www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 03-11-11 - n. 384

La Rivoluzione d’Ottobre, i comunisti di ieri e il comunismo oggi
 
di Diego Bigi - Parma
 
Quest’anno ricorre e si festeggia il 94° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.
Non è per retorica che uso anch’io le iniziali al maiuscolo, ma perché considero queste parole entrate nella storia come nomi propri, come lo sono i nomi delle città e delle persone. Gli anniversari sono come i compleanni, sono i compleanni della storia, momenti particolari di festa e di riflessione. In questo caso si festeggia il presente e il nostro esistere, si riflette sul futuro e si ricorda il passato da cui veniamo.
 
Che significato particolare ha questa rivoluzione?
La Rivoluzione d’Ottobre del 1917 ha fatto uscire le parole socialismo, comunismo, dal campo delle idee e della immaginazione per farle entrare nella concretezza della realizzazione storica. La portata di questo evento sarà colta in tutta la sua grandezza soprattutto dalle generazioni future. Nella storia umana è stata la prima volta che una società usciva dal capitalismo e dai meccanismi della proprietà privata dei mezzi di produzione e dalla storia di sempre. Prima non esisteva nessuna esperienza cui riferirsi.
 
Non è fallito il socialismo, ma quella prima forma di socialismo, si è arenato un certo modo di intendere il socialismo, che non lo rendeva più idoneo alle mutate situazioni. Fallito poi per modo di dire, solo parzialmente, perché ha prodotto cambiamenti incancellabili a livello mondiale, come ad esempio la vittoria sul nazifascismo e la vittoria del Vietnam, e tanto altro, con una modifica irreversibile degli equilibri mondiali.
 
Osservo anche che il paese uscito dalla Rivoluzione d’Ottobre, L’U.R.S.S., da arretrato che era, ha conosciuto uno sviluppo industriale e tecnologico da porlo inizialmente all’avanguardia nella conquista pacifica dello spazio con il lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik, e del primo uomo nello spazio, Yuri Gagarin. La prima stazione spaziale orbitante, che è stata messa in orbita dai sovietici, portava un messaggio a tutti i popoli della terra. Infatti si chiamava “Mir”, che significa “Pace”.
 
Non ci vogliono articoli retoricamente celebrativi, bensì di analisi comparate su quel lontano evento rivoluzionario del 1917 e sul presente capitalistico della Russia, articoli che siano informativi e formativi. La nostra è un’identità che non nasce o che non si riconferma con la fondazione del Partito della Rifondazione Comunista nel 1991, o del P.d.C.I. nel 1998, o con altre esperienze, ma ha radici molto più lontane. Noi comunisti di oggi siamo il prodotto storico non solo del presente, ma di qualche cosa che è esistito molto prima. Un’identità, più affonda le sue origini nel passato, più è solida e capace di reggere ogni urto che la vita riserva. La Rivoluzione d’Ottobre rappresenta sul piano della cultura la nostra origine genetica e Lenin un punto di riferimento politico ideale. É di lì che noi veniamo e non solo perché da quella immensa energia che ne è uscita ha preso forma qui in Italia nel 1921 il partito comunista.
 
La Rivoluzione d’Ottobre e il socialismo reale che si è successivamente determinato sono ovviamente due momenti diversi, ma non ritengo giusto e nemmeno storicamente corretto contrapporli per disconoscere la seconda istanza. Se con la storia c’è un rapporto sbagliato, il presente e il futuro li si costruisce decisamente male.
 
Le esperienze del socialismo reale, non solo dell’U.R.S.S., ma anche di quelle europee successive e lontane nel tempo dal grande evento del 1917 e che hanno visto i comunisti di quella seconda epoca come protagonisti, le ritengo finite e storicamente impossibili da riproporre nella loro vecchia forma. Il loro ruolo storico lo hanno già svolto. Però quelle esperienze hanno espresso valori che non sono superati, che sono attuali, e che debbono essere conosciuti e recuperati.
 
Alle volte si parla dei problemi esistenti nei paesi dell’ex socialismo reale e non si fa più caso a quelli gravissimi e tragici esistenti nelle realtà attuali, come quelli che vive ad esempio l’Ungheria di oggi, anche se al suo interno non esistono guerre e bombardamenti. Se si guarda all’Ungheria socialista, pur piena di problemi, di Kadar e quella di oggi con Viktor Orbàn, do un giudizio decisamente favorevole a Kadar, sul piano economico, sul rispetto dei diritti sociali, sull’assenza di forme di razzismo operanti nella società e che all’epoca venivano contrastati, ed anche sul piano complessivo dell’etica e della morale. Oggi in Ungheria si stanno distruggendo ad un livello non solo pratico, ma anche legislativo, le libertà proprie di uno Stato liberale borghese per diventare uno Stato accentratore ed autoritario, violento, che calpesta ogni diritto, collettivo ed individuale. L’integralismo va anche oltre la vita economica e politica per raggiungere il settore religioso, con forti connotati da Stato clericale e teocratico. Altro che conquista della libertà!
 
Infatti anche la cultura che fa da piedistallo al capitalismo non resta immobile e in Ungheria oggi ha preso questa strada, un percorso quasi inevitabile quando ha il sopravvento la negazione di ogni idealità socialista. Per non parlare della Lituania e della Polonia. La mortalità infantile ha fatto un balzo verso l’alto con l’avvento del capitalismo in Bulgaria e in Romania. L’emigrazione di massa dai paesi dell’ex socialismo reale è diventata una necessità per la sopravvivenza personale. Dico questo non per riproporre la società socialista di quel tempo, storicamente impossibile, ma come giudizio storico.
 
Sull’U.R.S.S. si conosce poco e male. C’è la tendenza a prendere le distanze da quello che non c’è più, che è risultato perdente. Si tratta di una tendenza da contenere. Nella storia i salti improvvisi non esistono, esiste soltanto il continuo divenire, la trasformazione. Quello che tu oggi fai, per quanto radicale sia il cambiamento prodotto, è stato reso possibile dal lavoro precedente di un altro. L’U.R.S.S. aveva maturato la necessità di una ristrutturazione interna, che è mancata, e sono arrivati Gorbaciov, Schevardnadze ed Eltsin, e con loro una brutale restaurazione capitalistica, nelle sue forme più selvagge!
 
La competizione economica e produttiva con i paesi capitalisti sviluppati, che basano lo sviluppo sullo sfruttamento interno ed esterno, da come vedo le cose io, superate certe fasi non poteva certamente essere vinta e già l’idea stessa di competizione è estranea al pensiero comunista. È inevitabile e giusto che in un sistema socialista, proprio perché tale, la produttività sia inferiore rispetto a quella esistente in un sistema capitalistico, e ciò a vantaggio della qualità della vita, anche se nel campo socialista sono emersi problemi capovolti rispetto alla società capitalista.
 
Inoltre l’inferiorità dell’URSS nella ricchezza sociale rispetto ai paesi capitalisti sviluppati non era un prodotto del socialismo, come tante anime semplici tendevano e tendono ingenuamente a banalizzare, ma era un prodotto della storia umana precedente. La gente, poi, non fuggiva dal socialismo o dal muro di Berlino, ma si sentiva attratta dai posti dove circolava più denaro, come avviene ora con gli immigrati che cercano anche a costo della vita di raggiungere l’Italia o l’Europa dai paesi con uno sviluppo economico arretrato e di cui spesse volte sono responsabili proprio i paesi che loro cercano di raggiungere. Si dimentica troppo spesso che quel muro a Berlino non aveva un carattere coloniale come quello in Israele contro i palestinesi e nemmeno di tutela di privilegi come altri muri esistenti, ma l’esatto opposto.
 
In qualunque sede dei Comunisti Italiani e di Rifondazione io vada, vedo ritratti di C. Marx, di Lenin, di Gramsci, di Togliatti, di Che Guevara e di altri. Ciò mi conforta. Vedo persone capaci di pensare al presente ricordando il passato.
 
Quando poi mi si dice che il comunismo è morto, che Marx finalmente è stato seppellito anche nelle sue idee, non posso fare a meno di pensare alla Chiesa. Nel corso dei secoli nel nome di Dio e del cattolicesimo sono state commesse atrocità contro individui e collettività (non poche cose ci sarebbero da dire anche sull’integralismo islamico). La Chiesa nella sua storia ha conosciuto, rispetto a certe parole cristiane proclamate, cadute verticali, esprimendo il peggio dell’epoca. Eppure nella nostra società il pensiero cristiano è rimasto. Nessuno prova rimorso nel dichiararsi cattolico. Io non lo chiedo. Nessuno lo chiede.
 
Si badi anche al fatto che il nazifascismo, con tutto quello che ne è conseguito, si è sviluppato in società dove il pensiero religioso era dominante. La religione dominante nella società, il pensiero religioso, con una Chiesa ramificata capillarmente, con il Vaticano che avvolge col suo sistema di potere tutta la società italiana e la compenetra, e non solo quella italiana, non hanno svolto nessun ruolo migliorativo nel comportamento degli individui e degli Stati. Direi che questa induzione manca anche oggi, pur se numerosi credenti ed anche alcuni uomini di Chiesa sono personalmente impegnati nel cercare un percorso umano di libertà che fuoriesca dalla guerra e dall’ingiustizia.
 
Allora non vedo perché proprio io, proprio noi, dovremmo rinunciare alla idealità comunista, alla nostra cultura marxista o sentirci in imbarazzo per avere come punto di riferimento ideale il pensiero politico di Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre.
 
Con la Rivoluzione d’Ottobre si è cercato di dare una risposta alla violenza quotidiana che la maggioranza della gente subiva come conseguenza dei rapporti di proprietà e di profitto esistenti all’interno dello Stato e tra gli Stati, di cui la carneficina e i disastri della prima guerra mondiale sono piena e logica espressione.
 
Quando si parla della Rivoluzione d’Ottobre quasi mai si dà indicazione di questa violenza sociale quotidiana vissuta dalla popolazione, dai contadini. Sono queste violenze e sofferenze che hanno determinato la decisione, la risolutezza, la generosità e il sacrificio personale, con cui hanno agito i rivoluzionari russi e sovietici, i comunisti di allora, e spesso anche con la propria morte come Ciapaiev, nome ora sconosciuto ai più. È strettamente connaturato a tutti gli esseri viventi la volontà del vivere e il senso della difesa, che il meccanismo capitalista o feudale colpiscono violentemente.
 
Noi oggi non dobbiamo riproporre idee o forme organizzative solo perché nel passato, tutto sommato, si sono dimostrate valide. Come la realtà di allora ha generato la terza internazionale e una certa strategia politica, così noi oggi dobbiamo proporre idee e forme organizzative che siano espressione della realtà in cui viviamo. Ora qui in Italia ritengo necessario procedere verso l’unità politica dei comunisti.
 
La grandezza di Lenin e di tutti quei compagni che hanno lavorato con lui, o di Mao Tse Tung, di Fidel Castro, di Che Guevara, di Gramsci, di Togliatti, di Ho Chi Minh è quella di aver guardato al passato per imparare, ma di pensare al presente per agire. Essere rivoluzionari oggi non significa riproporre tale e quale il loro pensiero. Saremmo in tal caso degli imitatori. Nell’arte i grandi artisti sono diventati tali non perché hanno copiato i loro maestri, ma perché dai loro maestri hanno imparato, però hanno poi operato secondo le proprie idee. É così che il mondo avanza.
 
Ho condotto tempo fa una analisi personale sulla Rivoluzione d’Ottobre, sul P.C.U.S., sul P.C.I., sul fascismo, sul nazismo, su altri movimenti politici e religiosi. Però non ho voluto guardare alle pagine della storia o a quanto gli interessati dicono di se stessi o a quanto ne dicono gli avversari e i nemici. Ho voluto giudicare i partiti e le varie correnti di pensiero attraverso la simbologia con cui essi si rappresentano o si rappresentavano e si proponevano alla gente, alla popolazione, al popolo. Ho letto spesso messaggi di morte, di paura, di distruzione, di dominio, altre volte messaggi di altro tipo. Ma niente esprime fiducia nell’uomo e nella vita, niente è più liberatorio della simbologia comunista. Non esiste nulla di più elevato. La costruzione del socialismo in un solo paese è stata un’impresa enorme, che concettualmente mi vede partecipe nell’intento.
 
Sono anche consapevole che i 74 anni di esistenza del campo socialista non sono stati tutto abbracci e sorrisi, come alcuni irrealisticamente pretenderebbero fosse stato. Mi riferisco agli anni ’30 e allo stalinismo. Alle volte ci penso sopra per conto mio e non ritengo sia questa la sede per affrontare certe tematiche. Voglio solo dire che l’antistalinismo praticato oggi come attualità è solamente uno strumentale punto di facile partenza che intende distruggere quei valori al cui interno si è collocato Stalin, anche se a modo suo e con metodi suoi.
 
Tornando alla Rivoluzione d’Ottobre, questa è stata il prodotto che l’umanità ha generato come atto di difesa verso i mali che la travagliavano e la travagliano, così come un organismo produce anticorpi di fronte ad una malattia. È stata una risposta razionale e ragionata, appunto rivoluzione e non semplice rivolta. La Rivoluzione d’Ottobre, come gli anticorpi, è stata un prodotto della natura, un prodotto sociale. Alle volte vincono gli anticorpi, altre il virus, ma nella Rivoluzione d’Ottobre è esistito un qualche cosa che gli anticorpi non hanno: la volontà.
 
Non voglio qui ripercorrere il racconto della storia umana, spesso tragica e orrenda. Voglio solo ricordare una strage del secolo scorso, quindi temporalmente a noi vicina, che ormai conosce solo chi si interessa in modo specialistico di storia o di politica. In Indonesia, nel 1965 ai tempi di Suharto, quando ero ragazzo, sono stati massacrati mezzo milione di uomini, comunisti e di sinistra. É stata una strage che si è protratta per giorni, per settimane, casa per casa, famiglia per famiglia. Uno dei più grandi partiti comunisti del mondo capitalista, una sinistra numerosa ed organizzata sono letteralmente scomparsi negli uomini che li componevano.
 
Penso anche, tanto per restare al presente o al recente passato, alle guerre che hanno dilaniato la ex Jugoslavia o alcune delle ex repubbliche sovietiche o alla violenza che si esercita in tanti altri paesi, come in Iraq, in Afghanistan e ultimamente in quella che per noi italiani è stata la seconda guerra di
Libia.
 
Sulla guerra ho ascoltato alcune parole semplici, ma profonde: “C'è qualcosa di strano nella guerra. Coloro che la causano sembrano inconsapevoli ed estranei alle sue conseguenze; sembrano felici di infliggere danno ad altri e sono assolutamente insensibili di fronte alle conseguenze, mentre le vittime della guerra si danno da fare per normalizzare l'anormale e adattarsi a vivere sotto la costante minaccia della morte e della distruzione”. Queste sono parole e pensieri di Cynthia McKinney, che è stata deputato della Georgia al Congresso degli Stati Uniti, parole pensate mentre si trovava a Tripoli, dove era stata bombardata dalla N.A.T.O. l’Università Fateh, Campus B.
 
Il nostro è un sistema sociale che per sopravvivere prima o poi ha bisogno di crearsi l’idea di un nemico (interno o esterno) verso cui scaricare le sue contraddizioni interne e la sua aggressività costituzionale, di sistema. Senza guerre, senza l’idea di un nemico con cui entrare in competizione o da distruggere, il sistema sociale capitalistico in cui viviamo imploderebbe. Il sistema socialista tende invece a cancellare l’idea di nemico, per esistere non ne ha bisogno, anzi un sistema di guerra alla lunga lo può fare crollare.
 
La guerra talvolta può anche perdere i connotati di bombe e missili per assumere quelli dei meccanismi finanziari, che provocano una devastazione che travolge l’economia degli stessi paesi che li genera e questa è la situazione che noi italiani stiamo vivendo, e non solo noi italiani. Questa aggressività, praticata in nome del profitto finanziario massimo in tempi brevi, sta travolgendo anche l’ambiente e la natura, al cui interno ha preso forma l’essere umano e la vita stessa.
 
Quella che io ho sempre chiamato “espansione distruttiva” è giunta al suo termine: è scomparsa l’espansione per restare solamente la distruzione. Il socialismo, concetto che la Rivoluzione d’Ottobre ha fatto entrare in modo operativo nella storia del nostro pianeta, non rappresenta più soltanto una opzione morale, di vita nella giustizia, di convivenza, ma ora anche una necessità per la sopravvivenza dello stesso genere umano.
 
Non bisogna confondere nazifascismo e capitalismo, ma non dobbiamo neppure mai dimenticare che il nazifascismo è un prodotto del capitalismo e che nel febbraio 1943 ha trovato in Stalingrado l’inizio della sua sconfitta politica e militare.
 
Credo che richiamarsi, considerarsi gli eredi della Rivoluzione d’Ottobre significhi innanzi tutto diffondere una cultura della pace, intesa non come rassegnazione all’esistente, ma come opposizione attiva alle scelte di violenza e di guerra, di aggressione operate dagli Stati o da singole forze politiche.
 
Inoltre significa impossessarsi dei valori che l’hanno animata e che tradotti nel linguaggio di oggi significa ad esempio essere al fianco di Cuba nel chiedere la fine dell’embargo e del blocco economico decretato e imposto dagli U.S.A. Distruggendo Cuba si vuole distruggere l’esempio che è possibile un diverso modo di vivere. Gli U.S.A., se non hanno la volontà politica di accettare la diversità di Cuba, non potranno nemmeno avere la capacità di risolvere i loro più tragici problemi interni. Se l’Europa non riesce a far sì che gli U.S.A. revochino l’embargo non riuscirà nemmeno a risolvere i suoi più gravi problemi che la travagliano internamente.
 
Noi comunisti vogliamo la fine del blocco statunitense contro Cuba, il bloqueo, non per un gesto di simpatia verso degli amici, ma perché vogliamo che prevalga la volontà del cambiamento e del miglioramento, la libertà e il diritto. Siamo noi europei quindi, assieme agli americani stessi, che abbiamo bisogno della fine dell’embargo e del blocco, che sono un vero e proprio assedio. Considero la società cubana l’espressione umana più alta attualmente esistente sul pianeta e deve continuare a vivere. Inoltre per essere contrari al “bloqueo” che assedia l’isola non è necessario essere favorevoli a quella rivoluzione e condividerla, ma è la civiltà del vivere che lo richiede, è il nostro essere persona.
 
Voglio aggiungere che le due rivoluzioni, quella sovietica del 1917 e quella cubana, vincente quest’ultima nel 1959 e poi anche nel 1961, hanno inevitabilmente avuto caratteristiche diverse perché diverso era il contesto storico in cui si sono sviluppate, come pure diversa era la collocazione geopolitica dei rispettivi paesi.
 
Non si dimentichi mai che il socialismo a Cuba è stata un’istanza che è maturata spontaneamente e non opera di un’organizzazione già comunista. La forza del socialismo sta proprio in questo, una necessità che si impone di fronte ai problemi enormi che le persone e i popoli si trovano davanti e che per primi i rivoluzionari russi del 1917 hanno perseguito in modo organizzato.
 
Richiamarsi alla Rivoluzione d’Ottobre significa lottare al fianco dei contadini del Chiapas in Messico, significa lottare assieme a loro e agli altri popoli contro le pratiche neoliberiste.
 
Il capitalismo non fa vivere l’uomo nella ingiustizia ma nella libertà come talvolta sento dire (due parole che si negano a vicenda), ma rende l’individuo solo con se stesso e fa emergere nell’essere umano la parte peggiore che è in lui, i suoi istinti più negativi. Il socialismo avvicina ed unisce, il capitalismo separa e contrappone. Sono le regole che modificano il comportamento umano e questo a sua volta ha una ricaduta sulla coscienza della gente. È per questo che c’è stata la Rivoluzione d’Ottobre è per queste cose che Lenin ci ha lasciato le sue riflessioni.
 
É con questo spirito che dico, che grido, che dobbiamo pensare e gridare:
 
EVVIVA LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE!
 
La N.A.T.O. deve essere superata e gli armamenti nucleari debbono essere tolti dall’Italia. I patti militari sono sempre una preparazione alla guerra ed la creazione del Patto di Varsavia era stata una mossa successiva alla creazione della N.A.T.O. e quest’ultima continua a persistere nonostante la scomparsa dell’altro patto e della stessa U.R.S.S.
 
Sulla strada aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre, con una consapevolezza politica che solamente l’esito vittorioso di quella rivoluzione ha reso possibile, è in ripresa, dopo il crollo dell’U.R.S.S., la lotta al neoliberismo, secondo forme di lotta e di organizzazione che non possono essere uniche, ma che debbono essere l’espressione della realtà in cui ogni popolo vive. Noi, comunisti, che ci richiamiamo alla Rivoluzione d’Ottobre, vogliamo stare dentro ai processi reali, perché vogliamo correggerli, condizionarli nello sviluppo ed anche, quando i rapporti di forza lo consentono, cambiarli.
 
Voglio fare un’altra considerazione necessaria.
 
Alle volte si discute se la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre sia terminata oppure no con il crollo dell’U.R.S.S. Da come guardo le cose, la mia risposta è no! No! Nemmeno la spinta propulsiva della rivolta di Spartaco è terminata. Quello di Spartaco è un nome che tutti conoscono perché trasmesso di padre in figlio attraverso i secoli. É un nome che è nel cuore di tutti. Vi è un racconto orale che lo mantiene vivo.
 
Si dica pure che la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre non esiste più, lo si pensi pure anche in buona fede. Non per questo la forza di questa rivoluzione cesserà di agire. Questa rivoluzione ha dimostrato che le rivoluzioni possono vincere e che non è sempre detto che come una maledizione ad ogni tentativo rivoluzionario debba immediatamente seguire la restaurazione vittoriosa. La Rivoluzione d’Ottobre non è un evento del passato e poi punto e basta. Si tratta di un evento del passato che fa parte del presente, un qualche cosa che ha iniziato una storia in cui noi tutti siamo protagonisti e che sta concorrendo a determinare il nostro futuro sociale di specie con una trasmissione di valori che non può essere fermata.
 
Spartaco è stato ucciso durante la sua lotta, la Comune di Parigi è stata schiacciata, la Rivoluzione d’Ottobre, invece, ha vinto, anche se solamente per 74 anni. Quello che succederà non lo so, nessuno può saperlo, ma una cosa è sicura: noi o quelli che verranno dopo di noi costruiranno una società socialista che andrà oltre la durata della società uscita dalla Rivoluzione d’Ottobre.
 
L’uomo da sempre ha cercato di volare, nell’aria e nello spazio, poi c’è riuscito. Con la Rivoluzione d’Ottobre l’Umanità ha cercato di volare come organizzazione sociale ed è anche decollata, per poi cadere dopo molto tempo, proprio quando si pensava che il volo fosse diventato sicuro.
 
La Rivoluzione d’Ottobre è stata la grande novità del secolo scorso: si è sviluppata in forma politicamente organizzata una forma di pensiero nuova, di vivere sociale diverso. Sono giunti a maturazione organizzativa quei semi che il filosofo Carlo Marx per primo ha gettato nel secolo scorso. Ossia hanno fatto la loro comparsa tra le masse concetti come quelli di socialismo, comunismo, marxismo, di libertà, di giustizia sociale.
 
Ho detto tra le masse. A tentare di fare la storia e a farla non sono più stati solo i ricchi, i possidenti, i potenti, con la popolazione che prima stava a guardare e che subiva. Nel secolo scorso hanno fatto il loro ingresso nella storia come protagonisti i popoli: contadini, braccianti, disoccupati, operai. Ciò è avvenuto in Italia, in Europa, ovunque. Penso anche a quella che viene chiamata “la lunga marcia” in Cina e alla rivoluzione cinese. Anche lì è stata l’Umanità che iniziava a muoversi socialmente.
 
I protagonisti della Rivoluzione d’Ottobre e i comunisti che sono venuti dopo, quelli che sono stati i nuovi protagonisti del secolo che si è concluso ci hanno indicato la strada giusta, quella del cambiamento nel nome degli interessi collettivi, del rifiuto della guerra come normale strumento della politica, del rifiuto del dominio tra i popoli. Sì, cambiare si può e si deve. Il concetto di bene collettivo e non privato entrerà, deve entrare nel senso comune, ora quasi inesistente, dobbiamo creare un immaginario comune in cui ognuno possa riconoscersi e costruirlo nella realtà.
 
Alle origini, attorno al 1917, la volontà di cambiamento e lo spirito creativo avevano raggiunto nell’immaginazione caratteri che alle volte a me paiono oggi eccessivi ed talvolta incredibili. Ma comprendo che non poteva essere diversamente, la storia stava generosamente correndo.
 
Nello stesso tempo sono stati, quei rivoluzionari bolsevichi, fermamente ancorati alla realtà. Ad esempio non hanno apportato nessuna modifica – rivoluzionaria e comunista – al calendario religioso e cristiano con eventuali nuove datazioni e con nuovi nomi ai mesi, come possiamo osservare essere accaduto precedentemente in Francia. Questo fatto non viene mai messo in evidenza e una nuova denominazione dei mesi o del calendario, se fosse accaduto, lo troverei nella logica di quegli avvenimenti epocali, ma non è accaduto. Quei rivoluzionari protagonisti dell’ottobre sovietico del 1917 hanno solamente uguagliato il loro calendario al nostro spostandolo di alcuni giorni, e questo è il motivo per cui la Rivoluzione d’Ottobre viene ricordata e celebrata il 7 novembre.
 
Certe scelte politiche nel passato sono state inevitabili, ma ritengo anche che oggi, nella realtà mondiale che si è creata con la scomparsa dell’URSS e del campo socialista, i percorsi futuri risultano modificati.
 
La Rivoluzione d’Ottobre è stata una consapevole e scientifica partenza della lotta contro la devastazione umana causata dall’idea di profitto e dall’idea che tutto o quasi è privato e senza limiti, che tutto è merce, e non poteva che avere certe caratteristiche assolute, considerate risolutive, altrimenti nemmeno la partenza ci sarebbe stata. È il pensiero umano che stava e sta seguendo il suo sviluppo. Senza quel prima non ci sarebbe nemmeno quel dopo che io mi immagino avrà il sopravvento.
 
I percorsi successivi per il cammino verso il socialismo e nel socialismo sarà compito delle generazioni successive alla nostra elaborarli. Il modo in cui si articolerà questa nuova società penso non possa essere predefinito, ma che l’articolazione verrà costruita strada facendo.
 
Spesse volte è l’aggressività esterna che ha reso necessarie certe scelte nei paesi il cui cammino aveva un indirizzo socialista. La stessa necessità di avere un esercito per la propria difesa è una contraddizione interna al sistema socialista, che viene imposta dall’esterno e che non può essere evitata. Il socialismo non ha mai potuto esprimersi compiutamente per quello che è, condizionato da sempre dall’esterno.
 
Il socialismo che costruiremo avrà caratteristiche inedite rispetto a quelle del Socialismo Reale, che pure ha saputo scrivere una grande pagina nella storia dell’umanità e che solamente esso poteva fare. Tocca a noi tutti darci forma. La società socialista, che lentamente prenderà nuovamente corpo, forse sarà quella definitiva. Forse l’umanità riuscirà a portare a termine quel salto sperato da tanti nei secoli, ma che la Rivoluzione d’Ottobre è stata capace di iniziare.
 
Il socialismo e la laicità nel vivere sociale sono diventate il necessario sviluppo della storia umana. È solamente con la laicità degli ordinamenti statali che la singola persona acquisisce la sua libertà di pensiero: religiosa, di qualsiasi religione, e la libertà di non avere nessuna appartenenza religiosa. Quest’ultima è una condizione ancora fortemente penalizzante ovunque. Con il socialismo è la civiltà che avanza, quella vera, e non solo tecnologica.
 
Sì, cambiare si può e si deve. Con la lotta, con l’impegno politico, con piccoli strappi rispetto al presente si arriverà a questo futuro, che a livello del pianeta già è presente in tracce ai nostri giorni.
 
Voglio aggiungere a queste mie parole quelle di un intellettuale partecipante nel luglio di quest’anno alla Flotilla 2 diretta verso Gaza: “..... La Flotilla è la marina pacifica di quell’altro paese globale, democratico e giusto, che si sta costruendo nel mondo arabo, in Spagna, in Grecia, in tutti gli angoli del pianeta”.
 

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