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Convegno - Napoli, 21-23 novembre 2003: I problemi della transizione al
socialismo in URSS
Dalla NEP al
“mercato socialista”: tra passato e presente, note su alcuni problemi della
transizione
di Fausto Sorini
1)Tutta la riflessione di Marx e di Engels è legata all’idea che il socialismo
si sarebbe affermato innanzitutto nei paesi capitalistici più sviluppati. Dove
cioè sarebbe stato il capitalismo stesso, nel suo stadio più avanzato di
sviluppo, a risolvere problemi quali l'efficienza della produzione, l'aumento
della produttività del lavoro, il dinamismo indotto dalla concorrenza e dal
mercato, l'innovazione scientifica e tecnologica. Affermandosi in questi paesi,
nei punti alti dello sviluppo, il socialismo avrebbe poi trainato il resto del
mondo, le colonie, i paesi più arretrati dal punto di vista dello sviluppo
delle forze produttive.
Marx legava la possibilità del superamento della produzione mercantile
(prevedibile in una fase avanzata della transizione al comunismo) non soltanto
all’esistenza della proprietà sociale, ma anche ad un elevatissimo livello di
sviluppo delle forze produttive e dell’automazione del lavoro, in cui l’uomo
avrebbe partecipato sempre meno direttamente alla produzione materiale. Ciò
avrebbe dovuto avere come presupposto uno sviluppo della scienza e della
tecnica, ad un livello che ancora non è stato neppure oggi raggiunto in alcuna
parte del mondo. E che certamente non era proprio delle prime esperienze di
tipo socialista sperimentate nel ‘900, né di quelle ancora in corso, ma che
appartiene ad un loro lontano futuro.
Marx dirà una volta (cito a memoria) : il socialismo richiede un alto grado di
sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale : altrimenti si
socializzerebbe solo la miseria e ricomincerebbe la lotta per la vecchia merda!
E’ assente in Marx e in Engels, al di là di qualche cenno frammentario, privo
di pregnanza teorica generale, una riflessione sistematica sulla eventualità e
sulle problematiche di una transizione al socialismo che possa iniziare nei
paesi più arretrati.
2)Fu Lenin - soprattutto negli ultimi anni di vita, quando era ormai chiaro che
la rivoluzione non avrebbe vinto in Occidente - a misurarsi per primo, sul
piano teorico e pratico, con le problematiche inedite di una "rivoluzione
contro il Capitale". Anche se Lenin, che morì nel 1924, potè solo
abbozzare il problema che si concretizzò nella sperimentazione della NEP.
Era implicita nell'approccio leniniano - a volte esplicitamente dichiarata -
l'idea che in un paese arretrato, tanto più dopo la sconfitta della rivoluzione
in Occidente, la transizione al socialismo non sarebbe stato un processo di
breve periodo, e che esso avrebbe visto, nell'economia, la compresenza di piano
e mercato, di pubblico e privato, di elementi di socialismo e di capitalismo,
con l'inevitabile conflitto sociale e di classe che ciò avrebbe determinato. E
che il problema del potere politico socialista, utilizzando gli elementi di
socialismo in economia (il settore pubblico), sarebbe stato quello di governare
la transizione e di dominare gli elementi di mercato e di capitalismo, per
utilizzarli e guidarli (non sopprimerli volontaristicamente) verso un loro
graduale controllo e poi riassorbimento dentro le compatibilità del socialismo.
Ovvero, che toccava al potere socialista, tenendo conto dell'arretratezza della
Russia, promuovere e governare alcuni fattori di sviluppo delle forze
produttive che nei paesi più evoluti erano stati affrontati e risolti dal
capitalismo; evitando al tempo stesso che essi diventassero prevalenti e
rovesciassero il carattere e la prospettiva socialista della rivoluzione russa.
Lenin immaginava a tale proposito un processo dai tempi lunghi. E scriverà in
proposito : “Tra capitalismo e comunismo vi è una fase di transizione che
abbraccia una intera, lunghissima e complessa epoca storica”. In cui, in campo
economico, convivono “elementi di socialismo ed elementi di capitalismo”.
Questo periodo sarà “tanto più lungo quanto meno questa società è sviluppata”.
Lenin mette in guardia “contro le illusioni di facili scorciatoie”. “La presa
del potere è solo il primo passo di una lunga transizione”. Ovvero : dopo la
rottura rivoluzionaria (non vi è qui alcuna confusione possibile con un
gradualismo di tipo riformista) il socialismo vince passando attraverso una
lunga competizione tra elementi di socialismo e di capitalismo, entrambi
presenti nella transizione, e vince quando i primi prevalgono compiutamente sui
secondi.
3)Le circostanze storiche eccezionali e le scelte prevalenti nel gruppo
dirigente bolscevico dopo la morte di Lenin, imposero un modello di
industrializzazione accelerata e di forzata collettivizzazione che si
cristallizzò nei decenni in un modello statalista integrale, e per molto tempo
le problematiche insite nella riflessione dell’ultimo Lenin sulla Nep furono
sostanzialmente rimosse. Riemersero qua e là, in modo frammentario, nel
dibattito sulla riforma economica degli anni '60 (nell'Unione Sovietica, in
alcuni paesi dell’Est europeo…), ma non riuscirono mai, in quel periodo, a
tradursi in un progetto organico di riforma.
Mentre il guevarismo a Cuba e il maoismo e la Rivoluzione culturale in Cina
spingevano in direzioni opposte.
4)Per la verità, una riflessione di grande interesse emerge nel movimento
comunista, appena dopo la 2° guerra mondiale, a proposito delle cosiddette “democrazie
popolari” nei paesi dell’Est europeo. In un lungo saggio su Rinascita (la
rivista teorica del Pci) del giugno 1947, che si intitola : “Che cosa è la
democrazia di nuovo tipo”, (un testo che varrebbe la pena di riprendere
analiticamente) l’economista e rivoluzionario ungherese Eugenij Varga (quadro
storico dell’Internazionale comunista, uomo di fiducia di Stalin, certamente
non un “eretico”) scrive :
“Il regime sociale di questi stati si differenzia da tutti gli stati da noi
conosciuti finora : è qualcosa di assolutamente nuovo nella storia
dell’umanità”….In essi “esiste il sistema della proprietà privata sui mezzi di
produzione; ma le grandi imprese industriali, il trasporto e il credito sono
nelle mani dello stato e lo stato stesso e il suo apparato di repressione non
servono gli interessi della borghesia monopolistica, ma gli interessi dei
lavoratori”…”Con la nazionalizzazione dei principali mezzi di produzione e col
carattere stesso di questi Stati sono state gettate le basi per il loro passaggio
al socialismo. Essi possono, mantenendo il potere statale attuale, passare
gradualmente al socialismo sviluppando sempre più le organizzazioni di tipo
socialista che già esistono accanto alle aziende mercantili…e …capitalistiche
che hanno perso la loro posizione preminente”…”Così la struttura sociale negli
Stati democratici di nuovo tipo non è la struttura socialista, ma una nuova
forma originale di transizione. Le contraddizioni tra le forze produttive e i
rapporti di produzione si attenuano man mano che aumenta il peso specifico del
settore socialista”.
Quello che si prefigura qui è dunque un processo di transizione nell’ambito di
una economia mista, con un potere politico orientato al socialismo.
5)La stessa problematica si ritrova anche nella elaborazione del Pci di quegli
anni sulla “democrazia progressiva” e sulla “via italiana al socialismo”. Nella
Dichiarazione programmatica varata nel 1956 dall’8° congresso, si può leggere :
“La costruzione di una società socialista deve prevedere, data la struttura
economica italiana, tanto la protezione e lo sviluppo dell’artigianato, quanto
la collaborazione con una piccola e media produzione che, non avendo carattere
monopolistico, può trovare in un regime socialista condizioni di prosperità per
lunghi periodi, prima del passaggio a forme di produzione superiori, sempre
sulla base del vantaggio economico e del libero consenso”.
Come si vede gli spunti non mancano, ma anche qui, per diverse
ragioni(oggettive e soggettive), a partire dal condizionamento operato dalla
guerra fredda e dalle rigidità politiche e ideologiche che essa porta
inevitabilmente con sé, il tutto non si trasforma in una riflessione e
soprattutto in una sperimentazione organica. E anche le nuove intuizioni
riguardanti la transizione al socialismo nelle democrazie popolari, vengono
riassorbite dentro l’allineamento “di campo” al modello sovietico e alla nuova
militarizzazione delle relazioni internazionali, imposta dall’imperialismo e
dalle minacce di una nuova guerra (nucleare) contro l’Unione sovietica e il
campo socialista.
6)L'originalità delle riflessioni di Deng Xiaoping, che si affermano nel
partito comunista cinese nel 1978, dopo la morte di Mao e la sconfitta della
"banda dei quattro", sta proprio - a mio avviso - nella forte
riproposizione, attualizzazione e sistematizzazione del temi sollevati da Lenin
nella Nep, sia pure nell'ambito di una riflessione che parte dal contesto
cinese, senza pretese generalizzatrici, senza la velleità di indicare un
“modello”.
Sono riflessioni che vengono da lontano.
Il nuovo gruppo dirigente cinese riflette sul fallimento del
"soggettivismo" e del "volontarismo" economico della
Rivoluzione culturale, ma ha ben presente anche la stagnazione economica che
comincia a caratterizzare il sistema sovietico. Si afferma il tentativo di un
primo bilancio critico complessivo dell'esperienza del socialismo reale in
economia, che troverà ulteriore incoraggiamento e impulso con il fallimento
della perestrojka gorbacioviana.
L'idea guida è che la crisi del socialismo reale è prima di tutto economica, di
difficoltà a reggere la competizione economica e tecnologica con i paesi
capitalistici più sviluppati. Per cui, se il socialismo non riesce a reggere
tale sfida, esso è destinato a soccombere. E così pure se esso non riesce a
reggere la sfida della modernizzazione capitalistica e della competizione
mondiale, a cui non è realistico pensare di poter sfuggire con economie chiuse,
semi-autarchiche, né con forme di esasperato protezionismo; tanto più in paesi
ancora in via di sviluppo, come la Cina.
E quindi le società di ispirazione socialista sopravvissute al crollo del
sistema sovietico, devono trovare le forme adeguate per introdurre elementi di
forte dinamizzazione nello sviluppo delle forze produttive, imparando anche
dalle esperienze più avanzate dei paesi capitalistici, utilizzandole e
assumendone quegli aspetti che possono rivitalizzare il processo di costruzione
socialista. Tanto più se esso avviene in paesi ancora in via di sviluppo, come
appunto la Cina. Dove, secondo l’approccio denghista, il processo di
costruzione del socialismo comporta un lungo processo di transizione, destinato
a durare per una lunga fase storica, prima di pervenire ad una società
socialista sviluppata degna di questo nome, che possa credibilmente proporsi la
realizzazione compiuta degli obiettivi e delle finalità di ciò che da Marx in
poi chiamiamo "comunismo".
7)A chi con impazienza obbietta sul loro millenarismo, i comunisti cinesi
rivolgono garbatamente l’invito a non scambiare i desideri con la realtà e
replicano che anche la formazione delle società capitalistiche più evolute è il
frutto di un lungo processo storico di transizione durato alcuni secoli; e non
si comprende per quale magia la costruzione compiuta del socialismo su scala
mondiale, e segnatamente nei paesi più arretrati, dovrebbe avvenire in tempi
brevi.
Anzi, l'obiezione che si avanza all'insieme della riflessione teorica del
movimento comunista del novecento è proprio quella di averlo considerato,
volontaristicamente, come il secolo della crisi generale e conclusiva del
capitalismo e della vittoria finale del socialismo.
Il processo di transizione al socialismo su scala mondiale si è invece
rivelato, alla luce dell’esperienza storica, assai più lungo e tortuoso di quanto
non fosse nelle concezioni e previsioni dei fondatori del socialismo
scientifico e dei maggiori esponenti del movimento comunista del ‘900. I quali,
tutti, più o meno esplicitamente e a partire da concezioni e strategie molto
diverse (coesistenza pacifica, rivoluzione nel terzo mondo, inevitabilità di
una terza guerra mondiale, ecc…) ritennero che il 20° secolo avrebbe visto la
crisi risolutiva del sistema capitalistico e la vittoria del socialismo su
scala mondiale (chi attraverso la competizione pacifica, chi attraverso la
rivoluzione del Terzo Mondo, chi attraverso un nuovo conflitto mondiale): con
una sottovalutazione, alla prova dei fatti, delle potenzialità espansive, di
sviluppo e di auto-regolazione del sistema capitalistico e una sopravvalutazione
delle potenzialità delle prime esperienze storiche di transizione.
La transizione va dunque intesa come un lungo processo storico, ricco di fasi
intermedie di avanzata e arretramento.
Va superata l’idea di una società socialista come cristallizzazione di una fase
intermedia ma conchiusa della transizione, con proprie leggi generali
staticamente intese, sempre più omogenea e priva al suo interno di
contraddizioni anche antagoniste, così come per decenni - soprattutto negli
anni ‘60-’70 - il socialismo sovietico (con un approccio assai poco marxista)
ha rappresentato se stesso, coniando - nell’era brezneviana - la nozione di
“società socialista sviluppata”.
8)Per quanto sia problematico fare delle previsioni (chi avrebbe potuto, 20
anni fa, prevedere l’ampiezza, la radicalità e la rapidità dei sommovimenti che
di lì a poco avrebbero investito i paesi del “socialismo reale”?), è credibile
ritenere che il sistema capitalistico abbia prolungato di molto la propria
soglia storica di sopravvivenza (Fidel). Per cui la fase non contingente che si
apre innanzi a noi non si presenta come quella della crisi generale e
conclusiva del capitalismo (né, peraltro, come quella di una sua
stabilizzazione organica e permanente), bensì come una lunga e complessa fase,
di acuti conflitti sociali e politici, in cui gli ineludibili antagonismi di
classe e di sistema continueranno ad operare e ad intrecciarsi con esigenze e
possibilità nuove di costruzione di equilibri più avanzati.
Il problema fondamentale è quello di chi guiderà nei prossimi decenni la
crescente interdipendenza delle relazioni mondiali, se i gruppi dominanti
dell’imperialismo e di grandi potenze imperialiste, o se invece saprà crescere
una convergenza internazionale di forze progressive, popoli, Stati non omologati
al dominio imperialistico, capaci di incidere e condizionare l’evoluzione del
mondo. Per non parlare della eventualità di scenari assai più catastrofici, da
terza guerra mondiale, che non possono essere aprioristicamente esclusi.
9)Si tratta inoltre di superare una concezione per cui la crisi del socialismo
sovietico avrebbe sostanzialmente la sua origine in un deficit di democrazia
politica (che pure vi fu). Il fallimento della perestrojka, da un lato, e la
rivitalizzazione di esperienze di transizione come quella cinese o vietnamita,
dall’altro, evidenziano invece la centralità delle questioni strutturali, del
modello di sviluppo, delle forme di proprietà e di gestione dei processi
produttivi; senza che ciò conduca ad una rimozione delle altre.
10)Le esperienze di costruzione del socialismo che hanno segnato la storia del
XX° secolo, hanno messo in luce in proposito limiti profondi e strutturali di
un “modello”, che per decenni ha avuto come assi portanti:
– la statalizzazione pressoché integrale della vita economica e sociale e il
mancato riconoscimento del ruolo non marginale del settore privato nella
transizione, tanto più nei paesi ancora alle prese con problemi primordiali
dello sviluppo a causa della loro arretratezza;
– una pianificazione rigidamente centralizzata e gerarchica e un dirigismo
aziendale che ha sostanzialmente escluso i lavoratori (i “produttori”) dalla
partecipazione responsabile alla gestione delle unità produttive e alla
elaborazione democratica del piano, determinando una oggettiva separazione dei
produttori dai mezzi di produzione (statalizzazione senza socializzazione);
– l’inadeguatezza di un sistema di incentivi (per i singoli, per le imprese,
per i collettivi aziendali), capace di premiare quantità, qualità e spirito di
iniziativa del lavoro umano.
Tali problematiche sono in ultima analisi riconducibili alla grande questione
del rapporto tra piano e mercato, tra economia pubblica e privata, con una
presenza del settore pubblico che sia sufficiente – per estensione, qualità ed
efficienza – ad orientare le scelte strategiche dello sviluppo.
Si tratta cioè di riconoscere il ruolo di un “mercato socialista” (definizione
tutta da riempire di contenuti e concrete sperimentazioni) per una lunga fase
di transizione, prima del passaggio a forme più avanzate di socializzazione,
oggi non prefigurabili. Un tema questo che è oggi al centro del dibattito di
quasi tutti i maggiori partiti comunisti al mondo, siano essi al potere, al
governo o all’opposizione (da questo punto di vista, per fortuna, lo stato
prevalente del dibattito nel movimento comunista dell’Europa occidentale, di
matrice post-eurocomunista, non fa testo).
11)Rispetto ad alcune tesi liquidatorie dell’esperienza storica del socialismo
del ‘900, vorrei ricordare quello che ha detto recentemente in una intervista
il presidente del PC giapponese, Tetsuwo Fuwa (che pure è un liquidatore feroce
dell’esperienza sovietica); e cioè “quanto sia oggi ancora prematuro fare un
bilancio del 20° secolo in relazione al socialismo. Nel 20° secolo l’Urss e i
paesi dell’Europa dell’Est non sono stati gli unici paesi ad abbandonare il
capitalismo per diventare paesi socialisti. Al contrario, in termini di
popolazione sono solo una minoranza tra quei paesi che hanno tentato di
costruire il socialismo”.
(Precisamente : su circa 1 miliardo e 800 milioni di esseri umani che nel
secolo scorso hanno intrapreso la costruzione del socialismo, un miliardo e 500
milioni ancora ci stanno provando, e rappresentano poco meno di un quarto
dell’umanità intera - NdR).
“Ho visitato la Cina e il Vietnam. A seconda delle strade che percorreranno nel
21° secolo per diventare paesi socialisti e dei risultati che otterranno, la
valutazione del 20° secolo in relazione al socialismo sarà molto diversa. E’
infatti troppo presto per trarre un bilancio del 20° secolo, basandosi solo
sulla fine dell’Unione Sovietica e dei sistemi dell’Europa orientale”.