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PRESENTAZIONE
    
Il seguente lavoro, a carattere teorico e di formazione, deve essere considerato solo come stimolo e traccia dialettica, cioè deve trovare in altri compagni un contributo ed un arricchimento.
Perché un analisi sulle classi:
1) Perché i comunisti devono saper individuare nel proprio paese nella specifica condizione storica le forze motrici di un processo rivoluzionario che il marxismo individua nelle classi sociali, rilevando il ruolo centrale che il proletariato svolge all'interno dei processi di trasformazione.
Poiché ogni rivoluzione  ha percorso una strada diversa a seconda delle peculiarità di ciascun contesto di classe, conoscere la composizione del proletariato  è condizione indispensabile.
2) Perché un partito comunista, e per suo tramite i comunisti, rappresentano gli interessi storici della classe lavoratrice.
Di estrema importanza è capire bene che cosa è oggi il proletariato e quali i suoi obiettivi più avanzati. Fa luce a questo riguardo un significativo scritto di Antonio Gramsci prodotto nel 1925 in polemica con i socialisti:
"... esiste una volontà delle masse lavoratrici nel loro complesso e può il Partito Comunista porsi sul tema di obbedire alla volontà delle masse in generale? No. Esistono nel complesso delle masse lavoratrici parecchie e distinte volontà: esiste una volontà rivoluzionaria, una volontà riformista, una volontà liberal-democratica. Esiste anche una volontà fascista, un certo senso ed in certi limiti ... Fino a quando esiste il regime borghese con il monopolio della stampa in mano al capitalismo e quindi con la possibilità di impostare le questioni politiche a secondo dei loro interessi, presentati come interessi generali, e potranno diffondere le menzogne più impudenti contro il comunismo, è inevitabile che le classi lavoratrici siano disgregate, cioè che abbiano parecchie volontà .... Il Partito Comunista, un comunista rappresenta gli interessi dell'intera massa lavoratrice ma attua la volontà solo di una determinata parte della massa, della parte più avanzata...."
Non sono solo i comunisti ad interessarsi dell'analisi delle classi, anche la borghesia lo ha sempre fatto e continua a farlo, ma vi è una differenza abissale di metodo oltreché di obiettivi.
Per esempio vengono elaborati periodicamente dati relativi alle varie categorie sociali con criteri empirici che suddividono la popolazione attiva in tre grandi settori: primario, secondario, terziario.
Chi non usa oggi questi termini, ma con quale angolazione prospettica o criterio analitico?
Quante politiche fasulle e mistificate, anche a sinistra partono da lμ?
Mentre e possibile conoscere, studiare, da un punto di vista qualitativo le classi e la loro composizione usando gli strumenti di analisi scientifica e le categorie del marxismo; è molto più difficile, data la situazione e le forze disponibili, risolvere la loro quantificazione.
Quanti sono veramente ad esempio, gli operai oggi in Italia? Quanti sono gli appartenenti alla borghesia, alla piccola borghesia, alle classi medie? L'area dell'emarginazione sociale nel nostro paese è bassa o alta? Sono dati importanti da quantificare, perché sul piano politico il peso relativo delle classi nella struttura sociale di un determinato paese è decisivo per molti aspetti.
Solo un partito può approfondire un lavoro cosμ enorme e complesso, ragione in più della necessità del Partito!
In ultima analisi, l'anatomia delle classi in un'ottica comunista è legata a tre aspetti:
l'individuazione delle forze motrici, la natura di un partito, la definizione della sua linea politica.

GLOSSARIO
    
    classelatino "classis" che indicava il livello tributario dei cittadini. Di fatto indica la posizione occupata da un dato gruppo nel sistema della stratificazione sociale: in genere designa l'insieme degli individui o delle famiglie che godono della stessa quantità di reddito, prestigio, potere, ecc., o meglio di una stessa combinazione di tali fattori.
    La nozione di classe si affermò nelle scienze sociali tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'ottocento, quando A. Smith, A. de Tocqueville, K. Marx si posero il problema di spiegare la contraddizione tra sistema giuridico e realtà economico-sociale nella società capitalista: mentre nella società feudale l'ordinamento civile si basava sulla statuizione di diritto delle differenze sociali, nella società capitalista queste non sono giuridicamente definite, e tuttavia esistono nelle realtà.......Si individua il ruolo sociale della classe non nella quantità del reddito posseduto ma da dove esso derivi. Da un lato, la classe di coloro che sono proprietari delle condizioni oggettive della produzione senza la necessità che partecipino alla produzione stessa; dall'altro, la classe di coloro che sono effettivamente i produttori della ricchezza sociale in quanto non proprietari di quelle condizioni della produzione. La predominanza dell'una o dell'altra funzione fa sμ che i soggetti sociali siano identificabili, nel primo caso, come la classe dei capitalisti (in senso lato) e, nel secondo, con la classe dei proletari (o lavoratori salariati in senso lato).
    Coscienza di classepolitica e la consapevolezza della propria funzione storica.
Borghesianome deriva da borghigiani, gli abitanti della città medioevale. Storicamente è la classe che ha sostituito la nobiltà feudale nell'esercizio del dominio sull'intera società; dal punto di vista dell'economia è perciò la classe che detiene attualmente la proprietà dei mezzi di produzione. Al suo interno presenta notevoli differenziazioni.
Borghesia transnazionalei capitali di influenza internazionale e costituisce oggi la forma più avanzata del capitale. La forza di questa classe consiste nell'organizzare, utilizzare e sottomettere la forza naturale dei dominati con l'uso dell'intero sistema sociale; massimizza la subordinazione di classe sia quantitativa che qualitativa (ampliamento mondiale del mercato della forza-lavoro, intensificazione della giornata lavorativa).
Grande borghesiai capitali di influenza locale. Costituita tradizionalmente da industriali, banchieri, grossi proprietari terrieri che in molti settori stanno cedendo di fronte alla concorrenza della borghesia transnazionale.
Piccola borghesiasociali intermedi sia economicamente che per interessi alle le due classi 'pure' e contrapposte: borghesia e proletariato. Costituita tradizionalmente da piccoli commercianti, negozianti al dettaglio, piccoli proprietari terrieri, lavoratori indipendenti. In molti settori soccombono nella concorrenza con i capitalisti più grandi, la loro esistenza è nelle mani degli usurai. Debolmente alimentata dalle altre classi (Grandi borghesi e proletari) la numerosa piccola borghesia si va esaurendo verso le classi medie e il proletariato.
Classi mediedella ideologia piccolo-borghese sono sorte dalle esigenze degli apparati industriali, finanziari e burocratici moderni. Costituiscono da un lato una classe servile e dall'altro una classe di oziosi, necessari allo spreco, al lusso, allo sperpero. Molti non sono più proprietari dei mezzi di produzione ma diversamente dai proletari, la loro forza-lavoro è molto qualificata, la loro retribuzione è elevata ed occupano posizioni di comando e scientifiche di cui si giova il profitto d'impresa.
    Dai "servitori" pubblici (capi-officina, tecnici, ingegneri, capi-ufficio, medici, giudici, ecc.) agli oziosi ( re, papi, attori, preti, intellettuali, giornalisti, ecc.) appaiono tutti come "false spese" di produzione e sono giustificati solo nella misura in cui sono comitati d'amministrazione o di gestione degli interessi della borghesia vera e propria. Le classi medie sono in crescita attingendo la parte più grande dalla piccola borghesia e una minima parte dal proletariato.
    Proletariatoil proletariato moderno è andato costituendosi durante lo sviluppo dell'economia capitalistica quando la manifattura si sostituμ alla produzione artigianale individuale. Il proletariato è la classe che non possiede i mezzi di produzione e che di conseguenza vende la propria forza lavoro. Il proletariato, numericamente in crescita, è al suo interno notevolmente differenziato spaziando dai bordi delle classi medie fino al pauperismo.
Lavoro improduttivopartecipa alla valorizzazione del capitale. I lavoratori improduttivi (di plusvalore) scambiano i loro lavoro con un reddito. Occorre fare alcuni esempi per chiarire questo concetto perché molto importante nello studio sulle classi in quanto il lavoratori produttivi di plusvalore si contrappongono direttamente al capitale mentre tutti gli altri lavoratori salariati stanno in rapporto mediato.
    1) Un giardiniere se è assunto per manutenere il giardino della casa di un capitalista è un salariato che scambia la sua forza lavoro con una parte del reddito del capitalista e quindi non aumenta, anzi diminuisce il reddito del capitalista. Un giardiniere assunto in un'impresa di manutenzione di giardini scambia la sua forza-lavoro con denaro-capitale e produce plusvalore.
2) Uno scrittore può scrivere esclusivamente per suo piacere, oppure può scrivere libri per venderli come merci sul mercato librario, in tal caso fa di se stesso un trafficante di merci; oppure ancora può scrivere libri in modo continuativo su comando di un editore capitalista, in tal caso valorizza col suo lavoro il capitale dell'editore, produce per lui un plusvalore.
3) Il dipendente di una ditta commerciale, quando trasporta le merci all'interno del negozio e le dispone per la vendita svolge un lavoro produttivo di plusvalore (trasportodella produzione nella sfera della circolazione); quando vende la merce ai clienti svolge un lavoro improduttivo di plusvalore.
    Lavoro produttivotermine è strettamente legato alla produzione di plusvalore. E' produttivo solo l'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve alla valorizzazione del capitale. E' necessario al capitale e direttamente vi si contrappone. I lavoratori produttivi (di plusvalore) scambiano il proprio lavoro vivo con denaro-capitale. La categoria dei lavoratori produttivi non coincide dunque con quella più generica dei salariati.
Lavoro intellettualedirettivo. Tutto ciò che è elaborazione e imposizione di ordini. La divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale taglia verticalmente tanto il lavoro produttivo che quello improduttivo di plusvalore. Il lavoro intellettuale si stacca e si rende autonomo dal lavoro manuale nel corso dello sviluppo dell'organizzazione della produzione. La scienza che sorge dal movimento dell'industria deriva dalla pratica reale delle classi subalterne.
Lavoro manualeesecutivo. Tutto ciò che è esecuzione di ordini. Anche il lavoro nell'ufficio.
Esercito industriale di riservarelativa. L'accumulazione capitalista produce in proporzione alla propria energia e del proprio volume una popolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale. I movimenti generali del salario sono regolati esclusivamente dall'espansione e dalla contrazione dell'esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all'alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Si chiama esercito industriale di riserva perché è comunque assoggettato al comando dell'industria per mantenere bassi i salari. La sovrappopolazione relativa assume quattro forme: fluida, latente, stagnante, pauperismo.
Sovrappopolazione relativa fluidatutti quei lavoratori che alternano periodi brevi o medi di lavoro con altrettanti di disoccupazione e rappresentano la mobilità e la disoccupazione ufficiale. La forma fluida è indotta dai meccanismi operativi dell'industria, dai movimenti di capitale, ecc.
Sovrappopolazione relativa latentele moltitudini di emigranti che, in particolari periodi, vengono assorbite nei paesi più industrializzati per essere adibiti ai lavori più faticosi e nocivi.
Sovrappopolazione relativa stagnanteparte dell'esercito operaio  attivo ma con un'occupazione assolutamente irregolare. E' l'enorme massa del lavoro occasionale e precario.
PauperismoIl sedimento più basso della sovrappopolazione relativa costituita in parte da persone in grado di lavorare ma di fatto espulse dal processo produttivo e da persone ormai incapaci di lavorare.
Sottoproletariatodedite abitualmente alla delinquenza, al vagabondaggio, alla prostituzione emarginate e rifiutate dalle loro classi di appartenenza. Il sottoproletariato possiede una mentalità antisociale, individualista, debole e pronta a ogni compromesso.
Forza-lavorodi attitudini fisiche e intellettuali disponibili al lavoratore che vende a un prezzo variabile (salario). Questa merce una volta acquistata produce una quantità di denaro superiore a quella spesa per il suo acquisto.
Forze produttiveelementi necessari al processo di produzione: i mezzi di produzione, la ricerca scientifica e l'avanzamento tecnologico, l'organizzazione del lavoro e la forza-lavoro senza la quale non si avrebbe alcuna produzione.
Lavoro socialmente necessariodi lavoro necessaria in media per la produzione di un dato oggetto, sulla sua base viene determinato il valore di scambio dell'oggetto stesso.
Salario nominaledi denaro che costituisce l'espressione monetaria del salario indipendentemente dal suo potere di acquisto.
Salario realereale di merci che si possono acquistare con il salario stesso. Si possono determinare i prezzi delle merci nei vari paesi in ore di lavoro.
Accumulazione del capitaledel plusvalore in nuovo capitale.
Caduta tendenziale del saggio del profittotempo si ha un aumento del capitale costante rispetto al capitale variabile che determina la diminuizione del saggio di profitto.
Capitale costanteprime, mezzi di lavoro, materie ausiliarie, ecc. Il capitale costante trasferisce, inalterato, il suo valore al prodotto finale. ( C )
Capitale variabiledei salari o valore della forza lavoro necessaria all'uso dei mezzi di produzione. Il capitale variabile trasferisce, di solito aumentato, il suo valore nel prodotto finale. ( V )
Composizione organica del capitaletra capitale costante e capitale variabile. Simile alla nozione corrente di investimento per addetto ( C / V ).
Lavoro mortolavoro contenuta nelle materie prime e nei mezzi di produzione.
Lavoro vivolavoro necessaria alla trasformazione della materia prima in prodotto finale.
Plusvaloredel valore prodotto dal capitale variabile nel processo di produzione. Lavoro non retribuito. ( Pv)
Profittoil plusvalore non considerato come prodotto del capitale variabile ma come l'eccedenza del capitale anticipato. Il profitto e quindi il saggio del profitto si mostrano alla superficie del fenomeno mentre il plusvalore e il saggio del plusvalore sono l'invisibile, l'essenziale da scoprire. Rendita fondiaria, interesse e profitto industriale sono parti del profitto e, quindi, del plusvalore. Le interpretazioni borghesi dell'economia politica usano in genere esclusivamente il termine "profitto" per indicare il cosiddetto "guadagno dell'imprenditore": cosμ il profitto perde qualunque rapporto con il plusvalore, in quanto viene calcolato detraendo dal prezzo di vendita della merce il suo prezzo di costo, determinato non già come somma del capitale costante e del capitale variabile, ma come somma di capitale fisso e capitale circolante.
RenditaIl compenso che spetta al proprietario di un mezzo di produzione (tradizionalmente il terreno per l'agricoltura e l'edificio per l'industria) in virtù del riconoscimento giuridico della proprietà. Il denaro che egli ottiene proviene dunque dal lavoro non pagato, dal plusvalore. Il potere di questi proprietari è in costante diminuzione nei paesi ad alto sviluppo capitalistico e la loro classe assume sempre più il carattere di una sottoclasse di quella capitalistica propriamente detta.
Interesseparte del plusvalore che l'imprenditore deve cedere al proprietario che gli ha prestato il denaro (capitale produttivo di interesse).
Profitto d'impresaparte restante del plusvalore detraendo la rendita e l'interesse. Va diviso tra il guadagno dell'imprenditore e la remunerazione del lavoro improduttivo di plusvalore.
Saggio del plusvalorerapporto tra plusvalore e capitale variabile indica in quale proporzione il nuovo valore creato dalla forza-lavoro nel processo produttivo è distribuito tra l'operaio e il capitalista. Saggio di sfruttamento. ( s Pv / V )
Saggio del profittorapporto tra plusvalore e la somma del capitale costante e del capitale variabile. ( s Pv / (V + C) )
Plusvalore assolutodella giornata lavorativa oltre il quale l'operaio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua forza-lavoro.
Plusvalore relativodel tempo del lavoro necessario

ANTOLOGIA

FORMAZIONE E DEFINIZIONE DELLE CLASSI
Marx-Engels, L'ideologia tedesca:(pagg. 21,22,23,35)
    "...Si sviluppa cosμ la divisione del lavoro, che era niente altro che la divisione del lavoro nell'atto sessuale, e poi la divisione del lavoro che si produce spontaneamente o - naturalmente - in virtù della disposizione naturale (per esempio la forza fisica), del bisogno, del caso, ecc. La divisione del lavoro diventa una divisione reale solo dal momento in cui interviene una divisione fra il lavoro manuale e il lavoro mentale...."
"...con la divisione del lavoro si dà la possibilità, anzi la realtà, che l'attività spirituale e l'attività manuale, il godimento e il lavoro, la produzione e il consumo tocchino a individui diversi, e la possibilità che essi non entrino in contraddizione sta solo nel tornare ad abolire la divisione del lavoro. ...... implica in pari tempo anche la ripartizione, e precisamente la ripartizione ineguale, sia per la quantità che per la qualità, del lavoro e dei suoi prodotti, e quindi la proprietà, ...."
"Inoltre con la divisione del lavoro è data altresμ la contraddizione fra l'interesse del singolo individuo o della singola famiglia e l'interesse collettivo ..........  che prende una configurazione autonoma come Stato, ....... tutte le lotte nell'ambito dello Stato, la lotta per la democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il diritto al voto, ecc., altro non sono che le forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi..." "Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi di produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale...."

Marx-Engels, Il Manifesto: (Borghesi e proletari)
    La storia di ogni società sinora esistita ( .. storia scritta ..) è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta a volte palese: una lotta che finμ sempre o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.
Nelle prime epoche della storia troviamo quasi dappertutto una completa divisione della società in varie caste, una multiforme gradazione delle posizioni sociali. nell'antica Roma abbiamo patrizi, plebei, schiavi; nel Medioevo signori feudali, vassalli, maestri d'arte, garzoni, servi della gleba, e per di più in quasi  ciascuna di queste classi altre speciali gradazioni.
La moderna società borghese, sorta dalla rovina della società feudale, non ha eliminato i contrasti fra le classi. Essa ha soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta in luogo delle antiche.
L'epoca nostra, l'epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra le classi. La società intera si va sempre più scindendo in due grandi classi direttamente opposte l'una all'altra: borghesia e proletariato."

Marx-Engels, L'Ideologia tedesca: (pagg. 53,54)
    ".... La borghesia stessa non si sviluppa che a poco a poco insieme alle sue contraddizioni, si scinde poi in varie frazioni sulla base della divisione del lavoro e infine assorbe in sé tutte le classi preesistenti (mentre trasforma in una nuova classe, il proletariato, la maggioranza dei non possidenti che prima esistevano e una parte delle classi fino allora possidenti) nella misura in cui tutta la proprietà preesistente è trasformata in capitale industriale o commerciale.
I singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un'altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l'uno contro l'altro come nemici, nella concorrenza. D'altra parte la classe acquista a sua volta autonomia di contro gli individui, cosicché questi trovano predestinate le loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla classe la loro posizione nella vita e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto di essa."

Hans Heinz Holz, Sconfitta e futuro del socialismo: (pagg.30,31,33)
    ".... La contraddizione fondamentale d'ogni società classista, quale che sia la forma dei rapporti di produzione, è quella dell'appropriazione privata d'una ricchezza che è, invece, sociale.  ...."
".... L'interesse di quella classe che paga i costi  d'una valorizzazione della ricchezza sociale basata sul suo asservimento, coincide con il cambiamento dei rapporti di proprietà. E poiché questa è l'unica classe che si contrapponga alle strutture dell'appropriazione, essa ha una missione storica, che coincide con l'instaurazione d'un nuovo ordine sociale: obiettivo, questo, che è effettivamente alla sua portata. Nella contrapposizione tra capitale e lavoro, la classe che è nella condizione di superare il rapporto capitalistico si definisce classe operaia."
".... Per realizzarsi in quanto classe (non solo, dunque, come mera somma di individui), per elevarsi a soggetto di questa missione storica, è necessario che assuma coscienza della condizione in cui si trovano gli uomini in generale e i lavoratori in particolare: questa coscienza è la coscienza di classe."


DELLA LOTTA DI CLASSE
    
Hans Heinz Holz, Sconfitta e futuro del socialismo: (pagg. 52,53)
    ".... Che la società sia divisa in classi (come avviene da quando si è usciti dalla preistoria ed è iniziata la 'storia politica') non significa che si svolgono fin da subito aperte lotte di classe. I rapporti di dominio e di sfruttamento hanno bisogno, per stabilizzarsi, della rassegnazione dei dominati. E' questa una condizione che, per lungo tempo, i rapporti di dominio si sono assicurati, attraverso diverse formazioni sociali garantendosi cosμ la stabilità.
Finché una classe dominante riesce a soddisfare i bisogni elementari e più sentiti dei dominati (per es. il bisogno di sicurezza contro nemici esterni, l'organizzazione della sopravvivenza, un minimo di reddito dal lavoro), privilegi ed esercizio istituzionalizzato dal potere verranno accettati.
Sorgono ideologie che danno legittimità al sistema esistente e lo consolidano nella coscienza degli uomini. Ciò a cui si è abituati appare come condizione naturale e necessaria, addirittura legittimata dagli dei, ecc. Laddove invece, nascono conflitti, nasce anche la coscienza della contraddizione di classe.
Inoltre sono pochi coloro i quali si levano contro l'arbitrio e l'arricchimento dei dominatori; questi pochi traducono la diffusa e profonda insoddisfazione delle masse in manifestazioni sporadiche di resistenza; al loro fianco stanno i 'precursori', che offrono argomenti per dimostrare che le cose hanno da andare diversamente da come stanno, e per indicare i modi di migliorare. La ribellione conquista una base teorica; la visione del mondo, che prima consentiva ai dominanti di avere il consenso dei dominati, diviene ora un terreno di scontro; si sbriciola, ormai, l'egemonia, vale a dire la riconosciuta funzione-guida dei dominanti sul piano morale, giuridico, religioso, scientifico, culturale e dei modi di vivere. Le classi oppresse acquistano coscienza di sé e i loro settori più attivi si organizzano e avanzano rivendicazioni.
..... deve affermarsi la consapevolezza che coloro i quali sono privi di potere possono conquistarlo solo mediante un agire solidale.
    
APPUNTI

     TECNOLOGIA INFORMATICA E CLASSI
    L'informatica non è una scienza nel senso che comunemente si da' a questo termine, cioè una teoria di un campo di conoscenza, ma è semplicemente un insieme di tecniche più o meno empiriche, finalizzate a migliorare la produzione di dati.
Dopo l'invenzione della macchina a vapore e dell'energia elettrica è la tecnologia informatica e quella a lei strettamente legata delle telecomunicazioni ad aver dato nuovo respiro all'economia capitalista. Il nostro stupore di fronte ad un piccolo calcolatore dallo schermo colorato è simile, probabilmente, a quello che si provò nei primi dell'ottocento vedendo la prima locomotiva o all'inizio di questo secolo l'accendersi di una lampada elettrica.
Analogamente in concomitanza di questi eventi si ebbe allora come adesso un' accelerazione dell'aumento del plusvalore relativo. L'esigenza di aumentare il saggio di plusvalore produce un aumento della composizione organica del capitale a cui corrisponde la tendenza alla caduta del saggio di profitto. L'attuale importanza dell'informatica è dovuta alla necessità di combattere questa tendenza.
Tutte le nuove tecnologie, nella fase iniziale hanno un costo molto alto e incidono fortemente sull'entità del capitale costante.
Ora il costo dell'informatica è relativamente basso, tanto che nei paesi capitalisticamente avanzati la diffusione dei calcolatori è ormai a livello di nucleo famigliare, nello stesso tempo la potenza di queste macchine è aumentata moltissimo come è diminuito il loro ingombro.
Tutto questo, cioè una effettiva svalorizzazione del capitale costante, ha consentito una vasta applicazione dell'informatica sia nei settori produttivi ma anche e soprattutto in quelli non produttivi di plusvalore.
Nel caso in cui il prodotto finale abbia un consistenza fisica, l'introduzione dei sistemi integrati di macchine a controllo numerico e calcolatori prima e dei robot poi ha eliminato la vecchia struttura professione creando nuovi operatori che hanno condizioni di lavoro simili a quelle dell'operaio della catena.
Si è avuta una vera ripresa del profitto quando la merce prodotta non abbia una fisicità tangibile come nello stesso settore dell'informatica, nell'informazione (giornali, televisione, ..), nella documentazione, nel disegno, nella pubblicità, ecc. espellendo intere categorie di lavoratori dal processo produttivo.
Inoltre, il capitale industriale ha potuto assumere su di sé alcune delle funzioni proprie del capitale commerciale e monetario, eliminando una parte notevole dell'appropriazione di plusvalore da parte di quest'ultimo.
L'informatica è stata introdotta massicciamente nel terziario e nell'amministrazione pubblica con l'obbiettivo di ridurre la spesa dello Stato e aumentare la "produttività" di questi settori.
L'informatica ha inoltre aumentato la gestibilità della grande impresa che può cosμ più facilmente espandersi territorialmente. La "globalizzazione" vuol dire anche diminuzione dell'interesse delle industrie multinazionali a mantenere fasce di consumo e di consenso all'interno dei paesi di origine.
Tutto questo provoca una riduzione generalizzata dei ceti intermedi occupati nel pubblico impiego, nei servizi, nella circolazione, ecc. Questa riduzione non è stata cosμ grande come la nuova tecnologia permetterebbe solo per motivi di "ordine pubblico", di fatto il potere contrattuale di questi ceti si avvicina allo zero.
Come la macchina a vapore e l'energia elettrica hanno trasformato maggiormente l'organizzazione del lavoro in officina cosμ l'informatica agisce sul lavoro in ufficio.
La maggior parte dei lavoratori coinvolti dalla tecnologia informatica appartiene alla categoria dei tecnici e degli impiegati appartenti in parte al lavoro intellettuale che, come quello manuale, può essere produttivo o non produttivo di plusvalore.
Con le macchine è stato facile separare il lavoro intellettuale da quello manuale in officina, ora con l'informatica si fa altrettanto per il lavoro d'ufficio. I processi mentali del lavoro d'ufficio vengono resi ripetitivi e standardizzati dalla "computerizzazione" che riproduce nell'ufficio un'organizzazione del lavoro simile a quello dell'officina mentre il lavoro di direzione e controllo viene sempre più ad essere funzione esclusiva dei vertici aziendali.
Cosμ diminuisce sempre più la complicità dell'impiegato con il vertice dell'impresa ed al contrario aumenta l'intesa, per condizioni simili di lavoro, con i lavoratori manuali favorendo un grande processo di proletarizzazione di queste categorie di lavoratori.
Le continue e rapide trasformazioni dell'informatica stanno però portando parte del lavoro d'ufficio (per ora quello eseguibile individualmente) verso il lavoro a domicilio. Questo, per quanto riguarda il lavoro propriamente manuale non ha potuto avere e non ha una grande diffusione sia per le dimensioni delle macchine che per i costi di trasporto dei prodotti, mentre per il lavoro d'ufficio se ne può prevedere un maggiore sviluppo dovuto sia alle dimensione e ai costi ridotti delle macchine (calcolatori) che ai costi di trasporto tendenti allo zero (negli U.S.A. la telefonata urbana è gratuita ).
Quindi se le "autostrade telematiche" avranno un basso costo di utilizzo il lavoro d'ufficio a domicilio o telelavoro (tanto per abbellire con un nome nuovo un tipo di lavoro vecchio ) si diffonderà non solo nelle vicinanze dell'azienda ma, al limite, nell'intero globo mettendo in diretta concorrenza un lavoratore a domicilio tedesco con uno indiano enfatizzando le già negative caratteristiche di questo lavoro (superlavoro, isolamento, bassa forza contrattuale, ecc. ).
I nuovi lavoratori che genera l'informatica (intesi come operatori di macchine di calcolo) appartengono per la maggior parte alla categoria dei tecnici e degli impiegati e quindi anche loro subiscono le stesse trasformazioni che col loro lavoro contribuiscono a generare.
Per quanto riguarda invece i costruttori delle macchine (calcolatori) utilizzati dall'informatica condividono la sorti dei metalmeccanici senza dimenticare che la maggior parte dei componenti di un calcolatore sono costruiti nelle primitive fabbriche di alcune zone dell'Asia dove lavoro infantile, ambienti malsani e prolungamento della giornata lavorativa sono la norma: come la stupefacente locomotiva a carbone traeva la sua forza dalle misere condizioni del minatori ora l'onnipotente calcolatore è costruito dalla mani di un magro ed affamato bambino asiatico.

PRECARIZZAZIONE
Settore autostradale
    Un aggiornamento sulla precarizzazione del lavoro dipendente in un settore del terziario, quello autostradale.
Pur trattandosi di un settore al riparo dalle logiche di competitività solitamente chiamate in causa nella dimensione industriale ed in quella commerciale, già nei primi anni '80 i contratti nazionali di categoria mostravano i segni della volontà padronale di ridurre il numero dei dipendenti facenti parte dell'organico di base introducendo massicciamente i contratti a termine.
La legge n.230 del 1962, che fino ad allora aveva regolamentato la materia di assunzione con contratto a tempo determinato, veniva aggirata dalla legge n.79 del 1983, quest'ultima consentiva l'assunzione di personale a termine nei periodi connessi all'espansione del traffico. Questi dipendenti, gergalmente definiti "stagionali", erano (e sono tuttora) sottoposti a condizioni normative largamente sfavorevoli rispetto a quelle dei colleghi "fissi".
La legge del n.56 del 1987 ha poi regolamentato queste figure contrattuali stabilendo i casi in cui è possibile, ed in quale percentuale, farne uso (25% del personale d'esazione, 10% del personale operaio, 5% del personale impiegatizio).
Alle esigenze aziendali di riduzione del costo del lavoro gli stagionali evidentemente non bastano perché recentemente è stata introdotta la nuova figura del "part-time" cosiddetto "verticale", cioè un dipendente che lavora un massimo di 880 ore annuali (equivalenti a circa 9 giorni di lavoro al mese), inoltre la quota minima retribuita di ore di lavoro mensile del part-time tradizionale è stata ritoccata ridimensionandola da 104 a 96.
L'introduzione degli automatismi sta ora comprimendo l'organico di esazione a tal punto da rendere superflua la sua esistenza, pertanto, là dove il processo di automazione è stato avviato decisamente, le assunzioni a tempo indeterminato sono chiuse e vengono realizzate soltanto quelle a termine (gli "stagionali").
La precarietà diviene quindi la forma generalizzata del lavoro nella prospettiva futura di questo settore.

Settore informatico
    Il terziario informatico vive in un contesto generale privo di regole ben definite e controlli che sono diffusi in altri settori ad alta professionalità (editoria, uff. stampa, ecc.), ma ha in comune con settori tradizionali il caporalato nella sua forma moderna: il "Body rental" (Noleggio corpi), ovvero l'affitto di personale alle aziende. Aziende specializzate nel reclutare personale qualificato, su richiesta di altre aziende offrono collocazioni lavorative precarie per definizione, in quanto si tratta di micro-appalti che si esauriscono a compimento dell'intervento richiesto, lasciando il tecnico "libero" di accettare le condizioni che l'azienda collocatrice gli proporrà alla occasione seguente.

Settore metalmeccanico
    La precarizzazione investe in pieno i settori moderni ma non risparmia un settore tradizionale come quello metalmeccanico.
Secondo il bollettino statistico dell'unione industriale a Torino il '97 è il primo anno in cui le assunzioni con contratto atipico superano le normali assunzioni a tempo indeterminato. Oltre il 50% rispetto all'anno scorso. Da considerare l'effetto "rottamazione".....


NO PROFIT
    Recentemente è emersa la centralità della realizzazione dei servizi di assistenza tramite apposite imprese che abbiano come scopo il soddisfacimento di quelle necessità sociali che lo Stato non intende più assolvere.
Il disimpegno dello Stato nei settori relativi all'assistenza, alla cura degli anziani, dei tossicodipendenti, degli handicappati, dei malati terminali consegue ad una politica liberista che, partendo dai parametri di Maastricht, punta decisamente ad una drastica riduzione della spesa pubblica e sociale.
Il settore "No profit" non manca però di riscontrare consensi anche in quei paludosi ambienti riformistici che vanno da Rifondazione, al Manifesto, alla maggioranza dei centri sociali che intravedono nel "terzo settore" la possibilità di creare le condizioni per un diverso modo di produrre, non più o non solo per il profitto, bensμ per le necessità sociali, fuori e contro le leggi del mercato stesso. Secondo questa tesi non avrebbe più senso difendere i vari servizi ancora forniti dallo Stato ma al contrario andrebbe valorizzato il terzo settore, in quanto capace di realizzare una produzione autogovernata, che abbia come punto di partenza la produzione di servizi e beni che la società capitalistica non ritiene più conveniente produrre, per poi arrivare a diventare un settore economico produttivo alternativo al capitalismo stesso.
Un nuovo settore che crea occupazione?
L'elemento unificante di tutti i sostenitori del terzo settore è sostanzialmente questo: si tratterebbe di attività di alto valore morale (aventi carattere assistenziale e caritatevole) che impiegherebbero a titolo volontario o, più raramente salariato, tantissimi disoccupati che altrimenti resterebbero con le mani in mano. In questo quadro, non conflittuale né competitivo con le imprese private, tali imprese traggono i propri finanziamenti oltre che dagli utili, realizzati nel corso della loro attività, da contributi e facilitazioni fiscali che provengono dal governo, dalla amministrazioni locali e persino sotto forma di regalie e donazioni dalle banche e dalle imprese capitalistiche. Se per queste ultime si tratta di una forma di carità per niente disinteressata, tenuto conto della pubblicità indiretta di cui beneficerebbero, in cambio di un costo assai contenuto (in quanto si tratterebbe di contributi in gran parte fiscalmente deducibili), anche le istituzioni hanno i loro ben precisi interessi: liberarsi dalle funzioni di assistenza e solidarietà in cambio di agevolazioni fiscali e riduzione delle imposte per le imprese no profit.
A vederlo cosμ il settore no profit sembrerebbe una pagina del libro "Cuore", dove tutti sono contenti: disoccupati che lavorano, imprese che fanno del bene, governo che risparmia nella spesa sociale, e persino i beneficiari dell'assistenza che continuerebbe ad essere, grosso modo garantita.
La realtà è pero estremamente diversa e smentisce questo quadro idilliaco, infatti le imprese del terzo settore, proprio in quanto erogatrici di una "carità" pilotata (e finanziata) da ambienti politici e imprenditoriali, rivelano tutta la loro fragilità strutturale e la loro incapacità di risolvere il problema della disoccupazione, e ciò per un triplice ordini di motivi: 1) l'aleatorietà del flusso del capitale privato, proveniente da donazioni e destinato ad ridursi, fino a scomparire, nel momento in cui, pressate dalla crisi, banche ed imprese si guarederebbero bene dall'intaccare il loro portafoglio finanziario; 2) la dipendenza dalle scelte di politica fiscale dei governi borghesi, in quanto le ipotizzate facilitazioni fiscali sono destinate a venire meno nel momento in cui la necessità di bilancio dello Stato lo imponessero; 3) l'obbligatorietà di far ricorso a lavoro volontario contribuisce alla mancata soluzione del problema occupazionale, infatti tali imprese, in base alle vigenti leggi, non potrebbero erogare vere e proprie retribuzioni, essendo escluso normativamente lo scopo di lucro e stante l'obbligo di reinvestimento degli utili.
Se le cose stanno in questi termini non si può, evidentemente, parlare di occupazione per una prestazione di attività non retribuita.

L'internità del no profit al sistema capitalistico
La rappresentazione delle imprese alternative con strutture non interessate ai profitti è falsa e fuorviante. Il fatto di fornire servizi di assistenza e previdenza, surrogando allo Stato, resosi latitante, niente toglie alla internità delle imprese di cui ci stiamo occupando, al sistema capitalistico: le organizzazioni no profit diventano spesso "far profit", distribuendo ai dirigenti gli utili che dovrebbero reinvestire.
Il caso dei dirigenti sardi dell'Aism, finiti in galera perché distribuivano a se stessi miliardi di utili, anziché investirli a favore degli utenti spastici, è la punta di un iceberg di una realtà conosciuta e taciuta, fatta di normali spartizioni di profitti. Il teorema della mancanza di profitti e del reinvestimento degli utili rappresenta una foglia di fico che difficilmente riesce a nascondere la realtà che vede, dietro il precario paravento dell'assistenza, la realizzazione di profitti tramite la spremitura degli addetti al settore. Per costoro non è neanche ipotizzabile un salario dignitoso: il lavoro nel terzo settore viene presentato come un serbatoio in cui "i giovani disoccupati hanno trovato l'energia che li ha successivamente aiutai a trovare lavoro", e ciò a detta degli stessi imprenditori delle società no profit.
Queste società vengono concepite cioè come aree di parcheggio dove i giovani possono effettuare il loro bravo apprendistato sottopagato, (e mistificato sotto forma di indennità orarie, rimborsi spesa o buono benzina) ma non possono certo sperare di trarre i mezzi di sussistenza per se e per la propria famiglia. In questo il terzo settore diventa addirittura un modello da imitare per le imprese private. Oggi infatti gli industriali sostengono la necessità di operare drastiche riduzioni salariali ed utilizzano soluzioni sempre più gravose per i lavoratori, dal lavoro interinale ai contratti d'area con il chiaro obiettivo di portare il potere d'acquisto dei propri salariati al livello di quello degli operatori del terzo settore (si pensi al riguardo ai contratti di formazione lavoro o all'estensione dell'apprendistato).
Questo settore presenta cosμ tutte le carte in regola, per rientrare, al di là delle differenze di facciata, nel primo, cioè quello delle imprese capitalistiche. Ciò con alcune particolarità: 1) farsi carico del settore assistenza, erogando prestazioni che non comportano più dei diritti per i beneficiari, ma solo l'effettuazione di interventi ad personam a favore di soggetti che alla fine risultano "privilegiati" rispetto ad altri che si trovano nelle medesime condizioni; 2) far risparmiare le imprese private che, in conseguenza dello smantellamento dello stato sociale vedranno ridursi il prelievo fiscale con il conseguente, ulteriore, incremento dei profitti; 3)svolgere un ruolo determinante al fine di occultare l'ennesima riduzione di salario sociale (cioè della quota di ricchezza sociale che, anche sottoforma di assistenza, va alla classe lavoratrice, comprendendo in essa disoccupati ed inoccupati, nell'intero arco della vita).
D'altro canto, come tutte le imprese che operano nel quadro di rapporti di produzione capitalistici, le imprese no profit tendono necessariamente a comprimere i costi a vantaggio dei profitti e rendere questi il più elevati possibile. Solo cosμ queste imprese possono garantirsi uno spazio all'interno del mercato capitalistico: è il capitalismo stesso che costringe queste imprese ad adeguarsi alle sue leggi, pena la loro estinzione.
Appare ampiamente dimostrata la maldestra mistificazione operata da certa sinistra che ritiene che il terzo settore sia fondamentalmente un'attività extra mercato, in grado di organizzare una produzione diversa antitetica rispetto alla società capitalistica. E' la consueta minestra riscaldata di chi ancora vende l'illusione che si possono dare risposte alle contraddizioni determinate dalla società capitalistica restando all'interno di essa.
Il terzo settore è l'ennesima conferma dell'incapacità di questo sistema di dare una risposta adeguata alle esigenze lavorative di milioni di disoccupati, di garantire diritti basilari come quello alla sanità e alle pensioni. Un sistema che non riesce a garantire nemmeno la sussistenza per milioni di persone manifesta in pieno tutta la sua carica di egoismo e di disumanità: è necessario organizzarsi per il suo superamento. Tutto il resto sono chiacchiere miste a inutili illusioni.     N.U.


ELEMENTI DELLA COMPOSIZIONE DI CLASSE IN PIEMONTE
    A Torino il lavoro dipendente rappresenta il 77,2% della forza lavoro attiva, una quota che sfiora il 90% nell'industria di trasformazione. La percentuale degli imprenditori e liberi professionisti sulla popolazione residente è quasi la metà di quella di Milano (6,5% contro 11,6%), un punto sotto Genova, Venezia e Bologna, più di tre punti sotto Firenze; La percentuale dei lavoratori in proprio è superiore solo a quella di Bari, Cagliari e Roma.
In complesso la percentuale di operai dell'industria è la più alta d'Italia: quasi il triplo di quella di Milano (21,4% contro 8%), circa il doppio di quella di Genova e Bologna, circa il quadruplo di quella di Roma.
Eppure anche a Torino la crisi del modello fordista ha prodotto rilevanti mutamenti nella composizione di classe cittadina e sui livelli occupazionali.
L'occupazione dell'industria manifatturiera sul totale della forza lavoro è diminuita in un decennio (1980-90) dal 49% al 39%. Le unità produttive con meno di 100 addetti sono passate dal 35,3% al 44,2% della forza lavoro industriale e continuano ad aumentare. In un decennio Torino ha visto aumentare il numero delle imprese (+15% in generale) e diminuire il numero degli addetti (-20% nell'industria).
A causa del processo tipicamente "post-fordista" caratterizzato da un massiccio decentramento della produzione anche attraverso appalti ed esternalizzazioni.
Un ruolo rilevante in questo processo è stato svolto ovviamente dalla Fiat.
Alla fine degli anni '60 Mirafiori concentrava circa 54000 lavoratori, all'inizio degli '80 erano ancora 40000 ed oggi dalla 32 porte non ne entrano che 17000 (26000 coi dipendenti degli "Enti centrali"). Alle carrozzerie si è passati dai circa 15000 dell'80 agli attuali 7000, alle meccaniche da 15375 a 6149. Stesso discorso per Rivalta dove si è passati dai 18500 del'68 ai 12206 del '91 ed infine agli 8153 del 95. Lingotto ha chiuso nell'81 con 8000 dipendenti, Chivasso nel '92 con 4800.
Erano quasi 1.000.000 le auto Fiat prodotte negli stabilimenti torinesi alla fine del decennio scorso, circa il 60% della produzione complessiva del gruppo. Oggi sono circa 450000, il 30% delle auto Fiat prodotte in Italia, il 20% di quelle prodotte nel mondo. Ormai meno del 35% dell'attività produttiva necessaria a costruire un'auto Fiat viene svolta, per cosμ dire, "dentro le mura".
Il 65% delle componenti è acquisito dall'esterno, mentre a metà degli anni '70 le percentuali erano esattamente invertite. Ad esempio le fodere della Bravo vengono tessute nel biellese, cucite in Ungheria e assemblate a Torino.
Inoltre la Fiat è pienamente coinvolta nei processi di globalizzazione di fronte alla stagnazione del mercato europeo dell'auto (come pure di quello Usa e del Giappone), essendo ormai questi diventati soltanto mercati di ricambio, e di fronte all'espansione dei nuovi mercati, il gruppo Fiat ha spostato quote sempre più rilevanti di produzione all'estero.
Oggi a Belohorizonte (BRA) ci sono tanti dipendenti quanti a Mirafiori, a Cordova (ARG) quanti ad Arese, in Turchia tanti quanti a Rivalta e in Polonia il doppio.
In questi nuovi mercati le politiche ultraliberiste hanno elevato uno strato minoritario della popolazione, circa il 10%, al ruolo di consumatori e questo vale tanto per l'America latina, quanto per l'Europa orientale, la Cina, l'India, ed altri paesi asiatici. Questo 10% può sembrare una quota modesta, ma si consideri che è da calcolarsi sulla base di popolazioni che contano centinaia di milioni di abitanti. Inoltre il costo di un'ora di lavoro in questi paesi è molto più basso di quello occidentale (a Belohorizonte 8 dollari, a Cordova 10, a Torino 20). L'ultima grande protesta operaia negli stabilimenti brasiliani risale a 11 anni fa e fu risolta dall'intervento dell'esercito in armi.
In sintesi il ridimensionamento della classe operaia torinese nella grande industria, e con esso il grave colpo subito dalla forza che quella grande concentrazione operaia rappresentava, ha avuto il suo contraltare nell'aumento delle imprese medie  e piccole dell'indotto e nello spostamento del lavoro al sud (Melfi) e all'estero (paesi di nuova industrializzazione). La classe operaia non scompare, ma muta la sua distribuzione occupazionale e territoriale.
Ciò evidenzia il grande problema del nostro tempo: quello della ricomposizione di classe.