PREMESSA
Il seguente lavoro deve essere considerato solo come stimolo e traccia dialettica, cioè deve trovare in altri compagni un contributo ed un arricchimento.
INTRODUZIONE
Il presente lavoro, realizzato attraverso lo studio e l’intervento di diversi compagni di diverse realtà (Ccdp, Collettivo Che Guevara, Flmu, Rdb, Rsu-Cgil, Salca-Cub,), vuole sinteticamente descrivere i mutamenti nel mercato del lavoro realizzati dal nuovo corso neoliberista in Italia e nel mondo, come conseguenza di un processo di attacco del capitale alla classe lavoratrice a livello mondiale. Occorre ricordare che una caratteristica fondamentale della produzione capitalistica è la creazione del mercato mondiale (Marx, il capitale III libro pag. 320) e che la forza lavoro è soggetta alle regole di mercato.
I presupposti tecnologici sono ben sviluppati: dimensione ridotta dei beni materiali e ancor più dei loro componenti, trasporti veloci, telecomunicazioni e informatica rendono possibile sia la produzione lontano dai luoghi di consumo, sia la gestione e l’amministrazione delle risorse. Inoltre il verbo dell’ideologia capitalista grazie ai nuovi mezzi di comunicazione e al sostanziale abbandono dei modelli di sviluppo socialista, si è diffusa in buona parte del globo.
Si parla appunto di globalizzazione (che merita a parte un’approfondita riflessione sia sull’uso del termine che sul fenomeno) e si accetta normalmente come inevitabile, si intende globalizzata (a parte gli aspetti politico-nazionali) quella parte di mercato mondiale che si basa su prezzi internazionali, validi cioè in tutto il mondo (a parte i costi di trasporto). Questa parte di mercato mondiale ha raggiunto il 20% del prodotto lordo mondiale, questo dato (naturalmente diverso per settori merceologici e per attività) da comunque un’idea del carattere sempre più unitario del mercato mondiale.
Di conseguenza la merce forza-lavoro risulta essere sempre più un fattore mobile di un mercato sempre più integrato. Sull'intera popolazione mondiale quasi tre miliardi di persone sono considerate come forze di lavoro; di queste il 30% è considera disoccupato, in riserva direbbe Marx. Dei poco più di due miliardi di popolazione attiva, solo il 40% ha un'occupazione garantita e protetta legalmente, mentre il restante 60% lavora in condizioni irregolari e precarie.
Quando in un'economia di autosussistenza, viene introdotto il capitalismo si creano larghissimi strati di disoccupazione destinati a condizionare il rapporto di forza tra le classi anche nei paesi a capitalismo maturo. In questi ultimi si assiste ad una progressiva abolizione dei diritti, delle garanzie, acquisiti storicamente. L'emarginazione o l'eliminazione (guerre, abbandono nella fame, malattie,..) della restante popolazione, inservibile per il capitale nel breve e medio periodo, costituisce motivo di continuo ricatto nei confronti dei privilegiati prodotturi di plusvalore.
Per solcare l’oceano del mercato mondiale i capitalismi si sono attrezzati: la corazzata degli Stati Uniti, le navi del Giappone e dell’Unione Europea e . . . . . i proletari divisi sui soliti gusci di noce.
E’ in questo quadro che va analizzata la progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro in Italia, attraverso l’introduzione dei cosiddetti lavori atipici (part-time, lavoro stagionale, lavoro interinale, apprendistato, lavoro a domicilio, collaborazione coordinata e continuativa), la flessibilità del lavoro a tempo determinato e per ultimo il tentativo di abolizione dell.art.18 dello Statuto dei lavoratori.
Le nuove tecnologie e la nuova organizzazione del lavoro che ne consegue hanno sicuramente contribuito alla nascita (o rinascita) di queste forme di lavoro ma è soprattutto l’attuale debolezza delle classi lavoratrici che ne ha permesso la grande diffusione. La crescente espansione dei mercati (ora in difficoltà) e delle economie pare aprire al capitalismo nuove prospettive di sviluppo ma nello stesso tempo accentua la competitività tra i vari paesi ed aree geo-economiche. Tra i fattori che determinano la competizione ci sono le tecnologie a disposizione, le infrastrutture, il prezzo della forza lavoro; quest'ultimo è sicuramente il fattore più facile e veloce da comprimere.
Nei paesi dove ci sono stati pochi investimenti tecnologici, con pesanti apparati burocratici e infrastrutture carenti, trasporti antiquati la forza lavoro rimane l'unica risorsa sacrificabile.
Per mantenere basso il prezzo della forza lavoro occorre una grande offerta di questa merce, questo si ottiene spostando i luoghi di produzione, spostando la forza-lavoro, disperdendo le unità produttive sul territorio, isolando i lavoratori, militarizzando il territorio e con una forte propaganda ideologica tesa soprattutto all’integrazione del lavoratore nella cultura di impresa (spesso i giovani rifiutano il vecchio posto fisso per una fasulla libertà di fatto inesistente).
Il modo di produzione capitalistico per essere competitivo necessita della diminuizione del tempo di lavoro necessario, in rapporto alla giornata lavorativa, e una diminuizione della popolazione lavoratrice necessaria, in rapporto alla popolazione. La crisi del lavoro è appunto la sovrappopolazione relativa.
E' bene ricordare le seguenti categorie marxiane:
Esercito industriale di riserva = Sovrappopolazione relativa. L'accumulazione capitalistica produce in proporzione alla propria energia e del proprio volume una popolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale. I movimenti generali del salario sono regolati esclusivamente dall'espansione e dalla contrazione dell'esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all'alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Si chiama esercito industriale di riserva perché è comunque assoggettato al comando dell'industria per mantenere bassi i salari. La sovrappopolazione relativa assume quattro forme: fluida, stagnante, latente, pauperismo.
Sovrappopolazione relativa fluida = Sono tutti quei lavoratori che alternano periodi brevi o medi di lavoro con altrettanti di disoccupazione e rappresentano la mobilità e la disoccupazione ufficiale. La forma fluida è indotta dai meccanismi operativi dell'industria, dai movimenti di capitale, ecc.
Sovrappopolazione relativa latente = Sono le moltitudini di emigranti che, in particolari periodi, vengono assorbite nei paesi più industrializzati per essere adibiti ai lavori più nocivi.
Sovrappopolazione relativa stagnante = Quella parte dell'esercito operaio attivo ma con un'occupazione assolutamente irregolare. E' l'enorme massa del lavoro occasionale e precario.
Pauperismo = Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa costituita in parte da persone in grado di lavorare ma di fatto espulse dal processo produttivo e da persone ormai incapaci di lavorare.
Plusvalore assoluto = Prolungamento della giornata lavorativa oltre il quale l'operaio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua forza lavoro.
Plusvalore relativo = Riduzione del tempo di lavoro necessario
In questo quadro i lavoratori atipici (con le dovute eccezioni) si possono tranquillamente annoverare tra la sovrappolazione relativa fluida.
La tendenza del capitale è naturalmente di collegare il plusvalore assoluto con quello relativo, ossia dal un lato la massima estensione della giornata lavorativa col massimo numero di giornate lavorative simultanee, e dall'altro la riduzione al minimo del tempo di lavoro necessario e del numero dei lavoratori necessari. La riduzione del numero dei lavoratori necessari determina non solo la disoccupazione ma anche la precarizzazione.
FLESSIBILITA’, PRECARIZZAZIONE, LIBERALIZZAZIONE DEL MERCATO
DEL LAVORO:
UN ATTACCO “GLOBALE” ALLO STATO SOCIALE.
Al problema sociale della dissocupazione i governi dell’Europa rispondono con vaghe ricette tra le quali si affacciano spesso, e in buona sintonia con i proclami della confindustria le soluzioni della “formazione”, della diminuzione degli oneri sociali sul costo del lavoro, della “flessibilità” e “mobilità”. Leader politici acclamano la fine del posto fisso, ed elogiano una presunta crescita professionale che passa attraverso fasi di tirocinio, stage, contratti precari e quindi il raggiungimento di un presunto status professionale che permetterebbe una posizione di forza all’interno del mercato del lavoro. La ricetta sembra applicabile ovunque e dovrebbe innescare, non si capisce bene attraverso quali meccanismi, una repentina crescita dell’economia con altrettanto rapidi vantaggi per tutti. Con il presente lavoro si vuole delineare il quadro economico e sociale che l’applicazione di tali ricette comporterebbero di fatto nella vita dei lavoratori e lo scenario liberista che il capitalismo mondiale, in questa fase, vorrebbe applicare anche nel nostro paese, magari proprio grazie all’utilizzo retorico di irrisolti scenari di disoccupazione, dimenticando volutamente che essa stessa e’ un fenomeno strumentale allo stesso modello di sviluppo capitalistico anche se la diminuzione delle potenzialità di consumo.induce depressioni economiche e crisi sociali (minor massa salariale in presenza di maggior produzione e con mercato internazionale saturo o ugualmente carente di liquidità)
I cambiamenti che si stanno introducendo nell’equilibrio del sistema sociale sono pertanto profondi e diffusi in tutte le sfere del vivere sociale, e costituirebbe un atteggiamento superficiale ridurre le trasformazioni in atto a una semplice liberalizzazione del mercato del lavoro. Di fatto è lo stesso concetto di Welfare State ad essere messo in discussione a causa di un capitalismo che evolve secondo un modello (definito da alcuni) “ad accumulazione flessibile”, come più avanti descritto, che, scavalcano i confini nazionali, secondo la c.d globalizzazione, rende necessario affrontare il problema della crescita economica e delle politiche sociali in un’ottica sovranazionale.
Analizzeremo pertanto le dinamiche del mercato del lavoro congiuntamente alle trasformazioni indotte nello Stato Sociale.
LA MORTE DELLO STATO SOCIALE
“La politica dello Stato sociale, fondata sulla struttura stabile della produzione, è venuta meno e la sua organizzazione, con tutte le varie forme di protezione sociale ad essa collegate, da vent’anni stanno subendo un progressivo processo di insabbiamento. Pertanto l’obiettivo del sistema capitalista così configurato non è più quello della piena occupazione e contemporaneamente inizia un vero e proprio percorso di abbattimento dello Stato sociale visto come un persistere di elementi di “socialismo” derivanti da quel consociativismo che aveva permesso di attenuare il conflitto di classe nei decenni in cui il movimento operaio aveva espresso tutta la sua forza. Lo Stato sociale impostato nel dopoguerra nei paesi occidentali era basato su un modello il cui funzionamento può essere schematizzato nel modo seguente: lo sviluppo dell’economia garantiva occupazione e posti di lavoro; lo sviluppo progrediva regolarmente, in modo che il mercato potesse essere in grado di risolvere il problema dell’occupazione, mentre lo Stato interveniva in modo residuale per coprire le temporanee interruzioni o condizioni marginali della forza lavoro e per assicurare le condizioni di pace sociale attraverso forme di “solidarietà” nei momenti in cui veniva meno il rapporto con il mercato, a causa di temporanea disoccupazione, malattia, vecchiaia, esigenze di formazione. Tale modello è oggi definitivamente scomparso. Ormai i mutamenti dovuti al ciclo post-fordista dell’accumulazione flessibile che determinano anche la crisi fiscale dello Stato, fanno sì che i costi del Welfare non siano più compatibili in un sistema di alta competitività internazionale in cui non c’e spazio di mediazione con i bisogni collettivi irrinunciabili….. Scelte di politica economica (..) rientrano in un più generale progetto basato su una completa ricomposizione dei conflitti e delle tensioni sociali attraverso una ristrutturazione delle relazioni economiche ed industriali basate sulle logiche del capitalismo selvaggio. Il Welfare garantiva un rapporto tra economia, politica e società come progetto di governo politico della crisi con proposte di Welfare compatibile, e tendenti a definire quel patto sociale incentrato sul debito pubblico che sosteneva il vecchio modello di Stato. Al crescere del debito era inevitabile che emergesse il problema della solvibilità delle casse dello Stato e quindi dei limiti da porre a questa espansione. I governi dei paesi occidentali, che avevano digerito solo parzialmente la stessa rivoluzione keynesiana, hanno pertanto dovuto cominciare a confrontarsi con la questione del blocco della spesa pubblica. Ma non appena questo blocco è stato operato, a partire dagli anni ’80, la disoccupazione ha cominciato a crescere ovunque vertiginosamente. Sebbene nell’immediato l’urgenza della riforma del Welfare sia di natura finanziaria, il progetto neoliberista contiene ben più che l’intento di risanamento del bilancio. Nonostante i ripetuti attacchi, il Welfare State sopravvive come residuo logoro ma ancora simbolico dell’epoca keynesiana” (da “Proteo”).
Non si devono inoltre dimenticare le conseguenze indotte dalla trasformazione della fabbrica secondo un modello post-fordista, cioè il passaggio da organizzazioni del lavoro centrate sulla grande fabbrica a organizzazioni del lavoro basate sui distretti industriali, sulla piccola impresa, sulle cosiddette filiere di produzione, secondo i concetti di specializzazione e “vantaggio competitivo”. A causa di queste trasformazioni all’interno della stessa fabbrica, o per lo stesso appalto, possono essere presenti lavoratori appartenenti a tutte le nuove figure contrattuali “flessibili”, accanto a lavoratori a tempo indeterminato, a lavoratori interinali, apprendisti, interinali, tempo parziale, artigianato, lavoratori atipici, cooperative. Se inoltre consideriamo che congiuntamente a questa giungla contrattuale, anche i lavoratori a tempo indeterminato sono spesso appartenenti a diverse aziende, almeno dal punto di vista giuridico, allora comprendiamo che è senz’altro difficile sperare nel ruolo aggregativo della classe operaia costituito dalla fabbrica di impostazione fordista. E non possiamo nemmeno escludere che la nuova organizzazione del lavoro e del capitale, con il conseguente battage pubblicitario fornito dai media, crei in realtà differenze culturali tra diverse generazioni e aree geografiche, non incoraggiando ovviamente atteggiamenti solidaristici (le esternazioni produttive sono perlopiù trasferimenti di capitale in zone a basso costo di lavoro: perl’Italia i paesi dell’est, il medio oriente e l’america latina).
Capire che le trasformazioni avvenute in questi anni hanno di fatto già trasformato la cultura, i valori, la coscienza di gran parte della classe operaia, vuol dire comprendere i fenomeni politici e sociali che più sorprendono gli individui e le generazioni che si sono formate una coscienza di classe attraverso anni di lotte per la crescita dei diritti nel mondo del lavoro e nella societa’. Con tali affermazioni non si vuole negare che lo scontro di classe sia morto o non esista più, ma riconoscere il risultato effettivamente conseguito dalla diffusione della cultura borghese (nei suoi valori liberisti) in tutti i ceti della popolazione. Solo accettando questa constatazione è possibile comprendere come la politica della flessibilità, funzionale alla produzione e ai profitti, possa essere acclamata senza vergogna perfino dai leader più moderati.
Il quadro culturale nel quale le proposte di liberalizzazione del mercato del lavoro sono supportate (e non solo da destra!) è il seguente:
i capitali finanziari privati sostengono gli investimenti e con questi il lavoro
i capitali si insediano là dove la possibilità di profitto è più alta
il lavoro “flessibile” crea le condizioni per un miglior utilizzo della forza lavoro
senza flessibilità meno investimenti e meno produzione
La conclusione diventa, meglio lavorare male che non lavorare E’ evidente che si tratta di un modello liberista di stampo anglosassone, nel quale l’organizzazione sociale deve necessariamente essere funzionale alla produzione e al capitale e che, tra l’altro considera unicamente effetti microeconomici, senza guardare all’evoluzione dell’economia e della società nel suo complesso.
La cultura anglo americana è cosciente di questa impostazione e in un periodo di boom economico come quello attuale, esponenti politici e industriali americani non hanno remore ad affermare che un tasso di disoccupazione così basso come l’attuale (meno del 4%) è pericoloso perché potrebbe creare rivendicazioni salariali e che perciò “bisogna raffreddare l’economia” con strette creditizie, cioè alzando la disoccupazione.
In realtà la cultura angloamericana, (capofila dell’attuale iper-liberismo) liberale e calvinista, afferma di fatto la supremazia della sfera economica e produttiva su quella politica: l’affermarsi delle forze economiche, l’innovazione tecnologica, sono viste come libertà irrinunciabili, a cui subordinare la vita sociale e politica. Ovviamente queste due dimensioni non devono essere d’ostacolo al mercato, fautore, secondo questa etica, di ricchezza e libertà. In questo senso la globalizzazione è eticamente corretta, perché dovrebbe aumentare la ricchezza globalmente prodotta, attivare l’ingegnosità e la competizione. Se poi questo avviene con disuguaglianze sociali inaccettabili, attraverso guerre dai precisi attributi neoimperialistici, o con la totale distruzione dell’ecosistema, poco importa.
Fortunatamente l’Europa ha conosciuto un’altra cultura, l’unica in grado di creare una vera dimensione politica e di mettere perciò l’uomo e il vivere sociale al centro delle scelte sociali. Ed è proprio questa cultura, a cui non vogliamo dare una connotazione riduttivamente comunista, che il neoliberismo, la globalizzazione vuole annullare, affinché nel pensiero delle masse non esista nemmeno più il senso di un alternativa a una vita centrata sulla produzione e sulla competizione individuale.
Nell’individuazione dei soggetti passivi di questo scenario liberista, si ha spesso la tentazione di ricorrere genericamente alla “classe operaia” seppure i cambiamenti degli ultimi anni abbiano fortemente mutato il perimetro degli sfruttati e dei deboli all’interno della nuova economia. Alcuni elementi di riflessione che e’ necessario valutare sono infatti:
la nuova economia crea disuguaglianze tra chi ha la possibilità di accedere alle risorse formative e chi, anche solo per un povero back-ground familiare non ha la possibilità di inserirsi nei nuovi circuiti
anche in Europa si è assistito alla crescita di un ampia classe di emarginati (senza fissa dimora, donne sole con figli a carico, disoccupati) che si trova ben al di sotto della possibilità di fruire del Welfare State, di cui spesso non si tiene sufficientemente conto nelle lotte operaie
la dinamicità della nuova economia crea un mercato del lavoro segmentato, per cui si può assistere contemporaneamente a situazioni di alta occupazione, con relativo potere contrattuale dei lavoratori, e settori o aree geografiche, anche contigue, ad elevata e persistente disoccupazione.
Alla luce di queste considerazioni ci sembra si debbano ridefinire i limiti della classe sfruttata, fino ad oggi identificata nella classe operaia, per allargarla a soggetti che probabilmente con la fabbrica nella sua accezione più stretta hanno poco a che fare, ed escludendo forse soggetti che per via di una propria specificità lavorativa o di economia locale non hanno alcuna intenzione di considerarsi sfruttati, ma anzi si sentono padroni del proprio destino economico. Compresa questa dimensione si potranno allora delineare strategie ed obiettivi della lotta di classe, che altrimenti diverrebbe unicamente lotta corporativa.
E’ perciò importante analizzare comportamenti e regole in mutamento per individuare proposte intese ad aggregare settori sociali più vasti che, in quanto divisi, non riescono a creare argini di resistenza agli attacchi alle condizioni di vita.
LA FLESSIBILITA’
Le conclusioni degli stessi economisti liberali sugli effetti della libertà di licenziamento sono contraddittorie e riconoscono l’impossibilità di dimostrare una conseguente e necessaria diminuzione della disoccupazione conseguente all’introduzione di una tale liberalizzazione: con opposta certezza affermano invece la certezza di un aumento dei profitti e di una più semplice gestione d’impresa.
Le condizioni di vita del lavoratore non sono ovviamente tenute in alcuna considerazione, anzi si afferma che l’affermazione del modello flessibile potrebbe addirittura portare benefici all’organizzazione della vita personale. Con questa affermazione si fa finta di non capire che le richieste spesso affermate dai lavoratori per la propria affermazione nella gestione del tempo non si rivolgono evidentemente alla possibilità di essere lasciati a casa senza salario involontariamente, ma evidentemente ad avere tutele e possibilità di gestione personale nel rapporto lavoro-vita privata. In questo senso alcuni articoli de “Il sole 24 ore“ possono aiutarci a capire la direzione in cui si tenta di dirigere i nuovi entrati nel mondo del lavoro e soprattutto l’impatto disgregativo che questo mutamento può avere sull’unità dei lavoratori. Da alcuni sondaggi effettuati sui nuovi assunti sembrerebbe emergere che quasi il 50% dei lavoratori è favorevole alla flessibilità e al precariato. Senza voler scendere in analisi sociologiche specifiche ci sembra di intuire che i nuovi entrati nel mondo del lavoro sono stati condizionati a pensare che la loro possibilità di lavoro è stata determinata proprio dalla precarizzazione del mercato del lavoro, inoltre non si esclude una visione fortemente sviata da modelli di vita giovanili, in cui parte dei fabbisogni sono ancora soddisfatti dalla famiglia di origine(non escludendo ovviamente la faziosità del sondaggio). Con questo non si vuole negare che una parte della popolazione non ambisca a lavori part-time, per poter meglio coniugare vita privata e lavoro, né che un mercato del lavoro eccessivamente rigido possa produrre paradossi con la contemporanea presenza di eccesso di ore lavorate e alta disoccupazione, bensì rientrare nella concretezza delle cose, per cui la necessità di un reddito di sostentamento, non può necessariamente non essere legato alla stabilità nel tempo di questo (a meno che la moda della dieta abbia eliminato le primarie necessità!).
Con altrettanta chiarezza ci sembra di poter affermare che da parte dei lavoratori non vi è ostacolo a una mobilità coerente e gestita tra le diverse richieste della produzione, quanto ad avere certezze sulla propria condizione lavorativa e salariale. E’ evidente che una trasformazione delle tecnologie porta al sorgere di nuove figure professionali e al decadere di altre, e mantenere un sistema produttivo immobile sarebbe forse controproducente per il sistema nel suo complesso: è altrettanto evidente che le trasformazioni tecnologiche e organizzative sono utilizzate per dichiarare obsoleti intere fasce di lavoratori, al fine di rinnovare la forza lavoro e reinstaurare il potere contrattuale. In tale prospettiva si colloca l’introduzione “ad ampio raggio” del contratto a tempo determinato e delle nuove forme contrattuali precarie.
CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO E NUOVE FORME CONTRATTUALI.
Nel contratto a tempo determinato il diritto del lavoro è, se pur formalmente efficace, di fatto svuotato dell’effettiva tutela a causa della minaccia di un rinnovo dello stesso: e’ evidente che la subordinazione è maggiore e che le attività sindacali non possono essere svolte nella loro pienezza, il che esalta ancora di più la situazione precaria del lavoratore.
Ripercorriamo brevemente la storia del contratto a tempo determinato.
L’articolo 2097 del codice civile, pur prevedendo l’eccezionalità del contratto a termine, si rivelò fin dall’inizio insufficiente e lacunoso. La situazione venne focalizzata a metà degli anni 50: una Commissione parlamentare dimostrò che il contratto a tempo determinato non era di fatto utilizzato per motivi inerenti all’organizzazione produttiva ma allo scopo di sottrarre l’impresa agli oneri derivanti da assunzioni a tempo indeterminato. Ci si pose perciò l’obiettivo di porre fine a una prassi degenerativa che aveva portato alla nascita di una categoria di lavoratori di 2^ classe in uno stato di vera e propria “soggezione psicologica”.
Proprio in quest’ottica fu emanata la legge n.230 del 1962, nella quale fu limitato a casi tassativi il ricorso al contratto a termine. Il primo intento erosivo di tale tutela si ebbe invece a fine anni 70 quando, con la n.18 del 1978, si è aprì una nuova ipotesi di assunzione a tempo determinato nel commercio e nel turismo “stagionali”.
Successivamente l’intervento n.25 marzo 1983 n.79 ha introdotto, con il beneplacito delle confederazioni sindacali, una ulteriore norma che di fatto introduce il lavoro a tempo determinato “in tutti i settori quando si verifichino in determinati e limitati periodi dell’anno una intensificazione dell’attività produttiva cui non sia possibile sopperire con il normale organico”
Con la legge n.56 del 1987 si passa di fatto alla liberalizzazione, seppur concertata, del contratto a termine, cosicché il lavoro a tempo parziale “è consentita nelle ipotesi individuate nei contratti collettivi stipulati con sindacati nazionali o locali aderenti alle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale”, prevedendo soltanto una limitazione nella percentuale di lavoratori da assumere a tempo determinato, rispetto a quelli a tempo indeterminato, forfetizzazione rimandata pure alla contrattazione.
Dall’esame dei contratti emerge un utilizzo del tempo parziale in occasione di appalti, incrementi di attività produttiva, ferie, lancio di nuovi prodotti. E’ evidente lo sconvolgimento della logica dell’eccezionalità del tempo parziale.
Le ragioni per spiegare perché si dovrebbe andare verso il lavoro a tempo determinato sono centrate essenzialmente nella migliore organizzazione del lavoro che questa forma permetterebbe in occasione di fluttuazioni imprevedibili della domanda, pressioni competitive internazionali, ristrutturazioni.
L’affermazione può essere contestata, almeno in parte,: le risorse umane nel lungo periodo sono fattore competitivo primario ed evidente che personale precario e motivato unicamente da un rapporto di forte subordinazione, non potrà esprimere il proprio potenziale. La flessibilità interna potrebbe invece esprimere tutta la propria utilità nel rimodellare continuamente il modello organizzativo alle esigenze della produzione
Dopo 40 anni dalla legge del 62 sono state reintrodotte le stesse contraddizioni e disparità che portano di fatto l’impresa ad avere un maggior potere sulla persona del lavoratore precario. Tanto più grave questa condizione, quanto più depressa è la situazione economica, con minori opportunità di reimpiego.
Vogliamo ora analizzare, in sintesi, alcune delle nuove tendenze del lavoro “flessibile” e le nuove forme contrattuali create a supportare il nuovo schema dei rapporti sociali. Ecco alcuni punti di rilievo:
riduzione del peso politico e quantitativo del lavoro dipendente ordinario, basato sul rapporto indeterminato, e diffusione di tipologie di lavoro flessibili
attenuazione della disciplina del rapporto del rapporto di lavoro, con aumento dell’autonomia negoziale
transazione ad un sistema di norme inderogabili ed universali ad un sistema in cui lo Stato deve solo garantire alle leggi di mercato il loro dispiegarsi, attraverso norme che ne assicurino la fluidità e il funzionamento
Alcuni dei nuovi strumenti contrattuali introdotti: contratto part-time, contratto di formazione lavoro, telelavoro, apprendistato, job-sharing, nonché la diffusione del cosiddetto lavoro atipico e del lavoro interinale (a parte il discorso sui lavori socialmente utili).
Non dimentichiamo un ulteriore tendenza in atto : il tentativo di superare in giurisprudenza la tradizionale separazione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, al fine di individuare gli interessi genericamente degni di tutela, ed approdare perciò a una categoria generica di “lavoro senza aggettivi”. Significativo di questo mutamento i cosiddetti “lavori atipici”, a cui la cosiddetta legge Smuraglia cerca di applicare alcuni diritti caratteristici del lavoro subordinato. A ulteriore rafforzamento della causa della “flessibilità” la progressiva estensione del contratto a tempo determinato, che sembrerebbe introdurre un elemento di forte precarizzazione è stata addirittura rafforzata dall’introduzione del cosiddetto lavoro interinale.
Su questi contratti, nonché sulle ulteriormente destabilizzanti (per il lavoratore), novità che verranno introdotte dal nuovo governo di centro-destra (in realtà di estrema destra), ci proponiamo, purtroppo, di ritornare con una nuova ricerca.
AGGIORNAMENTO al 1/12/2001
ART.18
L’analisi sovraesposta, compiuta nel corso del 2000, appare purtroppo ormai “invecchiata” e perfino troppo ottimistica, alla luce della forte accelerazione “liberista” avanzata già dai primi giorni dal nuovo governo Berlusconi. Al problema della “flessibilità” infatti la nuova compagine, piena espressione di “Confindustria al Governo” ha infatti trovato una soluzione radicale, ben oltre ogni ipotesi contrattualistica precaria (come sopra accennato): abolire l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, così facendo rendendo di fatto precari tutti i lavoratori dipendenti. La proposta, per ora addolcita con il riferimento ad alcune specifiche categorie (contratti convertiti da tempo determinato a indeterminato, lavoratori emersi “dal nero”, aziende che passano a più di 15 dipendenti), così da introdurre una gradualità nel completo azzeramento di ogni tutela sociale, trasforma di fatto il dipendente in suddito, alla completa mercé della volontà del padrone. Questi potrebbe in qualsiasi momento, senza alcun motivo, scindere il rapporto di lavoro con il dipendente, con un semplice, umiliante indennizzo monetario (magari determinato con un ancora più farsesco arbitrato). Risulta perfino superfluo illustrare la condizione viene rigettato il lavoratore, situazione da medioevo dei rapporti sociali, e di cui ne faranno subito le spese sindacalisti onesti, donne in gravidanza, malati cronici, lavoratori non più giovani e contemporaneamente tutti gli altri in termini di straordinari, manipolazioni illecite delle remunerazioni, ricatto morale. La risposta sindacale, grazie anche ai sindacati amici dell’attuale governo (CISL, UIL), e’ per ora consistita in 2 ore di sciopero e il circolo mass-mediatico ha gioco facile a coprire la vergognosa azione del governo con le notizie dal fronte di Guerra o con l’avvincente cronaca nera che tanto affascina una Classe ormai confusa e incapace di risposte unitarie a salvaguardia della dignità del proprio lavoro e della propria persona.
AGGIORNAMENTO al 10/2/2002
UNO SGUARDO INDIETRO PER PENSARE AVANTI
Come siamo arrivati in Italia, a tutto questo, con un salto all’indietro che ci riporta agli anni del dopoguerra, agli anni della Ricostruzione, con la Costituente del 1948 che declamava “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” ma dove in realtà si opprimevano i lavoratori con uno sfruttamento da ventennio fascista, democraticamente...
Reparti confino,licenziamenti politici, presenza del sindacalismo “giallo”, controlli polizieschi anche nel privato dei lavoratori : il “miracolo” economico, il boom, è tutto qui !
In realtà cgil, PCI e poche altre forze di area cattolica e socialista, non potevano che frenare, condizionare (anche con lotte dure e coraggiose) questa realtà. Si dovette giungere alla fine degli anni 60, una combinazione sociale e politica esplosiva fece saltare questa situazione : immigrati del Sud e giovani e vecchi quadri del Nord, spontaneità di base e gruppi di intervento esterni alle realtà di lavoro, sommati alla vecchia struttura del sindacalismo CGIL ( e talvolta anche CISL) e del PCI ( ma anche quadri della sinistra socialista) . Dopo il 1968 padronato e governo devono cedere : è la legge 300 del 1970 , lo Statuto dei diritti dei lavoratori, tappa importante per il processo di emancipazione della classe lavoratrice.
Poi il nuovo assetto del capitalismo a livello mondiale e ancora l’indebolimento e crollo dell’URSS : da noi nel 1977 il PCI di Berlinguer propone una politica di austerità..., nel 1978 la svolta di Lama in CGIL con il salario non più variabile indipendente ma legato alla produttività...
Infine il 1980 e la sconfitta operaia in FIAT: la restaurazione padronale, complice il sindacalismo istituzionalizzato , la Triplice , marcia ora spedita .
Negli anni del Governo cosiddetto di Centro-sinistra si è proseguito nell’opera di flessibilizzazione del mercato del lavoro, nel rispetto delle esigenze della produzione (leggasi del capitale). Come abbiamo già detto tutte le forme di contratto flessibile prima analizzate sono state infatti introdotte in quegli anni, alimentando così una competizione tra gli stessi lavoratori, divisi tra tutelati e precarizzati. L’introduzione della stagione della concertazione tra governo, padroni, sindacati (dal 1993) segnava pertanto la fine della resistenza di classe sui posti di lavoro. La classe lavoratrice continuava pertanto un processo di perdita di identità, di illusione borghese e di disillusione verso lo stesso sindacato, che portavano nel 2001 la vittoria politica della classe padronale più reazionaria, grazie anche a molti voti degli stessi lavoratori.
I lavoratori guardano al sindacalismo ufficiale come a poco più di una struttura di servizio/assistenza., e la presenza degli “autonomi”( peraltro divisa in troppe sigle) è assolutamente minoritaria . Oggi una lotta dura e vincente, non la semplice manifestazione o gli “scioperini”, non ha neppure il fiato per partire.
I contratti “atipici” sono oramai, sommati con il lavoro nero e stagionale, la gabbia sindacale per la maggioranza dei lavoratori . Gli atipici sono in realtà la “normale” condizione di lavoro tanto che i lavoratori ancora con contratto a tempo pieno e indeterminato sono visti come dei privilegiati .
Gli stessi delegati sindacali possono in realtà rappresentare e intervenire sui posti di lavoro soltanto per i lavoratori già meglio tutelati dai vecchi contratti, Ogni nuovo contratto poi, complice la Triplice, aggrava questa divisione con l’esclusione dei neo assunti dalle garanzie precedenti.
Non possiamo contare su l’eccezionalità di rotture storiche, come fu il 68 in Italia, quindi è necessaria, quanto difficile la ripresa di una presenza diretta comunista nel mondo del lavoro: con un lavoro di controinformazione, inchiesta, organizzazione e formazione di quadri coscienti e attivi.
Le difficoltà ,il disastro della frantumazione/alienazione/integrazione dei lavoratori, le oggettive divisioni contrattuali, di cultura, di età, possono persino diventare, con un presenza di base ed una comunicazione orizzontale, una ricchezza, una spinta oggettiva di soggettività per una ricomposizione politico/sindacale assolutamente nuova della classe .
APPENDICE
1) LAVORI ATIPICI NEL SETTORE BANCARIO
Il settore bancario è stato, e sarà presumibilmente anche nei prossimi anni, segnato da processi di ristrutturazione, scanditi soprattutto da varie operazioni di fusione.
La qualità delle assunzioni ha avuto una certa correlazione con le trasformazioni del settore.
Fino agli anni ’80 la maggior parte delle banche erano istituti di diritto pubblico e le casse di risparmio avevano comunque carattere pubblicistico. La maggior parte dei bancari venivano assunti attraverso concorsi pubblici.
Dopo il 1990, la progressiva trasformazione delle banche in società per azioni private ha determinato il fatto che, ben che vada, le assunzioni avvengano attraverso forme di selezione su numeri sempre più ristretti di concorrenti (magari preselezionati in base al punteggio con cui è stata conseguita la maturità o la laurea).
Le assunzioni a tempo indeterminato hanno lasciato il posto ai contratti di formazione-lavoro (peraltro con un’elevata percentuale di conferme) e a contratti a tempo determinato per sostituzioni temporanee (maternità e servizio militare).
Solo recentemente hanno cominciato a vedersi assunzioni di lavoratori interinali (come previsto dall’ultimo rinnovo contrattuale).
Non abbiamo a questo proposito un panorama completo della situazione, ma disponiamo di alcune notizie rispetto ai tre maggiori gruppi bancari.
Il lavoro interinale non è ancora entrato al SanpaoloIMI, mentre esiste alla CRT, o meglio nella società del gruppo denominata UPA (servizi amministrativi). Particolarmente interessante il caso della-ex Comit (fusa, ma in termini di colonizzazione, nel Gruppo Banca Intesa) dove i lavoratori interinali sono impiegati nelle filiali e di cui disponiamo alcune testimonianze.
Sarebbe ancora più interessante il caso di lavoratori interinali assunti nelle filiali ex-Comit acquisite da Unipol-Banca, dove gli aspetti di precarietà sono molto spinti, ma, al momento non abbiamo notizie precise.
Un mondo a parte, nei gruppi bancari, è costituito dai centri contabili. Questi settori sono quelli a maggior rischio di esternalizzazione e dove sono più presenti gli appalti.
Fino a un paio di anni fa, la scelta prevalente tra le banche più grosse era quella degli appalti. Anche qui non abbiamo un panorama dettagliato, ma possiamo dire con certezza che negli uffici dei centri contabili di BNL, CRT, Sanpaolo, lavoravano, gomito a gomito, dipendenti delle banche ed “esterni” di ditte in appalto. Il fenomeno coinvolgeva sia lavorazioni a “basso valore aggiunto”, sia lavorazioni informatiche.
Quasi tutte le banche hanno teso ad esternalizzare le lavorazioni a “basso valore aggiunto”. Citiamo, come esempi, il servizio di cassa contanti e la gestione della posta interna.
Tra le grandi banche solo la Banca di Roma ha scelto di esternalizzare il proprio Centro Contabile, non senza resistenze dei lavoratori, che, al momento, continuano a mantenere il contratto dei bancari.
Oggi lo scenario vede cambiamenti dalle conseguenze imprevedibili.
I tre maggiori gruppi bancari, Intesa-BCI, SanpaoloIMI, Unicredito, stanno procedendo a staccare i “pezzi” informatici e amministrativi di sede della varie banche e a riaccorparli in apposite società che fanno parte, per ora, del gruppo. E’ chiaro che le prospettive di queste società così autonomizzate restano dubbie.
2) LAVORI ATIPICI NEL PUBBLICO IMPIEGO (COMUNE DI TORINO)
Marzo 2002
Per tutti i colleghi del Comune sono gli L.S.U., sorta di sfigati-assistiti, nonostante siano assunti a tempo indeterminato, sono visti come colleghi diversi. Effettivamente qualcosa di diverso c’è, non nelle persone naturalmente, ma nel tipo di assunzione, avvenuta con un contratto “individuale”, una delle prime versioni, riuscite, di smantellamento del contratto nazionale.
- Prevede 24 ore settimanali a part-time orizzontale per 5 giorni
- Non hanno diritto alla mensa
- Vengono spostati da una parte all’altra della città
- Sono inquadrati di ben cinque livelli inferiori a quello che hanno diritto (B1 al posto di C1) per il lavoro che svolgono.
Questa operazione di facciata, dei comuni “democratici” creano illusioni di posti di lavoro; in realtà stanno sminuzzando i lavoratori in tante piccole realtà, diverse, e in competizione tra loro come i contratti a termine, interinali, ecc. Se inoltre si osserva la creazione dei quadri intermedi, l’operazione di scardinamento dell’aggregazione dei lavoratori è completa e sempre più preoccupante.