concreto delle masse popolari in caso di conflitto coi tedeschi. Era la tesi sostenuta dalle correnti democratiche più avanzate, riemerse dalla clandestinità e dalla cospirazione: l'entrata in azione simultanea delle forze armate e delle masse lavoratici avrebbe creato le condizioni favorevoli per condurre con successo la guerra contro i tedeschi sotto il segno della unità nazionale.
 
La grande paura
 
Ma se la monarchia ed il suo governo temevano i tedeschi, ancor più temevano che le classi lavoratrici assurgessero a protagoniste del momento. Era questa la preoccupazione che prevaleva su tutte e che costituiva l'altro, e più forte, motivo ispiratore delle decisioni del re e dei conseguenti proclami del 25 luglio che contenevano significativi inviti al «rispetto delle istituzioni». «La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita e chiunque s'illuda di poterne intralciare il normale svolgimento e tenti di turbare l'ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito».
 
Nell'euforia del momento si poteva attribuire a quelle parole un senso antifascista: l'invocato «ri spetto delle istituzioni» poteva significare il ritorno alle libertà statutarie soppresse dal fascismo, e cosi alcuni lo interpretarono, a cominciare da Bonomi: mentre l'inesorabilità promessa da Badoglio ai perturbatori della pubblica quiete poteva essere scambiata per un monito ai fascisti irriducibili.
 
Senonché - a parte l'assenza totale d'ogni sintomo d'irriducibilità da parte dei fascisti, squagliatisi come topi impauriti al primo annuncio della caduta del duce - i fatti intervennero subito a provare che quelle interpretazioni ottimiste della volontà regia non possedevano fondamento alcuno. Le esortazioni e le minacce erano rivolte alle masse popolari che, liberate dall'incubo fascista, non dovevano tuttavia illudersi di poter uscire dal loro stato di sudditanza ed insidiare le posizioni di privilegio dei ceti abbienti, i cui interessi, non più salvaguardati dal fascismo in sfacelo, restavano affidati alla tutela della monarchia.
 
Le prime disposizioni impartite il 26 luglio dal governo non riguardavano perciò le misure da adottare contro eventuali rigurgiti fascisti, né tanto meno erano dirette contro l'aggressione tedesca già in atto, ma concernevano la repressione delle manifestazioni popolari antifasciste che prorompevano in tutte le città d'Italia. «Non è il momento di abbandonarsi a dimostrazioni che non saranno tollerate, - ammoniva un nuovo proclama di Badoglio. - Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l'ordine di disperderli inesorabilmente».
 
Era l'annuncio dello stato d'assedio. In ogni provincia i comandi militari ricevettero pieni poteri per la tutela dell'ordine pubblico ed affissero un manifesto che annunciava l'imposizione del coprifuoco, il divieto di riunione in pubblico di più di tre persone ed altre misure restrittive della libertà di parola e di stampa.
 
La circolare Roatta-Badoglio
 
Nello stesso giorno veniva diramata alle forze armate una circolare a firma Badoglio, ma il cui estensore sembra essere stato il generale Roatta, un esperto in materia di repressioni. Eccone il testo completo:
 
«Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell'ordine pubblico, anche minimo, e di qualsiasi tinta, costituisce un tradimento e può condurre, ove non represso, a conseguenze gravissime. Qualunque pietà e qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto un delitto.
 
«Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni e la persuasione, e non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe e intorno alle armi in postazione. I reparti debbono assumere e mantenere sempre grinta dura ed atteggiamento estremamente risoluto. Quando impiegati in servizio d'ordine pubblico in sosta o in movimento, abbiano i fucili a pronti e non a bracci'arm. Muovendo contro gruppi di individui che turbino l'ordine pubblico o non si attengano alle prescrizioni dell'autorità militare, si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza, anche con mortai e artiglierie, senza preavvisi di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento sia usato dai reparti contro gruppi di individui avanzanti. Non è ammesso tiro in aria, si tira sempre a colpire come in combattimento.
 
«Massimo rigore nel controllo ed attuazione di tutte le misure stabilite col manifesto già noto. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermino alla intimazione.
 
«I caporioni ed istigatori del disordine, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se presi sul fatto; altrimenti giudicati immediatamente dal Tribunale straordinario.
 
«Chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza o ribellione contro le forze armate o di polizia, o insulti le stesse o le istituzioni, venga immediatamente passato per le armi. Il militare impiegato in servizio di ordine pubblico che compia il minimo gesto di solidarietà con i dimostranti o si ribelli o non obbedisca agli ordini, o vilipenda superiori od istituzioni, venga immediatamente passato per le armi.
 
«II comandante di qualsiasi grado che non si regoli secondo gli ordini di cui sopra venga immediatamente deferito al Tribunale di guerra che siederà e giudicherà nel termine di non oltre ventiquattro ore. Confido che i comandanti in indirizzo, consci della gravita dell'ora e che da falsa pietà, lentezza ed irresoluzione potrebbe derivare la rovina della patria, daranno e faranno dare la più ampia assicurazione a quanto sopra esposto. Si tratta di imporsi con rigore inflessibile».
 
Undici divisioni per l'ordine pubblico
 
Mentre il generale Ambrosio coglieva a pretesto la esiguità delle forze armate italiane per giustificare l'inerzia davanti all'aggressore tedesco, il mantenimento dell'ordine pubblico nelle grandi città assorbiva ben undici divisioni, e non tra le peggiori: erano le divisioni di fanteria, Rovigo, Cosseria, Sassari e Piacenza, la divisione motorizzata Piave, la più attrezzata ed efficiente dell'esercito italiano, le divisioni alpine Alpi Graje, Tridentina e Cuneense, la divisione Granatieri, la corazzata Ariete e la 3a Celere. Ed altre due divisioni di fanteria, la Sforzesca e la Torino, combattevano contro il movimento par-tigiano già operante da tempo nella Venezia Giulia. Tredici divisioni. Nell'alternativa d'impiegarle contro i tedeschi oppure contro le masse popolari, il regio governo scelse senza esitazioni di sorta. Dopodiché aveva ragione il generale Ambrosio: detratte quelle tredici grandi unità, le forze che restavano erano davvero troppo esigue per fronteggiare l'invasione germanica.
 
Le truppe furono scagliate contro i lavoratori in sciopero a Milano, a Torino ed in molte altre città ma urtarono spesso contro l'energica resistenza operaia, né mancarono i casi frequenti di fraternizzazione fra dimostranti e soldati. In qualche località tuttavia le prescrizioni di Roatta furono applicate alla lettera: a Reggio Emilia le truppe spararono senza preavviso, tirando a colpire come in combattimento, contro gli operai delle Officine Reggiane, e ne uccisero nove, tra cui una donna; spararono a Bari contro la popolazione che salutava la caduta del fascismo, ed uccisero ventitré persone e ne ferirono settanta; tra i morti, un giovane, Graziano Fiore, figlio dello scrittore antifascista Tommaso Fiore, colpito mentre si recava incontro al padre ed ai fratelli maggiori che stavano per uscire dalle carceri fasciste; spararono il 30 luglio a Torino, per ordine del generale Adami Rossi, contro gli operai della Fiat in sciopero. Due ufficiali che avevano ordinato l'apertura del fuoco ricevettero encomi solenni per il loro operato: un capitano che, come diceva la motivazione della ricompensa attribuitagli da Adami Rossi, «con rapido intuito e piena comprensione del suo dovere, in relazione alle direttive ricevute lanciava una bomba a mano contro un gruppo di operai che, riottoso, faceva opera di sobillazione alla ripresa del lavoro, com'era stato intimato, ferendone alcuni ed ottenendo la completa ripresa del lavoro nello stabilimento»; ed un sottotenente il quale «contro un gruppo di operai riottosi a riprendere il lavoro arbitrariamente abbandonato, che con scherno dicevano che i soldati non avrebbero sparato, faceva dal reparto ai suoi ordini aprire il fuoco, ferendone alcuni. Dava cosi prova di piena comprensione del suo dovere, di ascendente sui dipendenti e dimostrava in modo indubbio agli operai, che subito riprendevano il lavoro, l'assoluta infondatezza della loro asserzione».
 
Le orde di Alarico
 
Intanto proseguiva indisturbato l'afflusso delle divisioni tedesche. Il 26 luglio, con le avanguardie della 44a divisione di fanteria e della 136a brigata da montagna, era giunto a Bolzano anche il generale Fuerstein, comandante del 51a Gebirgskorps, al quale le due unità appartenevano. Fuerstein si recò dal generale Gloria, comandante del XXXV corpo d'armata italiano (le cui divisioni però si trovavano l'una fra Udine e Tarvisio, e l'altra in ricostituzione a Cuneo), per significargli l'intendimento tedesco d'imporre la prosecuzione dei loro trasporti ferroviari e motorizzati verso sud. I tedeschi avrebbero lasciato presidi ai passi del Brennero, di Resia e di Dobbiaco, dai quali sarebbero calate altre truppe. Fuerstein pretese la libera disponibilità di caserme, accantonamenti, ospedali, magazzini e depositi, nonché i piani e le chiavi delle fortificazioni di frontiera. Distaccamenti tedeschi intanto si disponevano a guardia delle più importanti opere d'arte lungo le vie dì comunicazione, delle centrali elettriche, telegrafiche e telefoniche. Nei centri abitati invasi aveva corso, per la prima volta in Italia, il «marco d'occupazione».
 
Movimenti di truppe si verificarono anche alla frontiera occidentale, dove i primi reparti della 305a divisione penetrarono in Liguria, ed alla frontiera giulia dov'era in arrivo da Klagenfurt la 71a divisione.
 
Tutte le mosse tedesche rivelavano un'accurata preparazione. Ed infatti, come si è già accennato, stava entrando in esecuzione un piano predisposto sin dal maggio, in previsione d'un cedimento italiano sul fronte meridionale. Era il piano Alarich, concepito in un primo tempo come operazione diretta ad occupare, con un gruppo d'armate agli ordini del maresciallo Rommel, l'Italia settentrionale per farne uno spalto difensivo del Reich.
 
Gli avvenimenti del 25 luglio imposero un aggiornarmento del piano, per adeguarlo all'eventualità, data per scontata, che il nuovo governo italiano s'accingesse a concludere un armistizio separato. Il 27 luglio ebbe luogo, presso il comando supremo della Wehrmacht (OKW), una conferenza diretta dal generale Jodl, nel corso della quale furono decise quattro operazioni aggiuntive, da attuarsi nel caso ipotizzato: due propriamente militari, contraddistinte con i nomi convenzionali di Achse e Schivarz, che prevedevano rispettivamente la cattura della flotta e la liquidazione dell'esercito italiano; e due a sfondo politico, l'operazione BEiche per la liberazione di Mussolini e la Student per l'occupazione di Roma, l'arresto dei responsabili del 25 luglio e la restaurazione del governo fascista.
 
Alarich acquistò così il carattere di un'operazione preliminare, il cui scopo era il trasferimento e l'opportuna dislocazione in Italia delle forze occorrenti per attuare le quattro fasi successive ed assicurare ai tedeschi il controllo assoluto del paese.
 

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