www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - urss e rivoluzione di ottobre - 07-11-06
Ottantanove volte Ottobre
di seguito il testo dell’intervento di Marcello Graziosi all'iniziativa del 7 novembre 2006 della Federazione PRC di Livorno sulla Rivoluzione d'Ottobre.
“Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini, la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre 1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado.
“Giovedì 8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su una città in preda a un’eccitazione e a una confusione selvagge, un’intera nazione si levava in una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II Congresso Panrusso dei Soviet, il Comitato Militare Rivoluzionario e i primi decreti del governo sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche. Proprio loro, menscevichi e socialisti rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad una guerra inutile e disastrosa per la Russia a fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra ai contadini, tollerando il persistere della grande proprietà terriera, che reprimevano scioperi e manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti. “Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse degli operai e dei contadini v’era l’ostinata impressione che «il primo atto» non fosse ancora finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano abituarsi a trattare i loro comuni come esseri umani; nell’interno, i membri dei Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.
La Rivoluzione d’Ottobre era di fatto iniziata prima del fatidico 7 novembre 1917, anche se essa viene di solito associata alla presa del Palazzo d’Inverno, una nuova Bastiglia, elemento che ne costituisce una sorta di atto simbolico, una stanca e claudicante metafora ripresa recentemente anche nel dibattito interno al nostro partito sulla questione del potere. Sarebbe forse più utile e, soprattutto, più corretto sul piano analitico ricordare l’immagine straordinaria della “muggente ondata di bufera” che ha travolto tutto, ribaltando a furor di popolo le vecchie e statiche maggioranze nel Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati e nel Soviet dei Contadini, nei sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e rovesciando le vecchie istituzioni come le più recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto di essere sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più volte è risorta su quelle che parevano essere le proprie ceneri. A sollevarsi non è stata solamente la capitale, che aveva già vissuto il 1905 e il febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come contadina, i milioni di soldati al fronte mandati al massacro per difendere una causa che non avrebbe mai potuto essere la loro. Un’ondata che ha raggiunto il Turkestan come il Caucaso, che ha consentito ai bolscevichi di affrontare e vincere le forze controrivoluzionarie (quelle sì al soldo degli stranieri occidentali), di sconfiggere le diverse aggressioni esterne, dagli ex alleati dell’Intesa alla Polonia, di superare momenti drammaticamente difficili, a partire dalla “sconcia” e mortificante pace di Brest-Litovsk imposta dalla Germania, una pace non giusta, la pace dell’arroganza e dell’imperialismo. Pace immediata e giusta, controllo operaio della produzione, terra a chi la lavora, tutto il potere ai Soviet, autodeterminazione dei popoli oppressi non solamente in teoria ma anche come prospettiva concreta da costruire, non il “vorrei ma non posso” ma l’inizio di un percorso che, dopo la breve esperienza della Comune di Parigi del 1871, avrebbe dovuto condurre ad una nuova civiltà, al socialismo, al comunismo.
Protagonisti dell’Ottobre sono stati gli operai delle grandi fabbriche, la parte più cosciente della società russa, i soldati, la grande massa dei contadini poveri, gli stessi che Majakovskij, uno dei grandi poeti della rivoluzione, avrebbe messo in scena nell’opera teatrale Il mistero buffo come “gli impuri”, nel momento in cui essi hanno deciso di rompere le catene della servitù e dello sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo significato per la storia non solamente del movimento operaio ma dell’umanità intera attraverso un’immagine, una straordinaria immagine, insieme pungente e amaramente ironica, quella del servo Jernej di Betaina, così come ci è stata narrata dal romanziere e rivoluzionario sloveno Ivan Ćankar nel 1907. L’anziano Jernej, alla morte del vecchio padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede perché ormai inabile al lavoro e vaga per cercare ragione del torto subito presso le autorità preposte (dal Sindaco al Tribunale, fino all’Imperatore d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse una sorta di emanazione diretta, seppure imperfetta, della giustizia divina. L’intero suo percorso sarà, al contrario, una faticosa e amara presa di coscienza della realtà, dell’indifferenza del sistema e delle autorità verso i deboli, che si traduce facilmente in sostegno ai forti, ai detentori del potere economico. Isolato e deluso, Jernej compie allora un gesto lucidamente folle, individuale e nello stesso tempo universale, bruciando la fattoria dalla quale era stato cacciato, trovando poi la morte per mano di altri contadini nel rogo che lui stesso aveva appiccato. Un paradigma di rivoluzionario senza rivoluzione, quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter possedere quella terra che lui stesso per quarant’anni aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che aveva prodotto con il suo sudore. In una parola, chiedeva di riscattare la propria condizione, di ottenere la propria libertà.
Tanti Jernej, costretti al lavoro servile nelle campagne, sfruttati in condizioni inumane nelle fabbriche o mandati a morire al fronte nelle tante guerre volute dalle diverse potenze imperialiste, sono insorti a Parigi nel 1871 e nella Russia del 1905, come nel Messico di Villa e Zapata, da Cuernavaca a Torreòn, impadronendosi delle haciendas e della propria dignità. Altri Jernej, questa volta organizzati all’interno di un soggetto politico cosciente e rivoluzionario, hanno garantito il successo della rivoluzione bolscevica, pur pagando un prezzo enorme. Con la vittoria del primo assalto al cielo e il tentativo di costruire un sistema economico e sociale completamente nuovo e affrancato da ogni ipotesi di sfruttamento, essi hanno riscattato la propria condizione, dato un senso del tutto diverso alla propria esistenza come soggetto collettivo, prima ancora che come singoli individui. Quanti sono stati gli Jernej, ancora, che, anche grazie alla presenza dell’Unione Sovietica, hanno dato vita alle rivoluzioni socialiste del secondo dopoguerra, dalla Cina al Vietnam, e ai movimenti di liberazione nazionale in Africa e Asia?
Non è forse solamente grazie a questi avvenimenti che milioni di individui hanno fatto il loro ingresso nella storia, con la volontà ferma di cancellare con ogni mezzo secoli di soprusi e sfruttamento, sul piano nazionale come di classe, da parte delle grandi potenze come del grande capitale economico e finanziario? Quanti miliardi di Jernej ci sono ancora nel mondo? E’ questa la caratteristica essenziale del Novecento, di questo secolo sì breve, ma grande e drammatico. Se provassimo a considerare la storia dell’umanità senza di esso, con al centro proprio l’Ottobre, rischieremmo di trovare un mondo più arretrato, dominato dalle grandi potenze coloniali, intente a spartirsi risorse e mercati, con la classe lavoratrice, nell’accezione più variamente intesa, costretta a vivere come variabile dipendente del capitale e delle compatibilità del sistema, soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono queste le ombre che si allungano pericolosamente oggi su tutti noi, in un nuovo secolo, inaugurato con la disgregazione dell’URSS e segnato in profondità tanto dal manifestarsi del più mostruoso e perverso piano di egemonia mondiale mai concepito nella storia dell’umanità dall’unica superpotenza rimasta, quanto dal dominio del sistema capitalistico, con un carattere strutturalmente neoliberale e una tendenza accelerata alla concentrazione e finanziarizzazione. Le conseguenze di tutto questo sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato come nel sud del mondo. L’Ottobre ha rallentato il processo di espansione globale del capitalismo, la vittoria della controrivoluzione nel 1991 lo ha di nuovo imposto, ma non come “fine della storia”, al di là delle speranze delle classi dominanti, date anche le crescenti resistenze e contraddizioni che sembrano emergere con sempre maggiore nettezza. Per questo l’Ottobre costituisce un ricordo imbarazzante e, soprattutto, pericoloso, un passaggio da rimuovere nel più breve tempo possibile. Per le classi dominanti, certamente, ma anche per i tanti ex comunisti in circolazione, oggi rispettabili e responsabili riformisti, ben felici di liberarsi del peccato originale e recuperare una collocazione non molto diversa da quella delle socialdemocrazie europee di allora, pronte a schierarsi da una parte contro la rivoluzione bolscevica e ogni tentativo insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e, dall’altra, a favore delle rispettive borghesie nazionali e della guerra. Una lezione, questa, che si ripropone oggi con sconcertante e disarmante attualità, pur se calata in condizioni generali profondamente mutate. Ogni occasione è buona, insomma, per rimuovere la storia settantennale dell’URSS, che dell’Ottobre è emanazione diretta, o imbastire virulente campagne anticomuniste, di chiaro stampo maccartista. Alla serietà e al rigore analitico si preferiscono la propaganda e il servilismo, come accaduto, ultimo episodio di una serie assai più lunga, in occasione della ricorrenza degli avvenimenti ungheresi del 1956. Due anni addietro, in occasione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia, la Russia è stata di fatto esclusa dalle celebrazioni ufficiali, come se 25 milioni di sovietici non fossero morti per sconfiggere il nazifascismo e l’Unione Sovietica non avesse pagato un enorme tributo per liberare l’intera Europa.
A questo tentativo di rimozione, assai più che di denigrazione, noi non possiamo rispondere con la semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi andati, dei fasti che furono e che oggi, sfortunatamente, non sono più. Questo per una ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo già perso, saremmo destinati a ritagliarci un ruolo residuale quando invece dovremmo tentare di riprendere il cammino, di tornare protagonisti. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di capire cosa non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione del socialismo, di transizione al socialismo, perché l’esperienza sovietica è finita come sappiamo. Senza alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza di investigare i limiti oggettivi (contesto internazionale e sviluppo delle forze produttive), come quelli soggettivi e culturali che hanno consentito alle forze controrivoluzionarie di imporsi nel 1991.
“Il marxismo non è un dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov, allora alla guida dell’URSS, ultimo grande protagonista di un tentativo di cambiamento e modernizzazione dell’intero sistema a partire però dalla transizione al socialismo - bensì una viva guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta storica ci impone… Solo un siffatto atteggiamento verso il nostro inestimabile retaggio ideale, atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo questo continuo autorinnovarsi della teoria rivoluzionaria sotto l’azione della prassi rivoluzionaria rendono il marxismo una scelta autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”.
Queste parole acquistano, paradossalmente, una maggiore importanza proprio oggi, in quest’epoca difficile e contraddittoria, dove ci sentiamo, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, orfani dello “spirito” dell’Ottobre, anche al di là di quelli che sono emersi come elementi peculiari di questa esperienza, sui quali occorre proseguire la riflessione.
a) La Rivoluzione si è affermata, contrariamente alle previsioni di Marx, nel paese più arretrato d’Europa, nella Russia contadina e largamente feudale, dove lo sviluppo del sistema capitalistico e dei fattori produttivi era straordinariamente debole. I bolscevichi si sono trovati, di conseguenza, a dover affrontare una serie di problemi – dall’accumulazione originaria di capitale allo sviluppo tecnologico, dalla formazione della forza lavoro al rapporto tra produzione e consumo – che nei paesi più sviluppati lo stesso capitalismo aveva già risolto. E lo hanno dovuto fare in condizioni straordinariamente difficili, attaccati dalle forze controrivoluzionarie e accerchiati da potenze ostili, con non poche divisioni interne, conseguenza di un dibattito serrato e aspro, e con la tensione di dover costruire da soli, senza precedenti di rilievo e per di più in tempi rapidi, un sistema alternativo al capitalismo. Uno sforzo immane, che qualsiasi approccio logico avrebbe definito improponibile o non realizzabile. Forse è per questo che il consolidamento della rivoluzione, per noi scontato, costituisce in realtà un segno straordinario di vitalità anche dopo decenni, un segno evidente che non esistono difficoltà insormontabili; forse è per questo che l’intero dibattito sui tempi e le modalità della costruzione del socialismo che ha attraversato con diversa intensità non solo gli anni ’20 – dal comunismo di guerra alla NEP leniniana, dalla crisi all’elaborazione del Primo Piano Quinquennale e alla brusca virata a sinistra staliniana di fine decennio -, ma l’intera esperienza sovietica fino agli anni ‘80 – sul rapporto tra piano e mercato, ad esempio, come sulla trasformazione dell’intera struttura economica sovietica verso una produzione intensiva e di qualità e non solamente estensiva e di quantità –, costituisce un elemento di straordinaria ricchezza e importanza, troppo presto rimosso anche da noi;
b) L’intero gruppo dirigente bolscevico, a partire da Lenin, era fermamente e sinceramente convinto che la “muggente ondata di bufera” – per usare la metafora iniziale – potesse travolgere anche l’Occidente avanzato, con particolare riferimento alla Germania, in guerra con la Russia. La realtà si è rivelata, purtroppo, assai diversa: nonostante il grande impulso dato dalla rivoluzione all’espansione del movimento comunista su scala planetaria, i diversi tentativi insurrezionali sono stati tutti repressi nel sangue, dall’Ungheria dei Consigli di Bela Kun alla Slovacchia, dai soviet di Baviera alla Serbia, dall’Iran alla Germania. I comunisti si sono trovati così fuorilegge e perseguitati, la Russia dei soviet isolata e aggredita, seguita sul sentiero rivoluzionario dalla sola Mongolia. Troppo poco, davvero troppo poco. In un breve ma straordinariamente intenso contributo apparso su “Nuova Antologia” nel 1978, Leo Valiani ricostruisce quanto accaduto in Europa Centrale nel terribile anno 1919, fornendo anche cifre credibili sui costi in termini di vite umane. “Al terrore rosso s’imputarono un poco meno di 500 omicidi (compresi i controrivoluzionari uccisi in combattimento) nei 133 giorni di vita della dittatura del proletariato. Il terrore bianco di Horthy fece almeno 5.000 vittime, in un anno e mezzo circa”. Numeri indigesti, che l’attuale tecnocrazia anticomunista di Bruxelles preferisce rimuovere, perché incompatibili con il proprio viscerale istinto maccartista. Meglio ricordare l’Ungheria del 1956 che quella del 1919, meglio sproloquiare dei disegni tirannici dell’URSS che dei veri responsabili della militarizzazione dell’Europa, dei protagonisti assoluti della Guerra Fredda e delle tante guerre di oggi, vale a dire gli Stati Uniti. Per quanto riguarda noi, invece, al di là di ogni discussione teorica o politica relativa al “socialismo in un solo paese”, sarebbe davvero difficile non considerare, dal punto di vista generale, il peso che hanno avuto gli elementi di contesto internazionali e generali (isolamento prima e Guerra Fredda e politica aggressiva USA dopo il secondo conflitto mondiale) nel determinare alcune delle scelte fondamentali che hanno finito per condizionare, e non poco, l’intera esperienza sovietica;
c) La prima, drammatica prova che si sono trovati ad affrontare i bolscevichi è stata senza dubbio la pace immediata con la Germania, che nelle intenzioni del governo dei Soviet avrebbe dovuto essere “senza annessioni e senza indennità”, una pace giusta e, se considerata da una determinata prospettiva, “rivoluzionaria”. Evoluzione, questa, direttamente legata alla fiducia sul dilagare della rivoluzione in Europa, tanto che Trotskij, commissario del popolo agli esteri e capo della delegazione sovietica a Brest, era convinto di iniziare la trattativa con la diplomazia di Guglielmo II e di terminarla con Liebcknecht alla guida di un governo proletario in quel di Berlino. Al contrario, i bolscevichi si sono trovati ad affrontare, divisi, una situazione terribile, si sono trovati di fronte ad una scelta tanto dolorosa quanto inevitabile: trasformare la guerra in guerra rivoluzionaria, con l’esercito però in fase di smobilitazione e i tedeschi pronti all’offensiva finale una volta scaduto l’ultimatum, o accettare una pace mortificante e ben diversa da quella inizialmente ipotizzata. Nel primo caso, il grosso dell’esercito e dei contadini non avrebbe compreso il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe sollevato contro lo stesso governo dei soviet, determinando la fine della rivoluzione. Lenin, al contrario di Trotskij, non era disposto a sacrificare il neonato potere sovietico in Russia nel disperato tentativo di suscitare un’ondata rivoluzionaria in Germania. Rinunciare, insomma, ad una prospettiva appena conquistata in un paese per una prospettiva straordinariamente fragile e incerta su un piano più generale. Questa discussione, aspra e senza esclusione di colpi, ha attraversato l’intero partito bolscevico nel biennio 1918-1919 e solo la grande lucidità di Lenin, dapprima in minoranza, ha evitato la catastrofe, firmando la pace “sconcia”, separata e annessionistica, ma garantendo così la sopravvivenza del governo dei Commissari del Popolo anche in assenza della deflagrazione mondiale – o almeno europea - della rivoluzione. A dimostrazione che la fraseologia rivoluzionaria, soprattutto se slegata dal contesto, può costituire un rifugio provvidenziale anche se non sicuro, potendo nel contempo essere letale alla causa della rivoluzione;
d) Difficile ragionare dell’Ottobre senza considerare il ruolo che in esso svolse la parte più avanzata degli intellettuali e degli artisti, quelle “avanguardie” che in Italia finirono invece per schierarsi a fianco di Mussolini. Al di là di quello che sarebbe accaduto in seguito, dal dibattito sul ruolo dell’arte nella costruzione del socialismo alle difficoltà e disillusioni che incontrarono diversi esponenti degli autodefiniti “comunisti di sinistra” – da Majakovskij a Mejerchold, tanto per fare due nomi -, fino alla scelta – discutibile ma non incomprensibile - del realismo a partire dal 1928, gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con il progressivo affermarsi del futurismo in poesia, del costruttivismo in architettura e del cubofuturismo in arte, fino al suprematismo estremo di Malevic, finiscono per segnare davvero un’epoca intera. La parola d’ordine era rinnegare il passato, ribaltare i canoni, capovolgere le dimensioni, creare una nuova lingua. Pur se a partire da un approccio non necessariamente marxista, e con un furore iconoclasta con pochi precedenti nella storia (straordinarie, da questo punto di vista, le dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni pratiche), gli avanguardisti hanno sostenuto con decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in profondità con essa, hanno percepito in essa tutto il peso della cesura con la storia precedente. Una nuova arte per la nuova classe emergente e vittoriosa. Così si esprime Majakovskij nel 1915: “Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha afferrato la Russia. Incapaci di scorgere il futurismo davanti a voi, impotenti a guardare in voi stessi, ne avete proclamato la morte. Sì, il futurismo è morto come gruppo particolare, ma su tutti voi si riversa come un’inondazione. Se il futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci è più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte del nostro programma di distruzione”. Ancora più chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando per la prima volta in versione integrale l’opera teatrale La nuvola in calzoni del 1915, avrebbe ribadito, riferendosi ai valori borghesi: “Abbasso il vostro amore. Abbasso la vostra arte. Abbasso il vostro regime. Abbasso la vostra religione”. Emblematico di una tensione non sopita è il Decreto n. 1 sulla democratizzazione delle arti, secondo il quale l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del passato e del presente per collocarsi al servizio del popolo, inondando le città e le piazze e procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione delle sterminate masse popolari russe, elemento che avrebbe segnato l’uscita da una condizione di inferiorità e frustrazione. Una tensione che si riscontra anche nel poderoso e mai stantìo dibattito relativo all’emancipazione della donna e alla radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito che ha davvero poco da invidiare a quello attuale.
Avviandomi verso la conclusione, compagne e compagni, rimane ancora oggi drammaticamente aperto un lacerante interrogativo che Sklovskij, padre dei formalisti russi, rivoluzionario senza partito, richiama in una straordinaria intervista datata 1968 e recentemente ripubblicata: il destino delle rivoluzioni è quello di tramutare la propria difesa in puro conservatorismo, anche se gli elementi di contesto risultano essere drammaticamente ostili e complessi? Cercare una risposta a questa domanda significa scavare nel profondo della nostra storia, dei suoi protagonisti, nel tentativo di individuare non la soluzione, ma delle risposte che possano avvicinarsi alla verità, alla realtà.
In Unione Sovietica, nonostante i grandi successi conseguiti in condizioni di grandi difficoltà, abbiamo perso la battaglia, la sfida tanto sul piano dello sviluppo economico, come sul piano più genericamente culturale, dei valori di riferimento. Perso la battaglia, non la guerra. Se l’economia sovietica non si è rivelata in grado di modificarsi sulla base delle esigenze di una società sempre più complessa, legando lo sviluppo quantitativo con quello qualitativo, non cogliendo fino in fondo le potenzialità dell’automazione e della robotica e subendo la rivoluzione informatica occidentale, il sistema dei valori è stato travolto dalla stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi, perdendo ogni tensione rivoluzionaria. Per questo tanti giovani, pur avendo un sistema di garanzie sociali che oggi forse rimpiangono, sentivano il bisogno di guardare verso Occidente per trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla base di tutto questo?
Ne Il Bagno, ultima, grande opera teatrale di Majakovskij prima del drammatico suicidio, non a caso segnata da laceranti insuccessi, il mediocre, altezzoso e narcisista Pobedonosikov, uomo d’apparato, afferma, ragionando dell’inventore Ciudakov: “I sognatori non ci servono! Il socialismo è calcolo!”. Anche da qui potremmo partire per investigare sulle ragioni della sconfitta. Al contrario, per la costruzione di un mondo nuovo, per la costruzione del socialismo servono anche i sognatori, a maggior ragione oggi, perché la rivoluzione e i suoi valori o si affermano nella loro complessività e interezza, dallo sviluppo dei fattori produttivi alle coscienze individuali e collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere e vivere, non si affermano, sono destinati al fallimento.
Tracciando un bilancio della propria esperienza politica e letteraria nella sopra citata intervista, Sklovskij così risponde a chi gli domanda quanto l’esperienza sovietica si sia allontanata dalle teorie di Marx e di Lenin sul socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi stabiliate la lontananza della realtà del capitalismo attuale dall’ideale scientifico che avevano elaborato Adam Smith e David Ricardo”. Risposta che attendiamo anche noi dai cantori delle magnifiche sorti e progressive di un sistema che continua a sopravvivere solamente grazie alle guerre e al più bieco sfruttamento ai danni della grande maggioranza del genere umano. La schiavitù di molti per il profitto di pochi.
Commentando duramente, nel gennaio 1921, la situazione in Russia così come ricostruita da una delegazione di socialisti che si era recata in quel paese, alla vigilia della scissione di Livorno che avrebbe dato vita al Partito Comunista d’Italia, Filippo Turati non ha potuto però fare a meno di sottolineare che “la Rivoluzione russa osservata ed intesa come avvenimento storico, ha un contenuto ideale che lascerà indubbiamente tracce profonde nella vita e nella storia del popolo russo, perché certe conquiste da essa conseguite, non solo non saranno distrutte né potranno scomparire nel caso di un eventuale cambiamento o trasformazione di regime, ma resteranno sempre le pietre miliari della sua ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha visto la borghesia in questo grande avvenimento storico, in questo gigantesco rivolgimento politico che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che il gesto della follia politica e della aberrazione individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea non avrebbe potuto trascinare le masse, se non avesse posseduto in se i germi di una nuova morale e se il suo contenuto ideale non fosse stato così potente da poter costituire le basi di una nuova Società. La borghesia di tutti i paesi non ha voluto considerare questo contenuto morale e ideale della rivoluzione se non per negarne l’esistenza, e non ha veduto nel movimento comunista russo se non il pericolo che esso rappresentava per le vecchie concezioni di supremazia, che la minoranza parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha sempre esercitato sulla maggioranza lavoratrice e produttrice”.
L’Ottobre è un incendio che non si è spento, la nostra scommessa è far divampare altri fuochi nelle praterie del mondo.
Marcello Graziosi