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Intervento alla Conferenza sul 60° Anniversario della morte di Stalin - Napoli 2/3/2013
 
Vincenzo De Robertis
 
02/03/2013
 
Il nome di G. Stalin è legato indissolubilmente, sia all'esperienza stessa di costruzione del socialismo in Russia, sia alla vittoria dell'URSS sulle orde nazi-fasciste nella II Guerra mondiale, sia alla direzione del movimento comunista internazionale. Per decenni il suo nome e la sua persona sono stati, a ragione, identificati dai lavoratori di tutto il mondo con il comunismo stesso.
 
Per cui la critica e gli attacchi, che sono stati mossi, dall'interno e dall'esterno del movimento comunista, alla sua persona ed al suo pensiero e che hanno avuto il loro culmine nel XX Congresso del PCUS, hanno assunto immediatamente il significato di un attacco al comunismo stesso ed al marxismo-leninismo.
 
Oggi, una commemorazione che fosse fine a sé stessa, esaltazione della figura di Stalin e della sua persona, senza approfondimento critico dell'opera di costruzione del socialismo, da lui condotta in URSS, oltre che essere inutile, non farebbe altro che portare acqua al mulino di quanti considerano definitivamente chiusa, nel bene o nel male, l'esperienza del comunismo, così come si è realizzato per la prima volta nella storia, in URSS.
 
Occorre, invece, cogliere il carattere "universale", sempre ed ovunque valido, di quella esperienza di costruzione del socialismo, sfrondando da essa i caratteri della specificità storica e geo-politica irripetibile, per acquisire un "metro di misura" con cui andare oggi a valutare le esperienze di società e di economie, che si sono fatte e/o si stanno facendo nel mondo, più o meno "alternative" al modo di produzione capitalistico, più o meno in contrapposizione al sistema imperialistico.
 
 
La rivoluzione del '17 in Russia si realizzò, contro ogni previsione, in un Paese economicamente arretrato e per tale ragione essa fu, quando accettata dai sostenitori del socialismo dell'epoca, ipotecata di sicuro fallimento, se non fosse stata seguita dalla rivoluzione nei paesi europei economicamente più sviluppati, prima fra tutti la Germania.
 
Sconfitte militarmente le "Guardie bianche", sostenute dalle potenze imperialistiche occidentali, e cessata la fase del cosiddetto "comunismo di guerra", la Russia sovietica ebbe bisogno di riavviare l'economia distrutta dalla prima guerra mondiale e dalla successiva guerra civile e riannodare l'alleanza fra proletariato industriale e contadini, che era stata l'asse su cui aveva camminato fino a quel momento la Rivoluzione vittoriosa, ma che si era andata sfilacciando per il perdurare delle requisizioni operate durante la guerra civile.
 
"La Russia era un cumulo di rovine - dice A.L.Strong[1] -: inesistenti i raccolti, introvabili le materie prime e i macchinari, il bestiame sterminato, l'attrezzatura agricola dissolta in sette anni di guerra. Il 1920 e il 1921 furono due annate di carestia, che costò la vita a milioni di esseri umani; nel bacino del Volga un tempo così fertile, nel 1921, anno in cui visitai la regione, i figli dei contadini non avrebbero potuto andare a scuola, anche ammettendo che le scuole ci fossero; i ragazzi non avevano scarpe, non avevano vestiti e l'inverno lo passavano rannicchiati sulle enormi stufe familiari, avvolti in cenci, senza poter mai mettere il naso fuori dell'uscio. Allo scopo di favorire la ripresa economica Lenin varò la NEP, la «Nuova politica economica», che sanciva la coesistenza dei più vari sistemi produttivi: socialista, cooperativistico, perfino capitalistico; restarono di proprietà dello Stato le miniere, le ferrovie e i grandi complessi industriali, tutti in gravi condizioni di dissesto; le piccole industrie, i negozi e le fattorie tornavano nelle mani dei privati."
 
La NEP, approvata con una specifica risoluzione al X Congresso (marzo 1921), fu, quindi, concepita come una parziale "ritirata" che coinvolgeva principalmente l'agricoltura, ponendo fine alle requisizioni forzate del cd. "comunismo di guerra" e consentendo ai contadini, con "l'imposta in natura", di commercializzare in proprio le eccedenze della produzione non consegnate allo Stato in base agli obiettivi prefissati.[2] Il tutto mentre settori determinanti dell'economia sovietica - industria, banche, commercio con l'estero - restavano, comunque, nelle mani dello Stato Sovietico.
 
La risoluzione e tutto il X Congresso furono contrassegnati da una lotta ideologica acuta fra varie "correnti" nel P.C.(b) dell'URSS. Sullo sfondo sempre la questione se il socialismo potesse attecchire e vincere autonomamente in Russia, oppure dovesse attendere la rivoluzione nei paesi europei economicamente più sviluppati (Inghilterra, Francia e Germania). Lenin e la maggioranza bolscevica attribuivano alla NEP la caratteristica di una "ritirata temporanea", da far durare il tempo appena necessario a "riprendere fiato", mentre le "opposizioni di destra" Trotskj, Bukharin, Zinoviev, Kamenev, ecc, ritenevano che si dovesse procedere oltre, favorendo la penetrazione del capitale straniero attraverso le concessioni o la creazione di s.p.a anonime.[3]
 
Già all'XI Congresso (marzo 1922) Lenin poneva la necessità di riprendere l'offensiva dopo la ritirata.
 
Al XII Congresso (aprile 1923) ripresero le discussioni sulla NEP e le opposizioni tentarono di allargare le basi della penetrazione capitalistica (concessioni industriali ai capitalisti stranieri e pagamento alle potenze straniere del debito contratto dallo zar). Bukharin propose, prima del Congresso, l'abolizione del monopolio statale del commercio con l'estero.[4]
 
Il XIII Congresso (maggio 1924) si tenne dopo la morte di Lenin (gennaio 1924) e segnò la sconfitta dell'opposizione trotskista che aveva tentato di mettere il Partito contro i vecchi bolscevichi. Venne deciso di costituire il Commissariato del Popolo (Ministero) del commercio interno, prima di allora, evidentemente, in balia del "mercato".
 
Dopo 4 anni di NEP (1921, 1922, 1923 e 1924), scanditi da altrettanti congressi del P.C.(b) dell'URSS (X, XI, XII e XIII), la cui frequenza annuale testimonia quanto dibattuti fossero quei temi all'interno del Partito, l'URSS aveva raggiunto nuovamente le condizioni economiche dell'anteguerra, restando, tuttavia, un paese agricolo-industriale. Contestualmente, sconfitti sul campo i tentativi di aggressione armata delle potenze capitalistiche occidentali ed orientali, l'URSS poteva ora consolidare i propri rapporti internazionali ottenendo il riconoscimento giuridico ed il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con i principali paesi.
 
Passati i periodi più bui e cessato "lo stato di necessità", si riproponeva sotto un'altra luce la questione che aveva diviso il mondo del "socialismo" dopo la Rivoluzione d'Ottobre del 1917:
 
- Doveva l'URSS perseguire una strategia di "rivoluzione permanente", che predicava, all'interno, un rallentamento del processo di costruzione del socialismo, in attesa che nei paesi europei economicamente più progrediti si sviluppasse quel processo rivoluzionario, che, però, intanto proprio in quei paesi segnava inequivocabilmente il passo ?
 
- Oppure, preso atto della stasi del processo rivoluzionario in Europa, concentrarsi nella costruzione del "socialismo in un paese solo", basandosi sulla convinzione che questo sarebbe stato, comunque, possibile, nonostante l'arretratezza economica della Russia zarista, e che ciò si sarebbe potuto realizzare, nonostante le condizioni di un accerchiamento capitalistico ?[5]
 
Tutto ciò aveva riflessi sulla NEP, che nella prima ipotesi veniva concepita come fase strategica da proseguire per un lungo periodo di tempo, in attesa che le condizioni internazionali ed interne giocassero nuovamente a favore della rivoluzione mondiale; mentre nella seconda ipotesi la NEP altro non era che una temporanea ritirata, una parzialissima concessione fatta al capitalismo allo scopo di consentire all'economia sovietica di riprendersi dopo lo shock della guerra civile, per poi riprendere il proprio corso autonomo verso la costruzione del socialismo.
 
Questi temi, affrontati al XIV Congresso del P.C.(b) dell'URSS (dicembre 1925), nel corso del quale Stalin pronunciò il rapporto introduttivo a nome del Comitato Centrale ed il discorso di chiusura, furono oggetto di una violenta discussione per la presenza fra i delegati di quelli che ritenevano che la Russia non fosse ancora "matura" per una autonoma industrializzazione socialista. [6]
 
Dopo aver parlato delle condizioni internazionali che manifestavano una certa stabilizzazione del campo capitalistico, succedutasi al turbinio rivoluzionario del primo dopo-guerra, dopo aver messo in guardia i delegati al Congresso sul carattere "relativo" di detta stabilizzazione capitalistica e dopo aver parlato anche della stabilizzazione economica e politica dell'URSS, Stalin, nel rapporto, prende in esame la situazione interna, affrontando alcune questioni "di principio":
 
Rispetto a quanti ritenevano che l'URSS dovesse restare per lungo tempo un paese agricolo, limitandosi solo ad esportare prodotti agricoli in cambio di attrezzature industriali, rinunciando in tal modo alla prospettiva di uno sviluppo industriale nazionale ed autonomo e finendo, per tale ragione, per inserirsi in via subordinata al campo capitalistico, perdendo la propria indipendenza, Stalin ribadisce che l'URSS doveva restare un paese autonomo ed indipendente dal campo capitalistico e per fare ciò doveva sviluppare un'industria nazionale sulla base delle risorse disponibili.[7]
 
E nell'intervento conclusivo del Congresso Stalin ribadisce:
 
"Che cos'è un paese agricolo? Un paese agricolo è un paese che esporta i prodotti agricoli e importa le attrezzature industriali, ma che da solo, con le proprie forze, non produce o quasi queste attrezzature (macchine, ecc.). Se ci fermeremo allo stadio di sviluppo in cui si è costretti a importare le attrezzature e le macchine, invece di produrle con le nostre proprie forze, non possiamo avere la garanzia che il nostro paese non venga trasformato in una appendice del sistema capitalistico.
 
…Che cosa esige il piano Dawes? Esige che la Germania pompi dai mercati, soprattutto dai nostri, dai mercati sovietici, le somme destinate a pagare le riparazioni. Che cosa ne consegue? Ne consegue che la Germania ci fornirebbe le attrezzature, noi le importeremmo e in cambio esporteremmo prodotti agricoli. In questo modo noi, cioè la nostra industria, ci troveremmo incatenati all'Europa. Questa è la base del piano Dawes.
 
…Trasformare il nostro paese da paese agricolo in paese industriale, capace di produrre con le proprie forze le attrezzature necessarie: ecco l'essenza, la base della nostra linea generale." [8]
 
L'importanza del XIV Congresso sta, a mio avviso, proprio in questo: nel aver cioè chiuso la prima fase della NEP, che aveva messo al centro dell'attenzione del Partito e dello Stato la politica in agricoltura al fine di garantire, dopo la fine della Guerra Civile, la creazione di un mercato interno, lo sviluppo della produzione di materie prime (ad es. barbabietole, zucchero, cotone, ecc.) e l'approvvigionamento dei beni di prima necessità per gli abitanti delle città. E nell'aver, soprattutto, lanciato la campagna per l'industrializzazione.
 
Nel Rapporto presentato il 13 aprile del 1926, qualche mese dopo la conclusione del XIV Congresso, all'Organizzazione di Leningrado, Stalin con queste parole chiarisce il proprio pensiero a riguardo dell'industrializzazione:
 
" Alcuni compagni pensano che l'industrializzazione consista in generale nello sviluppare qualsiasi industria. …. Non ogni sviluppo dell'industria costituisce industrializzazione. Il centro dell'industrializzazione, la sua base consiste nello sviluppo dell'industria pesante (combustibili, metalli, ecc.), in ultima analisi nello sviluppo della produzione dei mezzi di produzione, nello sviluppo di una propria industria metalmeccanica. L'industrializzazione non ha solo il compito di aumentare il peso specifico dell'attività industriale nella nostra economia nazionale presa nel suo insieme, ma anche quello di assicurare, durante questo sviluppo, l'indipendenza economica del nostro paese, accerchiato dagli stati capitalistici, e di impedire che si trasformi in un'appendice del capitalismo mondiale. Il paese della dittatura del proletariato, essendo accerchiato dai paesi capitalistici, non può conservare l'indipendenza economica se non produce esso stesso, sul proprio territorio, gli strumenti e i mezzi di produzione, se rimane fermo a un livello di sviluppo in cui deve mantenere l'economia nazionale al rimorchio dei paesi capitalisticamente sviluppati, che producono ed esportano strumenti e mezzi di produzione. Rimanere fermi a questo livello significa mettersi alle dipendenze del capitale mondiale.….
 
[…] l'industrializzazione del nostro paese non può essere limitata allo sviluppo di un'industria qualsiasi, allo sviluppo, per esempio, dell'industria leggera, anche se per noi sono assolutamente necessari l'industria leggera e il suo sviluppo. Ne consegue che l'industrializzazione deve intendersi innanzitutto come sviluppo dell'industria pesante nel nostro paese e, in particolare, come sviluppo di una nostra propria industria metalmeccanica, nerbo essenziale dell'industria in genere. Senza di questo non si può pensare che l'indipendenza economica possa essere assicurata al nostro paese." [9]
 
Imprescindibile ed imperativo era, dunque, il compito di realizzare l'industrializzazione, dando priorità allo sviluppo del settore dei mezzi di produzione, per trasformare l'URSS da paese agricolo arretrato in paese industrializzato. Solo ciò poteva consentire di imboccare la strada del socialismo, perché senza industrializzazione, niente socialismo ! Altrettanto imperativo ed imprescindibile era l'obbligo di realizzare questo compito in piena autonomia dal campo capitalistico, preservando l'indipendenza dell'URSS.
 
Ma questo comportava la risoluzione di un altro problema: da dove attingere le risorse necessarie ad industrializzare il Paese !
E su questo punto si divaricavano nuovamente le opinioni e le proposte.
 
Da un lato vi era chi, poco fiducioso di un possibile sviluppo autonomo dell'economia socialista in URSS, predicava, o la necessità di allettare e sollecitare, attraverso ulteriori concessioni, gli investimenti dei capitalisti occidentali, per la verità abbastanza esigui nei quattro anni trascorsi nella NEP, oppure sosteneva la necessità di "estorcere" ai contadini quelle risorse necessarie all'industrializzazione, attraverso una politica di aumento dei prezzi dei prodotti industriali necessari alla agricoltura, mettendo così in difficoltà l'alleanza proletariato-masse contadine, che già la politica del cd "comunismo di guerra" aveva messo a dura prova.
 
Dall'altro lato, Stalin ed il Partito bolscevico sostenevano, invece, che era possibile reperire in altro modo le fonti di accumulazione sufficienti a garantire l'industrializzazione dell'URSS.
 
Certo l'URSS non avrebbe potuto seguire l'esempio dell'Inghilterra, che per secoli aveva spogliato le risorse delle proprie colonie, accumulando quei capitali "aggiuntivi", rivelatisi poi essenziali allorquando si passò dalla produzione artigianale alla meccanizzazione della produzione su larga scala; né poteva seguire l'esempio della Germania che si finanziò l'industrializzazione attraverso i 5 miliardi di franchi ricevuti dalla Francia a mo' di indennizzo per la sconfitta subita nella guerra del 1870-1880; né poteva seguire l'esempio della Russia zarista che aveva svenduto la propria economia e barattato la propria indipendenza per quel poco di industrializzazione che aveva strappato ai capitalisti occidentali.
 
Per l'URSS esistevano altre fonti di accumulazione interna: la proprietà statale delle fabbriche, della terra e del sottosuolo, i guadagni delle industrie e delle banche, il commercio interno ed estero, il bilancio dello Stato che consentiva di drenare risorse verso gli obiettivi prefissati. Era indispensabile concentrare tutte queste risorse provenienti dall'economia socialista per creare quell'accumulazione necessaria ad avviare il processo di industrializzazione. Ma, altresì, era indispensabile amministrare con oculatezza queste risorse accumulate, perché quanto era stato messo da parte fosse indirizzato allo scopo dell'industrializzare il Paese e non fosse disperso e sprecato in mille rivoli.
 
"Le masse lavoratrici - scrive l'Accademia delle scienze dell'URSS nell'Enciclopedia "La Storia Universale" - accolsero con grande entusiasmo l'appello del partito comunista a lottare per trasformare l'Unione Sovietica in una grande potenza industriale socialista. Alla causa dell'industrializzazione esse diedero non solo il loro eroico lavoro, ma anche i mezzi finanziari necessari per rafforzare il bilancio dello Stato e finanziare lo sviluppo economico. Grazie ai prestiti sottoscritti dai lavoratori, i capitali investiti nell'industria aumentarono di anno in anno.
 
Negli anni 1925-1926 gli investimenti erano già di 830 milioni di rubli, 609 dei quali per l'industria pesante; negli anni 1928-1929 erano saliti a 2073 milioni di rubli, 1616 dei quali per l'industria pesante. Questi mezzi consentivano all'industria socialista tempi di sviluppo assai più rapidi che non quelli dell'industria dei paesi capitalisti. Negli Stati Uniti, ad esempio, il tasso medio annuo d'incremento industriale calcolato per 29 anni (1901-1929) non superava il 4%, mentre nell'Unione Sovietica, negli anni 1926 - 1927, era stato del 18%. Si manifestava chiaramente la superiorità del sistema economico socialista, la sua enorme e vitale forza creativa. Successi particolarmente notevoli furono ottenuti nello sviluppo dell'industria metalmeccanica. Nel 1926-1927 la produzione di questo importantissimo settore superava già di un terzo la produzione del 1913.
 
I vecchi centri industriali russi costituirono la base dell'industrializzazione socialista. Ma nello stesso tempo il governo sovietico si preoccupava di sviluppare l'industria in tutte le regioni e repubbliche nazionali.
 
… Il carattere socialista dell'industrializzazione del paese trovava espressione nell'aumento del settore socialista e nella diminuita importanza del settore privato capitalistico, ridottosi nell'industria al 19 % nel 1924 e al 14 % nel 1928.
 
Migliorò anche la condizione materiale di vita della classe operaia e dei contadini che lavoravano la terra; venne ridotta drasticamente la disoccupazione. In soli due anni (1926-1927) il numero degli operai aumentò nell'Unione Sovietica del 7,5 %. Aumentarono tanto il salario nominale che quello reale.
 
In realtà era sempre sensibile l'insufficienza di prodotti di largo consumo, ma i lavoratori avevano coscienza della necessità di sviluppare rapidamente l'industria pesante e si sottoponevano volontariamente a limitazioni a privazioni." [10]
 
Le decisioni assunte nel XIV Congresso del PCUS sono importanti perché chiusero la fase della NEP e, con i primi successi in economia, incoraggiarono l'industrializzazione e la collettivizzazione successiva dell'agricoltura, preparando la strada al 1° piano quinquennale.
 
E' bene evidenziare che queste scelte di politica economica, che il Partito, guidato da Stalin, ed il Governo sovietico adottarono dopo una lotta durissima contro i liquidazionisti e gli opportunisti e che alla lunga si rivelarono essenziali anche per la vittoria dell'URSS nella II Guerra mondiale, furono assunte, non sotto la pressione di una più o meno "imminente minaccia bellica esterna", chè, anzi, nel 1925 si era realizzata una relativa stabilizzazione nei rapporti diplomatici fra gli Stati capitalistici e l'URSS. Esse, in verità, furono assunte "liberamente" nella convinzione, cioè, che il socialismo si potesse costruire pure in un Paese arretrato come era la Russia zarista, purchè si fosse data priorità all'industrializzazione e in particolare al settore dell'industria dei mezzi di produzione.[11]
 
E' questo, a mio avviso, anche il carattere universale di quell'esperienza vittoriosa, da cui nessun popolo può prescindere se vuole avviarsi sulla strada della costruzione di un'economia basata su principi del socialismo e non dell'economia di mercato.
 
Per tutte le nazioni che nel secondo dopoguerra si sono affrancate dal giogo della dominazione imperialista, o con l'aiuto diretto dell'Armata Rossa, e/o con una propria rivoluzione, e si sono avviate sulla strada di un'economia ispirata dai valori del socialismo, partendo da condizioni economiche arretrate, analoghe a quelle della Russia zarista, ma potendo godere, a differenza di quella, dell'esistenza di un campo socialista che nel 1917 ancora non esisteva, l'esempio dell'URSS e le scelte di politica economica fatte in quel Paese potevano offrire un esempio da seguire per costruire un economia socialista.
 
Purtroppo il XX Congresso del PCUS e l'opera di de-stalinizzazione, che ne seguì, hanno finito per oscurare quel percorso a tutto vantaggio di una pratica di "coesistenza pacifica" con l'imperialismo che, privilegiando le esigenze di sviluppo dell'economia nazionale, ha frantumato l'internazionalismo proletario, finendo nel tempo per integrare le economie di questi Paesi con l'economia globalizzata capitalistica.
 
Compie oggi una imperdonabile mistificazione storica chi, con riferimento alla caduta simbolica del muro di Berlino, parla di fallimento del comunismo di tipo sovietico, occultando la rottura, apertasi con il XX Congresso del PCUS, fra la politica staliniana e quella kruscioviana.
 
Se di fallimento si deve parlare, si deve parlare, in verità, di fallimento del revisionismo storico, avviato da Krusciov, non del fallimento del comunismo e di Stalin, che invece condusse vittoriosamente l'URSS a trasformarsi da paese agricolo in potenza industriale, che vinse una guerra di aggressione, dando un contributo inestimabile alla liberazione dei popoli di tutto il mondo.
 
Chi oggi, all'interno del movimento comunista, criticando "benevolmente" Stalin, lo presenta come un "male necessario" in un epoca tremenda, il XX secolo, ormai "ricordo di un passato lontano", contrassegnato da due guerre mondiali, dal fascismo e dal nazismo, ed in alternativa imbelletta la politica del cd "socialismo di mercato", seguita dalla Cina e da altri Paesi, come unica possibilità di socialismo realizzabile nell'epoca contemporanea, non solo mistifica la storia passata, ma nasconde verità.
 
A differenza di Stalin, che si è sempre battuto perché il campo socialista, prima composto solo dall'URSS e poi, dopo la seconda Guerra mondiale, allargatosi ad altri Paesi, si mantenesse indipendente ed autonomo dal mercato capitalistico, oggi i difensori del "socialismo di mercato" sostengono l'integrazione fra economia capitalistica ed economia socialista. Non a caso si parla oggi di economia (capitalistica) globalizzata.
 
In forza di queste scelte di politica economica possiamo assistere, ad esempio, al fatto che il Fondo Sovrano Cinese, alimentato fondamentalmente dai profitti estorti agli operai cinesi e gestito dal Governo, detiene la parte maggiore dei titoli di debito pubblico del bilancio degli USA, per cui attraverso questo meccanismo gli Stati Uniti si sono finanziati le guerre in Iraq ed Afganistan.
 
Questo sarebbe il socialismo del XXI secolo ?
O tempora, o mores !
 
Vincenzo De Robertis
Intervento alla Conferenza sul 60°Anniversario della morte di Stalin. Napoli 2/3/2013
 

 

[1] Vedi Anna Louise Strong , L’era di Stalin, pag.43, Ed. La Città del Sole-Zambon
[2] Vedi Storia del P.C.(b) dell’URSS , pagg.244-5
[3] Vedi Storia del P.C.(b) dell’URSS, pag.247
[4] Vedi Storia del P.C.(b) dell’URSS, pag.250
[5] Vedi pag.260 e segg. Storia del P.C.(b) dell’URSS
[6] Vedi pag.263 Storia del P.C.(b) dell’URSS
[7] Vedi pagg.336-8 Stalin, Op. Complete, vol.7
[8] Vedi pagg.400-1 Stalin, Op. Complete, vol.7
[9] Vedi pagg.155-6 Stalin, Op. Complete, vol.8
 
[10] Vedi pag.46-7 Storia Universale, vol.9. Acc. delle Scienze dell’URSS
[11] In senso contrario vedi O.Diliberto, V.Giacchè, F.Sorini Ricostruire il partito comunista Ed. Marx XXI, pag.54:
"Le circostanze storiche eccezionali e le scelte che prevalsero nel gruppo dirigente bolscevico dopo la morte di Lenin (e dopo un aspro dibattito che si protrasse fino al 1929) — scelte fondate sulla previsione, che si rivelò storicamente fondata, secondo cui l’Urss si sarebbe trovata presto a fronteggiare un nuovo conflitto mondiale - favorirono l’affermarsi di un modello di industrializzazione accelerata e di forzata collettivizzazione delle campagne.
Il prezzo umano pagato fu elevatissimo, e ancora oggi si discute quanto la ferrea e autoritaria direzione staliniana fosse per lo più un tributo pagato all’eccezionalità dei tempi; o quanto invece fosse l’espressione di processi degenerativi non obbligati, quindi almeno in parte evitabili."

 



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