www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 16-04-14 - n. 494

Ucraina: dalla rivendicazione dell'autonomia al patto costitutivo dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche

tratto dal libro:
Anatolik Kuznetsov, Babij Jar - 1941: l'occupazione nazista di Kiev
A cura della redazione italiana della Casa editrice Zambon, 2011
Introduzione di Adriana Chiaia

Scheda storica

Le complesse vicende dell'Ucraina e del suo rapporto con il potere sovietico più volte rovesciato e ricostituito sono state intervallate da digressioni (graficamente evidenziate)  riguardanti il quadro storico e politico in cui esse si collocano.

L'Ucraina era una delle regioni periferiche dell'impero zarista che, all'inizio del XX secolo, aveva raggiunto la fase del capitalismo. Lo sviluppo industriale riguardava però soltanto le grandi città (Char'kov era uno dei centri più importanti) e nelle città era concentrato il proletariato su cui pesava la duplice oppressione del dominio zarista e dello sfruttamento da parte dei capitalisti, grandi-russi immigrati dal nord e stranieri.

Scrive Stalin:
"L'Ucraina e le sue ricchezze già da tempo sono oggetto delle sfruttamento imperialista . Prima della rivoluzione l'Ucraina era sfruttata dagli imperialisti dell'Occidente, in sordina,per così dire, senza "operazioni militari". Dopo aver organizzato in Ucraina grosse imprese (carbonifere, metallurgiche, ecc.) e accantonato e accentrato nelle proprie mani la maggior parte delle azioni, gli imperialisti della Francia, del Belgio e dell'Inghilterra, succhiavano le linfe del popolo ucraino in maniera legale, "legittima", senza fracasso"[i].

La maggioranza della popolazione era composta di contadini che subivano lo sfruttamento dei grandi proprietari terrieri, principalmente polacchi, beneficiari dei profitti della vendita dei prodotti agricoli, soprattutto di cereali e grano. Questa intollerabile oppressione dava adito a periodiche rivolte, che venivano represse con ferocia. Non a caso, Bogdan Chmel'nickij, che aveva capeggiato una di queste rivolte nel XVII secolo, divenne un eroe nazionale.

Oltre alle contraddizioni di classe, erano profonde (e fomentate dall'impero zarista) le divisioni etniche e religiose. La religione cristiana ortodossa praticata dalla maggioranza della popolazione ucraina, opponeva i contadini ai proprietari terrieri polacchi di religione cattolica e agli ebrei, dediti principalmente al commercio e all'usura.

D'altra parte, il movimento nazionale ucraino non era radicato nelle masse dei contadini e degli operai delle industrie: i suoi aderenti appartenevano ad una élite intellettuale, incapace di rappresentare gli interessi delle masse popolari sfruttate ed oppresse. Questo movimento, abbandonate le velleità populiste che l'avevano animato agli inizi del XX secolo, finì per limitarsi ad una campagna contro l'oppressione politica e culturale di Mosca. Tale oppressione era tutt'altro che irrilevante: basti ricordare il bando contro la letteratura e i giornali ucraini, imposto negli anni '70 del XIX secolo, attenuato nel 1905, e pienamente rimesso in vigore nel 1914 dal Governo Provvisorio.

Come era accaduto per le altre regioni periferiche, sottoposte al dominio zarista, il movimento nazionalista ucraino ricevette un forte impulso dalla rivoluzione di Febbraio. Alla guida del movimento si posero tre uomini: M. Gruševskij, un colto professore, autore della Storia d'Ucraina, V. Vinnicenko, un intellettuale che vantava una partecipazione ai moti rivoluzionari del 1905 e S. Petljura[ii], un autodidatta, sedicente letterato e giornalista, che si sarebbe rivelato un avventuriero, disposto ad ogni compromesso per mantenere il suo potere personale.

Nel marzo 1917, in un congresso di partiti e gruppi borghesi e piccolo-borghesi ucraini, essi costituirono, sotto la presidenza di Gruševskij, la "Rada Centrale ucraina". Da principio la Rada, coerentemente con il suo carattere principalmente culturale e sociale, non pretese di esercitare alcuna funzione politica. Ma in seguito, il 13 giugno 1917, emise un decreto che dichiarava l'Ucraina "Repubblica Autonoma" (ma "senza separazione dalla Russia e senza uscita dallo stato russo") e istituì una "Segreteria Generale", diretta da Vinnicenko, che assunse presto forma e funzioni di governo nazionale.

Il Governo Provvisorio, che si era avvalso di una tattica dilatoria riguardo alle rivendicazioni di autonomia nazionale dei vari Stati periferici dell'impero russo, si decise a riconoscere parzialmente le rivendicazioni ucraine, pur insistendo sul fatto che la decisione ultima sarebbe spettata alla futura Assemblea costituente. Il 1° luglio 1917 una delegazione del Governo Provvisorio composta da Kerenskij, Cereteli e Terešenko firmò a Kiev un accordo con la Rada Centrale  ucraina.

Ma, mentre si adempivano queste formalità diplomatiche, quello che si dichiarava il governo della Repubblica autonoma di Ucraina era seduto su un vulcano in eruzione: in tutta la Russia, Ucraina inclusa, si propagava l'incendio delle lotte rivoluzionarie degli operai e dei contadini.

Gli operai in lotta contro gli imprenditori ricorrevano sempre più frequentemente a forme di lotta violente mettendo agli arresti e destituendo gli amministratori. I metallurgici di Char'kov il 18 settembre, arrestarono i direttori della Compagnia generale di elettricità e li affidarono alla sorveglianza della Guardia rossa.

Gli industriali della Russia meridionale, riuniti in conferenza a Char'kov, se ne lamentarono col ministro del Lavoro:
"A causa della più assoluta immunità di cui godono alcuni elementi criminali, l'esempio degli operai dell'impresa della Compagnia generale di elettricità, ha trovato degli emuli nella impresa Gerlach e Pulst , la cui amministrazione è stata trattenuta in stato di arresto per varie ore. Oggi, 20 settembre, la direzione dell'Officina Locomotive di Char'kov è stata posta agli arresti con la medesima procedura"[iii].

Anche il movimento contadino si esprimeva con forza sempre maggiore in tutto il territorio nazionale ricorrendo all'occupazione di terre e all'espulsione dei proprietari terrieri. Ad esempio nella provincia di Kiev si erano avute ben 39 ribellioni. La lotta dei contadini delle nazionalità oppresse cominciava già a far causa comune con gli scioperi operai e ciò creava una situazione estremamente tesa in tutto il territorio.

Da tutte le regioni del paese, dall'estremo nord alla lontana Siberia, dall'Ucraina alle rive del Mar Nero, dall'Asia centrale alla Transcaucasia, arrivavano messaggi che chiedevano la consegna del potere ai soviet.

Il 4 ottobre, nel corso di una seduta del Governo Provvisorio, il ministro dell'Interno Nikitin fece il resoconto della lotta armata condotta dai contadini della regione di Terek, nelle zone di Groznyj, Vedensk, Chasav-Jurta. Il ministro si dichiarava particolarmente allarmato dal fatto che nel medesimo periodo vi era stato uno sciopero degli operai dei pozzi petroliferi nei dintorni della città di Groznyj. Ci si può rendere conto di quanto il governo fosse terrorizzato all'idea di una alleanza del movimento nazionale rivoluzionario e della rivoluzione operaia se si tiene conto che nella regione in cui erano avvenuti i fatti riferiti dal ministro Nikitin ci si era precipitati a proclamare immediatamente la legge marziale.

Qual era il rapporto tra queste lotte e il movimento borghese di indipendenza nazionale?

Gli operai e i contadini delle nazioni oppresse che non si fidavano delle promesse del governo provvisorio, esigevano dalle organizzazioni nazionali, che nel primo periodo della rivoluzione si erano messe alla testa del movimento di liberazione, una politica chiara e precisa: cessazione della guerra, confisca della terra seminabile, superamento dell'ineguaglianza nazionale. Man mano che la rivoluzione acquistava un carattere più radicale, la situazione si andava aggravando.

Le organizzazioni borghesi del movimento di indipendenza nazionale si trovavano sempre più strette tra l'impeto rivoluzionario delle masse e gli attriti con il governo provvisorio. Tra i due mali la Rada Centrale ucraina scelse la strada della trattativa con quest'ultimo e in pratica della sua difesa in occasione del tentato, e fallito colpo di mano di Kornilov[iv]

"Sarebbe una grave sciagura – scriveva nel suo appello la Rada Centrale d'Ucraina, – se il generale Kornilov riuscisse a sollevare il popolo e l'esercito contro il governo … I contadini e gli operai andrebbero incontro alla rovina completa e sarebbero nuovamente rigettati in un atroce stato di asservimento ai grandi proprietari fondiari e allo zarismo. La Rada Centrale d'Ucraina esorta tutta la popolazione della terra ucraina a non obbedire agli ordini di Kornilov e degli altri nemici della rivoluzione. La Rada Centrale d'Ucraina rivolgendosi a tutti i cittadini dei villaggi e delle città di Ucraina riafferma che il solo governo legittimo, in Russia, è il Governo provvisorio di Russia e, in Ucraina, la Rada Centrale d'Ucraina e il suo Segretariato generale."[v]

Infatti quello che la Rada Centrale temeva di più era che le lotte operaie e l'insurrezione contadina aumentassero sempre di più il divario tra il movimento borghese per l'autonomia nazionale e il movimento popolare rivoluzionario di liberazione dall'imperialismo. Da ciò il suo sostanziale sostegno al governo provvisorio.

Il 26 ottobre 1917 anche Kiev fu raggiunta dalla notizia dello scoppio della rivoluzione proletaria a Pietrogrado.

Malgrado che i dirigenti del Comitato esecutivo bolscevico del soviet e del Comitato del partito fossero stati arrestati per ordine del comandante del distretto militare di Kiev, agli ordini del Governo Kerenskij, gli operai dell'Arsenale, i soldati del Terzo Parco aereo, le divisioni di artiglieria distaccate sul Dnepr e il reggimento ucraino, che era passato dalla parte degli insorti contro la volontà della Rada Centrale, con l'aiuto dei bolscevichi rimasti in libertà, organizzarono l'insurrezione e, dopo tre giorni di combattimenti, riuscirono a sconfiggere le guardie bianche. Essi dimostrarono in pratica che, anche cercando di decapitare il movimento insurrezionale, non era stato possibile arrestare la rivoluzione.

La Rada, era passata, con una ennesima oscillazione, dalla parte dei vincitori, ma il giorno dopo, i reparti di guardie bianche, con l'aiuto di quella stessa Rada, si ritirarono verso il Don. Kiev divenne una città sovietica, ma per breve tempo. Lo scontro con la Rada era inevitabile.

Il 7/20 novembre 1917 la Rada proclamò la "Repubblica Popolare Ucraina". Sebbene il relativo decreto confermasse la già enunciata intenzione di "non separarsi dalla Repubblica Russa e salvaguardare la sua unità ", aiutandola a "divenire una federazione di popoli liberi e uguali", la segreteria generale assunse le vesti di un regolare governo, con Vinnicenko come primo ministro e Petljura come segretario per gli affari militari.

Il 4 dicembre 1917 il Consiglio dei commissari del popolo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR) pubblicò un manifesto indirizzato al popolo dell'Ucraina in cui riconosceva il suo diritto a disporre liberamente di se stesso ma esige dalla Rada dell'Ucraina la cessazione della sua attività controrivoluzionaria.

Il governo sovietico imputava alla Rada la situazione militare creatasi in Ucraina. La Rada, infatti, non soltanto stava cercando di creare un esercito separato richiamando in patria tutte le unità ucraine, ma si rendeva complice di tutte le azioni controrivoluzionarie degli eserciti bianchi.

Stalin lo denuncia drammaticamente:
"Il conflitto ha raggiunto il suo apice quando la Segreteria generale si è recisamente rifiutata di lasciar passare le truppe rivoluzionarie del soviet dirette contro Kaledin [ataman dei cosacchi del Don, ndr]. Unità agli ordini della Segreteria generale arrestano i treni che trasportano le truppe rivoluzionarie, divelgono le rotaie, minacciano di sparare dichiarando di non poter permettere ad eserciti 'stranieri' di passare attraverso il loro territorio. E questi soldati russi, che fino a ieri si sono battuti insieme agli ucraini contro i generali carnefici che tentavano di schiacciare l'Ucraina, adesso sembrano loro 'stranieri'! E ciò accade nel medesimo tempo in cui la stessa Segreteria generale lascia passare liberamente attraverso il suo territorio le unità cosacche di Kaledin dirette a Rostov e gli ufficiali controrivoluzionari che da tutte le parti raggiungono Kaledin!

A Rostov gli uomini di Kornilov e di Kaledin infilzano con le picche le Guardie rosse, e la Segreteria generale della Rada ci impedisce di portare aiuto a quei nostri compagni! Gli ufficiali di Kaledin fucilano i nostri compagni nelle miniere, e la Segreteria generale ci impedisce di portare aiuto ai nostri compagni minatori!

Ci si può meravigliare se Kaledin, fino a ieri ancora sconfitto, oggi avanza sempre più verso il nord, conquistando il bacino del Donez e minacciando Tsaritsyn?"[vi]

Alla Rada veniva posto l'ultimatum:

"O la Rada rompe con Kaledin, tende la mano ai soviet ed apre agli eserciti rivoluzionari la strada verso il covo controrivoluzionario del Don; e in tal caso gli operai e i soldati dell'Ucraina e della Russia rafforzeranno la loro alleanza rivoluzionaria con un nuovo impulso di affratellamento.

Oppure la Rada non intende rompere con Kaledin, non apre la strada agli eserciti rivoluzionari; e in tal caso la Segreteria generale della Rada riuscirà ad ottenere ciò che invano hanno cercato di ottenere i nemici del popolo, vale a dire lo spargimento del sangue di popoli fratelli"[vii].

La risposta della Rada all'ultimatum del governo sovietico fu la stessa a cui ricorsero tutti i governi borghesi che si erano messi alla testa del movimento di indipendenza degli Stati già appartenenti all'impero zarista: ricorrere alla "protezione" delle potenze imperialiste straniere. Nel caso dell'Ucraina ci fu una richiesta in questo senso da parte della Rada nei confronti della Francia. Come ricorda il Carr "A Kiev, il generale Tabouis annunciò la propria nomina a inviato della Repubblica francese presso il governo della Repubblica ucraina, e il 29 dicembre/11 gennaio informò Vinnicenko che la Francia avrebbe appoggiato la Repubblica ucraina con tutte le proprie forze materiali e morali. Una dichiarazione analoga fu fatta all'incirca nello stesso tempo dal rappresentante britannico a Kiev"[viii].

Da parte sua, il potere sovietico mentre ribadiva, secondo i principî proclamati e osservati nella pratica (vedi riconoscimento del diritto alla separazione della Finlandia), il riconoscimento del diritto dei popoli all'autodeterminazione, non poteva non appoggiare – come più volte affermato – l'azione dei bolscevichi ucraini che operavano nell'interesse degli operai e dei contadini ucraini.

Dal 3 al 5 dicembre si era tenuto a Kiev il I° Comgresso regionale dei bolscevichi dell'Ucraina. L'11/24 dicembre 1917 i bolscevichi ucraini indissero a Char'kov un nuovo Congresso Generale Ucraino dei Soviet; e due giorni dopo, un comitato esecutivo centrale d'Ucraina (composto principalmente di bolscevichi, fiancheggiati da alcuni socialisti rivoluzionari di sinistra) eletto dal Congresso, telegrafò al governo di Pietrogrado d'aver "assunto i pieni poteri in Ucraina".

Il 9/22 gennaio 1918 la Rada, con un nuovo decreto, proclamò la Repubblica Ucraina "Stato sovrano, libero e indipendente del popolo ucraino" e l'indipendenza di tale stato veniva riconosciuta dal governo tedesco. Ma si trattava di vittorie sulla carta, di proclami che non rispondevano alla realtà, i fatti erano ben diversi. Come riconosciuto dallo stesso Vinnicenko – "la vasta maggioranza della popolazione andava voltandosi contro di noi"–, la zona di influenza della Rada andava restringendosi rapidamente nella misura in cui le forze del movimento nazionalista borghese si sbandavano e la maggior parte degli strati più poveri della popolazione, delusi dalle mancate promesse della Rada, appoggiavano i bolscevichi. In aiuto alla mobilitazione dei soviet operai e contadini, l'Esercito rosso entrò a Kiev il 26 gennaio/8 febbraio 1918. La Rada fu rovesciata; e pochi giorni dopo fu instaurato il governo sovietico ucraino.

Prima digressione.

Le trattative di pace tra la Repubblica sovietica e la Germania, iniziate nel 1917 e concluse il 5/18 dicembre con un armistizio, ripresero nel febbraio 1918. Esse furono interrotte il 10 febbraio a causa della decisione di Trockij, capo della delegazione sovietica a Brest-Litovsk, che, contravvenendo alle direttive del partito aveva respinto le condizioni imposte dai tedeschi. Ciò era costato la ripresa dell'offensiva tedesca. L'Esercito rosso, appena formato, ebbe il suo battesimo di fuoco nel respingere l'assalto tedesco che minacciava Pietrogrado. Il 16 febbraio 1918 il Comitato centrale del POSDR(b) approvò la risoluzione di Lenin per l'immediata conclusione della pace. Il 22 febbraio il governo tedesco accettò di concludere la pace. Le condizioni imposte dalla Germania, che il Comitato centrale, dopo un'aspra lotta interna, aveva deciso di accettare, erano durissime: la Lettonia, l'Estonia, senza parlare della Polonia, passarono alla Germania, l'Ucraina veniva staccata dalla Repubblica sovietica per farla diventare uno Stato vassallo della Germania. La Repubblica sovietica si impegnava inoltre a pagare ai tedeschi un'indennità di guerra.

(Fine della prima digressione)

Nel momento in cui la Rada veniva cacciata da Kiev, i suoi delegati partecipavano alla firma del trattato di pace con la Germania a Brest-Litovsk; e il 12 febbraio 1918, essi sollecitarono l'intervento della Germania. Armate tedesche invasero rapidamente l'Ucraina, e il 2 marzo i bolscevichi dovettero abbandonare Kiev alle forze della Rada capeggiate da Petljura.

La Rada, che, come ammise Vinnicenko "doveva la sua restaurazione ai cannoni pesanti tedeschi", non approfittò molto a lungo della propria connivenza: alla fine di aprile essa fu brutalmente estromessa e sostituita da un governo fantoccio di pura creazione tedesca, con a capo lo hetman P. P. Skoropadskij

Si trattava evidentemente di un governo militare tedesco, sulle finalità economiche e politiche del quale Stalin scrisse:

"Ciò significa che i tedeschi non solo vogliono pompare dall'Ucraina milioni di pud di grano, ma tentano anche di privare dei loro diritti gli operai e i contadini ucraini, dopo aver strappato loro e consegnato ai grandi proprietari fondiari e ai capitalisti il potere conquistato con il sangue. Gli imperialisti dell'Austria e della Germania portano sulle loro baionette un nuovo, ignominioso giogo, per nulla migliore del vecchio giogo tartaro. Tale è il significato dell'invasione da occidente. […]

Ciò significa che l'Ucraina dovrà essere materialmente conquistata perché i tedeschi possano ricevere il grano e porre sul trono Petljura-Vinnicenko. C'è tutta la probabilità che il "fulmineo colpo" con il quale i tedeschi pensavano di prendere due piccioni con una fava (impadronirsi del grano e distruggere l'Ucraina sovietica) si trasformi in una guerra prolungata tra gli oppressori stranieri e i venti milioni di ucraini,   cui si vuole togliere il grano e la libertà."[ix]

Il governo fantoccio durò fino alla disfatta militare tedesca del novembre 1918. Poiché la lotta partigiana in tutti i territori occupati dai tedeschi non si era mai fermata, Skoropadskij, privo dei suoi protettori, riparò in Germania. Approfittando della situazione, i capi della vecchia Rada tornarono a Kiev e vi instaurarono un "Direttorio ucraino" sotto la presidenza di Vinnicenko. Petljura, nel suo delirio di potere personale, si fece nominare comandante in capo e, con una nota del 27 febbraio 1919, il Direttorio trasferì l'Ucraina sotto la "protezione" della Francia. Ma il governo francese non si dimostrò disposto a mantenere le promesse fatte dal generale Tabouis l'anno prima. Il solo tratto nuovo della situazione fu la decisione di annettere alla Repubblica Ucraina, la cosiddetta "Ucraina occidentale", cioè l'ex provincia austriaca della Galizia orientale.

Dichiarando di voler creare una "Repubblica Popolare Ucraina" indipendente, distribuire la terra ai contadini e stabilire il controllo operaio nelle fabbriche ecc., gli uomini di Petljura riuscirono dapprima a ingannare una parte dei lavoratori locali. In realtà, il Direttorio difendeva gli interessi della borghesia e dei proprietari terrieri. Petljura rinfocolò lo sciovinismo, organizzò pogrom antisemiti e, mentre dichiarava guerra alla Russa sovietica, vendeva ai capitalisti stranieri le ricchezze dell'Ucraina.

Nel frattempo, pochi giorni dopo il collasso della Germania, fu costituito a Kursk, alla frontiera settentrionale, un "governo provvisorio ucraino degli operai e dei contadini" sotto la presidenza di G.L. Pjatakov. Il 29 novembre 1918 tale governo pubblicò un manifesto in cui si annunciava il trasferimento delle terre ai contadini e delle fabbriche alle " masse lavoratrici ucraine". A Char'kov, al principio di dicembre, dopo uno sciopero generale di tre giorni, il potere fu assunto da un soviet.  Le armate bolsceviche cominciarono allora la loro avanzata verso il sud, raggiunta Char'kov, avanzarono verso Kiev, che rioccuparono nel febbraio 1919. L'accoglienza della popolazione, a quanto afferma lo stesso Vinnicenko, fu entusiasta: gli operai andarono incontro ai soldati rossi, con la bandiera, con il pane e il sale, alle grida di urrà. All'inizio del gennaio 1919 venne ripulita dai seguaci di Petljura Char'kov, il 5 febbraio Kiev. Nella maggior parte dell'Ucraina si stabilì il potere sovietico. Il 10 marzo 1919 il III Congresso Generale Ucraino dei Soviet approvò la costituzione della Repubblica Sovietica Socialista Ucraina. Pjatakov  fu sostituito a capo del governo sovietico ucraino da Rakovskij. Il presidium del congresso che approvò la costituzione era formato da: Rakovskij,  Pjatakov, Bubnov e Kviring.

Fino a quel momento l'impegno principale del Partito comunista era stato quello militare. Questa tregua permetteva di dedicarsi ai molti problemi politici e organizzativi che stavano di fronte ai dirigenti del partito in Ucraina, in particolare al rapporto con la popolazione, che, in un paese in cui il proletariato era poco numeroso, riguardava essenzialmente il rapporto con i contadini. Il PCR(b) dette un grande rilievo alla questione. L'VIII Conferenza del PCR(b), che si tenne dal 2 al 4 dicembre 1919 approvò il "Progetto di risoluzione del CC del PCR (b) sul potere sovietico in Ucraina" scritto da Lenin (di cui parleremo più avanti). La questione del potere sovietico in Ucraina era stata posta all'ordine del giorno della Conferenza.

Ma l'aggressione degli imperialisti stranieri e la guerra civile investirono anche l'Ucraina e di nuovo la parola passò alle armi.

Seconda digressione

Dopo la disfatta militare dell'Austria e della Germania, i "predoni civilizzati", come li chiamava Lenin, si avventarono sul loro vero nemico di classe, il giovane Stato dei soviet, che aveva osato abolire il capitalismo. Questo esempio, che riempiva di speranza gli sfruttati e gli oppressi di tutto il mondo, minacciava la loro stessa esistenza. La santa alleanza degli imperialisti lottava per una questione di vita o di morte. Bisognava, ad ogni costo, abbattere il potere sovietico. E se vi fosse qualche dubbio sulle intenzioni ostili degli imperialisti, basti ricordare che nel trattato di pace di Versailles, che annientava l'esercito della Germania, un contingente di soldati tedeschi veniva usato nel ruolo di cani da guardia a difesa del confine orientale dei paesi baltici.[x]

Come denuncia Lenin, le potenze dell'Intesa scatenarono la guerra contro la Russia sovietica senza dichiararla.

"… nessuno di questi Stati democratici ha avuto il coraggio, né oserà, osservando le leggi del suo paese, dichiarare la guerra alla Russia sovietica. Accanto a ciò, una protesta […] della stampa operaia [di quegli stessi paesi, ndr], la quale dichiara: dove sono nella nostra Costituzione, nella Costituzione della Francia, dell'Inghilterra e dell'America, le leggi che permettono di condurre una guerra senza dichiararla e senza consultare il parlamento?"[xi]. Nella prima metà del 1918, inglesi, francesi, giapponesi e americani dispiegarono un intervento armato generalizzato contro ogni regione della Russia. Gli anglo-francesi operarono uno sbarco occupando Archangel'sk e Murmansk, dove spalleggiarono la rivolta delle guardie bianche, rovesciarono il potere dei soviet e costituirono un governo di guardie bianche, il "governo del Nord della Russia". I giapponesi sbarcarono a Vladivostok, si impadronirono della regione del litorale, dove deposero i soviet e aiutarono le guardie bianche rivoltose che più tardi ristabiliranno il regime borghese.

Ma ben presto gli invasori imperialisti dovettero rinunciare all'attacco diretto e ritirare le loro truppe.

Lenin spiega questo cambio di strategia nel modo seguente:
" … Non occorre dire che, per quanto deboli siano i movimenti che avvengono tra i soldati e i marinai inglesi e francesi che conoscono i nomi dei fucilati per propaganda bolscevica, per quanto deboli siano le organizzazioni comuniste in quei paesi, questi movimenti compiono tuttavia un'opera immensa. I risultati sono evidenti: essi hanno costretto l'Intesa a ritirare le sue truppe"[xii].

Ed infatti le ribellioni dei soldati e dei marinai denunciavano il pericolo che essi imparassero che le loro armi potevano essere rivolte contro gli ufficiali che li costringevano a combattere contro i propri fratelli.
Il secondo tentativo degli imperialisti fu quello di creare un blocco economico e militare che isolasse la Russia dagli Stati periferici. Anche questo tentativo fallì.

Lenin ne illustra i motivi:

"… il tentativo compiuto dalle grandi potenze […] di mobilitare i piccoli paesi contro di noi ha subito uno scacco, dato che gli interessi dell'imperialismo internazionale sono in contrasto con gli interessi di quei paesi. Ciascuno di questi piccoli paesi ha già sentito pesare su di sé le grinfie dell'Intesa. Essi sanno che quando i capitalisti francesi, americani e inglesi dicono: 'Vi garantiamo l'indipendenza', ciò significa in pratica: 'Ci accaparriamo tutte le fonti della vostra ricchezza e vi teniamo asserviti. Inoltre vi trattiamo con l'arroganza dell'ufficiale venuto in un paese straniero per dirigere e per speculare e che non vuole tener conto di nessuno'. Essi sanno che assai spesso in questi piccoli paesi l'ambasciatore inglese conta molto più di qualsiasi sovrano o parlamento del luogo. E se i democratici piccolo-borghesi non hanno finora potuto comprendere queste verità, ora la realtà li costringe a farlo. Risulta che per gli elementi borghesi dei piccoli paesi saccheggiati dagli imperialisti noi rappresentiamo, se non degli alleati, dei vicini più sicuri e più preziosi degli imperialisti"[xiii].

Non restava per le potenze imperialiste che rivolgersi ai vecchi generali zaristi, perché, armati e sovvenzionati, ripristinassero nel paese dei soviet, il potere dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari. E così cominciò in Russia la guerra civile.

Nel Caucaso del Nord i generali Kornilov, Alekseev[xiv] e Denikin[xv], appoggiati dagli anglo-francesi organizzarono un "esercito volontario" di guardie bianche, provocarono una rivolta degli strati superiori dei cosacchi e iniziarono la campagna contro i soviet. Sul Don i generali Krasnov[xvi] e Mamontov[xvii], aiutati segretamente dagli imperialisti tedeschi (che non osavano farlo alla luce del giorno, visto il trattato stipulato con la Russia), scatenarono una rivolta tra i cosacchi del Don, occuparono la regione e aprirono, a loro volta, una campagna contro i soviet. Nella regione del corso medio del Volga e in Siberia gli intrighi anglo-francesi provocano la rivolta del corpo d'armata cecoslovacca di prigionieri di guerra che era stato autorizzato dal governo sovietico a ritornare in patria attraverso la Siberia e l'Estremo oriente.

La rivolta dei cecoslovacchi servì da segnale alla rivolta dei kulaki del bacino del Volga e della Siberia.

Nella regione del Volga si costituì il governo di Samara composto di bianchi e di socialisti-rivoluzionari. A Omsk  un governo siberiano di guardie bianche.

L'Intesa riponeva le migliori speranze nell'ammiraglio Kolcak[xviii], sua creatura in Siberia, a Omsk. Egli era stato proclamato "reggente supremo della Russia" e tutta la controrivoluzione in Russia obbediva ai suoi ordini.

Nella primavera del 1919 Kolcak a capo di un grande esercito giunse fino al Volga, ma contro di lui furono lanciate le migliori forze bolsceviche. Furono mobilitati i giovani comunisti e gli operai. Alla fine del 1919 l'Esercito rosso inflisse a Kolcak una grave sconfitta e poco tempo dopo, il suo esercito cominciò, nella prima metà del 1918, a battere in ritirata su tutto il fronte e in breve fu definitivamente distrutto. Kolcak stesso fu arrestato e fucilato su condanna del Comitato militare rivoluzionario.

Dopo la disfatta di Kolcak, all'Intesa non rimaneva che puntare sul generale Denikin che, in quel tempo, agiva contro il potere sovietico nella regione del Kuban'. Nell'estate del 1919, rifornito dall'Intesa di armi e munizioni a profusione, Denikin cominciò la sua marcia verso il nord.

Verso la metà di ottobre i bianchi erano padroni di tutta l'Ucraina, avevano messo le mani su Oriol e minacciavano Tula che riforniva l'Esercito rosso di cartucce, fucili e mitragliatrici. Inoltre i bianchi si avvicinavano a Mosca. La situazione della Repubblica sovietica stava diventando gravissima. Il partito chiamò alla resistenza. Lenin lanciò la parola d'ordine: "Tutti alla lotta contro Denikin" e, incoraggiati dai bolscevichi, gli operai e i contadini concentrarono tutte le loro forze per distruggere il nemico. Dopo una resistenza accanita, Denikin fu battuto dall'Esercito rosso nelle battaglie decisive di Oriol e Voronež. Denikin dovette indietreggiare e in seguito accelerare la sua ritirata verso il sud, incalzato dalle truppe sovietiche.

All'inizio del 1920 l'Ucraina intera e il Caucaso settentrionale erano liberati dai bianchi.

(Fine della seconda digressione)

La sconfitta di Denikin, nel dicembre 1919, portò alla rioccupazione di Kiev da parte dell' Esercito rosso. Un "comitato militare rivoluzionario" di cinque membri, tre dei quali bolscevichi, fu costituito e per la terza volta si ripeté il tentativo di consolidare il potere sovietico.

L'oppressione del regime di terrore instaurato da Denikin era stata durissima e aveva fatto rimpiangere il potere sovietico, malgrado lo scontento che aveva provocato tra i contadini il prelievo forzato delle eccedenze di grano per alimentare gli operai dell'industria, delle ferrovie, ecc.

Lenin rivendica la giustezza del potere bolscevico che, in definitiva, aveva ottenuto il consenso dei contadini:
"… quando la politica dei socialisti-rivoluzionari è fallita, anche i contadini hanno avuto a che fare praticamente con i bolscevichi e si sono convinti che questo potere è solido, è un potere che esige molto, è un potere che sa ottenere a qualunque costo l'esecuzione di ciò che esige, è un potere il quale considera che prestare il grano all'affamato sia un dovere assoluto del contadino, anche senza contropartita, è un potere che si sforza in ogni modo di far avere questo grano agli affamati. I contadini l'hanno visto, hanno confrontato questo potere con quello di Kolcak e di Denikin e hanno fatto la loro scelta, non con il voto, ma decidendo la questione in pratica, quando hanno dovuto sperimentare l'uno e l'altro potere. Il contadino decide e deciderà questo problema a nostro favore"[xix].

Ma una nuova minaccia si addensava sull'Ucraina: la guerra che l'imperialismo polacco scatenò contro la Repubblica sovietica portò ad una nuova occupazione dell'Ucraina.
Nell'aprile del 1920 le truppe polacche invadevano l'Ucraina sovietica e si impadronivano di Kiev, che fu occupata per sei settimane.

Terza digressione

Gli Imperi centrali occuparono la Polonia russa nella primavera-estate del 1915. Il 5 novembre 1916 fu convenuto di proclamare un regno di Polonia che non comprendeva né la Galizia (austriaca), né la Pomerania (tedesca).

Il 12 settembre 1917 si insediò un governo polacco sotto il controllo degli Imperi centrali denominato "Consiglio di reggenza"-
Nel settembre del 1918, sopraggiunto il crollo degli Imperi centrali, i polacchi il 3 novembre proclamarono la nascita di una repubblica polacca indipendente.
Il 14 novembre il consiglio di reggenza si dimise e Pilsudski[xx], fu proclamato "capo provvisorio" dello Stato.

In questa sede è impossibile ripercorrere le tappe del movimento dei consigli e delle forze rivoluzionarie della classe operaia e dei contadini polacchi e dei motivi della loro disfatta, tra i quali la mancanza di una solida alleanza tra la classe operaia e i contadini e in primo luogo l'opera di disgregazione dei socialisti di destra e dei riformisti che non si peritarono da scatenare la più feroce repressione controrivoluzionaria.

E' necessario tuttavia ricordare almeno in breve che l''andata al potere di Pilsudski, "socialista di destra" e dei suoi sostenitori fu l'atto finale della vittoria di un governo borghese reazionario, basato sul dominio dei grandi proprietari terrieri e dei capitalisti polacchi e sul largo appoggio offerto a queste classi sfruttatrici da parte degli imperialisti stranieri.

Questo governo che, per la decisa opposizione dell'aristocrazia e dei grandi proprietari fondiari, non poteva permettersi di attuare nemmeno la limitata riforma agraria prevista dall' Assemblea costituente, non aveva alcuna possibilità di guadagnarsi il consenso dei contadini.

Al contrario, le rivendicazioni scioviniste e revansciste del governo e dell'intera classe politica incontravano il consenso della borghesia, della piccola borghesia e di alcuni strati della popolazione.

La Conferenza di Parigi ebbe luogo il 18 gennaio 1919 alla presenza delle potenze vincitrici: Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti.
Essa diede origine a cinque trattati diversi. Quello più importante fu il Trattato di Versailles.
A seguito della Conferenza di Parigi, il 4 aprile del 1919 fu formata la Società delle Nazioni, il cui scopo dichiarato era garantire la pace e il disarmo nel mondo[xxi].

Tutti questi trattati, che sancirono la scomparsa dell'impero absburgico e il suo smembramento, si occuparono dell'assetto dei confini degli Stati europei del dopoguerra. Tra i rappresentanti delle potenze vincitrici, ed in particolare tra la Francia da una parte e l'Inghilterra e gli Stati Uniti dall'altra, sorsero conflitti in merito alle frontiere del nuovo Stato polacco, riconosciuto dalla comunità internazionale.

Le potenze vincitrici non procedevano alla definizione delle frontiere tra la Polonia e la Lituania e tra la Polonia e la Russia in attesa della conclusione della lotta di potere in Russia: in caso di vittoria dei "bianchi" intendevano gratificare il futuro Stato "democratico" russo nella fissazione del settore occidentale di quest'ultimo; se invece avessero prevalso i "rossi", sarebbe stato necessario rinforzare le capacità difensive dell'Occidente attraverso un sistema di alleanze teso a consolidare il "cordone sanitario" destinato a contenere il supposto espansionismo bolscevico.

Il governo polacco, da parte sua, chiedeva il ritorno di Poznan, della Pomerania, della parte bassa della valle della Vistola con l'antica città polacca di Gdansk (Danzica), della parte settentrionale della zona attorno ai laghi Masuri e della Slesia, da secoli polacche. La Conferenza respinse in gran parte queste richieste.

La Polonia ottenne solo Poznan, e una parte della Slesia superiore e della Prussia occidentale, oltre a uno stretto corridoio di terra, che la univa al mare. Non ottenne però Danzica, che ebbe lo statuto di "città libera", sotto l'amministrazione della Società delle nazioni.

Il governo polacco non poteva accettare simili indugi né simili limitazioni al suo sfrenato revanscismo. Nella classe politica si confrontavano due posizioni, entrambe tese ad estendere il territorio nazionale a spese degli Stati limitrofi:

i democratico-nazionali chiedevano addirittura il ristabilimento delle frontiere del 1772, quando la Polonia abbracciava vasti territori che non poteva in alcun modo venire da essa rivendicati; Pilsudski, invece, perseguendo un progetto di tipo "federalista", puntava a creare degli Stati cuscinetto tra la Polonia e la Russia, della quale temeva o fingeva di temere una aggressione e l'esportazione delle idee rivoluzionarie. Lituania, Bielorussia e Ucraina avrebbero dovuto, così, divenire tre Stati semi-indipendenti all'interno di una federazione con la Polonia, capace di fronteggiare qualsiasi rinnovata minaccia espansionista della Russia.

Malgrado che la Polonia fosse un paese che aveva bisogno di pace non meno della Russia sovietica, Pilsudski e i nazionalisti polacchi decisero di porre termine a ogni incertezza e di delimitare il confine orientale della Polonia assalendo la Repubblica dei Soviet.

Il popolo polacco soffriva di una terribile miseria: la carestia e migliaia di casi di tifo colpivano tutta la popolazione e in special modo i bambini. Era una catastrofe a cui il governo non trovava altro rimedio che i progetti di invasione dei territori altri.

Su suggerimento del Congresso di Parigi, numerose organizzazioni umanitarie straniere, in prima fila quelle statunitensi, intervennero nel 1919 con viveri, indumenti e sovvenzioni in denaro mentre il governo polacco respingeva la pace offerta dal governo sovietico e continuava a preparasi alla guerra. Gli aiuti continuarono fino al 1920, quando le armate di Pilsudski erano penetrate profondamente in Ucraina.

Naturalmente gli aiuti degli imperialisti non si limitavano alle questioni umanitarie, la Polonia ricevette dalla Francia, dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti ingenti quantità di denaro e di armamenti e del suo esercito fecero parte consiglieri militari di questi paesi.

I tentativi del governo sovietico di intavolare trattative con la Polonia allo scopo di mantenere la pace e di scongiurare la guerra non diedero alcun risultato. Pilsudski non voleva sentire parlare di pace e voleva la guerra.

Per i nazionalisti polacchi si presentava l'occasione di annettersi la parte dell'Ucraina sovietica situata sulla riva destra del Dnepr e la Bielorussia sovietica restaurandovi il potere dei proprietari fondiari polacchi, e di portare i confini dello Stato polacco da Danzica a Odessa (e su questo piano si erano manifestate le divisioni tra Inghilterra e Francia all'interno della neonata Società delle Nazioni). Entrambi i "briganti" invece sostenevano con dovizia di armamenti Vrangel'[xxii] (l'ultimo dei generali bianchi che aveva raccolto i resti delle armate di Kolcak e di Denikin in Crimea e minacciava da quella penisola il bacino del Donec e l'Ucraina), con l'obiettivo di restaurare nelle Russia sovietica il potere dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti.

Lenin denunciava:

"…di nuovo gli imperialisti internazionali tentano di strangolare la repubblica sovietica con due mani: con l'offensiva polacca e con l'offensiva di Vrangel'. In sostanza la Polonia e Vrangel' sono le due mani degli imperialisti francesi, che riforniscono di armi e munizioni l'esercito polacco e quello di Vrangel'"[xxiii].

L'Esercito rosso, pur con una grande inferiorità di mezzi e benché spossato dalla lotta contro l'intervento straniero e dalla guerra civile, rispose all'aggressione dell'esercito polacco passando alla controffensiva su tutto il fronte. Liberata Kiev e cacciati i polacchi dall'Ucraina e dalla Bielorussia, l'Armata rossa del fronte meridionale, giunse fino alle porte di Leopoli in Galizia e quella del fronte occidentale si avvicinava a Varsavia.

Allo slancio iniziale delle forze sovietiche seguirono pesanti sconfitte, imputabili, secondo il severissimo giudizio di Stalin, alla cattiva conduzione della guerra da parte del Quartier Generale al comando di Trockij e di Tuchacevskij[xxiv].

Le truppe polacche sfondarono il fronte occidentale e cominciarono ad avanzare. Ma la loro offensiva venne arrestata e le truppe dell'Esercito rosso si preparavano a una nuova controffensiva. La Polonia era priva di forze per sostenere un prolungamento della guerra e le organizzazioni operaie polacche, benché fortemente nazionaliste e su posizioni di destra, premevano per la conclusione della pace. Inoltre, ben sapendo che le sue pretese territoriali non sarebbero state sostenute dai suoi "protettori" occidentali, ma che esse erano oggetto delle loro dispute, la Polonia si vide costretta ad accettare condizioni di pace più sfavorevoli di quelle che il governo sovietico le aveva offerto in aprile, pur di evitare la guerra. Il 20 ottobre 1920 a Riga venne firmato il trattato di pace, in base al quale la Polonia manteneva la Galizia e una parte della Bielorussia.

Conclusa la pace con la Polonia il governo sovietico ritenne imprescindibile chiudere i conti con Vrangel'. L'imperativo di sconfiggere in modo definitivo Vrangel' era considerato imprescindibile dal governo sovietico. Lenin, parlando a nome del Comitato centrale del Partito e del Consiglio dei commissari del popolo, lo ribadì in ogni assemblea, conferenza e in ripetuti appelli. Egli dimostrava che l'aggressione della Polonia e l'offensiva di Vrangel' facevano parte dell'ultimo attacco degli imperialisti contro la Repubblica dei soviet.

In un ampio ed articolato rapporto alla Conferenza dei presidenti dei comitati esecutivi di distretto, di volost' e di villaggio della provincia di Mosca. Lenin insistette sul concetto:

"… devo dire che la forza principale schierata ancora contro di noi è quella di Vrangel'. La Francia, la Polonia e Vrangel' hanno marciato insieme contro di noi. Mentre le nostre unità erano completamente impegnate sul fronte occidentale, Vrangel' ha raccolto le sue forze, e le flotte francese e inglese l'hanno aiutato […]. I reparti di Vrangel' sono meglio forniti di cannoni, carri armati e aeroplani di tutti gli altri eserciti che hanno combattuto in Russia. Mentre noi ci battevamo contro i polacchi, Vrangel' raccoglieva le sue forze, e per questo motivo io affermo che la pace con la Polonia è precaria.[…] Tutta la stampa francese e i capitalisti si ingegnano di aizzare la Polonia a una nuova guerra contro la Russia sovietica; Vrangel' mette in moto tutte le sue relazioni pur di far fallire questa pace, perché egli vede che, quando la guerra con la Polonia sarà finita, i bolscevichi si rivolgeranno contro di lui. Da tutto questo deriva quindi per noi un'unica conclusione pratica: tutte le forze contro Vrangel'"[xxv].

In quella stessa conferenza Lenin venne accusato da molti delegati di trascurare le questioni interne gravissime che affliggevano il paese ed in particolare le campagne e che rendevano difficili i rapporti con i contadini: i prelievi forzati le imposte, ecc.

Lenin rispose sostenendo che esattamente per dedicarsi agli immensi problemi dell'edificazione pacifica, della ricostruzione dell'industria, dei trasporti, dell'organizzazione dell'agricoltura, dell'approvvigionamento delle città e per risolverli, era più che mai impellente chiudere definitivamente la fase della guerra

Lenin concluse:

"…Qui non possiamo imporre niente. Tutto dipende da ciò che, dopo aver esaminato la situazione, le requisizioni, le imposte, Vrangel', ecc., deciderete voi stessi. Tutto dipende da voi. Ascoltate ognuno che parla, manifestate tutte le vostre recriminazioni, ingiuriate dieci volte più forte, questo è un vostro diritto ed è anche un vostro dovere. Siete venuti qui per esprimere in modo chiaro e netto quello che pensate, ma, fatto ciò, riflettete serenamente su ciò che intendete fare e dare per farla finita al più presto con Vrangel'. …"[xxvi].

In un accorato appello ai contadini poveri dell'Ucraina, ai quali chiedeva il massimo appoggio all'Esercito rosso, Lenin chiariva il nesso tra la necessità di impedire la restaurazione dei proprietari fondiari che avevano inflitto inaudite sofferenze ai contadini poveri ucraini e la necessità di schiacciare Vrangel'. L'aiuto e il sostegno che gli operai e i contadini poveri avrebbero dato all'Esercito rosso serviva a salvare il potere operaio e contadino.[xxvii]

L'Esercito rosso, forte del sostegno del partito e del potere operaio e contadino, decise di distruggere in Crimea l'ultimo covo degli interventisti e delle guardie bianche.

I soldati rossi combatterono con particolare audacia contro i carri armati nemici, catturandone o distruggendone la maggior parte. La I armata a cavallo, trasferita dal fronte polacco, diede un colpo decisivo a Vrangel' dalla piazzaforte di Nova Kachovka. Nei primi giorni di novembre le truppe del fronte meridionale avevano scacciato le guardie bianche dall'Ucraina meridionale. Vrangel' si era allora trincerato in Crimea, in una posizione considerata inaccessibile. L'Esercito rosso aveva il cammino ostacolato da sbarramenti di filo spinato, scarpate, trincee. Una potente artiglieria e centinaia di mitragliatrici spazzavano ogni palmo di terra. Ma per l'Esercito rosso non esistevano ostacoli insuperabili. Vrangel' e le sue truppe furono sbaragliati e dovettero riparare all'estero.

In un telegramma a Lenin, M.V. Frunze così descriveva l'eroismo dei soldati sovietici: "Testimonio l'eccezionale valore dimostrato dalla eroica fanteria nell'assalto di Sivaš e di Perekop. I reparti sono passati per stretti varchi, sotto il fuoco micidiale, oltre il filo spinato del nemico. Le nostre perdite sono estremamente gravi. […] Le perdite complessive in morti e feriti negli assalti agli istmi non sono meno di 10.000 uomini. Le armate del fronte hanno adempiuto il loro dovere verso la repubblica"[xxviii].

A prezzo di enormi sacrifici l'Esercito rosso aveva vinto ancora una volta. È stato detto più volte che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Parafrasando Lenin, la guerra che la Russia sovietica era stata costretta ad intraprendere era la continuazione della politica bolscevica, dell'abolizione del dominio dei capitalisti e dei proprietari fondiari, mentre la guerra di Vrangel' era la continuazione della politica imperialista dello sfruttamento e dell'oppressione, per questo motivo era destinata alla sconfitta.

(Fine della terza digressione)

Anche in Ucraina i dirigenti bolscevichi potevano finalmente dedicarsi al lavoro pacifico di consolidamento delle istituzioni amministrative e di ricostruzione economica. Non si poteva dar loro torto quando essi richiamavano l'attenzione del governo centrale sui problemi concreti che ora essi si apprestavano ad affrontare e risolvere. In passato, oltre che con il nemico esterno, l'invasione straniera e la guerra civile, essi avevano dovuto misurarsi con una situazione interna caotica.

 Nel 1919, scacciato il "Direttorio", le truppe di Petljura in ritirata si erano date a feroci massacri contro la numerosa popolazione ebraica. Nel dicembre dello stesso anno Petljura, si era rivolto al solo paese da cui potesse ormai sperare un appoggio: la Polonia. Egli si era dichiarato disposto ad abbandonare le rivendicazioni ucraine sulla Galizia orientale, in cambio di un'Ucraina satellite di un nuovo impero polacco, della quale egli sarebbe divenuto il dittatore. L'accordo tra Petljura e il governo polacco fu concluso il 2 dicembre 1919. Fu ininfluente sulla decisione della Polonia di muovere guerra alla Russia, decisione, come abbiamo visto, già presa, ma Petljura, che con quel patto "infame" aveva sancito il fallimento delle rivendicazioni di indipendenza dell'Ucraina da parte della borghesia nazionalista, fu costretto ad uscire definitivamente di scena.

Inoltre, il governo bolscevico ucraino aveva dovuto scontrarsi anche con l'opposizione di "sinistra".

Nel 1918 i socialisti-rivoluzionari di "sinistra" si erano opposti alla pace di Brest-Litovsk e, allo scopo di provocare la guerra con la Germania, un loro membro assassinò l'ambasciatore tedesco Mirbach. Successivamente, al V Congresso dei Soviet (Mosca, luglio 1918) essi sostennero posizioni democraticiste, contro i prelevamenti delle eccedenze dei prodotti nelle campagne (così schierandosi a favore dei kulaki) e contro l'invio nelle campagne di operai per controllare l'ammasso di tali eccedenze e favorire l'approvvigionamento delle città. Messi in minoranza dal Congresso, essi scatenarono rivolte a Mosca e in altre parti del paese, Ucraina compresa.

Come non bastasse nell'Ucraina agiva un capo contadino, l'anarchico Nestor Machno, che aveva organizzato fin dal 1918 un gruppo di partigiani per la guerriglia contro Skoropadskij. I machnovisti avevano anche collaborato con i partigiani bolscevichi nella lotta contro Denikin. Tuttavia, in seguito, in nome dei principî della "apoliticità"e dell'"auto-organizzazione" dei contadini e del rifiuto del centralismo e del ruolo del partito, ecc., i machnovisti, ostacolarono la formazione dei soviet e si opposero, armi alla mano, al potere sovietico. Alla loro sconfitta, Machno riparò in Romania.

Se tutte queste difficoltà potevano giustificare in qualche modo gli errori del partito comunista bolscevico, ciò non poteva esimerlo dal criticarli e correggerli.

Fino dal 1919 (quando l'Ucraina si stava liberando dall'occupazione di Denikin), Lenin aveva elaborato un progetto di risoluzione sul potere sovietico in Ucraina. Il progetto fu approvato nella seduta dell'Ufficio politico del Comitato Centrale del 21 novembre e successivamente, con alcune modifiche, dall'Assemblea plenaria del Comitato Centrale il 29 novembre. Infine la risoluzione fu ratificata il 3 dicembre 1919 dall'VIII Congresso del Partito Comunista Russo (b).

La risoluzione va esaminata dettagliatamente perché essa segna una svolta nella politica del partito comunista ucraino e si riallaccia alla politica del governo sovietico relativa ai criteri che furono posti alla base della costituzione della Federazione degli Stati Socialisti Sovietici prima e dell'URSS successivamente (cfr. scheda 1).

La risoluzione si apre con la riaffermazione del principio dell'autodecisione dei popoli e con il riconoscimento dell'indipendenza della Repubblica socialista sovietica ucraina. Auspica che siano stabilite relazioni federative tra la Repubblica Socialista Sovietica Russa e la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, fondate sulle decisioni del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia, riunitosi il 1° giugno 1919 e del suo omologo ucraino, riunitosi il 18 maggio 1919.

Nei punti successivi la risoluzione entra nel vivo dei principi che il partito comunista ucraino deve osservare nei rapporti con i lavoratori ucraini. Ne riportiamo il punto 3 nel quale colpisce la perentorietà con cui vengono indicati i compiti del partito in Ucraina:

"Poiché la cultura ucraina (lingua,scuola, ecc) è stata oppressa per secoli dallo zarismo russo e dalle classi sfruttatrici, il Comitato centrale del PCR fa obbligo [la sottolineatura è nostra, ndr] a tutti i membri del partito di contribuire con ogni mezzo a eliminare tutti gli ostacoli che si oppongono al libero sviluppo della lingua e della cultura ucraina . Poiché in seguito ad una oppressione di molti secoli, si notano tendenze nazionalistiche negli strati più arretrati delle masse ucraine, i membri del PCR sono tenuti a comportarsi, nei loro confronti, con la massima cautela, [sottolineatura nostra, ndr] opponendo loro parole fraterne che spieghino l'identità di interessi delle masse lavoratrici dell'Ucraina e della Russia. I membri del PCR in territorio ucraino devono mettere in pratica [sottolineatura nostra, ndr] il diritto delle nasse lavoratrici a studiare nella loro lingua materna e a servirsene in tutte le istituzioni sovietiche, ad opporsi in ogni modo ai tentativi di russificazione, che consistono nel mettere in secondo piano la lingua ucraina, mentre questa deve invece diventare uno strumento di educazione comunista delle masse lavoratrici. Devono essere presi immediatamente provvedimenti [sottolineatura nostra, ndr] affinché in tutte le istituzioni sovietiche vi sia una quantità sufficiente di impiegati che conoscono la lingua ucraina e affinché in avvenire tutti gli impiegati sappiano esprimersi in ucraino."

I punti successivi non sono meno impegnativi e rivelano la necessità di una autorevole critica e di una profonda autocritica nei confronti del partito comunista ucraino. Il punto 4 indica la necessità che "sin dal momento della istituzione dei comitati rivoluzionari e dei soviet […] in essi devono avere la maggioranza i contadini lavoratori e l'influenza decisiva deve essere esercitata dai contadini poveri."

Per quanto riguarda la politica annonaria (ammasso del grano da parte dello Stato a prezzi da questo stabiliti), l'indicazione è di modificarne i metodi di applicazione:

"Il compito più impellente della politica annonaria in Ucraina deve essere il prelevamento delle eccedenze di grano in misura strettamente limitata, nella misura indispensabile [sottolineature nostre, ndr] per rifornire i contadini poveri ucraini, gli operai e l'esercito rosso".

Segue la raccomandazione che in questi prelevamenti occorreva prestare attenzione agli interessi dei contadini medi [che potevano essere conquistati al potere sovietico, ndr] che non dovevano essere confusi con quelli dei kulaki. Infine occorreva "smascherare di fronte ai contadini, citando fatti, la demagogia controrivoluzionaria che tende a far credere loro che l'obiettivo della Russia sovietica sia di raccogliere cereali ed altri prodotti alimentari in Ucraina per mandarli in Russia".

Di grande importanza sono i punti che fissano l'obiettivo della politica agraria in Ucraina.

Questa mette al primo posto l'esproprio completo delle tenute dei grandi proprietari fondiari, restaurate da Denikin, e la ripartizione delle loro terre tra i contadini senza terra o con poca terra. Gli altri obiettivi consigliano la gradualità nell'introduzione di determinate riforme, come, ad esempio, la costruzione delle aziende sovietiche (sovchozy), che deve farsi in numero limitato, tenendo conto degli interessi dei contadini dei dintorni e, per quanto riguardava altre forme associative dei contadini, l'ordine tassativo era di evitare qualsiasi forma di costrizione e di lasciare esclusivamente ai contadini stessi la libertà di decisione.

Nella stessa risoluzione si dichiarava che: "Pur considerando che la necessità dell'unione più stretta di tutte le repubbliche sovietiche nella loro lotta contro le forze minacciose dell'imperialismo mondiale è incontestabile per ogni comunista e ogni operaio cosciente, il PCR ritiene che gli operai e i contadini lavoratori ucraini dovranno determinare essi stesi definitivamente le forme di quest'unione."[xxix]

Nel 1920 l'Ucraina entrò a far parte, con un'ampia autonomia politica, della Repubblica Socialista Federativa Sovietica. Si trattava, come abbiamo visto (scheda 1 p…), di una Federazione che prevedeva per le repubbliche che vi aderivano diverse forme di associazione.

Nel 1922 la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (USSR), insieme alla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR), alla Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa (BSSR), ala Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica (ZSFSR: Georgia, Azerbaigian e Armenia), si fece promotrice e concluse un patto di unificazione in uno Stato federativo: l'"Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS)".[xxx] 

Nel 1924 la Costituzione dell'Unione Sovietica dette una base giuridica a questo patto.

Infine, la Repubblica Socialista Sovietica dell'Ucraina, con la promulgazione della Costituzione del 1936, entrò a far parte dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

Per le condizioni preposte alle suddette forme associative e le modifiche normative successivamente apportate, rimandiamo alla scheda 1, dove esse vengono descritte e commentate.

In conclusione, richiamiamo i principi posti alla base di tutte le forme federative degli Stati socialisti sovietici, principi inalienabili, enunciati, sempre ribaditi, e soprattutto osservati nella pratica: la volontarietà di adesione ed il diritto unilaterale alla separazione.


[i] Stalin, "L'Ucraina si sta liberando", Opere complete, Vol. 4, Edizioni Rinascita, Roma 1955, p. 192.

[ii] Simon Vasil'evic Petljura (1879-1926) scrittore, militare e statista ucraino. Attivo fra i nazionalisti ucraini alla fine del secolo XIX, nel 1905 fu fra i fondatori del Partito socialdemocratico ucraino dei lavoratori. Durante la prima guerra mondiale prestò servizio nell'esercito zarista. Con la proclamazione della Repubblica Popolare Ucraina, Petljura divenne segretario per gli affari militari. Dopo il crollo tedesco (1918), cercò appoggio presso l'Intesa e si scontrò sia contro le armate contro-rivoluzionarie del gen. Denikin (contrario all'indipendenza ucraina), sia contro l'Armata rossa. Sconfitto da entrambe (1919), si alleò con il generale polacco J. Pilsudski. Dopo il fallimento dell'offensiva polacca contro i bolscevichi (1919-20) si rifugiò a Parigi dove fu assassinato.

[iii] AA.VV., Storia della rivoluzione russa, Vol. II, Feltrinelli Editore, Milano 1971, p. 132.

[iv] Kornilov L.G. (1870-1918): generale dell'esercito zarista, monarchico. Dal luglio all'agosto 1917 capo supremo dell'esercito russo. Nell'agosto fu a capo di una insurrezione controrivoluzionaria; al suo fallimento fu incarcerato. Fuggito si rifugiò nella regione del Don dove fu uno degli organizzatori e poi comandante in capo dell'"esercito volontario" delle guardie bianche. Cadde in combattimento.

[v] Ibidem, p. 139.

[vi] Stalin, "Risposta ai compagni ucraini delle retrovie e del fronte", Op. Cit., Vol. 4, pp. 23-24.

[vii] Ibidem, p. 25.

[viii] E.H. Carr, "L'autodecisione in atto", Storia della Russia sovietica, Vol. La rivoluzione bolscevica, Einaudi, Torino 1964, p. 289.

[ix] Stalin, "Il nodo ucraino", Op. Cit., Vol. 4, p. 58.

[x] Trattato di Versailles, Parte quattordicesima, Capitolo II, Europa Orientale – Art. 433 "… allo scopo di assicurare il ristabilimento della pace e di un buon Governo nelle province Baltiche e in Lituania, tutte le truppe tedesche, che si trovano attualmente in detto territorio, ritorneranno all'interno dei confini della Germania non appena i Governi delle principali Potenze alleate e associate riterranno giunto il momento propizio…"

[xi] Lenin, "Rapporto politico del Comitato centrale all'VIII Conferenza del PCR(b) 2-4 dicembre 1919", Opere complete, Vol. 30, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 150.

[xii] Ibidem, p. 151.

[xiii] Ibidem, pp. 153-154.

[xiv] Alekseev M.V. (1857-1918): generale dell'esercito zarista. Dopo la Rivoluzione di Febbraio del 1917, comandante e, successivamente, capo dello Stato Maggiore dell'esercito di Kerenskij. Dopo la vittoria della Rivoluzione di Ottobre, lottò contro il potere sovietico a capo dell'"esercito volontario" delle guardie bianche nel Caucaso del Nord.

[xv] Denikin A. (1872-1947): generale zarista, capo di stato maggiore dopo la Rivoluzione di Febbraio. Dopo l'Ottobre fuggì nella regione del Don, dove, alla morte di Kornilov (1918), assunse il comando dell'esercito controrivoluzionario colà operante. Nel 1920, in seguito alle sconfitte subite, fu costretto a cedere il comando a Vrangel' che ancora resisteva in Crimea.

[xvi] Krasnov P.N. (1869-1947): generale dell'esercito zarista. Partecipò attivamente all'insurrezione di Kornilov nell'agosto del 1917. A fine ottobre dello stesso anno fu a capo dei distaccamenti dei cosacchi scagliati da Kerenskij contro Pietrogrado. Nel 1918 e 1919 fu a capo dei cosacchi bianchi della regione del Don. Nel 1919 fuggì all'estero dove proseguì la sua attività controrivoluzionaria antisovietica. Dal 1941 al 1945 collaborò con gli hitleriani. Fatto prigioniero fu condannato a morte dal Consiglio di Guerra del Tribunale Supremo dell'URSS.

[xvii] Mamontov K.K. (1869-1920): colonnello dell'esercito zarista, generale delle guardie bianche, capo del corpo di cavalleria negli eserciti di Krasnov e Denikin. Nell'agosto del 1919 il suo corpo militare fu mandato da Denikin ad attaccare la retroguardia delle truppe sovietiche nel Fronte Sud. Le sue incursioni erano accompagnate da saccheggi e atrocità. In novembre il corpo di cavalleria fu sbaragliato.

[xviii] Kolcak A.V. (1875-1920): ammiraglio zarista. Emigrò in America nel 1917 e ne ritornò l'anno seguente per combattere, con l'aiuto dei governi francese e inglese, il potere sovietico. Abbattuto il governo socialista-rivoluzionario di Omsk, si proclamò "reggente supremo della Russia". Fu sconfitto alla fine del 1919 e fucilato.

[xix] Lenin, "Rapporto politico del Comitato centrale all'VIII Conferenza del PCR(b) 2-4 dicembre 1919", Op. Cit., p. 157.

[xx] Józef Klemens Pilsudski (1867-1935) generale e uomo politico polacco. Nato da una famiglia della piccola nobiltà, crebbe in un ambiente di tradizioni patriottiche e antirusse. Aderì all'opposizione socialista e fu deportato in Siberia con la falsa accusa di aver complottato per uccidere lo zar Alessandro III. Al suo ritorno fu tra i fondatori del partito socialista polacco, propugnando il socialismo e l'indipendenza polacca. Di nuovo arrestato, fuggì da Pietroburgo riparando all'estero. Allo scoppio della I Guerra mondiale, Pilsudski continuò nella sua azione politica diretta contro la Russia, organizzando e dirigendo le legioni polacche sotto il comando austro-ungarico. Quando gli Imperi Centrali proclamarono (1916) un effimero regno di Polonia, Pilsudski entrò nel governo provvisorio come ministro della Guerra. Il rifiuto di collaborare ulteriormente allo sforzo bellico degli Imperi Centrali costò a Pilsudski l'arresto e la prigionia sino al termine del conflitto. Tornato in Polonia, nel 1919 fu eletto capo dello Stato e comandante supremo dell'esercito. Il suo sforzo di allargare le frontiere della Polonia a Kiev e al Mar Nero portò alla reazione bolscevica che Pilsudski, con gli aiuti dell'Intesa, riuscì a fermare sulla Vistola (1920). Nel 1923 si ritirò a vita privata, ma nel 1926 attuò un colpo di stato instaurando una dittatura di fatto come presidente del consiglio e ministro della guerra.

[xxi] Per il tagliente giudizio di Lenin sulla Società delle Nazioni, vedi "Discorso di chiusura alla Conferenza dei presidenti dei comitati esecutivi di distretto, di volost' e di villaggio della provincia di Mosca" in Lenin, Opere complete, volume 31, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 309-311.

[xxii] Vrangel', P.N. (1878-1928): generale dell'esercito zarista, barone, monarchico sfegatato. Nel periodo dell'intervento militare straniero e della guerra civile fu l'ultima pedina su cui puntarono gli imperialisti anglo-francesi e nordamericani; fu uno dei dirigenti della controrivoluzione nel Sud della Russia. Dall'aprile al novembre del 1920 fu comandante in capo delle "forze armate del Sud della Russia" delle guardie bianche; sconfitto dall'Esercito rosso si rifugiò all'estero.

[xxiii] Lenin, "Discorso al congresso degli operai e degli impiegati dell'industria del cuoio 2 ottobre 1920", Op. Cit., Vol. 31, p. 294.

[xxiv] Tuchacevskij, M. N. (1893 – 1937). Discendente di una famiglia nobile, combatté nelle prima guerra mondiale col grado di tenente nell'esercito zarista e fu fatto prigioniero dai tedeschi nel 1915. Al ritorno in Russia nel 1917 aderì al Partito bolscevico e partecipò, con altri capi militari ex zaristi, alla costruzione dell'Armata Rossa. Nel 1920, sotto il suo comando ai vertici dello stato maggiore, l'Esercito rosso, dopo essere arrivato alle porte di Varsavia, subì una gravissima sconfitta. Negli anni dello slancio dell'industria sovietica sostenne lo sviluppo tecnologico al servizio della produzione bellica. Manifestò, in più occasioni, anche pubblicamente, la sua avversione per il ruolo dirigente delle organizzazioni di partito nell'esercito e per la formazione ideologica e politica dei soldati. Al contrario, non nascondeva la sua ammirazione per gli eserciti tedesco e britannico, nei quali veniva richiesta esclusivamente la formazione tecnico-militare della truppa e nei quali vigevano l'autonomia, il privilegio e l'esclusivismo della casta militare. Queste concezioni lo portarono ad un profondo dissenso con il Partito ed il governo sovietici e lo spinsero a partecipare, con altri ufficiali, alla cospirazione anticomunista nell'esercito.

Nel 1937 Tuchacevskij fu giudicato da un tribunale militare colpevole di un vasto complotto finalizzato al rovesciamento del potere statale sovietico e condannato alla pena capitale.

[xxv] Lenin, "Discorso di chiusura alla Conferenza dei presidenti dei comitati esecutivi di distretto, di volost' e di villaggio della provincia di Mosca 15 ottobre 1920", Op. Cit., Vol. 31, pp. 317-318.

[xxvi] Ibidem, p. 324.

[xxvii] Cfr. Lenin, "Ai contadini poveri dell'Ucraina", Op. Cit., Vol. 31, pp. 298-299.

[xxviii] Storia Universale dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, Vol. VIII, Teti Editore, Milano 1975, p. 256.

[xxix] Le citazioni relative alla suddetta risoluzione sono tratte da Lenin, Op. Cit., Vol. 30, p.141 e segg.

[xxx] Per la dichiarazione che motiva la loro decisione e per le modalità giuridiche del patto di unificazione, cfr J. Stalin, Il marxismo e la questione nazionale e coloniale, Einaudi, Torino 1948, p. 211 e segg.


Resistenze.org     
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.